6 febbraio 2012

Tristemente, trecento

Avrei voluto scrivere del languido ed annuvolato di candore cielo di Posillipo, con quel Vesuvio che ormai non è più una novità, attiguo, così tanto, alla landa di scatolette arancioni che rasentano moli, mari e vascelli; mi ritrovo, invece, a scrivere di peones immusoniti e vecchi rimbambiti, e coppiette improvvisate su strade disastrate, e clacson roboanti che infervorano l'aria e la colmano di grigio, qui nel rione. Il vano e coraggioso tentativo di evadere per qualche ora diviene appunto vano e di questi resta solo l'amara potenziale audacia lasciata lì ad avvizzire come una vecchia rosa ripudiata - diviene vano perché sbarrato, forse, dall'adattamento, che per quanto nocivo, criticato e nauseante, è tale, e la sua erculea potenza innesca fervidi meccanismi di pleonasmo, abitudine e, effetto più disastroso, imprescindibilità. Ricordo il tentativo di dieci minuti fa, quello di guidare in zone che a quest'ora palesano una nobile desolazione tutt'altro che greve, come invece è l'aria di qui. Ero solo avvolto da un alone d'illusione che chiedeva solamente che me ne stessi tutto solo lì, rabbuiato ed imbacuccato a contemplare la quiete, la pulizia e il silenzio dell'etere - ho deluso quest'alone, s'aspettava qualcosa in più da me, ma non è colpa mia. Eppure non c'è più tempo, sempre più angusto e grave, tempo maledetto che t'inviperisce con la sua frenesia e le sue soffocanti pretese. Intanto sono in mezzo ad un segmento, ai cui estremi vi sono due miei ex compagni delle elementari: uno, da dietro, urla guaiti come un asino che rantola, l'altro, davanti, col suo giubbotto alla moda s'appresta ad utilizzare la sua auto - funzionante, non come la mia, che mi inchioda su questo sedile e mi costringe a scrivere di loro e non del Vesuvio, o della ringhiera di via Orazio, o degli uccellini che salmodiano sui pomposi alberi di Posillipo, o di una cicca che rotola accidentalmente giù nell'inferno, loro, uno dietro e un altro avanti, in una nube, tutti senza esclusione, di camorra, reticenza, omertà, cespugli, carte, bambini tristi, pali della luce. Vivono la loro vita, anche gli esseri inanimati, così come io vivo la mia, disperata come la loro, angosciata, piuttosto gelida, e tetra. Tutti uguali sotto questo tetto di fumo acre - ed io che volevo solo starmene in pace a Posillipo.

1 commento:

Gen ha detto...

Chi non vuole soltanto andare a Posillipo?

Il post numero 300 è tuo.
Congratulazioni.