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12 agosto 2014

Summer on a solitary garden

In questa settimana di ferragosto, la spiaggia si è popolata di sessantenni cadenti in bikini, che hanno relegato i più decorosi costumi interi alla memoria storica. I discorsi più in voga tra queste novelle parodie della sensualità sono perlopiù permeati da facili luoghi comuni (perché ciò che va male è sempre colpa di qualcun altro, mentre il tranquillo incedere di una vita borghese e ipocrita è un merito da ostentare) che portano con sé tutto il peso della banalità e di una mediocrità che vuol sentirsi per forza speciale, proprio come una puttana fragile. Nel ciarlare indistinto, l'argomento che di sicuro tiene di più è l'invasione di immigrati dall'Africa: ai noti e schifati commenti sulla puzza del ladro negro (imperdonabilmente colpevole di non voler cedere la preziosa borsetta cinese a 5€ invece che a 6), si è ora aggiunto un terrore più feroce che annichilente (di chi vuol darle all'untore) per il virus mietitore che infesta il continente nero. Non riesco a comprendere com'è che questa gente possa temere la morte, fossi in loro considererei l'ebola come un'opportunità da afferrare al volo, un nuovo e intrigante modo per togliersi finalmente di mezzo senza il timore delle malelingue (a loro care quanto un amore contrastato) che seguono un suicidio, piuttosto che un male. E, tuttavia, vogliono con tutta la volontà che possiedono soltanto continuare vivere. Ad ogni modo, finché non sparite, tramonti dell'occidente, regalandomi finalmente la notte, mi sa che piuttosto che andare in spiaggia resterò tutto il tempo nel giardino di casa. A far cosa? A preparare l'alba.

4 luglio 2012

Le vite degli alberi

Mettiamoci qui, sai, questo non è mica un albero come tutti gli altri.
E cos'è?
Chiese lei, decisamente perplessa, forse non sarebbe dovuta uscire con quel tipo strano, ma come poteva dir di no a quei due occhioni blu.
Quest'albero, un tempo, era un ragazzo.
Ah, davvero?
Si, un giovane filosofo, che sedeva proprio qui a studiare il pensiero degli antichi. Un dì cominciò a tradurre alcuni testi provenienti dall'India, fu talmente preso da quegli scritti che per settimane e settimane non si mosse di un millimetro, impegnava giorno e notte a decifrarne il significato, restò così a lungo immobile che le sue gambe cominciarono a sprofondare nel terreno, e i suoi piedi divennero radici, la sua pelle si fece corteccia, i capelli si colorarono di verde, finché nessuno riuscì più a distinguere tra lui e gli altri alberi.
Wow, e il libro?
Il libro, durante i primi tempi, giaceva incastrato tra uno dei rami più alti, poi sparì. Li vedi quei due buchi?
...Si.
Ecco, quelle cavità, una volta, ospitavano i suoi occhi.
Ah, capisco, penso di non volerci stare qui - Disse, mentre continuava a osservare gli occhi cavi - non mi sento tranquilla. - volse il suo sguardo agli occhi blu - Andiamo via.
Nel frattempo all'albero si avvicinavano due ragazzotti dalle barbe folte, uno indossava un paio di occhiali da sole tondi, come quelli che s'usavano negli anni 60, l'altro invece un più discreto, e rettangolare, paio di occhiali da vista.
E sai com'è, io la amavo, la amavo così tanto. Non doveva abbandonarmi così.
Tu la seguivi anche al cesso, era ovvio che si sarebbe stufata.
Ma io volevo solo esserle vicino!
Si, ma non puoi attendere alla porta del bagno che una finisca di cagare, così le metti ansia.
Sai, nell'ultimo periodo soffriva di stitichezza.
Appunto!
Non puoi capire...
Si, vabbe', ci vediamo domani.
I due si allontanavano dall'albero, quando giunse il funzionario statale addetto al controllo delle forme di vita vegetali, accompagnato dal suo staff. Era un omino magro, il volto scavato, arrossato da una cravatta forse eccessivamente stretta, anche per quel collo smilzo. Puntava l'albero con uno speciale apparecchio dotato di una curiosa sonda elicoidale. Dopo che questa emise alcuni suoni, scarabocchiò poche righe su un foglio prestampato, e ordinò a uno degli operai di preparare la motosega. Posò una mano sul tronco antico, e gli sussurrò:
Mi dispiace, ma i benefici che offri alla società sono più bassi dei costi di cui necessita la tua cura, spero tu possa capire che siamo costretti a farlo.
Al quarto albero a sinistra, intanto, un uomo con gli occhiali da sole tondi aveva attaccato una corda a un ramo molto spesso, e s'era impiccato. Una coppia che era impegnata a capire come ci si amasse, nascosta nel cespuglio appena sotto, vide frantumarsi la possibilità di approfondire quello studio, nelle urla isteriche di lei, su cui gravavano gli occhi blu e il peso di lui, e più in su i piedi penzolanti di un hipster morto. Il ragazzo, turbato dall'isterismo della compagna, fece per girarsi, e quando vide il cadavere appeso sulla sua testa non poté che maledire il destino.
Accesa la motosega, dopo due tiri di corda andati a vuoto, il funzionario e gli altri radunati lì poterono chiaramente udire nell'aria lo spandersi di un terribile urlo.
"MANNAGGIACCRISTO!"
Il pubblico ufficiale, sbigottito, osservava a bocca aperta l'albero. Ritrovò le parole solo dopo alcuni lunghissimi secondi.
Pure un albero che parla, e parla a sproposito, doveva capitarci, noi lavoriamo per loro, per il loro bene, e loro cosa fanno? ci ripagano con una bestemmia! Taglialo, taglialo in fretta a questo fenomeno da baraccone, che non merita niente. Niente merita. Taglialo!

22 giugno 2012

L'amore ai tempi del T-Max


Ieri tornavo a casa dopo aver dato un esame. 30. Non ho mai ricavato particolare soddisfazione dai successi della mia carriera studentesca. Però trovo siano importanti, sono i fatti che qualificano una persona, bisogna lasciare dei segni. Credo che sia impossibile valutare qualcuno soltanto per le sue aspirazioni, spesso si usa millantare sogni e aspettative solo per apparire più interessanti, o almeno così fanno gli adolescenti: amo New York, Skrillex, andrò a viverci e farò il dj, per i maschietti; amo Londra, Ed Sheeran, andrò a viverci e farò la pittrice, per le femminucce. I primi scopano nei bagni di discoteche di provincia, una volta o due al mese, fino ai 30, quando l'effetto del gel sulla cute inizia a diventare palese. Le seconde scopano ogni sabato sera il loro fidanzato storico, che è l'amore della loro vita, almeno fino a quando non s'accorgono di desiderare il cazzo di qualcun altro, contro questo ciclo giocano la cellulite, le rughe, e l'invidia per il bimbo appena fatto da qualche amica. Tutto sommato il concetto d'amore è una cosa molto elementare, per la gente semplice, ma, in fondo, anche per quella complicata.
Mentre ero in bus ho avuto modo di ascoltare una storia, dentro potreste vederci umanità, patetismo, e tante altre idee filosofiche molto colorate e belle, io mi limiterò a raccontarvela.
Ero seduto in fondo, mi piace sedermi in fondo, sul bus, così posso vedere tutti quanti. Davanti a me c'era un tizio, non saprei dire che età avesse, più di 20, meno di 30, aveva un tatuaggio dietro al collo. La penultima e la terzultima fila del bus sono composte da 2 posti l'una, queste file hanno la particolarità di non divergere, i passeggeri che usano sedersi lì sanno che dovranno guardare negli occhi chi deciderà di disporsi sull'altra fila, credo infastidisca molti, quei posti tendono a essere occupati per ultimi. Ben presto arrivarono a sedersi anche una signora anziana, i capelli tinti già da troppo, sbiaditi dal sole, vagamente biondi, un accenno di trucco, e una ragazzina non troppo bella, i capelli bruni, due seni prosperosi, la pelle diafana, due braccia grasse, sgradevoli, gli occhi chiari, di un colore che non sono riuscito a intendere, ma piccoli, atrocemente tondi.
Il tizio che sedeva dinanzi a me doveva essere abbastanza socievole, iniziò presto a conversare con la ragazzina, il suo accento era marcatamente dialettale, il modo di porsi semplice, ma efficace, di quella vivace leggerezza che spesso invidio agli altri, sono vittima di un'eccessiva verbosità, è fuori moda, di questi tempi.
Lei, la bruna, si chiamava Mena, Filomena, un nome abbastanza comune, almeno nei luoghi in cui vivo. 18 anni, 2° anno di Istituto alberghiero, doveva esser stata bocciata, un bel po' di volte. Fidanzata, da un paio di mesi, pareva contenta della sua nuova situazione sentimentale. Ma quando il tizio chiese informazioni sul suo ragazzo, la voce di Mena iniziò a farsi più bassa, feci uno sforzo considerevole per cercare di comprendere quello che stava dicendo, ero così impegnato a cercare di coglierne il segreto, che nemmeno mi meravigliavo della semplicità con cui quella ragazzina si stava avviando a raccontare la sua vita a uno sconosciuto.
Il ragazzo di Mena era in carcere da una settimana, furto, rapina, non ricordo con precisione il capo d'accusa. Aveva rubato uno Yamaha T-Max, uno scooter enorme, roba per camorristi, borghesi obesi e altre sottospecie di umanità, l'avevano arrestato mentre tentava il cosiddetto "cavallo 'e ritorno", pratica che consiste nel telefonare la vittima del furto, e sottoporla a un ricatto: i soldi per la restituzione della refurtiva. Nel luogo dello scambio, però, non c'era solo il derubato, c'erano pure i carabinieri, o la polizia, in Italia non si capisce mai bene chi è ad arrestarti, è un diritto che forse spetta a troppi.
Mena tornava dal carcere, era andata a trovarlo, quando enunciò questo fatto mi sovvenne una storia che sentii da qualche altra parte: si dice che durante i colloqui le mogli dei carcerati usino, entro certi limiti che il tempo non mi fa più ricordare, cercare di eccitare i propri mariti, mantenerne vivo l'appetito sessuale, per salvaguardarli forse dal rischio di una deriva omosessuale, credo, non lo so bene, tutti tendono alla perversione, e se c'è gente che cerca appagamento su chatroulette, non dovrebbe stupire se forme analoghe di espressione della libido si verifichino in situazioni sicuramente molto meno agevoli, rispetto a quelle di un'esistenza libera. Pensavo a questo e immaginavo lei che cercava di intrattenere allo stesso modo il suo amore criminale, provai un lieve senso di disgusto.
I suoi genitori erano contrari a quella relazione, che però lei perseguiva ostinatamente, come una giovane Penelope, avvinta al suo destino di sofferenze e solitudine, o come la dama di Fila la Lana, la canzone di de André, solo che per Penelope c'era Ulisse, e per la dama abbandonata il signore di Vly, per lei un niente.
Mena aveva le lacrime agli occhi, mentre raccontava queste cose, la signora bionda fu presa da un moto di compassione, e cercò di consolarla, nel farlo tentava di allontanarla da quel rapporto malato, ti stancherai di lui, le ripeteva.
Mena rispose che ora lo amava, e che non poteva farci niente, che purtroppo era così, poi aggiunse: a noi piacciono i ragazzi sbagliati. Quell'a noi mi fece parecchia impressione, perché quel plurale? Ci pensai tutto il pomeriggio, poi la sera andai a ubriacarmi per festeggiare i successi della mattina, mi è tornato in mente stanotte.

Quell'a noi significa che l'amore, come ogni altra cosa, è un fatto sociale, le persone sono così banali che possono essere raggruppate, i loro gusti oggettivati in patetiche funzioni d'utilità, e così può essere fatto persino con i loro sentimenti.
Razionalizzare funziona un po' ovunque, quando si può oltrepassare il limite del singolo, e le molteplicità si possono sempre soddisfare. Tuttavia ciò significa anche che l'amore di Mena non vale niente, perché è un amore qualunque, un amore collettivo, Mena è un dato statistico. Mena è numerario.
Ma chissà come funziona per chi cerca qualità che non valgono, in quest'età di mezzo.
Chissà.



11 giugno 2012

La fiera


Cinquantasei giorni prima c'era stata la fiera.
I mercanti giungevano dalle valli più lontane del regno e portavano con loro le sete e i tessuti più preziosi, stoffe blu come cobalto e lini d'oro, lane morbide come nuvole e tinture luminose quanto le stelle meno lontane.
I signori del paese sarebbero stati contadinotti come tutti gli altri, non fosse stato per il loro essere così schifosamente ricchi. L'epoca dei re valorosi e dei nobili guerrieri era finita già da un po', con tutti gli eroi morti e sepolti in terra santa.
Così la nobiltà s'era trasformata in quel guazzabuglio di uomini grassocci e donnine prosperose e sgraziate che, una volta all'anno, s'inghirlandavano  per quella fiera dove compravano tante cose belle e luccicanti, solo per renderle brutte la Domenica successiva, quando per andare a messa le indossavano, trasformando le strade del paese in un orrendo carnevale in cui, da lerci bifolchi, giocavano a imitare le corti bizantine.
Alla fiera andavano tutti; signori, mezzadri, servi della gleba. I più vi si recavano solo per guardare, anche se, qualcuno di loro, preso dal desiderio, ogni tanto provava a rubar qualcosa. Succedeva spesso, almeno finché non tagliarono via la testa al mugnaio. Restarono tutti abbastanza colpiti da quell'evento. Più che la morte fu la solennità, il raduno in pubblica piazza, la condanna col sigillo reale, letta a gran voce, a destare terrore e timore nei ladruncoli, che prima infatti qualcuno era già morto, ma prendersi una schioppettata da un mercante era cosa da tutti i giorni; morire in piazza, con tutto quel rumore, non tanto, e i ladri - si sa - rubano di notte solo perché sono dei timidi.
Ai ragazzini però fregava poco dei panni colorati, tantopiù rubarli, e l'unico motivo per cui aspettavano la fiera erano gli zingari, e tutte le magie - o i trucchi? - che mettevano in scena per poche lire.
Quell'anno la loro carovana era più grande del solito, c'erano decine di carrozze e in esse le più meravigliose e orride stranezze di questo mondo.
Tra saltimbanchi, giocolieri, mangiafuoco, fachiri, nani, giganti, donne barbute, gemelle siamesi, uomini elefanti, gazze parlanti, gorilla fumatori, scimmie scrittrici, leoni addomesticati e tigri albine, solo una cosa attirò l'attenzione del nostro protagonista, a cui, in mancanza di idee migliori, affibieremo il nomignolo di Volpe.
C'era una carrozza, tra tutte, molto grande, decorata con disegni sottili e colorati, linee morbide che tracciavano steli, fiori, farfalle, foglie e rugiade, tanto da far sembrare che tutta la natura fosse stata schiacciata ed incollata sulla sua facciata. Era bellissima, ed era, inspiegabilmente, chiusa.
In mezzo a tutte quelle bizzarrie rumorose, era fin troppo silenziosa per poter attirare l'attenzione, il suo era un mistero pieno di discrezione, non lasciava a bocca aperta, richiedeva attenzione, e difficilmente un bambino preferisce una porta chiusa a un fuoco colorato. Così solo la nostra piccola volpe, in un momento in cui, per ragioni che non riesco a ricordare, tutti i suoni svanirono, si avvicinò ad essa, e, curioso, posò il suo orecchio sul legno verniciato.

Più gli occhi serro e più i miei occhi vedono,
ché il dì posando su futili oggetti
quando dormo, nel sonno guardan te,
e luci buie al buio in luce tendono.
Tu che con l'ombra l'ombre fai lucenti,
qual visione sarebbe al chiaro giorno,
più chiara assai, di tua ombra l'essenza,
se occhi ciechi tanto splendi in ombra:
quanta goia ai miei occhi, dico, quando
ti guardassero nel giorno vivente
se in morta notte sui chiusi occhi stai,
bella ombra imperfetta, e il sonno fendi.
Notte è ogni giorno finché io veda te,
la notte è luce se in sogno ti svela.

Dalla carrozza proveniva una voce di donna, pronunciava versi così dolci che pareva quasi intonasse una melodia, una musica bellissima, troppo, perché il nostro spione potesse smettere di ascoltarla, e così stette muto, muto anche quando la ragazza nascosta smise di parlare, muto fino a quando ogni suono o rumore potesse essere prodotto da quello spirito misterioso tacque.
Era calata la sera, Volpe decise di abbandonare il campo, all'epoca storie orribili si narravano sugli zingari, si diceva che usassero rapire i giovani distratti, e trasformarli in quei mostri che poi usavano come attrazioni, in pochi si avventuravano di notte quando c'era la fiera, ci credevano tutti, non sappiamo dire però se avessero ragione a farlo.
La mattina dopo nella mente del ragazzino faceva ancora eco quella voce, e così per altri 3 giorni tornò ad ascoltarla, fisso, in silenzio, pregando Iddio che prima o poi, chiunque fosse là dentro, si decidesse a uscir fuori, a mostrarsi, a farsi vedere. Non era curioso, sapeva che in qualsiasi modo lei fosse stata fatta le sarebbe piaciuta, cercava solo un volto per quel desiderio, ma non gli fu dato.
Era ormai l'ultimo giorno di fiera, ancora una volta un giovinotto se ne stava seduto poggiato sull'unica carrozza chiusa, senza folla, di quell'allegra festa. Il sole volgeva a mezzogiorno quando la voce cominciò a recitare di nuovo, e recitò gli stessi versi della prima volta. Lui, senza capir come, quando ormai la poesia volgeva al termine, la accompagnò.
"Notte è ogni giorno finché io veda te, la notte è luce se in sogno ti svela."
"chi... chi è?"
La ragazza nella carrozza si era accorta di lui, e pareva impaurita, lui lo era ancora di più, il suo cuore tremava, non sapeva che dire, balbettò:
"s-sono un ammiratore, ascolto le sue belle parole, signorina"
"Non sono mie, signore, è Shakespeare. Io le recito soltanto"
Un'attrice, in quella carrozza si nascondeva un'attrice, doveva essere bellissima, pensò il ragazzo, voleva vederla, doveva essere bellissima. Tre milioni di scuse attraversarono la sua testa in tre secondi, si decise per la più banale.
"Potrei forse entrare e sentir meglio questi magnifici versi? Sarebbe per me un gran piacere, signorina."
La voce dell'attrice si fece più incerta, pronunciò a fatica:
"Signore, le assicuro che sarebbe per me un piacere ancor più grande accontentarla, ma vede, vede io provo molta vergogna, son rinchiusa qua dentro perché quando so che qualcuno... quando so che qualcuno mi guarda io non riesco più a parlare."
Così la Volpe, cui non a caso abbiamo attribuito questo delizioso soprannome, scattò in piedi, e cominciò a bussare, con insistenza disperata, alla porticina di legno, urlando:
"E mi apra, mi apra allora, io sono un povero cieco, non posso vederla, non posso altro che immaginarla, mi dia almeno il privilegio della sua voce, chiara, senza il muro di questo legno, la prego, mi faccia ascoltare la sua voce".
La porta si aprì.
Cinquantasei giorni prima c'era stata la fiera.
In paese ricordavano solo che era un ragazzo vivace, molto intelligente.

8 giugno 2012

Tanti auguri


Costruiremo ragioni di muratura
o getteremo la memoria in un fossato?
Incapaci di compatire l'altro
ci limiteremo a un "mai più"
in remissione dei nostri peccati.
Scarichiamo colpe su chi è stato
come si scaricano i rifiuti
nella campagna che non guardiamo.
Immersi in una livida contraddizione
ci diremo vittime dell'egoismo,
di grossolane valutazioni.
Siamo colpevoli, uguali a quelli
cui una volta dicevamo fieri:
"Noi non saremo come voi".
Ed ora cosa siamo?


3 giugno 2012

03/06/2012


Lo scheletro dell'acciaieria
lasciato a consumarsi sul mare
è un monito a quelli che saranno
i vostri piacevoli bagni tossici.

Come quando all'ombra di un albero
marcato dal piscio dei cani
ti troverai ad amare
solo per scoprire che essere felici
è tale e quale a sentirsi niente.

Come 30 righe di un foglio strappato
insozzato di versi mediocri
solo per scoprire che essere soli
è tale e quale a sentirsi tutto.

I fumi neri della campagna
fatti di impronunciabili tossine
colorano un cielo di carta sottile
per invitarmi ad avvelenarmi, ogni tanto,
di piacevoli, vuote, malinconie.

.

6 maggio 2012

Satelliti


La luna in perigeo
illumina i silenzi di bianche armonie
e tinge le nuvole come lane preziose
che scioglierei in un filo infinito
per disegnare il tuo volto
mentre sorridi, felice.

Gli ottomila secondi di un semaforo rosso
I tuoi si sì. I tuoi no. Io che non so.
Il verde che brilla, speranza inattesa
mentre già bussa, la fretta di te.


11 marzo 2012

Zahir

Potresti anche provare a saltarci, su quella cupola, tanto è vicina. Dal ponte si scorge una enorme depressione, incastonata tra due colline, straziate dalla speculazione edilizia. La moda di far passare fenomeni lunghi eoni come mali del nostro tempo. Quanto potrà esser vecchia la cupola? E le case costruite su altre case? Le pietre di cui sono fatte non sono mai nate, e questo significa che sono anteriori alla nostra cultura, e che sopravvivranno ad essa. Si narra che sotto tutte le costruzioni che vedi ve ne siano altre, appartenenti almeno ad altri due popoli, oggi estinti, di cui permane solo la memoria che ne abbiamo. Una memoria talmente straziata e corrotta dal futuro che ha preceduto il nostro presente, da esser buia, logora, spenta come le catacombe che non ti porterò a vedere, sebbene te ne stia parlando. Ciò che è tanto antico da risultare diverso, è anche incomprensibile, poiché la sua ricchezza è stata saccheggiata e adoperata per costruire la gloria del nuovo; della verità dei miti resta solo il cadavere, spoglio d’ornamenti, seppellito e dimenticato.
Il ponte su cui ora siamo sospesi un giorno sarà sommerso e sopra di esso ne verrà eretto uno nuovo. E la bellezza di questo sole basso, che cade sulle case, le chiese, i vicoli che ora noi osserviamo dall’alto, come regnanti che ammirano il proprio feudo, o un mastro che osserva il presepe che ha fatto, sarà dimenticata. Irrecuperabile è tutto ciò che è prezioso, tra la vita intera e il sogno di una notte agitata non vi è alcuna differenza, e questo significa che non ve n’è alcuna neanche tra il dormire e l’esser svegli, tra l’esser vivi o morti, solo la casualità dona a tutto un senso: siamo eroi, siamo mostri, siamo dio, solo perché conosceremo la rovina. L’oblio è il nostro presente, il nostro futuro, e la nostra fine. Non vedremo mai più questo cielo di arancioni tristi solcato dalle scie dei jet, né lo vedrà chi avrà già dimenticato cosa significava questo luogo, né lo vede, persino, chi ci è ora vicino. In lontananza, si possono osservare delle palme altissime, straniere, eppure così chiare, armoniche, perfette. L’arancione, la calca dei palazzi, le palme extracomunitarie, mi ricordano le sere d’oriente, e certi giardini di Baghdad, che in qualche sogno devo aver visitato. I mussulmani chiamano Zahir gli esseri o le cose che hanno la terribile virtù d’essere indimenticabili, la cui immagine finisce per render folli gli uomini. Sbaglieresti a pensare, però, che io non riesca a dimenticare questa atmosfera, sebbene professi di conoscerla già da prima d’averla mai vista. Sbaglieresti perché adesso che cerco di capire dove cadrà il sole e ti spiego tutte queste cose, io spiego tutte queste cose a un fantasma, a te che non ci sei, a te che sei solo un pensiero, a te che non riesco a dimenticare, a te che sei la mia ossessione, il mio oblio, la mia rovina, il mio... A te che mi hai dimenticato, a te che sei il mio Zahir.

21 febbraio 2012

Jammece a durmì

Alcuni giorni fa giravo con un compagno di liceo in Fiat Uno, cercando un posto dove andare a perdere qualche ora del pomeriggio. Perché ci sono pomeriggi nati per passare, e giacché nessuno esiste per fare quello per cui è nato, non passano mai.

La Fiat Uno appartiene a mio nonno, è una bella macchina nonostante i 20 anni, molto spaziosa. Il motore, sebbene sia un 1.2, tira parecchio, perché l’auto è leggera. Questo significa anche che, a saper usare il cambio, consuma davvero poco, e si può stare con la spia della riserva accesa per chilometri e chilometri. Tra l'altro la mia ha anche il tettuccio in vetro (un optional che fa la differenza), gli alzavetri elettrici e il lettore CD.

I pomeriggi di noia sono la peggior cosa che possa capitare, a chi non è un soggetto adatto alla domanda. Rendersi conto della vacuità della vita e delle proprie azioni, cercare spasmodicamente un’idea che possa portare subito alla salvezza, o che almeno lo faccia entro i prossimi 3 anni, cosicché uno ci possa pensare su tutto il tempo, e nel pensiero trovare le ragioni per cui esiste e per cui, nel seguirle, sarà stato degno d’esistere. Perché l’esistenza deve essere anche degna, non siamo certo animali, siamo uomini!

Spiegavo più o meno questo al mio compagno di liceo, mentre eravamo nella Uno, quando lui mi rispose: 

No, secondo me, quand’uno non sa che fa’, è meglio che se ne va' a dormi'.


Mi spiazzò, la mia idea crollava miseramente sotto quel colpo di genio, una perla di terribile innocenza oscurava la lucentezza di tutte le mie parole, ogni mio intendimento idealistico sprofondava in un gorgo di nichilismo e praticità. Ma tenace e arguto come al solito, fui presto pronto a ribattere:

E quando si sveglia che cambia poi, scusa?

Eh, dipende da che deve fare, se non deve fare niente, meglio che va' a dormi' di nuovo.

Ahimé, la mia osservazione non costituiva certo un problema, la sua teoria assorbiva tutto, ogni asperità era stata già studiata e levigata, non potevo far altro che alzare bandiera bianca.

Ah, giusto, altrimenti si sprecherebbero  preziose energie.

Esatto, hai capito l'essenza.


Ossia: noi non siamo certo uomini, noi siamo batterie! (e neppure al litio) La domanda corretta, al massimo, potrebbe essere: cosa alimenteremmo mai?


11 febbraio 2012

300 giorni di Sole

Quando la mia età era compresa tra i 16 e i 17 anni, nell’assenza di miti generazionali che uno che s’esaltava a leggere Kant potesse venerare, feci dell’impavido Marco Travaglio - o era Roberto Saviano? - il mio idolo, e mi decisi a intraprendere la carriera di giornalista.

E’ facile intraprendere la carriera giornalistica: cominciate a tampinare un giornalista qualsiasi - se non avete alcun contatto fisico col mondo non vi amareggiate, ne trovate a pacchi anche su facebook - e prima o poi egli vi darà qualcosa da fare. Poi pubblicherà il vostro articolo col suo nome, voi non guadagnerete né la gloria né una lira, ma intanto avrete compiuto il primo passo verso un futuro di merda.

Un dì il mio vate mi chiese d’andare a fare un giro a Castelvolturno, per scriverci su una storia, e così il giorno dopo partii per la provincia sud di Caserta. Non è necessario che vi spieghi quanto faccia schifo il luogo, ci pensa già la fazione rossa dei giornalisti Rai; in loop più o meno tutti i martedì, i giovedì e le domeniche sera. Una cosa che mi preme raccontarvi, però, perché nessuno la dice ed è vergognoso, è che all’entrata del famigerato Villaggio Coppola si trova un decadente e inquietante cartello arrugginito, stile Silent Hill, che vi dà il benvenuto a Fontana Bleu: la città con 300 giorni di sole all’anno. Una vera chicca per tutti gli hipster con una reflex; se appartenete alla categoria andateci, mi raccomando! (spero che una tribù di nordafricani locali vi stupri mentre vi accingete a fingere di far dell’arte).

Ai giovani: sono molti i motivi per cui vi sconsiglio anche solo di tentare di fare i giornalisti, troppi perché possa risultarmi piacevole elencarli, vi basti dunque sapere soltanto che il sito de Il Fatto Quotidiano, che mi pare sia l’unico a non esser controllato da qualche potente lobby, dunque l’unico dove potreste, forse, scrivere quello che cazzo vi pare, sempre che vogliate fare del giornalismo per qualche nobile ideale e non perché siete degli inetti in qualsiasi espressione dell'intelletto umano che trascenda la capacità di scrivere - in quel caso andate a zappare, vi donerà ispirazione per deliziosi componimenti bucolici - titola le varie sezioni con esilaranti tag quali Politica e Palazzo, Giustizia e Impunità, Media e Regime e così via. Io, purtroppo, come dice *, sono ironico-leso, e dunque invece di compiacermi, a leggerli, mi faccio triste e penso: “che populismo”.

L'altro giorno, * mi ha detto che dobbiamo assolutamente andare in Spagna, “perché sulla costa del sol ci sono 300 giorni di sole all’anno!” Le ho proposto di andare a Castelvolturno; mi ha guardato in tralice. Se n’è andata via indispettita, non lo trovava divertente.

5 febbraio 2012

La Crisi

Hanno detto che era assurdo
tutto quello che avevamo da dire
(la pretesa di cambiare strada,
d’un figlio che abbandona la via del padre,
mette in moto la solita annosa questione:
l’ignoto sarà bene o male?
Tra la risposta di chi non è felice di ciò che sa,
e chi non è infelice di ciò che sa, passa lo scontro
di dieci, cento generazioni).
E ci hanno regalato un libro di risposte,
tutte giuste, approvate da una commissione d’esperti,
colmo di regole da seguire, infallibili, per averla vinta.
Ci hanno regalato un libro da seguire
quando tutto quello che volevamo era partire.
Ci hanno regalato un libro per il successo,
migliaia di pagine debordanti saggezza antica,
e noi volevamo soltanto scriverne una nuova.

31 dicembre 2011

Typical Situation

Sedeva sul sedile posteriore dell’auto. La città sembrava coperta da uno strato denso di metallo fluido, le nuvole passavano veloci, quasi come melma trasportata da qualche fiume, che quel giorno era interpretato da un vento rapido, rumoroso, fastidioso.

Leggeva una copia del New York Times, le solite stronzate: borse che crollavano a picco, persone orribili come muli, muli orribili come persone, il grande freddo che arrivava dalla Groenlandia, la fine della recessione rimandata all’anno venturo - dopo capodanno troveremo una soluzione - come se la recessione fosse poi una malattia, tra l’altro pronta ad attendere il ritorno del medico dalle ferie, e non il prodotto finale di un sistema evidentemente mal progettato, e lui poteva saperlo, lui l’aveva studiato. Vaffanculo.

Il tassista, un nero pesante quasi 400 libbre, una copia povera e sfigata di Berry White, nella sua Impala un vecchio stereo a nastro, la voce baritonale e suadente del suo fratello ricco, il tassametro meccanico, col ticchettio d’ogni miglio che passa, col ticchettio di ogni secondo che trascorre.

Lo sa che non ho ancora capito perché questo fottuto aggeggio faccia tutto ‘sto rumore, oggi?

L’uomo che sedeva sul sedile posteriore inarcò la schiena in avanti, avvicinò la sua testa a quella dell’autista, l’odore del suo profumo si mischiava alla puzza di sudore e grasso del nero, sospirò su quello che poteva sembrare un collo, il tassista tremò di paura, ed egli allora cominciò a ghignare, soddisfatto.

Lei è sicuro si tratti di quel coso?

20 novembre 2011

Zen

C: Word è doppiogiochista,
io ho un bel taccuino:
export,
che m ispira e mi fa scrivere queste stronzataggini
che comunque servono solo a farmi mangiare il cazzo.

G: Hahaha.
E perché?

C: perché non mi pare servano ad altro,
non credi?
Quindi mi mangio il cazzo.

G: mmm, certe volte la roba vecchia può tornare utile!
Metti che tieni una tra le mani e le dici:
io sono scrittore!
Beh, vuoi dimostrarglielo?

C: Sì, le mostro come uno scrittore sappia mangiarsi bene il cazzo.
hai ragione.

G: Esatto... e poi le dici: visto? Adesso prova tu!


.

22 settembre 2011

Dopo

Dopo la pioggia
c'è il sole.
Dopo l'oceano
c'è la terra.
Dopo la notte
c'è il giorno.


Dopo ci sono
sempre cose belle,
ma perché allora
dopo la stitichezza
c'è la diarrea?

14 settembre 2011

Stupidi Romantici /2

Quella dello scrittore, che categoria insulsa. Gente che si crede chissà cosa. Talmente unica da trovare le proprie emozioni scritte sul dizionario, talmente speciale da riconoscersi in roba scritta da trecento altri diversi. Eppure, convinta d'essere il centro di tutto. Cosa differenzia, in fondo, uno scrittore da una persona comune? Cosa differenzia uno scrittore da uno che invece nella vita fa il pompiere, il medico, l'ingegnere? Che crede più nei suoi sogni che in quello che già ha, che vive e morirebbe per i suoi domani, che si lascerebbe senza troppo fastidio rubare tutto ciò che possiede, e lotterebbe invece fino allo stremo per un'idea valida, forse, solo in testa sua. Perché una prospettiva lucente, pura, come un diamante, vale più di qualsiasi passato invadente, vale più di qualsiasi presente sicuro, si, come un porto, ma meno intrigante, appena soddisfacente, addirittura decadente nelle premesse, confrontato a tutte le promesse e le scommesse di una convinzione felicemente annunciata e dagli altri mai creduta, capita, compresa. Perché lo scrittore è solo una prospettiva di sé stesso, perché vive dei propri sogni, della propria immaginazione, del proprio genio, e a questi giura fedeltà eterna, dovesse soffrire per un' esistenza intera, trovare soddisfazione solo tra le righe bianche di un foglio ancora da riempire. Perché uno scrittore non tradisce mai la propria parola, perché uno scrittore è la sua parola, perché lo scrittore è uno che non s'accontenta, un perfezionista, e così fa d'ogni sua azione una ragione, e d'ogni sua scelta una prigione. Perché pompieri, medici, ingegneri, vivono di quello che gli è dato, e aspettano solo un treno migliore per essere meno ac e più contentati. Perché uno scrittore non accetta compromessi, passaggi di ripiego, biglietti rimborsati pur di non star soli, e resta sempre là, fermo alla stazione, a fingere che il suo treno alla fine stia per passare, consapevole che per gli altri, sempre pronti a ogni occasione: pompieri, medici, ingegneri, lui è solo un gran coglione. Lo scrittore, sebbene sia suadente, fine, impertinente, giocoso (e, non neghiamolo, anche un po' noioso), insomma un vero dandy! sta sempre fisso a disperarsi, perché cerca, inutilmente, di convincere qualcuno, ancora un po' borghese, che per lui vale più d'ogni altra cosa un niente, se quel niente è il suo vero sogno.

3 giugno 2011

it's never enough

Trovo che il razionalismo sia un mio limite. La voglia di comprendere le cose, senza mai abbandonarsi ad un“è così” certe volte si risolve in inutili e disperate ricerche, che, per evidente mancanza di mezzi e di genio, non portano ad altro che alla frustrazione.

Di fronte a chi decide di annullarsi mi risulta difficile piangere come fanno i più, per poi dimenticarmene il giorno dopo in uno stupido pettegolezzo. La gente piange semplicemente per adattarsi, per non apparire fuori luogo. Io, per non apparire fuori luogo, uso farmi da parte.

Sono profondamente attaccato alla vita. La morte mi provoca terrore, la possibilità di non esserci annulla in me qualsiasi forma di slancio. Tra i motivi per cui non credo in un dio c’è anche la casualità del momento della fine. E’ peggio dell’eventualità che uno, in preda alla disperazione d’esser rimandato, ti rubi il compito,  ancor prima che tu avessi risolto il problema su cui giocavi. Sarà che sono un incoerente, o forse troppo giovane, ma morire ora renderebbe ancora più inconsistente quello che sono stato. Mi solleva sapere che non potrei più rendermene conto, in effetti.

Tuttavia non riesco a comprendere neanche il suicidio. Togliersi la vita, piuttosto che lasciarsela sottrarre dal caso, in linea di massima un senso ce l’ha. Il problema è che la vita non si esaurisce mai in una sola proposizione formalmente accettabile. Questa accezione, ad esempio, tralascia totalmente il fatto che il timore della morte non sia che una possibilità tra tante. E poi, in concreto, quante volte s’è sentito dire che uno si è ucciso per sfuggire ad una fine comune? E’ persino stupido, in fin dei conti. Ci si uccide, nella realtà, perché è fallito quello che si credeva essere il fine della vita che fin lì si era condotta. Spesso si muore per amore. Più raramente per un’ideale. Sempre, ci si uccide, quando di fronte non si ha più alcuna prospettiva, sia essa positiva o negativa. Credo che i sorrisi, le lacrime, l’amore, e pure tutta l’affezione e l’odio che nutriamo per la vita si possano ridurre e spiegare. Tuttavia, per quanto sia approfondita l’analisi che conduciamo, per quanto precise le cause che ritroviamo, non potremo mai esimerci dal pensare che non valgano abbastanza.

15 maggio 2011

Ricordi

No, niente, volevo scrivere che fu Dicembre, una volta, e noi si faceva la rivoluzione.

E ricordo che avevamo occupato la piazza bianca, ed era tutta nostra. E ricordo che io, che non ho tanto amore per le folle, le adunate, e la gente che segue altra gente, stavo là, in alto, e parlavo, e mi si ascoltava.
Io ricordo, lo ricordo chiaramente, che c'era quella bionda, che era la madre di qualcuno, e ricordo che io la mandai affanculo. E mi venne un sacco di tristezza, devo dire, perché se la cattiveria si può esprimere in qualche modo sarà il non interessarsi degli altri. Ed ecco, lei era là a fottersene apertamente, e a denigrarci.

Ora, tutto questo mi è ritornato in mente perché dal player è uscita questa canzone.

E tutto questo mi serve semplicemente per dire una cosa. Capita che uno, un giorno, s'alza, va in una scuola e vota al comune. E capita che passando tra orde di vecchie senza denti, di donne incinte in minigonna e disoccupati col rolex al polso e i bigliettini elettorali di camorristi e parenti nella mano, si ponga una questione imprescindibile: ma perché questi, che so' feccia, che so' cattivi, che so' immorali, devono valere quanto me? Ma perché io devo essere solo un numero?

Se qualcuno un giorno dovesse chiedermi, di nuovo, cosa 'sto a fare là, a prendere il freddo, che tanto non cambia niente, io non gli parlerò di idee, di migliorare le cose, di fare la rivoluzione... tanto son solo sogni quelli. Io gli dirò, semplicemente, che io sto là per distinguermi da loro, che sono indifferenti, che sono morti. Io gli dirò che sto là, ad ammalarmi, perché i sogni non si vendono. Io gli dirò che sto là, a morire, perché loro vengano seppelliti insieme a me.

21 marzo 2011

Sull'introduzione del Burqa

Quando si vive nella più nordica delle città africane si apprendono cose che un comune europeo non potrebbe mai capire, anche perché non potrebbe mai vederle. In realtà non c'è niente da capire, le cose avvengono e non è detto che abbiano sempre un senso.

Nella mia città, e a Sud di essa, l'uomo si è abbandonato ai suoi istinti più reconditi, vivendo un'esistenza fatta di voluttà e sopraffazione. Nella mia città c'è un graffito che cita Kant, per l'esattezza sta a Scampia, il problema è che nessuno sa leggere. Sempre a Scampia ci sono dei cartelloni che incitano alla speranza, attaccati da un'associazione culturale locale, solo che non sanno nemmeno scrivere, infatti presentano evidenti errori di sintassi. Il graffito di Kant invece è perfetto, perché l'ho fatto io. L'unico problema è che io non esisto. Rifletteteci, so leggere e scrivere, eppure nella mia città nessuno sa farlo. Dunque neanche il graffito di Kant esiste, non fosse che c'è, se uno cerca lo trova.

Non ponetevi troppe domande, ho un cugino che si chiama Gesù, e ciò per molti vale già una risposta, tuttavia questa sera non sto scrivendo cazzate per celare l'evidente mancanza d'ispirazione, per coprire un abisso di silenzio lungo due mesi, no, affatto. Sto scrivendo per esporvi, con la dovuta perizia, un problema che attanaglia il Sud Italia, o Nord Tunisia, e che necessita di una soluzione immediata, perché solo chi non ha a cuore la vita umana può lasciar scorrere ancora tutto questo sangue!

Esatto gente, sto parlando dei duelli coi coltelli, una delle attività preferite dai giovani membri delle tribù locali. Questa malsana tradizione è ben nota ma,  per amore della verità, mi permetterò di sintetizzare in poche righe la storia di questa pratica: il sabato, giovani rampolli delle famiglie locali si incontrano in luoghi dove si ballano ripetitivi ritmi ossessivi che, come ci insegna Franco Battiato, son la chiave dei riti tribali.

I giovani galli portano con sé le loro promesse spose, ragazze all'alba dell'adolescenza vestite di poche e sottili stoffe, quasi nude, al fine di mostrare la propria virilità e il proprio successo con l'altro sesso.

Potrà sembrare strano, ma è così, il gallo deve mostrare di avere una ragazza bella, e il miglior modo per farlo è mostrarla nuda. Non ho intenzione di star qui a discutere di mercificazione della donna o della parità dei sessi, ricordate che sto descrivendo una società rozza, arcaica, in cui non esiste altro che la legge del patriarcato, dunque lasciatemi continuare a discorrere. Dicevo, potrà sembrare strano che il gallo mostri la sua donna nuda, quando questa è vista come un oggetto d'uso e possesso esclusivo. Ed infatti tale pratica viene psicologicamente celata dal gallo, che anzi immagina la sua lolita cinta da un manto di castità, richiamando a sé l'idea della madonna, entità mistica che sicuramente conoscerete (se ve lo siete scordati, è la madre di mio cugino). Tuttavia tale velo è solo mentale, infatti il corpo scoperto della ragazza richiama puntualmente l'attenzione di altri galli, che così cercano di insidiarla, di sottrarre al giovane il suo trofeo. Ne segue il duello, scontro con armi bianche che si conclude puntualmente con il ferimento del tentatore, in alcuni casi con la sua morte.

Io trovo che qualsiasi civiltà debba mettere dinanzi a tutto il diritto alla vita tranquilla, lontana dai pericoli. E' per questo che nei secoli sono stati creati gli eserciti, le polizie, le ronde: per la sicurezza di voi cittadini (vi ricordo che io non esisto).

Ma cosa possono le forze dell'ordine di fronte a eventi così fortuiti, inaspettati e casuali, seppur così diffusi? La risposta è più facile e spiacevole di quanto vorremmo credere: nulla.

E' per questo che propongo di introdurre, per tutte le donne di età compresa tra i 14 e i 38 anni impegnate in relazioni sentimentali l'obbligo di indossare il burqa, indumento che copre le loro fattezze, le loro forme sinuose, in modo che la loro esposizione non causi più tutto il turbamento di cui sono fonte. Signore, non scambiate tale proposta per una norma illiberale, che cancella i vostri diritti e la vostra libertà d'espressione, valutate che parliamo pur sempre di una civiltà diversa, tale norma infatti dovrebbe venir prima sperimentata nel Meridione.

E successivamente estesa a tutta l'Italia.

Si, avete ben compreso. Non guardate forse la tv? Decine di stupri, di vite spezzate e traumatizzate. Esiste forse un modo per risolvere il problema? No, mi dispiace, eliminare la rigida educazione cattolica che reprime gli uomini e le loro passioni non è una giusta soluzione, sarebbe contraria ai valori e alle tradizioni che hanno ispirato la nostra storia. Uno stato non può andare contro il proprio passato. Tutte le donne italiane dovrebbero in verità indossare il burqa, per salvaguardare sé stesse, per salvaguardare la dignità dei propri uomini e l'onorabilità degli stupratori, solo bistrattate vittime dei facili costumi.

E, sempre per non perdere i bellissimi valori e la bellissima cultura che ci unisce sotto il tricolore, introdurrei anche la poligamia. I giovani galli devono in qualche modo continuare a farsi vanto della propria virilità, e come farebbero senza poter mostrare le qualità della propria donna? Ma è ovvio, mostrandone la quantità.

Con la speranza d'esser compreso, il vostro, amabile, opinionista.

12 dicembre 2010

Credere

Gennaio

Risultare antipatici è sempre meglio che essere inutili. Magari si vive nella piena acriticità e gli anni si trascorrono tranquilli, magari si incontra anche qualcuna che come te non ha mai cercato di comprendere le cose, oltre che vederle, e puoi morire felice con un sorriso ebete stampato in volto, mentre i nipoti ebeti del futuro che ti spetta rubano i soldi della tua pensione per comprarsi le stecche di lucky strike.
Probabilmente vivere così, senza chiedersi il perché è più comodo, si vive felici. Ma come si fa quando ci si accorge di quanto restare fermi senza interpretare le cose ci renda schiavi? Come si fa a restare nella mediocrità della tanto decantata semplicità quando di fronte hai un mondo che è la più grossa costruzione logico-matematica   che tu possa concretizzare? Non che porsi delle domande ti renda migliore, alla fine la mediocrità sorge ugualmente di fronte ai limiti della tua comprensione o all'infinità delle tue ambizioni. Tuttavia, conscio che dopo non c'è nessun paradiso ad attenderti, cerchi di migliorarti e migliorare il mondo. La vera felicità sta nell'esser sicuri di aver fatto qualcosa. I sorrisi, i dolci ricordi non sono nulla. E' la convinzione di esser stati fedeli a sé stessi che permette di morire in pace. E io, se per amore della tranquillità seguissi i tuoi consigli, tradirei me stesso.

Febbraio

La forza degli ideali è superiore a ogni cosa. Ho visto nobili uomini aprire le porte dei propri palazzi e rifornire gli operai di armi e viveri. Ho visto i contadini della steppa trascinarsi lentamente dal confine con i loro muli, portavano viveri e medicamenti dai loro campi. Morivano di fame ma erano felici di farlo per la rivoluzione. E ho visto la folla diventare rossa della nostra bandiera e del sangue reale, ho udito le urla delle nobildonne spogliate e stuprate. Ho sentito la puzza dei crani spappolati e l'odore dei profumi mischiarsi al marciume del sangue in volto a bambini di 10 anni, le mascelle schiacciate dai tacchi. E il pianto di vecchi signori, padroni del mondo che imploravano pietà ai loro servi. E la pietà che fu sempre negata loro ora è stata negata al signore. Quanto ci è costata la libertà non lo sappiamo. La convinzione della giustizia mi rende sicuro che ogni prezzo non sarà mai troppo alto. E finché a morire sono i malvagi, finché la fine dei buoni è un sacrificio volontario allora continuerò a lottare. Stiamo costruendo il futuro, stiamo costruendo l'utopia.

Ottobre

Chi ci riforniva delle armi, chi diceva di essere con noi era meschino e falso. L'esperienza può far molto più dello studio. Nelle battaglie e nella rivoluzione è fondamentale. Comprendere chi sia davvero con te e chi invece stia cavalcando l'onda per il proprio tornaconto è necessario. Se si vuole continuare a credere in qualcosa, se si vuole che ciò per cui si è lottato e per cui ci si è spesi viva davvero e non resti illusione bisogna coltivare il sospetto e prender come prove gli indizi. La fiducia ci ha portati al regresso, i borghesi hanno preso il posto dell'aristocrazia e nulla pare essere cambiato. Chi moriva di fame continua a farlo, chi muore al fronte è ancora a soffrire per la guerra di chi è stato scacciato. Finché resteranno uomini come noi e l'ordine resterà debole la lotta non potrà terminare. Tuttavia queste condizioni risultano essere molto rare. Questa è l'ultima opportunità che ci è concessa per cambiare le cose. La giustizia è con noi, il popolo è con noi. La città  è bianca e silenziosa, mentre mi preparo a vederla di nuovo tingersi di rosso durante un concerto di schioppi e morte.

Agosto

Ho sbagliato tutto. Ho perseguitato innocenti fondandomi sul sospetto e nella foga della cieca violenza ho lasciato che crescessero e prosperassero intorno a me le iene. Il mio sogno non è mai nato e ogni riflessione che ho fatto è stata vana, buttata al vento di fronte alla natura umana. Ogni sistema filosofico è destinato a cadere di fronte all'animale che è l'uomo, lo leggevo tra le righe di uno scrittore Italiano che mi consigliò Rivera pochi mesi or sono. Nel caldo di questa terra di sabbia che non è mia, dove le idee che difendevo sono solo uno specchio per le allodole mi accorgo di quanto sia stato stupido a pensare di poter sovvertire le classi e sradicare l'oppressione, io credevo d

7 settembre 2010

Il cielo non esiste

Tramonti rossi colorivano file infinite di palazzi tutti uguali. Un quartiere popolare come tanti altri, di quelli dove il cielo può essere osservato in tutte le sue sfumature, ma privato della forza di un sole che nasce, della consolazione del sole che muore. I raggi rossi del tramonto colorivano mura vuote, dietro il quale esistevano persone. Dell’universo si intravedeva solo l’esistenza, il tutto pareva seppellito dall’insanabile pazzia di un malato. Non c’era spazio alla bellezza in quel luogo, tutto sorgeva per interesse, e tutto l’interesse che gravava sul cemento e dilagava nel nero del catrame ingoiava la bellezza che, forse, un tempo, aveva in qualche modo abitato quel luogo. Di certo, ora, l’unica cosa che avrebbe voluto vedere era il rosso del sole, e ingorde strutture coprivano la stella.

Il sole che tramonta, ricordava, doveva essere la cosa più bella che si potesse vedere, come un bambino idealizzava ciò a cui non poteva assistere e dimenticava l’essenza reale di quella visione a cui tanto ambiva. Dimenticava che il tramonto è solo la fine di una percezione, l’inizio di una nuova più chiara visione.
Ma neanche di quella lucida visione dell’universo che è la notte egli poteva prender coscienza, tanto le luci elettriche che intermittenti iniziavano ad accendersi ravvivavano i colori sulla sua testa, lontani dal nero del vuoto cosmico, dall’azzurro degli astri lontani.

Gli uomini stentano a comprendere cosa sia davvero importante perché hanno smesso di guardare il cielo. Un ammasso informe di luce grava sulla loro testa, senza che esso abbia altro valore, oltre che regolare il ciclo delle attività di cui riempiono le vite. Si dedicano ai propri interessi come fosse in loro il senso di tutto ciò che esiste, senza rendersi conto della ridicola dimensione, e del ridicolo tempo, che occupano in tutta la realtà che s’estende oltre il tetto che inconsapevolmente hanno fatto del cielo. E nella stupidità di credersi re della piccola zolla di terra che calpestano tentano invano di aumentare ancora di più la loro ricchezza per soddisfare bisogni assurdi che non hanno, di masticare e sputare ogni pecora innocente posta sulla loro stessa via, di consumare ogni singolo dono che il caso gli porga, di surclassare gli altri stupidi maiali che frequentano, cercando di vivere in eterno nel ricordo, pensando che possa sopperire alla loro cronica insoddisfazione, senza rendersi conto del fatto che il cielo che hanno in testa neanche esiste, che la loro fama è vana quanto il soffio di un matto sul granaio in fiamme, breve quanto il tempo che impiegano a chiedersi se sono felici.

Non sapeva ancora cosa fosse, o non fosse, il cielo, ma in quel momento amava il tramonto. Lo amava perché gli ricordava lei, quando gli chiese di non pensare tanto a cosa sarebbe accaduto, di cosa avrebbe fatto, quanto di quello che avrebbe desiderato, di quello che c’era di bello da vivere ora, come il sole che cade, per non finire come il sole che cade anzitempo. Amava il tramonto perché in esso vedeva lei, le sue parole, e sentiva nel cuore il desiderio di vederla, anche solo per parlarle ancora, anche solo per vederla sorridere. Capiva che l’unica cosa per cui valeva fermarsi fosse ciò che è bello, ciò che si ama, che si è troppo piccoli nell’infinito che ci circonda per poter solo immaginare di dover dimostrare qualcosa ai cani di questa fattoria.

Discografia essenziale.