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13 novembre 2011

1989

Diceva qualcuno, su un sito in cui passavo letteralmente le giornate, piuttosto che leggere testi del cazzo che mi portassero al 100 per gli esami di Stato: “Noi dell’89 siamo stati il limbo di una generazione: a metà fra il muro di Berlino e MySpace”.

Ne avremo di cose da raccontare, noi dell’89: cose come il Ciao e Piccoli Brividi, ma anche l’Euro e Facebook. Non per togliere nulla a chi venne prima (e, in misura minore, dopo) di noi. Abbiamo avuto una consapevolezza particolare già dopo aver varcato le soglie del nostro primo giorno di scuola, alle elementari, dal VII governo Andreotti a Tangentopoli. Abbiamo visto Hammamet varcata da ladri che non ridaranno i soldi ai nostri genitori per i prossimi cento anni; vaghi ricordi di due torri che tagliavano il cielo di una splendida, malinconica New York; l’incisione sempiterna di un Tardelli che urlava al mondo e di un Grosso in lacrime dopo un gol. Come Woody Allen. Abbiamo visto nani salire al potere e ricadere per delle zoccolette minorenni (le stesse che ci faremmo durante quelle notti da sbronzi); il lento declino della RAI, che da Pirandello e l’Almanacco passava a tette e culi dati aggratisse come neanche i trans dietro le nuove poste di Cosenza sanno fare.

Non è un post malinconico. Statene certi. Ho cambiato radicalmente la mia visione del mondo, in questi anni, per constatare che nulla cambia in brevi intervalli di tempo (sentite qua, “intervalli di tempo”: come se si parlasse di un esercizio del cazzo dato dal vostro docente di Fisica 1 per lo scritto di febbraio). Mi son reso conto che l’unico punto focalizzante sugli eventi che ci sovrastano è il tempo. Quello che sconquassa la memoria, che divora tutto; come un Crono che per paura di perdere il potere divora i figli. Quello che costruisce statue di bronzo che dureranno in secola seculorum, quelle che tutt’ora nutrono le nostre menti di fervidi viaggiatori nella cronologia altrui. Tanto da farci dire, magari scherzando, ma anche con una certa nota di tristezza: “Eh, se fossi nato prima…”

Noi dell’89 siamo nati quando Mario e Zelda erano già superstar, mentre alle porte del futuro nascevano Battlefield e Fallout. Abbiamo goduto delle opere di Pinter e Osborne, quando già questi erano Nobel o morti da chissà quanto tempo. Prima o poi qualcuno di noi avrà detto “Il Nobel della Letteratura non ha senso da quando Borges è morto”, senza renderci conto che in realtà Borges era già al di là dell’Aleph. Abbiamo criticato Mussolini, Cossiga, Andreotti e Berlusconi sempre dopo le loro disfatte ai danni dei nostri genitori, nonni e bisnonni. Abbiamo visto le impronte sulla Luna a 300.000 chilometri di distanza, e vent’anni luce dopo. Abbiamo anche avuto il coraggio di dire che “I Pink Floyd sono una cazzo di band brit-pop di merda”, quando i Radiohead pubblicavano Kid A e Amnesiac.

Eravamo già vecchi, quando la DDR contava ancora un agente dei Servizi Segreti per abitante; quando l’Islam era una delle tre religioni rivelate e non il nemico con gli ordigni nucleari, tanto cattivo da poterlo utilizzare sugli eroici, protestanti, americani. Eravamo già vecchi quando Gorbachov diede il via al lento progredire del sogno americano; quando Giovanni Paolo II fu graziato dalla Madonna di Lourdes per poter continuare il suo silenzio nei confronti di preti pedofili e campi di concentramento croati. Eravamo vecchi, quando la polvere di due torri e di un edificio pentagonale entrarono nei nostri polmoni, giusto il tempo di farci urlare “Ma che cazzo…?”, per poi ricordarci che la storia non era ancora finita. Siamo già vecchi, ora che il mondo sembra andare a rotoli, aspettando un 21 dicembre che, come i tanti monimenti di Geova ci hanno abituato nel corso degli anni, continua a turbare la nostra tranquillità.

Tra il muro di Berlino e MySpace. Abbiamo vissuto ogni singolo attimo presente e assorbito ogni evento passato come se ci fossimo figurati di essere popolo di un tempo che non aveva mai fine. Non avendone uno nostro. Chi è il vecchio ora?

4 maggio 2011

Gli Sgarbi di Mourinho

Il Real di Mourinho è uscito, prevedibilmente, dalla Champions League. Non è uno scandalo sportivo se una squadra viene eliminata da una competizione, specialmente quando la sua avversaria gioca nettamente meglio e realizza il 75% di possesso palla in due partite. Non ci sono scandali sportivi, l'anno scorso questa cosa l'ha vinta l'Inter, insomma! Il buon senso vorrebbe che tutta la discussione si esaurisse qui, magari illudendoci, in uno slancio di stoltezza, che l'allenatore perdente riconoscessi i meriti di quello vincente.

Ma qui c'è Mourinho, lo Sgarbi del pallone. Li trovo spaventosamente simili: sono entrambi personaggi costruiti a tavolino, intelligenti e competenti, possibilmente bellocci, che cambiano partito in continuazione professandosi ogni volta naturalmente predisposti verso quello in cui militano al momento, ma mantengono lo stesso sostrato di paraculaggine e la stessa stronza ostentata supponenza. Entrambi coi loro modi peggiorano il loro mondo e se ne compiacciono, osannati da una folla di pezzenti.

Infatti, un anno dopo, a S.Siro fanno ancora la pinolada quando l'arbitro assegna una rimessa laterale dubbia all'avversaria dell'Inter.

La differenza è che Mourinho non grida fino allo sfinimento, al posto suo lo fanno, come da programma, le televisioni ed i media.

Il risultato è che si costruisce un clima di guerra e tensione ed odio per ogni partita importante, questo sommato al secolare astio campanilistico, politico, sociale e sportivo fra Real e Barcellona. E, sempre come da copione, in campo non si gioca a calcio, ma ci si addentra per terreni inesplorati financo dalle arti arziali. I catalani si adeguano, col tipo che centrato da un capello si rotola per terra come se gli fosse arrivato un mattone sui coglioni. E Mourinho si lamenta del clima che lui stesso ha creato per impedire agli avversari di asfaltarlo di legnate, lui, che è così scorretto che si sparerebbe ad un piede pur di accusare gli altri.

E poi Mou difende Pepe, che è uno che io espellerei a prescindere. Perchè tu non sai cosa ha fatto, ma lui sì. Nel Real lui e Sergio Ramos mi danno proprio un'idea materazzica.

Sapete che da quando Ramos è passato al Real il tasso di criminalità a Siviglia è sceso del 27%? Ne ha uccisi più lui del cancro.

E' il giocatore più espulso della storia del Real ed ha ancora 25 anni. Le sue potenzialità sono a dir poco Monteriane. Se continua così sarà secondo solo alla grande peste del 1346. Gli avversari fanno come con Dracula, gli mostrano il crocifisso e si fanno il segno della croce quando arriva.

Abbiamo finalmente scoperto perché i Mori si son ritirati dalla Spagna: per non giocare contro Sergio Ramos. Anche la colonizzazione spagnola comunque era solo un modo per trovare qualcosa di meno violento da fare a Sergio Ramos.

Infatti il ritorno non l'ha saltato per squalifica, non può giocare fuori casa perchè è ai domiciliari al Berbabeu. Del resto è inevitabile, quando scendi in campo convinto di essere un messo del Tetro Mietitore.

Ma torniamo a Mourinho.

Quello che volevo dire, insomma, è che godo come un riccio per la sua eliminazione. Impara a far giocare a calcio le tue squadre, Mou. Intanto, puppa.

10 gennaio 2011

La preghiera dell'uomo moderno

Il principale quotidiano sportivo del paese negli ultimi giorni ha sostanzialmente lasciato la parola al presidente del consiglio, affinchè dispensasse consigli e suggerimenti su come costruire una squadra forte imbottendola di giocatori di classe, schierando quattro attaccanti e soprattutto ignorando che non tutti dispongono del suo budget. E non si parla più di gioco, ma di palazzi, di compravendite e di processi.
Tutti i giornali online oggi aprono riportando fedelmente le parole del pontefice sulla persecuzione della fede e la sua lunga dissertazione sulle leggi più o meno opportune al cristianesimo ed ai suoi seguaci.

Secondo Hegel è proprio il giornale la preghiera mattutina dell'uomo moderno. A suo dire ci consente di situarci quotidianamente nel nostro mondo storico. E se lo sport è dominato da politica di bassa lega e le vicende sociali si riassumono nelle bislacche esigenze di fede di un vecchio tedesco con la gonna ed i suoi proseliti, mi aspetto che i testi sacri parlino di calcio e bel gioco.

Che, a detta di troppi, è effettivamente una alogica, umorale e pretestuosa fede.


6 gennaio 2011

FantaCazzi

Certi giorni ti svegli e sai che sono giorni schifosi: perché ti alzi troppo presto o troppo tardi, perché hai scordato di comprare qualcosa di importante la sera prima, perché la caldaia è rotta e ti devi fare la doccia con l’acqua gelida. Quando una giornata inizia così, è evidente che è una giornata di merda, e che sarebbe meglio non fare niente di niente. Il problema è che tipicamente in una giornata così c’è il Fantacalcio.

A chi non è mai capitato di cercare su improbabili forum statistiche sulla relazione tra i goal di Quaresma e il tempo atmosferico? Chi non ha mai deciso all’ultimo minuto tra Del Piero e Totti, magari sperando in un attacco di diarrea di Vucinic? Purtroppo l’italica voglia di discutere di pallone - combinata al non avere un cazzo da fare – spinge anche i migliori a perdere tempo e denaro nell’orgoglioso tentativo di legnare gli amici con la propria competenza calcistica, costruendo supersquadre piene di campioni fuori ruolo, con attacchi stellari tipo Pato Ibra Cassano, ma con Sokratis in difesa. Perfino Inzaghi alle volte torna utile al progetto, perfino un nome del piffero come Pinilla diventa argomento di discorsi seri quando si deve decidere se affidare l’attacco a lui o a Floro Flores.

E’ così che oggi, chiaramente prima delle partite, ho deciso di schierare tre quarti della Juventus e la metà più inutile della Fiorentina, con un pizzico di scarti e aborti di altre squadre minori, tra cui l’Inter. Per la verità le avvisaglie si erano già avute un paio di giorni fa, a causa di uno dei miei acquisti più furbi, almeno secondo il mio parere. Ma quanto è fico Mutu sottocosto? Adesso, col senno di poi, posso dire che è fico come un tumore al rene, o se siete troppo impressionabili, come una mano nel culo fino al gomito. Non vorrei sembrare troppo incazzato per la quasi totale impossibilità di schierarlo a causa delle sue continue puttanate, ma credo che in questo momento il mio sogno sia che venga ceduto a qualche squadra africana affinché lo svenda a sua volta a degli schiavisti in Zimbabwe, al grido di “gombra gombra, uomo biango fa bei bombini!”.

Ma non vorrei porre troppo accento sul prepartita, perché è oggi a pranzo che mi sono incazzato sul serio. Andiamo, lo sapete tutti, col Fanta ci si incazza tantissimo. Alzi la mano chi ha fatto, come me, un acquisto ancora più sottocosto di Mutu, ovvero quello della stella di oggi, del capocomico, del Pippo Franco di questo 6 gennaio, del vero e proprio fenomeno di questa giornata di campionato. Come gli scemi come me avranno capito, sto parlando di Felipe Melo. Ci sentivamo furbi fino ad oggi. Ci siamo detti, in settembre, che avrebbe fatto un’annata stratosferica, e che valeva la pena di spendere quel poco che ci avrebbero chiesto. E fino a ieri ci era perfino sembrato di aver ragione: un campione ritrovato, ci sembrava. Meno male che oggi lo abbiamo ritrovato sul serio, sennò stavamo in pensiero. Me lo (melo?) vedo, quello che deve aver pensato. “Un calcio in bocca a questo pirla è quello che ci vuole per iniziare bene la giornata, specialmente dopo una colazione con vodka e abbracci”. E dopo una bella tacchettata sulla gengiva sinistra, finalmente un po’ di soddisfazione. “Va là come brucia eh? Sputi sangue come fosse acqua! E non te l’ho nemmeno data forte come Dio comanda, infedele!” Il tutto sorridendo con aria sorniona.

http://antoniovergara.files.wordpress.com/2009/12/bidone2009_felipe_melo21.jpg?w=407&h=307

Cosa può rovinare il pranzo a un appassionato di pallone, tifoso della Juve, con metà della Vecchia Signora schierato nel Fantacalcio? C’è qualcosa di peggio di Melo che si fa espellere per un atto di crudeltà immotivata, e probabilmente medita anche di mangiare il cartellino come segno di disappunto? Ebbene, c’è di peggio. C’è Quagliarella infortunato, per esempio, sostituibile comodamente da Bojinov, Iaquinta o Mutu, rispettivamente morto, morente e internato. C’è il tuo portiere di fiducia, Storari, che incassa gol come se fossero caramelle. C’è un gol annullato a Chiellini, se proprio vogliamo dirla tutta.

Risultato della domenica? Per quello bisogna aspettare domani, ma un paio di conti si possono già fare. Ovviamente il mio avversario, per aggiungere al danno la beffa suprema, non solo ha Giovinco, ma ha avuto le palle di pagare 1 milione perfino Palladino. A questo punto giunti - ad una prima analisi - sembrerebbe sia il momento di bestemmiare. E invece mi sono trattenuto fino al conto dei punti animato da una flebile speranza: secondo i miei calcoli oggi ho vinto! Certo, a patto che Sanchez riceva 33 come voto secco e che a Marchisio diano 8 alla memoria. Fino a domani posso incrociare le dita, no?

17 settembre 2010

Diventare l'Inter

Se dopo un pareggio in casa con tre gol subiti da una squadra polacca l'allenatore della Juventus non trova di meglio da dire che "abbiamo fatto il massimo" bisogna ammettere che la trasformazione ormai è completa. Siamo diventati l'Inter.

Il mercato e la competenza

Il primo punto di convergenza non può che essere questo: le astuzie estive dell'Inter anni '90 hanno fatto la storia del calcio. Una squadra rinnovata ogni 2 anni con brocchi selezionati accuratamente dai peggiori campionati del globo, allenatori improvvisati degni dei migliori circhi ed una dirigenza che conferma tutti i peggiori sospetti della fisiognomica.



(l'espressione compiaciuta di Massimo Moratti alla notizia dell'acquisto di Vampeta)

L'Inter è la squadra che ha ceduto Pirlo, Seedorf e Cannavaro per Domoraud, un buon muratore, Helveg, un ottimo barzellettiere nello spogliatoio, e Carini, modello di Dolce&Gabbana, la stessa squadra che ha puntato per dieci anni su Recoba per vederne in tutto 3 o 4 partite giocate decentemente (nelle altre indossava il pigiama).

Adesso tocca a noi. Immagino già le discussioni in sede per la campagna acquisti:
-Hai visto quel giovane? Mi sembra promettente..
-Rinaudo? Non so, io preferirei Pepe, si vede che è un giovane di talento.
-Purtroppo entrambi sono troppo costosi.
-Vendiamo Diego allora, mi da fastidio questa sua fissazione di voler fare passaggi precisi.
-Davvero! Ma chi si crede di essere? Nemmeno avessimo bisogno di una soubrette.

Così siamo riusciti ad indebolirci risultando contemporaneamente la squadra che ha speso di più sul mercato. Questo mentre al Milan si facevano regalare Ibrahimovic, però di questo non parlo, ho deciso che lascio perdere la politica.

Le ambizioni

Prima dell'inizio del campionato la squadra può vincere tutto, non ci sono limiti, puntiamo allo scudetto, alla Champions, ah, non giochiamo la Champions? Vogliamo vincerla ugualmente, i nuovi sono bravi, i nuovi si sono già integrati, la squadra gira, vedrete, torneremo al successo.
Abbandonate le amichevoli estive contro il Mezzocorona, inizia il campionato e già alla prima giornata veniamo legnati senza discussione. La squadra è giovane, dateci tempo per amalgamarci, uno stop può capitare a tutti, i muscoli sono freddi, era venerdì 17.
Alla seconda giornata si perde ancora e ad Agosto ti trovi già a -5 dal Chievo. Non puntiamo allo scudetto, ci sono squadre più forti, siamo un buon gruppo, dobbiamo lavorare, è un brutto periodo e ci gira tutto male, Del Piero ha il ciclo.
Arriveremo a metà campionato che l'obiettivo, accolto con gioia, sarà non retrocedere. E quando il prossimo anno affronteremo il Pizzighettone ed il Grosseto saremo ancora felici ed ottimisti. Ci divertiamo a giocare, siamo simpatici, Lanzafame prepara degli ottimi panini con la porchetta e Del Neri è il migliore imitatore di Hitler che imita Charlot. Sarà un grande anno, daremo spettacolo ovunque.

Lo zimbello

Esatto daremo spettacolo ovunque. Una sorte di tournée di cabarettisti, per la precisione. Tutte le squadre adesso sanno che possono esaltarsi contro di noi, e ci segnano davvero tutti: attaccanti rinati, difensori occasionali, guardalinee intraprendenti. La difesa è un colabrodo e giocare contro la Juve è diventato ormai sinonimo di divertimento garantito.
Persino fra tifosi gli sfottò del lunedì vanno scemando, perchè è stancante prendere in giro sempre gli stessi, che già ci pensano da soli a farsi ridere dietro da tutta Italia, con quelle loro magliette nerazzur.. ops, bianconere!

30 giugno 2010

C'è più gusto ad essere italiani

Il vero dramma dell'eliminazione italiana dalla coppa del mondo non è tanto l'insoddisfazione per una mancata vittoria quanto l'odiosa presunzione degli allenatori che spuntano come funghi a fornire la loro, non richiesta, opinione.

Capisco i commentatori sportivi, che del resto han scelto di recitare per mestiere il ruolo di divoratori di carcasse, ma ci sono 60 milioni di persone che invece ripetono meccanicamente copioni che non capiscono.

Voglio dire, il bersaglio preferito del post-eliminazione, soprattutto nei mondiali, è il commissario tecnico. E fin qui posso anche essere d'accordo, anche se personalmente l'errore più vistoso che mi sento di imputare a Lippi è la mancata stretta di mano all'allenatore avversario dopo l'eliminazione (cui peraltro, a mio parere, dovremmo essere grati per averci evitato di guardare orripilati per 90' Robben irridere Criscito e Cannavano).

Senz'altro Lippi avrebbe potuto fare meglio convocando (l'avrei fatto, intendiamoci) quello che è tanto intelligente da far sfigurare Renzo Bossi, non gioca nella sua squadra ed oltre metà degli italiani non considera connazionale se non nel momento in cui le sue gambe negre potrebbero mettersi al servizio della nostra patria. Nulla di nuovo. O magari avvalendosi dei lampi di genio di Mr.-non-ho-MAI-fatto-un-gol-decisivo-nella-mia-carriera-ma-posso-conquistarti-con-la-mia-efferata-acne (questo non l'avrei fatto). Avrebbe potuto far giocare diversamente e meglio.

Il fatto è che criticare le scelte di un allenatore che ha vinto la coppa dei campioni con la Juve di Torricelli e Padovano ed ha già alzato la coppa del mondo mi sembra quantomeno una sparata fuori misura, dal momento che abbiamo perso contro Paraguay, Slovacchia e Nuova Zelanda; che non sono proprio come il Brasile, che vince le partite giocando 10 minuti su novanta nei quali 6 giocatori scambiano la palla tanto da andarla a parcheggiare nella porta avversaria e gli altri 5 ballano la samba.

Se una squadra nettamente più forte perde tre volte contro compagini più deboli, il problema non sta nella formazione e nelle convocazioni. State parlando del sesso degli angeli. E' tutto psicologico, ambientale. E soprattutto sociale.

Avevo già detto che le nazionali sono lo specchio del paese che rappresentano. E la nostra Italia, storicamente dal potenziale altissimo in molti campi, gioca oggi più che mai con la palla al piede del menefreghismo dei suoi cittadini, che millantano un orgoglio nazionale da manifestare ogni 4 anni per i Mondiali, ma mai ogni 5 per le elezioni. Siamo noi i vecchi, i conservatori, quelli senza speranze. Ridotti a brandelli da istituzioni scelte da noi che cancellano il futuro e scoraggiano i giovani. Che rifiutano quel 10% di italiani non d'origine, quasi tutti ragazzi.

Così, mentre il nostro giocatore più forte marcisce in panchina e potrebbe finire per trasferirsi all'estero in squadre che magari non vincono nulla, ma sicuramente eccellono in ciò che nessun club o nazionale italiano riesce a fare, cioè giocare a pallone senza far venire il latte alle ginocchia, i vecchi leader, quelli che giocano e quelli che comandano, stanchi, appagati e con le poltrone intonse, mangiano e prosperano fin quando tirano, in senso sportivo, le cuoia. E sono talmente demotivati che si contentano di perdere anche la faccia invece di aggredire le occasioni con fame di vita e di vittoria.

25 giugno 2010

Grandfather's Cup!

Questo post potrebbe farmi apparire un po' come la volpe della famosa storiella dell'uva, bistrattata e snobbata solo quando ormai irraggiungibile. Correrò questo rischio, assicurandovi che quanto sto per dire era in realtà pronto da giorni; ammetto che non mi aspettavo che l'Italia riuscisse a farsi cacciare con tanta fermezza dal mondiale e me ne dispiaccio, perchè dovrò rinunciare ai pop-corn e le birre con i miei colleghi. Non solo non ero emotivamente coinvolto in modo particolare per questi mondiali, ma avendo l'Italia dall'epica vittoria a Berlino preso scoppole non solo dalle quotate Brasile, Olanda, Spagna e Francia, ma anche dalle assai meno invincibili armate Croazia, Ungheria e Messico e financo Egitto e Slovacchia, ecco, diciamo che mi aspettavo che non avremmo tinto nuovamente d'azzurro il cielo sudafricano.

Quello che voglio dire, non per difendere un senso nazionale che del resto non ho e di cui non mi importa nulla, anche perchè, ribadisco, l'Olanda ci avrebbe surclassato schierando giocatori bendati e con le mani legate dietro la schiena, è che in questa World Cup mi sembra che il livello e la cornice siano piuttosto scadenti.

A giudicare dall'allegro clima di chiassosa incompetenza che aleggia sugli spalti e soprattutto nei campi (perchè d'accordo, noi saremo anche scarsi, ma in giro non ho visto champagne) sembra una manifestazione sfiziosa come il lancio del palloncino nelle spiagge a ferragosto o la corsa dei sacchi durante le feste di compleanno, prima dei 12 anni perchè sono tutti piccoli e dopo i 20 perchè son tutti ubriachi.

D'altro canto, innegabile resta il dato di fatto che manca lo spettacolo: ci sono molti meno gol, effetto che imputo a due cause, fregandomene degli aspetti tecnici legati al pallone. La prima, banalmente, la mancanza di incentivi. Mancano Russia, Ucraina, Polonia, Svezia, Norvegia e Austria e questo chiaramente raffredda notevolmente gli spalti che in manifestazioni precedenti si riempivano di vistose bionde in abiti succinti. Non è lo stesso esultare davanti a centinaia di spogliarelliste piuttosto che con una folla folta di grossi sudafricani pelosi.

L'altra causa, ingiustamente sottovalutata, è riconducibile a quei diabolici strumenti noti come Vuvuzelas. Immaginate di giocare in un enorme alveare con decine di migliaia di trombette che suonano per 2 ore la stessa nota in modo reiterato e sfiancante. Adesso immaginate di fare un gol e di dover subito dopo resistere all'onda d'urto prodotta dal vibrare armonico di tutte le vuvuzelas dello stadio.


Capite bene che qualunque calciatore si inibisce di fronte a questa prospettiva. E per non correre il rischio di far gol le squadre addormentano il gioco e si danno a trame prive di spunti.
Fateci caso: le uniche squadre che han segnato molto sono un paio di sudamericane ed il Portogallo, nazioni storicamente chiassose ed abituate al casino come la Germania ai panzer. E difatti l'impegno comune è stato indirizzato nell'eliminare le squadre africane per dimezzare il numero di queste odiose trombette.

La verità è che disputare un mondiale di calcio in Africa, e non me ne vogliano i sostenitori del global-sport, ha senso come organizzare il festival della pizza margherita a Stoccolma. Ed il risultato è che, oltre a suonare un inno all'incompetenza, vedere le partite mi sta causando emicrania a forte sfondo razziale.
Ogni volta che inquadrano gli spalti pieni di neri che suonano allegri le vuvuzelas incuranti del risultato, i miei pensieri somigliano terribilmente a quelli di un leghista della val Brembana.

Ma non gliele infilerei in altri orifizi, come molti suggeriscono, se non altro per evitare che possano suonare con rinnovato vigore: personalmente, le avrei usate per picchiare i proprietari sulla testa ad ogni passaggio in campo, in una sorta di torello coi bernoccoli. Proprio come al mare, coi gavettoni di metà agosto, se non sei abbastanza bagnato ci pensa il fato ad inseguirti con un grosso bastone. Nodoso, ma silenzioso.


15 giugno 2010

Scusate, c'è un carpentiere?

[post scritto l'11 Giugno 2009, dopo Italia-Nuova Zelanda 4-3]

Credo che non ci sia nulla di tanto rappresentativo per una nazione come la sua squadra di calcio, questo partendo dall'ovvio presupposto che si faccia un'analisi superficiale e fondata su leggende metropolitane e luoghi comuni. Basti pensare al Brasile, mix di divertimento e samba, alla Germania, dura e compatta e mai arrendevole, alla Francia, snob ma multietnica, all'Inghilterra, saccente (le seghe, avete inventato voi) e dotata più che incisiva. E noi? La nostra nazionale è estrosa, ma difensivista, arruffona e simpatica, svogliata sin quando non viene il momento di fare sul serio. E' un pò come l'italiota che va in vacanza all'estero e fa il caciarone e riesce a stare sulle balle ad ogni popolazione del pianeta, salvo contemporaneamente fottersi poi le loro donne millantando un inglese che non conosce.

Solo l'Italia poteva vincere un mondiale pieno di squadre fortissime e blasonate (1982) ed un altro con mezza rosa in serie B per calciopoli, o arrivare in finale con gente come Del Vecchio e Minotti. La stessa Italia che ha gettato alle ortiche il mondiale in casa o quello del '78, quando oggettivamente c'era poca trippa per gatti.
Ma d'accordo, gli esiti delle grandi manifestazioni sono spesso dettati dal caso, dalla fortuna, da un rigore di troppo, da una doppietta di un difensore che ha fatto 3 gol in carriera, compresi quei 2 in semifinale (ed il terzo peraltro al Milan in contropiede: è più probabile che Messi faccia un gol di testa in finale di Champions o che Gattuso apra una scuola di danza), da un rimbalzo dopo la traversa lontano mezzo metro dalla linea di porta che diventa gol per il fattore campo ed il fuso orario o faccende simili.

Però certe altre cose non hanno scusanti: ora io capisco che l'Italia di ieri sera abbia giocato con dei diciottenni scocciati perchè non possono aprire le discoteche della Versilia dopo un anno di lavoro e che la partita era utile più o meno quanto le primarie del Pdl. Capisco anche l'emicrania da altitudine, perchè chiaramente i nostri avversari che vengono da un arcipelago popolato da kiwi a 12 ore di fuso orario sono avvezzi a qualsiasi condizione climatica ed hanno il Key-Way incorporato. E posso anche capire uno svarione difensivo, un pallone che viene indirizzato in porta da un'aquila di passaggio, uno scivolone o un avversario che ti distrae indicando le tribune e strillando "Toh, Jessica Alba nuda" (si, in italiano). Ma cazzo, prendere tre pere dalla Nuova Zelanda è veramente ridicolo: peraltro dal capocannoniere del campionato di Tonga e da un altro che gioca in una squadra australiana che è stata fondata sei mesi fa e che annovera fra i suoi giocatori un portiere che si chiama Distratten ed il numero 10 Culina, vecchia baldracca del calcio europeo, noto per essere l'unico giocatore al mondo meno incisivo di Morfeo.
Potrei anche giustificare questa bella prestazione, se fosse un evento sporadico, ma il fatto è che la nostra nazionale reagisce sempre così: contro una squadra con dodici palloni d'oro che segna 5 gol a partita e non perde da quando Claudia Kohl non era ancora vergine (cit. riv.) gioca alla morte, non concede un tiro in porta e vince di culo in contropiede, ma senza demeritare. Invece quando si trova davanti una squadra di gente così scarsa che non l'avrebbe comprata neppure il Moratti dei tempi di Vampeta, Sorondo e Gamarra, colleziona inevitabili cattive figure: è storia recente la vittoria contro Cipro al 92° con Buffon migliore in campo, e non dobbiamo andare troppo indietro nel tempo per trovare il gol di Ahn, acquistato da Gaucci che lo scambiò per un purosangue e poi lo tenne a Perugia per far piacere ai nipotini che tanto ridevano delle sue imitazioni dei cartoni giapponesi: che giocasse a pallone, era sconosciuto ai più. L'altra Corea, quella del '66 che ha fatto storia, ci trafisse con un dentista che faceva il professore di ginnastica.
Ma certamente la figura di merda più plateale ce l'ha regalata Jacobsen, un giovane carpentiere faroese che è riuscito a segnare due reti all'Italia in altrettante partite, vergognosamente entrambe vinte dall'Italia, nonostante almeno una delle due sia stata chiusa con più di qualche brivido. Ecco, subire gol in maniera reiterata da una nazione che è 1250 volte più piccola di noi, nella quale non esiste il concetto di calcio e per la quale giocano solo magazzinieri, cacciatori di cetacei e spaccalegna non è un'impresa facile. Peraltro ho motivo di ritenere che i giocatori della nazionale nemmeno sapessero in che spicchio di mondo si trovavano al momento della partita. Gran parte neppure sospettava l'esistenza di una nazione con quel nome:
Totti: - Con chi giochiamo stasera?
Lippi: -FarOer, Totti.
Totti: - Io je faròer cucchiaio, invece.

Che poi, pensandoci bene, quanti carpentieri ci possono mai essere alle Far Oer? Immagino scene di panico fra gli ingegneri che tiravan su l'unico palazzo da costruire nelle isole:
-Dove diavolo s'è cacciato Jacobsen?
-C'è l'Italia oggi, capo.
-Disdetta.. cercatemi un altro carpentiere. Se non ne trovate va bene un baleniere. O anche una mezz'ala.

4 giugno 2010

Abbandoni indolenti

*nonostante il titolo, non si tratta di una ficton di Rete4

"Se avessi voluto un lavoro facile sarei rimasto al Porto, con una bella poltrona blu, la Coppa dei Campioni, Dio e dopo di lui io".


Da piccolo amavo sollazzarmi a pensare come avrebbero risposto allenatori e giocatori alle domande scomode che gli venivano poste poco prima dei bigmatch: restavo deluso, rispondevano non rispondendo.
1) Giornalista: che partita si aspetta?
All: l’Inter è un avversario difficile, sarà dura ma penso potremo farcela. Li rispettiamo ma non temiamo nessuno.2) Giornalista: con quante punte giocherà?
All: l’Inter è un avversario difficile, sarà dura ma penso potremo farcela. Li rispettiamo ma non temiamo nessuno
3) Giornalista: senza 5 vostri titolari, il bomber, il massaggiatore e l’addetto stampa avete quale possibilità di vincere?
All: l’Inter è un avversario difficile, sarà dura ma penso potremo farcela. Li rispettiamo ma non temiamo nessuno
4) Giornalista: pare che Snejider e Cambiasso vadano dallo stesso tricologo, quanto inciderà sul match?All: l’Inter è un avversario difficile, sarà dura ma penso potremo farcela. Li rispettiamo ma non temiamo nessuno
5) Giornalista: ha visto l’ultimo film di woody allen?
All: l’Inter è un avversario difficile, sarà dura ma penso potremo farcela. Li rispettiamo ma non temiamo nessuno.
Poi arrivò lui, Mourinho. Una vera rivoluzione nel mondo del pallone, perchè Mourinho è come una bella gnocca in un locale per gay che ti si avvicina ammiccando: non sai mai se ti sta prendendo per il culo. Ma lasciando stare questo (i gay, non la gnocca né Mourinho) bisogna riconoscergli grandissimi meriti.

1) ha creato lo sfottò “zeru tituli” un tormentone che farà storia, un po’ come “ET, telefono casa” negli anni 90 o Mastrota che ti incita: "Alza la cornetta, Mondialcasa ti aspetta!”.
2) ha dimostrato che anni e anni passati a giocare a Scudetto o Football Manager potrebbero essere una risorsa utile per il futuro, sempre se dovesse fallire l’ambizione di diventare il padrone assoluto del mondo. Amo mou perchè è proprio come me, abbiamo la stessa preparazione calcistica da videogame. Se perdo o pareggio clicco su cambia tattica ed inserisco tutte le punte che ho in panca; se vinco invece imposto tieni possesso palla, e/o rallenta l’azione, e metto 2-3 difensori o centrocampisti incontristi negli ultimi 30-25 min.
3) ha gettato una pietra miliare del cabaret post-moderno adducendo il suo gesto della manette come una manifestazione non di protesta, ma di incitamento (alla protesta). Solo che forse si è dimenticato di dire la parte tra parentesi.
4) ha fatto vincere tutto all’Inter, non il Real o Barca o il Manchester..l’I-N-T-E-R, lo zimbello di tutta Italia da quando il calcio si chiama calcio, lo sbarco in Normandia ha avuto successo, è finita la guerra fredda, o semplicemente sono nato io.
5) ha dato prova che la fortuna non è importante nel calcio, è decisamente tutto.
Mourinho è un po’ come la mia ex (leggere “media donna comune”). Affascinante, seducente, pelosa al punto giusto.. ditelo che ci eravate cascati eh..
Davvero, è molto simile a lei, ma non fisicamente per quel che ormai ricordi. Cinico e intelligente come pochi, riesce a farsi dare ragione anche se palesemente in torto e ad evitare che qualcuno gli faccia notare le cazzate che va dicendo. E soprattutto, una volta ottenuto il massimo dai suoi ragazzi, li abbandona per cercare nuovi stimoli e portandosi dietro ciò che ritiene più utile alla causa. Ma il loro forte è decisamente la tempistica, roba da Guinness. Mou in lacrime per la vittoria e triste perchè sa che lascerà l’inter (scelta decisa non da lui , immagino, piange proprio per questo. Sarebbe stato assassinato altrimenti. Da chi? da ET, offeso per il suo tormentone scalzato?), tanto triste che la sera stessa resta a Madrid per brindare con Florentino Perez ed il giorno dopo, approfittando della ormai assodata e di lunghezza indefinita ebbrezza di Moratti, annuncia in mondovisione “Inter resterai per sempre l’unica nel mio cuore. Restiamo in buoni rapporti, se non mi metti i bastoni fra le ruote”. Lei, invece, in lacrime per quanto mi ama e triste perchè sa che mi lascerà (scelta a cui è stata costretta da mastro Geppetto), tanto triste che in 48 ore ne trova un altro e qualche giorno dopo mi confida candidamente: “Sei speciale, forse ho sbagliato tutto. Però sto bene adesso.”
Unica consolazione, almeno nel calcio non sono interista.
Anche se io non mi sono divertito per un anno intero, prima di essere abbandonato.

26 maggio 2010

Dieci motivi per cui compiacersi della vittoria dell'Inter

Lo confesso, sabato sera ho sofferto molto nel vedere Zanetti alzare la coppa; ma non per invidia, come già detto, ormai la mia unica ragione di seguire il calcio era crogiolarmi nella convinzione che la Champion's non fosse alla portata dell'Inter. E poco importa che l'abbia vinta esprimendo un calcio a tratti ridicolo, mettendo 9 uomini peraltro bravissimi a difendere davanti al portiere e lasciando Milito a giocare da solo quel 10% di possesso palla a partita che si sono concessi. E nemmeno importa che l'Inter sia stata fortunata praticamente in ogni occasione, fra mani non viste, rigori negati e gollozzi in fuorigioco. La verità, senza ironia, è che l'Inter ha vinto meritando, con le armi che servono sempre in queste manifestazioni: compattezza, forza, convinzione e buona dose di fortuna.
Dato a Cesare quel che è di Catilina, vi spiego perchè, alla fin fine, questa vittoria non giunge poi troppo sgradita (d'accordo, mi sono molto sforzato a trovare dei motivi per cui rallegrarmi del successo dell'Inter):

-sabato sera ero con una ragazza e le piazze piene di tifosi nerazzurri ci hanno dato un'ottima scusa per non uscire di casa.

-la teoria statistica insegna che la probabilità che un evento, per quanto estremamente improbabile, si compia su un lasso di tempo t-->∞ si confonde con la certezza. Pertanto, assunto che prima o poi doveva succedere, son contento che sia capitato nel 2010, due settimane prima dell'inizio dei mondiali, in modo che a breve passi in secondo piano. Se poi per qualche assurda ragione l'Italia dovesse vincere nuovamente i mondiali, beh, state certi che dei nerazzurri si dimenticheranno tutti.

-Mourinho ha fatto quel che doveva fare e si leva dalle scatole. E' un allenatore portentoso, voglio dire, quanti sarebbero riusciti ad arrivare all'ultima giornata con lo scudetto ancora in bilico? Ma a furia di lamentarsi ogni settimana per arbitri, calendario, inclinazione delle luci degli stadi e temperature delle docce aveva reso i già pessimi giornali sportivi del tutto impossibili da leggere.

-Tutte le pessime, trite ed abusate battute sull'interista che vince alla Play station, le previsioni dei Maya e le pubblicità "Impossible is nothing" andranno riviste.

-L'Italia conserva quattro posti in Champions. Suppongo che per uno che come me si ostina a seguire le sorti di una squadretta che lotta per non retrocedere questo faccia tutta la differenza.
(a proposito di italianità, non dirò nulla sul fatto che ha vinto una squadra interamente composta da stranieri, con un allenatore straniero che ogni 2 giorni dice che il nostro paese ed il nostro calcio fanno schifo perchè queste sono chiacchere di cui non mi importa nulla; ma per lo stesso motivo, nessuno mi dica che gufare una squadra italiana è immorale)

-perchè, amici interisti, il vostro primo pensiero è andato ad Ibrahimovic. E credetemi che lo odio molto più di voi (che ci avete ricavato Eto'o e Milito, dalla sua cessione, noi Molinaro e Grygera).

-un sacco di gente che odiava Dio, il mondo e la vita, sempre dotata dell'umore proprio di chi soffre di cronica stitichezza, adesso va in giro rilassata, senza occhiaie e con un gran sorriso stampato sulla faccia, come se avesse appena prodotto la cagata della vita.

-per una sera, Moratti sembrava Boniek, il bello di notte.

-questo trionfo ci ha dato l'occasione di ascoltare altre lezioni di stile da Materazzi. Anche se forse sarebbe stata più divertente la rissa in caso di sconfitta.

-ultimo, ma non ultimo, per poter dedicare ai tedeschi questo video:

30 marzo 2010

Medea rossobianconera

Forse come tutti i blogger dovrei fare una piccola analisi del voto di oggi. Credo sia questo che il pubblico si aspetta da me: una piccola palata di merda contro il solido muro eretto dalla mediocrità del mio paese. Ma vedete, stasera, come a seguito di ogni tornata elettorale, mi auspico il ritorno della guerra fredda con corsa agli armamenti annessa e possibilmente ripetuto sgancio di ordigni nucleari sul belpaese. Una presa di posizione che mi sembra sufficientemente chiara, senza dovermi attardare a descrivere quali strumenti di tortura userei sui contadini dell'astigiano.
In realtà volevo egoisticamente parlare solo di me e della mia condizione sociale di juventino di sinistra: le due posizioni trovo siano troppo simili.
Il rossobianconero (da non confondere con un biancorossonero, cioè un milanista cattolico) incarna in questo momento storico il prototipo dello sfiduciato per eccellenza. Essere di sinistra oggi in Italia significa considerare il quadro politico con un peso sullo stomaco, come una palude dalla quale non è possibile uscire, ma nella quale è bene restare vivi trattenendo il respiro per non esalare vapori mefitici. Parimenti, lo juventino ha perso qualsiasi speranza ed ogni ambizione: è tristemente del tutto impotente nel rispolvelare la grandezza del proprio credo che oggi non ha alcun modo per esprimersi.
Il bianconero assiste stolidamente alla dirigenza che ad ogni giornata ridimensiona i propri obiettivi: prima della stagione doppietta possibile, dopo sei giornate di campionato la Coppa si può vincere, siamo una squadra compatta per la partita singola. E cambiamo il segretario, magari. Dopo le 4 pere prese in Germania c'è l'altra coppetta, quella di riserva, ma attenzione è sempre di grande prestigio. Nel dubbio, ne prendiamo altri 4 a Londra e non ci sono più coppe a cui appellarsi. Allora ci accontentiamo del secondo posto, tanto l'Inter è troppo forte. Ma in fondo fra secondo e terzo posto non cambia nulla. Volendo anche il quarto è un piazzamento di rilievo. Dopo altre 12 sconfitte beh, ragazzi, la serie A è un campionato duro, il successo è restarci il prossimo anno. Come? siete sicuri di non aver chiesto di giocare con il Crotone?
Ecco, la sinistra in Italia fa la stessa cosa. Stravince nel 2004, vince nel 2006, si sfalda, perde nel 2008, peggiora nel 2009, cambia allenatore e le prende più grosse nel 2010. E dopo tutto questo Bersani e Zaccheroni hanno il coraggio di parlare di successo. Il primo si crogiola sul 7-6 dopo aver perso regioni per 15 milioni di persone, e gli è andata bene che nel centro Italia è impossibile andar sotto, ma son sicuro che ci han provato lo stesso. In compenso, la Juve ha dimostrato ampiamente che perdere financo con Siena e Catania è un'impresa possibile, per cui suppongo che sia necessario bullarsi per una vittoria ottenuta negli ultimi minuti in casa contro l'Atalanta con un gol di Felipe Melo. Felipe Melo, sì, il giocatore che dopo aver segnato si è scusato con il pubblico per la sua scarsezza irreversibile.
E mentre la sinistra provvede, turbata dal rischio di un consenso radicato, a disperdere i propri voti con qualche ulteriore scissione, la Juve acquista Grosso e lo fa giocare titolare. Così, sparite entrambe dalle rispettive competizioni e ridotte alla cupa disperazione, iniziano a sperare nel male minore.
E così, mentre gufo il Milan all'insegna del "mal comune mezzo gaudio" e tifo apertamente per la Roma nello scontro scudetto senza poi degnare di uno sguardo le partite della mia squadra, arrivo contemporaneamente ad augurarmi che un partito che con me non ha nulla da spartire come il Pd prenda più voti della destra reazionaria che invece sembra spopolare. Ed intanto continuiamo a perdere.
Poi guardo i risultati e, nell'amarezza, mi suggerisco che me ne dovrei fregare. Ovvero limitarmi a seguire le partite finchè mi piacerà guardarle ed insieme lavorare per stare ai margini delle fiamme mentre Roma (non la squadra, stavolta) brucia, che non è poi un compito troppo difficile, in definitiva.
Addirittura arrivo ad augurarmi che la mia squadra continui a perdere inesorabilmente, in modo che poi vendano tutti i brocchi che scaldano la panchina e prendano della gente che scaldi invece i cuori dei tifosi. E spero anche che la destra faccia razzia di ogni voto, per dare all'Italia il disagio che si merita. Mi piace pensare che quegli idioti degli aquilani, dopo questo ulteriore plebiscito per Silvio, passeranno qualche altro anno al freddo in case di cartone zuppe di pioggia. Mi piace credere che i campani siano costretti a mangiare la merda che producono, invece di buttarla: a quanto pare gli piace, che ne siano riforniti. Non è più tempo di tappare le falle, è troppo tardi anche per fare l'autocritica che avrebbe significato svolta solo poco tempo fa. Voglio che le navi, ormai ridotte a zattere deformi, affondino, perdano tutto il carico ed anneghino negli abissi. E' l'unico modo perchè possano essere ricostruite ex-novo.
Sì, questa è l'idea migliore: voglio vedere morire i miei figli. Li sacrifico sull'altare della speranza.

(nella foto, Felipe Melo prega che la sinistra raggiunga il quorum)

28 febbraio 2010

Scusa ma c'hai rotto il cazzo - 3

La cosa davvero eccezionale non è invero il silenzio-stampa imposto dal presidente dopo una mancata vittoria, come se strapazzare gli avversari in ogni partita sia regola imprescindibile per la regolarità del campionato. Non è neppure che Mourinho reciti la parte per cui è pagato (e tanto, troppo: per nove milioni l'anno io sarei disposto ad allenare il Siena e farlo giocare sempre in 9), ovvero fare il pagliaccio per attirare su di sè quegli avvoltoi dei giornalisti sportivi in modo che non si accorgano di quando la sua squadra gioca male.
Il problema reale è che fin troppi tifosi dell'Inter sono intimamente convinti di essere vittime di non si sa bene quale complotto ordito non si sa bene da chi volto a danneggiare la loro squadra; tanto che nell'ultima partita hanno persino osato espellere dei giocatori nerazzurri.
Insomma, la squadra di cui si ricorda il gol convalidato in fuorigioco più netto (memorabile il commento del telecronista nerazzurro: "Ma perchè protestano? Ah, c'è tutta l'Inter in fuorigioco") della storia del campionato, stessa compagine che deve gran parte del merito del suo cammino in Europa a questo gol, che oltre ad essere particolarmente antiestetico è stato realizzato in fuorigioco con doppia papera del portiere nel recupero di una partita vinta in rimonta (mancava solo che l'arbitro segnasse di testa su angolo e corresse ad abbracciare Mourinho), dopo una partita in cui i suoi giocatori hanno picchiato, protestato, urlato, schernito, applaudito ironicamente arbitro, avversari, pubblico e gente a casa ed il suo allenatore ha dato spettacolo così:



ecco, quella squadra protesta contro le direzioni degli arbitri.
Chi sperava che il vittimismo dell'Inter si fosse dissolto con Calciopoli si è illuso invano. Quello che è davvero successo è che si è trasformata una squadra perdente nei fatti e perdente nell'anima in un'altra vincente in campo. Ma la mentalità è rimasta la stessa: quella di chi non è abituato a contare sulle proprie forze per vincere e che per ogni cosa grida al complotto. E che ancora rivive i fantasmi del passato e trascorre una settimana a lamentarsi per un rigore assegnato ad una squadra settima in classifica attribuendo ad esso poteri taumaturgici imposti dai burattinai del complotto. Come se l'unica differenza fra la Juve attuale e quella di qualche anno fa sia il venir meno degli aiuti arbitrali, senza i quali suppongo che raggiungere 4 finali di Champions in dieci anni non sarebbe stato possibile.
Vale a dire, la stessa competizione nella quale l'Inter non riesce ancora a trasferire l'arroganza conquistata in Italia a furia di gustosi pranzi serviti e cotti a puntino.

(nella foto, la migliore azione dell'Inter in Champions League negli ultimi dieci anni)

11 gennaio 2010

Addio: il mondo è a colori!

Questo è il triste racconto di una storia d'amore, nata molti anni fa in un nebbioso pomeriggio bresciano (in realtà non rimembro se fosse nebbioso, ma conferisce autenticità al ricordo, dato il clima a quelle latitudini). L'ho vista per la prima volta e subito sono rimasto ammaliato dalla grazia dei suoi movimenti, dal suo spiccare alla vista, seppur con quell'apparente discordanza di colori che indossava, ieri come oggi. Già allora sapevo che non avrei potuto desiderare nessun'altra.
Sono cresciuto con lei, cullato dai suoi successi ed anche approfittando della sua grandezza per deridere chi non fosse in grado di comprenderla e di amarla. Ho vissuto alti e bassi che solo le grandi storie d'amore sanno concedere, pianto lacrime intrise di rancore ed amarezza, gioito di perle che ci han fatto sentire invincibili. Ho sofferto nella miseria, restando sinceramente al suo fianco.
Ma adesso non la riconosco più, la mia creatura: non ha solo perso la sua bellezza, quel fascino che esercitava agli occhi del bimbo che può svanire legittimamente con gli anni per lasciare tuttavia posto a nuovi obiettivi; ha smarrito anche il suo stile e la sua eleganza. Conserva la dignità di un vecchio animale ferito, ormai agonizzante: ma, semplicemente, non mi sorprende e non mi emoziona più.
E sono lentamente giunto ad un disinteresse verso le sorti di quella Signora che ho imparato a conoscere e prevedere: non trovo più nulla di quello che aveva fatto luccicare gli occhi del bambino. Non ho speranze in un futuro insieme, non accetto di ridimensionare il nostro rapporto e non tollero oltre questo mix di noia e delusione.
A questo punto, non mi resta che salutarla, prendendo atto che crolla un altro dei capisaldi della mia vita, uno dei più antichi.
Arrivederci, mia vecchia Signora, mi auguro che tu possa e sappia riconquistarmi.


22 settembre 2009

Cry Station

Esistono pochi modi gradevolmente futili quanto la play station per scaricare l'ansia di un esame imminente, festeggiare momenti di gaudio e libertà, dedicarsi amenamente al gusto della competizione con gli amici. Insomma, un bel torneo a ProEvolution a furor di popolo è l'acme del cazzeggio e della spensieratezza.
Tuttavia il Bronx persiste nell'utilizzare l'Inter (lo so, lo so, ma è uno dei suoi pochi difetti, però è un interista ragionevole (so anche che questo suona vagamente ossimorico, ma davvero, garantisco (ma si può mettere una parentesi dentro un'altra parentesi?))), che sulla play station non produce più gioco che dal vivo, ma non essendo fra i pixel coadiuvata da fattori come un allenatore che protesta anche contro la forma delle luci degli spogliatoi o i gusti musicali di Lippi oppure guardialinee strabici, ed invece essendo la probabilità di botta di culo esprimibile con una gaussiana (per i profani: al 50% avrai fortuna, al 50% non l'avrai, e quantopiù raro sarà avere molta o poca fortuna) prende tanti di quei gol che al termine della partita il portiere accusa mal di schiena per i palloni raccolti in fondo alla rete.
Dunque io ed il Bronx decidiamo di addentrarci per mari inesplorati: giocheremo insieme contro il computer, cazzo, sarà solo un computer. Mondiali di calcio, girone con squadre di medio-basso livello e poi elimazione diretta sino in finale. Usiamo la Spagna perchè ne approviamo il colore rosso delle magliette e la svolta socialista di recente attuazione (e perchè Svezia e Islanda non hanno Torres e Villa, d'accordo).

1° tentativo:
L'esordio ci vede affrontare la temibile Svizzera. Risultiamo impacciati nei movimenti ed arriviamo alla mezz'ora senza aver capito chi dei due controlla il joypad numero 1. Nel secondo tempo capiamo che la Svizzera gioca in rosso e che noi indossiamo una seconda maglia di un giallo osceno e che solo il livello imbarazzante della nostra avversaria ci evita una sonora batosta. Segnamo a casaccio, poi gli elvetici ci raggiungono con uno schema formidabile: tre attaccanti placcano il portiere su calcio d'angolo ed un quarto segna indisturbato di testa col portiere a terra pieno di ematomi (giuro, non sto enfatizzando!). Rinvigoriti da questa ingiustizia troviamo il gol della vittoria dopo 12 rimpalli ed un palo nella stessa azione.
Seconda partita cinica ma ben giocata. Lasciamo che gli StatiUniti si sfoghino nel primo tempo, ma vinciamo senza patemi. Terza partita contro l'Argentina: dopo 10' loro contano due espulsioni per dei falli commessi senza alcuna ragione. Ridendo per la passeggiata che si prospetta, segnamo due gol nel primo tempo e cominciamo a sbeffeggiare la difesa dei sudamericani con finte immotivate ed uscite del portiere fino a metà campo. Ovviamente vinceremo solo 2-1 con una fatica immensa che ci insegnerà a limitare la nostra tracotanza a squadre più scarse.
Ottavi contro la Bulgaria, ma ormai siamo una macchina da guerra: lanci da 60 metri perfetti al millimetro, possesso palla e gioco impeccabile, attaccanti veloci e sempre in forma. 4-0!
Galvanizzati, affrontiamo il Brasile nei quarti di finale; controlliamo la partita, molte occasioni, ma nessun gol. I carioca passano la metà campo e segnano su dormita della nostra difesa, ma non tireranno più. Incattiviti, attacchiamo con rinnovato vigore fino al 90', ma lo specchio della porta brasiliana non si rompe. Prendiamo un palo ed una traversa con schema su angolo a seguito del quale testimoni odono un'imprecazione sommessa, secondo fonti attendibili diretta a San Pasquale. I sudamericani vendicano l'Argentina e ci eliminano. Andiamo a dormire bofonchiando minacce incomprensibili e borbottando contro gli esami imminenti.

2° tentativo:
Sconfitto il prof., ritentiamo, stavolta liberi con la mente e col cuore pieno di fiducia e meno astioso nei confronti del Brasile. Vinciamo nettamente il girone, e schiantiamo gli avversari negli ottavi (non ricordo chi fossero, probabilmente il Pizzighettone). Quarti di finale, ancora contro una sudamericana, ma stavolta l'Argentina gioca in 11. Descrivere la partita mi causa quasi dolore fisico; perdiamo con un tiro non irresistibile di Tevez sul palo del portiere, che viene prontamente maledetto e sostituito; il dettaglio è che la palla non era in realtà entrata, ma fermata sulla linea: l'arbitro convalida. Gli assedi successivi non portano a nulla, Negli ultimi 20' il Bronx si demoralizza e guarda la partita sconsolato cercando di impiccare i nostri giocatori sulle gradinate ed organizzando una fucilazione contro il portiere.

3° tentativo:
Subito dopo ritentiamo, andare a letto con un'altra mesta eliminazione in saccoccia è una sconfitta troppo grande per il nostro ego. Bronx si alza per prendere le birre fingendo di non accorgersi che sto mettendo tutte le squadre sudamericane dall'altra parte del tabellone pur di non incontrarle ed imposto il tempo delle partite al minimo ("tanto contro questi brocchi segnamo facile"); vinciamo contro gli Emirati Arabi, impresa non semplice, a causa dei crampi allo stomaco per eccesso di risa. Encomiabile l'attaccante arabo che, solo davanti al portiere, crossa lateralmente dove non c'è nessuno. 0-0 contro la Bulgaria ("forse impostando le partite così veloci non facciamo in tempo a segnare per vincerle") e rischiamo l'eliminazione affrontando la terza partita rimpinzati di tarallucci e vino (i giocatori, non noi).
Ottavi tranquilli, ma stavolta ai quarti ci tocca l'Italia. Gli azzurri segnano con un appoggio in scivolata di Quagliarella su un pallone che era stato crossato abbondantemente da fuori del campo (in ogni caso, molto più fuori del gol di Tevez), ma l'arbitro convalida. Bronx comincia a piangere nel primo tempo, ma troviamo una zampata che ci porta sino ai rigori. Non ne paro neppure uno, ma la freddezza del Bronx e le doti di Gattuso fanno il resto. Sfatiamo il tabù dei quarti e via in semifinale.
L'Olanda è una squadra veloce e tecnica. La mia previsione ("attenzione ad Heitinga, guarda che è forte") viene confermata al quinto minuto, quando proprio Heitinga abbate un nostro giocatore in area, si fa ammonire e ci regala l'1-0. A questo punto si scatena l'Olanda, che segna dapprima in contropiede e poi su punizione dopo un fallo da espulsione commesso dal computer. Bronx maledice il processore, ipotizzando affascinanti congiure ("dai, è palese, gli ha fatto fallo per poter tirare la punizione e farci vedere quanto è bravo"). In inferiorità numerica ed in svantaggio, ci affidiamo alla mia esperienza (leggasi: "e che cazzo, se continuo a vagare in area e cambiare direzione prima o poi Heitinga lo farà un fallo, no?"). Altro rigore, infatti, e 2-2. Di nuovo lotteria dal dischetto, Bronx è un cecchino, ma Heitinga, sempre lui, calcia fuori il suo rigore. Andiamo a Berlino!
In finale troviamo l'Inghilterra: non facciamo in tempo a rallegrarci per non aver incrociato sudamericane che ci accorgiamo che tutti i nostri giocatori migliori sono in condizioni penose. La partita è combattuta, tiri da entrambe le squadre, un espulso per parte, portieri protagonisti insieme a San Pasquale, che infila i guantoni e si piazza sulla linea di porta della perfida Albione. Passiamo a 15' dalla fine, ma proprio agli sgoccioli gli inglesi riacciuffano la partita, e San Pasquale scopre che gli epiteti a lui rivolti possono raggiungere livelli insospettati.
Ancora una volta, si decide tutto ai rigori. Stavolta Bronx non è impeccabile sul dischetto, ma riesce con fredda determinazione a scagliare potenti maledizioni contro i tiratori inglesi ("dai, guarda questo, ma ti pare uno che sta per segnare un rigore? per me finisce fuori") finchè non otteniamo la vittoria!
Mentre Bronx esulta stappando un crodino, io piango in silenzio per l'emozione., ma soprattutto perchè 4 ore di play station tendono a far saltare gli occhi con facilità.
Sul monitor appare "SPAGNA campione del mondo!".
E, più in basso, un'altra scritta: "Jo soi, El Samorante!"

12 settembre 2009

Meno male che Ringhio c'è!

L'Italia viene rappresentata sulla scena internazionale essenzialmente in due ambiti: grazie ai suoi eminenti politici, che fungono da giullari nei vertici fra capi di stato, e dai suoi sportivi, in particolar modo dalla nazionale di calcio.
Sia l'ambiente politico che quello calcistico sono ottimi spaccati rappresentativi della nostra mentalità caciarona e provinciale. Ma se è vero che i politici li scegliamo noi, e quindi tocca lamentarsi soltanto se i governanti non contano sul nostro voto, la nazionale di calcio è una valvola di sfogo per chiunque.
Nessuno ha torto quando parla di calcio: se la squadra vince, siamo tutti italiani, grandi tifosi, non avevamo mai dubitato dell'allenatore e comunque i nostri suggerimenti avrebbero reso la vittoria più agevole. Se invece la squadra perde, è palese l'ignobile incapacità dell'allenatore.
Quindi un commissario tecnico sa che qualunque sua scelta verrà duramente criticata dalla gran parte della popolazione italiana: che peraltro si esalta con proverbiale ostinazione su alcuni giocatori simbolo dell'italianità più gretta.
Ora, già il fatto che uno come Gattuso, che con la palla fra i piedi si imbarazza quanto una suora con un pene fra le cosce, sia il simbolo della nostra mentalità operaia e gladiatoria è piuttosto emblematico, ma posso pure comprenderlo, in fondo la grinta è sempre un valore aggiunto, se non anche fondamentale. Ma adesso, la nostra italietta esalta Cassano come salvatore della patria, nuovo idolo che da solo può condurre una squadra senza gioco a vittorie travolgenti.
Purtroppo, al di là delle doti tecniche, per vincere un mondiale di calcio e per giocare in una nazionale, squadra che si riunisce una volta ogni 3 mesi per giocare contro squadracce di ammogliati, serve spirito di gruppo, compattezza caratteriale, affidabilità di rendimento ed esperienza internazionale.
Cassano non possiede nessuno di questi elementi: non ha mai fatto gruppo ed anche ora che sembra vivere una nuova giovinezza non ha posizione in campo ed è libero di fare quel che vuole in una squadra che, vinca o perda, non ha nulla da dimostrare. Ha dato prova di essere uno squilibrato praticamente in ogni squadra in cui ha militato, non ha mai vinto nulla nella sua carriera (a parte forse una Supercoppa Italiana contro l'indomabile Fiorentina di Tarozzi e Nuño Gomez, peraltro senza giocare) e non ha mai inciso in nessun palcoscenico internazionale.
Cassano rappresenta appieno l'italiano medio, che difatti contro ogni logica lo preferisce senza riporre fiducia nell'allenatore vivente più titolato, nelle statistiche e nel blocco Juve che, a giudicare dall'offerta, tutt'ora resta l'unico modo che storicamente ha l'Italia per vincere un mondiale (nel 1982 7 titolari, nel 2006 5 titolari).
Il pibe de Bari piace perchè non conosce l'italiano, non ha nessuna ambizione nonostante la sua immensa classe ed è un indisciplinato. Emblema della metà degli italiani che non paga le tasse, che si esalta per le corna e le bandierine rotte a calci, per i seni in tv, i mafiosi in politica ed i cinepanettoni. Modello dei giovanotti pieni di gel in testa, ed intendo dentro, che pensa che calciare un pallone renda praticamente dei latin-lover, come Cassano, che, nonostante la sua efferata e butterata bruttezza, nella sua biografia (che credo non solo non abbia scritto, ma neppure letto) confessa di avere avuto 700 donne, fra cui probabilmente anche la figlia di Lippi, e degli uomini di mondo dalla comprovata esperienza.
Anche questa calcistica idolatria è un segno del decadimento dei costumi: nel 2002 sapevamo ancora apprezzare il bello, la faccia triste e l'espressione concentrata e silenziosa di un campione come Roberto Baggio. Adesso la folla, nella sua mediocrità ed ovina ostinazione, acclama Cassano. E Schifani è presidente del Senato.