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5 agosto 2012

Love Is All


[Se siete capaci di fare più di una cosa mentre leggete, ascoltate questa durante la lettura.]
Non rimase altro che riprendere la chitarra in spalle e camminare per la lunga, noiosa quasi quanto l'estate che si presentò davanti, salita che ogni notte percorreva per tornare a casa. Sperò in un minimo d'interesse: i suoi occhi lo guardavano, mentre cantava, come un qualsiasi telespettatore annoiato durante l'ennesimo spettacolo di seconda serata prima di andare a letto. E poi quel maledetto telefono e le chiamate di lui. Le urla di lei. Un rapporto di coppia è sempre una gran rottura di coglioni, quando rimani il terzo incomodo. Colui che imbraccia la chitarra e fa da colonna sonora. All'amore degli altri, alla salute di chi non c'è (più) e alla disperazione propria. Fu talmente stufo dell'andazzo della serata che rifiutò il passaggio in macchina e preferì i trenta minuti di salita che lo portavano a casa. Senza fiato, così come rimaneva ogni volta a guardarla – senza fiato – così come rimaneva per la rabbia quando ella non dava nemmeno un consenso simbolico a quello che faceva. Sei solo un paranoico del cazzo continuavano a dirgli. Dai tempi del liceo erano finite le ipocondrie e dai tempi dell'università quelli delle paranoie economiche e delle situazioni familiari. Presi i due stracci, con il massimo dei voti per pulire il culo in cambio di pochi spiccioli a chi di soldi ne ha fatti senza sapere nemmeno cosa sta scritto nella propria firma, dopo anni sofferti, altro non gli rimaneva se non suonare la chitarra, gli occhi di lei una volta all'anno nel periodo più caldo e le paranoie a un livello superiore.
Da qualche settimana, camminando verso casa a orari notturni, si era costruita l'idea nella sua mente di possibili allucinazioni dovute forse allo stress e alla stanchezza. Suoni lontani e rumori silenziosi disturbavano la sua mente durante il tragitto. Il più delle volte non ci faceva caso; fischiettando come un mantra, per quei trenta minuti, lo stesso pezzo – e anche come resoconto della serata passata con lei – che della melodia oramai sapeva qualsiasi struttura armonica. Non ebbe mai il coraggio di suonarla o provare a studiare il pezzo per paura di fare un'incredibile flop per via della sua orribile pronuncia inglese. Fu un modo tutto suo di celare la realtà ai suoi occhi e a quelli degli altri. Le paranoie erano solo l'inizio di tutta quella messinscena costruita a puntino per nascondere il male migliore di tutti. Le illusioni ottiche e sonore altre non erano se non i suoni e le immagini ampliate e distorte del mondo che lo circondava: il russare nelle case altrui; i gechi sui muri; le ombre delle farfalle sui lampioni, i treni notturni in transito vicino casa erano diventati versi di esseri dall'oltretomba; draghi millenari; vampiri assetati di sangue e lunghe, interminabili file di carri armati in guerra. Molti animali aumentano la percezione dell'esterno quando si sentono minacciati da qualcosa. Per gli esseri umani, solitamente è la stessa presenza di loro stessi a essere un pericolo.
Appena imboccata l'entrata che terminava la piazza e introduceva al lungo cammino iniziò a fischiettare, e anche a biascicare qualche parola del testo, quella canzone che tanto gli dava sollievo.
Si fermò e girò la testa di scatto. Due occhi, che illuminavano il fondo scuro, sembravano fissarlo dall'altra parte della piazza. Nonostante non avesse gli occhiali riconobbe la forma di uno scooter. La miopia è una ferita e la depressione un'arma del nemico. La cosa che più lo impressionò era il muso di quel mezzo, troppo somigliante alla testa di un demone, e quelle dannate luci sembravano accendersi e spegnersi in un movimento simile a quello delle palpebre che si aprono e chiudono. Scrutato immobile per qualche scarso minuto, e con una vena di divertimento il macabro gioco di ombre e miopia, si rigirò ridendo tra sé e sé pensando Cazzo, son finito in un libro di Stephen King!
Lui che era abituato a vedere cose strane da quando era ritornato in paese, continuò a pensare alla visione avuta poco prima, e iniziò a ipotizzare sul chi o cosa fosse. Di sicuro saranno i soliti idioti delle quattro del mattino, ubriachi e senza un cazzo da fare, che ti seguono per il semplice gusto di dar fastidio alle persone. Era ormai giunto alla fine della salita che riposò due minuti nel tentativo di accendersi una sigaretta. Cosa che più che ristorarlo dalla fatica appena compiuta, lo innervosì ancora di più: aveva perso il terzo accendino in quattro serate. Diede un'occhiata alla salita appena percorsa e, complici la sigaretta proibitiva, il fiato corto e il nervosismo, ripensò alle luci, di quanto fossero simili a degli occhi incavati in quel cranio demoniaco. A lei.
L'unica parola che sussurrò, come sfogo prima di andare a dormire, fu Puttana.

13 aprile 2012

Forget It, Jack. It's Harmony.


C'era una volta la classica coppia da romanzo Harmony.
Nel Capitolo Uno si conoscono per la prima volta e lui, che non era un tipo capace di conquistare il cuore di una donna, con uno stratagemma arrivò dritto dritto al Capitolo Sette, in cui per la prima volta fecero l'amore. Tuttavia l'uomo non considerò quello che successe nei capitoli precedenti, scatenando così l'ira del narratore che decise di far morire la sua amata al Capitolo Dieci in un incidente stradale. Non succederà nulla di particolare per altri dodici capitoli, fino a quando, al Capitolo Ventidue, composto da pochissime parole, l'uomo pronunciò le parole più belle che il narratore potesse sentire:
[per motivi di copyright non possono essere riportate]
Detto ciò, l'uomo si tolse la vita, lasciando da solo il narratore.
La morale: qualunque cosa possa essere scritta e qualunque sia il modo in cui possa finire, quello a rimetterci è sempre lo scrittore. L'unico che rimane in vita nelle sue fantasie.

8 febbraio 2012

Mano


A F. - il ricordo che più di tutti
ha cambiato il mio essere.
Non mi stancherò mai di dedicarti
ogni cosa, bella o cattiva, 
importante o futile,
possa uscire da queste mani
e da questa testa marcia.

Eri, sei e sarai,
in ognuno di noi, sempre. 

La mano trema, da sempre. L'unico segno di una debolezza e paura verso l'ignoto e l'oscuro. La paura di entrare in un qualcosa che è troppo grande da gestire, talmente grande da non poterne tracciare i confini, di sentirsi ancora fuori da esso. La debolezza di non riuscire a gestire questa immensità, di guidare il timone in mari lontani senza finire in maelstrom fatali.

La mia mano tremante è il sintomo di una insicurezza nutrita e accudita con pochi anni di sofferenze e misero autocontrollo. Quello vistoso e scarno, da filosofeggiante fruttivendolo. Difficile parlare di esperienza: l'esperienza è come la storia, è un marchio che rimane a fuoco sulla pelle, ma ne vedi le cicatrici dopo molti, di anni.

Le esperienze sono figlie dei ricordi. Sono troppe le righe, i versi, i pensieri in cui do importanza ai ricordi. Non voglio dimenticare, eppure continuo a inebriarmi di ricordi in ogni istante. Non cerco la felicità, neanche in un possibile universo parallelo il mio altro cercherebbe la felicità: la felicità è diventata per il mio essere una banalità per pochi adepti. Quelli che una mattina, la mattina delle loro banali esistenze, si svegliano e rendono le loro vite banali nella felicità propria e altrui.

Non saprei nemmeno descrivervi il mio concetto di ricordo, né tanto meno descriverne uno. Sono parole che senti una volta nella vita durante le lezioni di filosofia al liceo di cui ignori il significato esatto che ne dava l'autore, ma che ti davano in un contesto una sensazione di granitica universalità, come Arché o Apeiron. Sono acque già navigate da milioni e milioni di anni: mai uguali nella sostanza, sempre simili nella forma.

Marchi indelebili che regolano processi neurochimici in un circuito sinaptico che determina il nostro dormire e il nostro mangiare, l'amare e l'odiare, il pianto e il sorriso, la carezza e il pugno.
E io, che continuo a rifiutare il sonno e il cibo, l'odio e l'amore, la serenità (non si è mai felici quando si sorride, vi è solo il sentore che per qualche breve lasso di tempo, sia esso un secondo o una vita intera, qualcosa può cambiare leggermente per il meglio) e la tristezza, la violenza e la delicatezza, adoro affondare ogni singolo essere del mio corpo in queste sensazioni. Un tempo familiari, oggi tappe di un viaggio di cui ci si è dimenticati la mappa del sentiero in qualche casa.

Vivo di passati e remoti futuri cercando di nascondere ogni singola traccia di questa mia debolezza, di questa mia paura. Tranne la mano tremante, forse l'ultimo barlume di umanità e "banalità" rimastami.

17 novembre 2011

Desiderio - Un Ideofono Per Due Righe Di Sfogo Finale


A volte scrivere è veramente una rottura di coglioni. Per quanto lo stream of consciousness sia stato per i miei ultimi due anni di liceo (quando iniziai a leggere Browning e Joyce, giusto per mettere due nomi altisonanti per fare i fighi) una figata paurosa, è tutto ancora troppo levigato, falso, opaco. Mi piacerebbe avere, installato sotto qualche forma di software o creato da un'industria di prodotti tecnologici che non sia Apple che, ahimé!, penso lo faranno prima di tutti gli altri, chiedendoci l'anima, il polmone sinistro e tre quarti di fegato come prezzo di lancio, un attrezzo che doveva risultare molto comodo ai protagonisti del libro che per tre anni(!!!, si: era abbastanza lungo) ha tenuto occupata la mia voglia di dormire: ne I Sovrani Dello Spazio c'erano questi enormi aggeggi chiamati ideofoni usati per registare e codificare ogni onda cerebrale e pensiero, per poi memorizzarli dentro bobine che potevano essere riutilizzate per memorizzare dati e/o risultati ottenuti tramite “pippa mentale”. Una roba simile penso possa essere paragonata al lavoro di hacking che si faceva nel film Matrix, ma la mia idea di questi attrezzi è sempre stata un'altra. Immaginate di riuscire a memorizzare ogni singola cazzata che vi passa per la testa, ogni commento alla troia che vi taglia la strada o al vecchio che vi blocca tre ore alle poste....

Lascio a voi tante altre possibili opzioni. Tanto lo so che vi limitereste a ricordare scopate epiche per segoni ultragalattici del sabato sera.

Il problema principale è che a scrivere, di solito, ci si rompe il cazzo. Spesso, l'errore che fanno i lettori è non immedesimarsi nello scrittore: provate a immaginare Tolstoj mentre getta le basi di Anna Karenina o Guerra e Pace. Spesso, il lettore medio che si limita a farsi quattro risate sui blog del cazzo che i loro amici fanno su Windows Live Spaces solo per pubblicare foto del cazzo scattate su una spiaggia della zona tirrenica della Calabria; oppure a continuare a farsi i segoni ultragalattici del sabato sera sulle foto delle loro amiche troie le cui considerazioni a proposito sono “La da a mezzo mondo, e io sto nell'altra metà” dice: “Ma a Tolstoj chi cazzo gliel'ha fatto fare? Ma non poteva farsi semplicemente una vita sto disagiato di merda?”

Spesso, il lettore medio che preferisce farsi le seghe (e nemmeno ultragalattiche, perché non ne vale la pena: provato personalmente) sulle scopate da ciclo carolingio di Melissa P. non sa nemmeno che vita abbia vissuto, il povero Lev. Capirebbe che la scrittura è un po' come quegli aggeggi infernali che c'erano in quel mattone gigantesco de I Sovrani Delle Stelle, solo materia più grezza. Una vita fatta di parole sudate, sofferte e ricercate, per dare anche un senso, un suono, una immagine anche al più banale dei ricordi che han dato all'autore un qualcosa; un'emozione. Egli cerca in tutti i modi di essere più cristallino possibile nei suoi viaggi attraverso le sue malate onde cerebrali, ma deve sempre scontrarsi con delle turbolenze che capitano una volta su una, ovvero la probabilità che Marsellus Wallace, ogni volta che vedrete Pulp Fiction, venga inculato a sangue [SPOILERONE!!!] da Zed. L'incomprensione altrui.

Qualcun'altro ha scritto “lo scrittore, che categoria insulsa”. Io rilancio con “lo scrittore, povero coglione”.

Qualche volta capita che a qualcuno venga la brillante idea di sbattersene il cazzo, e il risultato è sempre lo stesso: vengono considerati geni assoluti del loro tempo, dopo non esser stati cagati di striscio fino a quando il lettore medio che ora sta amorevolmente massaggiando il pene del trans Desiderio sulla strada che porta alle poste vecchie di Cosenza avrà un figlio che gli chiederà: “Scusa babbo, a scuola abbiamo studiato Petronio, posso vedere il Satyricon di Polidoro?”. Il lettore medio allora dirà al povero ragazzo: “Ora taci e và a massaggiare il pene a Desiderio: oggi mi ha fatto sudare sette camice e ancora non è stanco”.

Penso che così nascano la maggior parte dei serial killer e radical-chic in Italia.

Il succo della questione è semplice: Tolstoj aveva le palle per scrivere Anna Karenina e Guerra e Pace, voi avete solo il culo per Desiderio.

13 novembre 2011

1989

Diceva qualcuno, su un sito in cui passavo letteralmente le giornate, piuttosto che leggere testi del cazzo che mi portassero al 100 per gli esami di Stato: “Noi dell’89 siamo stati il limbo di una generazione: a metà fra il muro di Berlino e MySpace”.

Ne avremo di cose da raccontare, noi dell’89: cose come il Ciao e Piccoli Brividi, ma anche l’Euro e Facebook. Non per togliere nulla a chi venne prima (e, in misura minore, dopo) di noi. Abbiamo avuto una consapevolezza particolare già dopo aver varcato le soglie del nostro primo giorno di scuola, alle elementari, dal VII governo Andreotti a Tangentopoli. Abbiamo visto Hammamet varcata da ladri che non ridaranno i soldi ai nostri genitori per i prossimi cento anni; vaghi ricordi di due torri che tagliavano il cielo di una splendida, malinconica New York; l’incisione sempiterna di un Tardelli che urlava al mondo e di un Grosso in lacrime dopo un gol. Come Woody Allen. Abbiamo visto nani salire al potere e ricadere per delle zoccolette minorenni (le stesse che ci faremmo durante quelle notti da sbronzi); il lento declino della RAI, che da Pirandello e l’Almanacco passava a tette e culi dati aggratisse come neanche i trans dietro le nuove poste di Cosenza sanno fare.

Non è un post malinconico. Statene certi. Ho cambiato radicalmente la mia visione del mondo, in questi anni, per constatare che nulla cambia in brevi intervalli di tempo (sentite qua, “intervalli di tempo”: come se si parlasse di un esercizio del cazzo dato dal vostro docente di Fisica 1 per lo scritto di febbraio). Mi son reso conto che l’unico punto focalizzante sugli eventi che ci sovrastano è il tempo. Quello che sconquassa la memoria, che divora tutto; come un Crono che per paura di perdere il potere divora i figli. Quello che costruisce statue di bronzo che dureranno in secola seculorum, quelle che tutt’ora nutrono le nostre menti di fervidi viaggiatori nella cronologia altrui. Tanto da farci dire, magari scherzando, ma anche con una certa nota di tristezza: “Eh, se fossi nato prima…”

Noi dell’89 siamo nati quando Mario e Zelda erano già superstar, mentre alle porte del futuro nascevano Battlefield e Fallout. Abbiamo goduto delle opere di Pinter e Osborne, quando già questi erano Nobel o morti da chissà quanto tempo. Prima o poi qualcuno di noi avrà detto “Il Nobel della Letteratura non ha senso da quando Borges è morto”, senza renderci conto che in realtà Borges era già al di là dell’Aleph. Abbiamo criticato Mussolini, Cossiga, Andreotti e Berlusconi sempre dopo le loro disfatte ai danni dei nostri genitori, nonni e bisnonni. Abbiamo visto le impronte sulla Luna a 300.000 chilometri di distanza, e vent’anni luce dopo. Abbiamo anche avuto il coraggio di dire che “I Pink Floyd sono una cazzo di band brit-pop di merda”, quando i Radiohead pubblicavano Kid A e Amnesiac.

Eravamo già vecchi, quando la DDR contava ancora un agente dei Servizi Segreti per abitante; quando l’Islam era una delle tre religioni rivelate e non il nemico con gli ordigni nucleari, tanto cattivo da poterlo utilizzare sugli eroici, protestanti, americani. Eravamo già vecchi quando Gorbachov diede il via al lento progredire del sogno americano; quando Giovanni Paolo II fu graziato dalla Madonna di Lourdes per poter continuare il suo silenzio nei confronti di preti pedofili e campi di concentramento croati. Eravamo vecchi, quando la polvere di due torri e di un edificio pentagonale entrarono nei nostri polmoni, giusto il tempo di farci urlare “Ma che cazzo…?”, per poi ricordarci che la storia non era ancora finita. Siamo già vecchi, ora che il mondo sembra andare a rotoli, aspettando un 21 dicembre che, come i tanti monimenti di Geova ci hanno abituato nel corso degli anni, continua a turbare la nostra tranquillità.

Tra il muro di Berlino e MySpace. Abbiamo vissuto ogni singolo attimo presente e assorbito ogni evento passato come se ci fossimo figurati di essere popolo di un tempo che non aveva mai fine. Non avendone uno nostro. Chi è il vecchio ora?

21 ottobre 2011

In Ricordo

D'un tratto la guerra ci rivela che procediamo ancora a quattro zampe e che non siamo ancora usciti dal grembo dell'era barbarica della nostra storia. - Lev Trockij, Le Guerre Balcaniche 1912-1913

Ricordami
quando la mia lingua
pronuncerà sangue;

quando ucciderò tuo fratello
per vedere i nostri figli
mano nella mano
senza paura alcuna;

quando il mio cranio
sarà matrice per manganelli
e il mio corpo
darà colore alle sbarre;

quando sulla mia bara
poseranno la bandiera
del mio assassino;

quando il mio nome
comparirà su muri
di vecchie strade
tra piscio e cemento;

quando il mio volto
conosciuto da tutti
verrà pensato da pochi.

Ricordami...

cresciuto tra i sogni
di chi mi ha ammazzato.

Non ho altro da chiedere.

6 ottobre 2011

Morto Steve Jobs, Si Fa Un Altro Fiasco (Rossi)

Questo post è ispirato principalmente ad altri due post del blog di Wu Ming, per la precisione: questo e questo. Si consiglia di leggerli onde evitare vagonate di insulti da parte dell'autore.

Avevo intenzione di introdurre questo post con una frase zeppa di retorica che più retorica non si può, ovvero: Avevo intenzione di introdurre la mia carriera di blogger de "Le Saghe di Onan" partendo da qualche stupidata, tipo una serie di racconti brevi. Poi, dato gli ultimi avvenimenti di questi giorni, come la sospensione di Nonciclopedia prima, e Wikipedia poi, decorata con il trapasso di Steve Jobs, mi hanno fatto cambiare idea.

Ecco. Volevo iniziare così. Però, sapete, queste riflessioni da ciabattaro nerd che sente l'onnipotenza tastando come una scimmia i caratteri di una tastiera del computer sperando che ne esca un discorso serio e logico(cit.) mi stanno leggermente stufando. I tempi stanno cambiando e le modalità di scontro in una discussione sono rimasti sempre gli stessi: le strategie di combattimento sono immutate da secoli, cambiano solo i mezzi. Così ti capita, in un giorno di fine scuola media, sentirti dire da una professoressa di italiano "Le guerre oramai non sono più scontro corpo a corpo, che magari prima erano più meritevoli: ora basta premere un bottone per fare una quantità di danni che nel Medioevo impiegavano forse decenni". La questione non è questa, benché io preferisca il napalm all'ascia vichinga, basta saper usare entrambi con intelligenza; il problema fondamentale è la totale mancanza di voglia nel mettere in discussione le proprie opinioni e avvalorarle con idee di fondo e riferimenti al mondo esterno: aria fritta, insomma.

Ti ritrovi così a dover leggere vagonate di insulti sulla bacheca della pagina di Vasco Rossi privi di senso (sia chiaro, ho scritto anche io sulla bacheca di Vasco Rossi tre giorni fa, ma il mio commento era più un resoconto nostalgico e rassegnato per un artista che poteva dare tanto è ha preferito tornare in auge con minchiatine come bloccare Nonciclopedia o tirare fuori neologismi a caso presi in prestito da un inglese fatto di tre parole di quattro caratteri ciascuna come web-rocker) e constatare che la pagina Salviamo Nonciclopedia è stata aperta da un'agenzia di studio sulle nuove forme di comunicazione: in pratica ci studiano come fossimo macachi in cerca di un culo da pulire. La cosa inizia a puzzare subito dopo aver preso considerazione che il blocco non era proprio un blocco, ma una sospensione per protesta in risposta a una querela partita già un anno prima; inizia a puzzare quando la querela viene ritirata dopo due giorni di tafferugli su Internet che nemmeno le manifestazioni di destra a Reggio Calabria han saputo fare di meglio; inizia a puzzare talmente tanto da sentire il cadavere nascosto sotto il parquet quando, alla riapertura di Nonciclopedia, sussegue la sospensione a tempo indeterminato di Wikipedia per protesta sulla legge bavaglio che si, fa schifo al cazzo, ma il senso di questi eventi mi riporta al punto precedente: ci studiano come fossimo scimmie in cerca di un culo da pulire.

E in effetti un po' scimmie lo siamo. La comunità di Internet, che vorrebbero premiare col Nobel per la Pace, quella comunità multietnica e tollerante altro non è che la solita accozzaglia di bombardamenti informativi casuali e ingestibili, che spesso sfociano nella locura e nel turpiloquio. In Italia siamo zeppi di questi esempi, basti ricordare il video dove venivano raccolti i commenti presenti nella bacheca del gruppo "Lasciate lo zio di Sarah alla folla", una delle cose più atroci che ho visto negli ultimi anni. Non solo per la qualità dei commenti, ma anche per il geniale accostamento delle facce sorridenti degli autori di commenti come "Fiaccole e forconi. AL ROGOOO!"" oppure "Torturato ma sempre tenuto in vita, altrimenti gli farebbero solo un favore!".

Decantiamo tanto la nostra capacità di distinguerci dagli animali che saremmo capaci di scannare chiunque dica il contrario. Da questo punto di vista, anche Internet ha fallito: lo strumento che azzera le distanze e permette un bombardamento di informazione mai visto in precedenza nella storia dell'umanità, è ora ridotto a semplice bagarre e accozzaglia di inutili commenti dove gli autori non fanno altro che rimarcare le proprie opinioni senza nessuna voglia di sostenerle con basi accettabili e, magari, convincenti.

Ora sono veramente stufo di battere a caso, il mio discorso logico, da brava scimmia quale sono, l'ho fatto. Ora è tempo di tornare sull'albero a mangiare qualche pidocchio.

Perché una parola d'ordine così "innocua" e "naturale" come quella della "libertà di critica" è per noi un vero grido di guerra? - Vladimir Il'ič Lenin - Che Fare?

Mai frase, e titolo di un'opera, furono più azzeccati.

P.S.: E' morto Steve Jobs, evidentemente le reti anti-suicidio con lui non hanno funzionato alla grande.