8 febbraio 2012

Mano


A F. - il ricordo che più di tutti
ha cambiato il mio essere.
Non mi stancherò mai di dedicarti
ogni cosa, bella o cattiva, 
importante o futile,
possa uscire da queste mani
e da questa testa marcia.

Eri, sei e sarai,
in ognuno di noi, sempre. 

La mano trema, da sempre. L'unico segno di una debolezza e paura verso l'ignoto e l'oscuro. La paura di entrare in un qualcosa che è troppo grande da gestire, talmente grande da non poterne tracciare i confini, di sentirsi ancora fuori da esso. La debolezza di non riuscire a gestire questa immensità, di guidare il timone in mari lontani senza finire in maelstrom fatali.

La mia mano tremante è il sintomo di una insicurezza nutrita e accudita con pochi anni di sofferenze e misero autocontrollo. Quello vistoso e scarno, da filosofeggiante fruttivendolo. Difficile parlare di esperienza: l'esperienza è come la storia, è un marchio che rimane a fuoco sulla pelle, ma ne vedi le cicatrici dopo molti, di anni.

Le esperienze sono figlie dei ricordi. Sono troppe le righe, i versi, i pensieri in cui do importanza ai ricordi. Non voglio dimenticare, eppure continuo a inebriarmi di ricordi in ogni istante. Non cerco la felicità, neanche in un possibile universo parallelo il mio altro cercherebbe la felicità: la felicità è diventata per il mio essere una banalità per pochi adepti. Quelli che una mattina, la mattina delle loro banali esistenze, si svegliano e rendono le loro vite banali nella felicità propria e altrui.

Non saprei nemmeno descrivervi il mio concetto di ricordo, né tanto meno descriverne uno. Sono parole che senti una volta nella vita durante le lezioni di filosofia al liceo di cui ignori il significato esatto che ne dava l'autore, ma che ti davano in un contesto una sensazione di granitica universalità, come Arché o Apeiron. Sono acque già navigate da milioni e milioni di anni: mai uguali nella sostanza, sempre simili nella forma.

Marchi indelebili che regolano processi neurochimici in un circuito sinaptico che determina il nostro dormire e il nostro mangiare, l'amare e l'odiare, il pianto e il sorriso, la carezza e il pugno.
E io, che continuo a rifiutare il sonno e il cibo, l'odio e l'amore, la serenità (non si è mai felici quando si sorride, vi è solo il sentore che per qualche breve lasso di tempo, sia esso un secondo o una vita intera, qualcosa può cambiare leggermente per il meglio) e la tristezza, la violenza e la delicatezza, adoro affondare ogni singolo essere del mio corpo in queste sensazioni. Un tempo familiari, oggi tappe di un viaggio di cui ci si è dimenticati la mappa del sentiero in qualche casa.

Vivo di passati e remoti futuri cercando di nascondere ogni singola traccia di questa mia debolezza, di questa mia paura. Tranne la mano tremante, forse l'ultimo barlume di umanità e "banalità" rimastami.

3 commenti:

Gen ha detto...

F è Federica? La mano amica?

Davide Nudo ha detto...

F. era un mio amico. So che sembra un'allusione chiara alla divina arte dell'onanismo, e invece è una cosa stupidamente seria :)

Gen ha detto...

Mi dispiace.