5 aprile 2012
Venere e Marte
Vi chiederete forse a chi spetti la corona, alla morte del corso principale. Io non ne ho idea. Ho solo percepito, attraverso gli occhi e il fremito dei tendini.
Alla giusta distanza, le pupille di Bi convergono verso l'apice del naso, conferendole un'aria spaurita, smarrita, fanciullescamente affettuosa, trepidante. Se ne può forzare la dolcezza lasciandola giocare. Ma si sa, non c'è niente di meglio di una partita a carte per rivangare vecchi rancori, come essersi impegnati, piegati e spezzati, ma recando ancora addosso segni e macchie di un lungo vizio. "Mi ricordo di quell'episodio" - mi ricordo anch'io, e vorrei non fosse parte di me. "Dobbiamo procedere adagio, perché giunti al termine, non ci sarà più nulla" - ma ciò è falso: lo testimonia la resurrezione di mille civiltà sulle ceneri e le macerie delle precedenti, nella stessa storia che sorride alla morte e attraverso le virili mani del coraggio scrive: "daccapo".
Ti tengo per mano col solo mignolo, disallineo gli occhi sull'orizzonte - il destro, appena più in alto del sinistro, all'affannosa ricerca del secondo, terzo, quarto passo in avanti, per strappare una certezza dai contorni e le rughe che il tempo non ha ancora scolpito - il sinistro bada: quanto sei vicina, quale dei mille tuoi sensi mi avvolge. Da bambino avevo un flipper, credo provenisse dallo stabilimento balneare dove mio padre e i suoi amici trascorrevano le estati della loro giovinezza. Una notte sognai che applicando la giusta forza sulle leve del flipper, e contraendo i muscoli della braccia, potessi staccarmi dal suolo per un tempo indefinito, in una sorta di volo condizionato unicamente dalla permanenza del contatto col gioco.
Quel sogno ha condizionato l'intera mia esistenza.
Più volte ho sospettato di essere effettivamente riuscito a sovvertire il naturale equilibrio gravitazionale: d'altronde, ho sempre avuto delle braccia piuttosto forti, anche quando sono stato gracile, anche quando ho trascorso sei mesi ubriaco. I processi di innovazione e sradicamento sono reciprocamente funzionali - è un verità millenaria, impressa nei piccoli cerchi dello Yin e dello Yang. Così, quando pochi giorni fa ho visto per strada una ragazza con un bastone da cieca - inconfondibile, bianco e rosso - che pur cieca non era, per il rapido incedere e l'abilità nello schivare i proiettili metallici del nervoso traffico cittadino, sono rimasto inquietato dalla parodia, e l'iperbole, di me stesso. Sognavo pure di vincere la timidezza, leggendo qualcosa di imprescindibile ad alta voce, dinanzi a tutti. Magari la domenica, nel prato vicino alla torre. Sono stato risoluto per tre volte e per tre volte ha piovuto, a dirotto, alché ho desistito.
Poco più tardi, il rovescio del mondo ha voluto che leggessi all'interno di una trasmissione radiofonica. Di domenica.
Questi numi hanno un senso dell'umorismo da squilibrati: mi piace, mi piace da impazzire.
Penso correrò a giocare con la mia Stella,
e mi riporterò sul podio dei vanagloriosi, a questuare attenzioni.
11 marzo 2012
Zahir
28 febbraio 2012
Credo mi occorra
Che non contenga espressioni come "c'è tempo" -
- sto raccogliendo molto materiale a riguardo,
vorrei che una volta cucito, suscitasse
quell'esatta sensazione di apnea
che sto sperimentando ora -
o "ci spiace, ma è così" -
magari seguita da una dicotomia
d'opzioni egualmente castranti e impraticabili.
Quel che esiste, ha delle modalità storiche,
di affermazione e dibattito.
Il potenziale omicida che è nella bramosia
di ciò-che-non-esiste, invece, può essere
avvistato solo divincolandosi dall'accademia,
dalla coerenza, dall'empatia, dalla biochimica, dal branco,
e compiendo tre o quattro passi in direzione del baratro.
È per questo percorso in terra straniera e ostile,
che vorrei una guida.
Dedicato anche a Puccio e Mati di All90sLong,
che in teoria non avrebbero alcuna ragione per farlo, ma pare mi vogliano bene.
21 febbraio 2012
Jammece a durmì
Mi spiazzò, la mia idea crollava miseramente sotto quel colpo di genio, una perla di terribile innocenza oscurava la lucentezza di tutte le mie parole, ogni mio intendimento idealistico sprofondava in un gorgo di nichilismo e praticità. Ma tenace e arguto come al solito, fui presto pronto a ribattere:
Ahimé, la mia osservazione non costituiva certo un problema, la sua teoria assorbiva tutto, ogni asperità era stata già studiata e levigata, non potevo far altro che alzare bandiera bianca.
Ossia: noi non siamo certo uomini, noi siamo batterie! (e neppure al litio) La domanda corretta, al massimo, potrebbe essere: cosa alimenteremmo mai?
9 febbraio 2012
Ogni cosa al suo posto ed ogni posto nel gorgo, muto.
quale dovesse essere il pubblico. Io risposi nel mio metro,
dalle ventuno alle ventiquattro sillabe, che diviene musicale
solo ripensandolo, sezionandolo, spingendolo in profondità
parentetiche da cui riemergere affamati d'aria,
lungo i tappeti di spine che si srotolano implacabili
e dividono dagli appuntamenti con la carne dei sogni.
Il pubblico sarà quello più esigente, che squadra in un guizzo
i risvolti nauseabondi e cestina, senza pietà. Il pubblico
sarà il tempo, il tempo lungi da venire.
Il generale chiese agli astanti di scegliere tra lui
e la terra d'Atlantide: seguì le indicazioni fornite
da un'unica voce, tonante, nella compatta disarmonia del coro.
Disarmante manifestazione di un disordine rosso, rossissimo,
inconfutabile. Pensare che da piccolo mi sentivo confortato
dal sapere che, a tavola, il posto in prossimità della finestra
spettava a mia madre, quello centrale era mio e quello
vicino alla porta era per mio padre. Ricordo ancora
quanto spiazzante, forse persino umiliante, fu, alla sera,
trovare il letto sfatto, quando alla mattina mi ero destato
accanto a un amico. "Come puoi violare così quanto predichi,
e sbraiti?" rivolsi a mio padre, solo attraverso gli occhi.
Egli si voltò, e andò via. La prima colazione a letto
me la portò A., circa dieci anni più tardi.
Fui sorpreso e incapace di gratitudine. Un evento del genere
avrebbe ben figurato nel novero dei miei primordiali slanci
d'architettura del mondo: tutti dettagli nitidi, unici e incausali.
Ogni mattoncino poteva giustapporsi ad uno analogo in almeno
quattordici modi: ciò garantiva margini apparentemente buoni
di riuscita dell'iniziativa. Nei momenti di smarrimento,
era sufficiente una rapida occhiata alle figure,
un destro calco dal Libro della conoscenza.
Per il bambino, ciò non era né forzare, né barare.
Passò sotto silenzio, rimase così.
Crebbi perciò ignobile, freddo, mostruoso,
ebbro di ambizioni che credevo esistenti, tangibili,
ebbro di contatto fisico con la carne dei sogni.
Sulla strada che divideva da uno svago geometrico e dal caffè
mi imbattei in A., che fremeva, per un bacio.
Glielo diedi, quello e molti altri. Troppo freddo, inumano,
negarsi, di fronte ad un palpito così puro.
Alla prima folata di vento che ci divise per più di un palmo,
realizzai di trovarmi sull'orlo di un baratro.
Qualcuno urlò: "La leggerezza è un crimine!"
ed io la rincondussi alla sua città, fornendole indicazioni
per distinguere i mostri ed i ladri, specie quelli che,
contro la loro stessa natura, si reputano abili e santi.
Le raccontai poi del taglio sulla mano, così come feci con Bi,
ma ad A. lo raccontai per incutere timore. Ebbi successo.
Il giorno dopo mi scrisse "tu non hai amore, hai solo morte"
donandomi questa immagine funebre di me che depongo a terra
un trofeo senza vita, candido e delicatamente agghindato.
Promise di non far menzione del nostro incontro
ma disattese la promessa.
Mi sento vile! - per aver scientemente sovrapposto, limato
e confuso le iniziali e i percorsi di due donne diverse.
Non i luoghi, no: per gli architetti del tempo, i luoghi sono sacri.
La scappatoia che mi salva dalla totale abiezione è che per i morti
ogni luogo, ed ogni tempo, è il medesimo.
Mi incammino così verso casa di Bi, anch'essa prossima al greto,
gravando con tutto il peso sul piede sinistro,
debilitato da un bruciante senso di colpa.
Il paesaggio è spoglio, privo di costruzioni, silenzioso.
Le parole "scegli me" giacciono spente sul fondo del mio stomaco.
8 febbraio 2012
Mano
ha cambiato il mio essere.
Non mi stancherò mai di dedicarti
ogni cosa, bella o cattiva,
importante o futile,
possa uscire da queste mani
e da questa testa marcia.
Eri, sei e sarai,
in ognuno di noi, sempre.
25 gennaio 2012
La Questione Bombieri
La relativa importanza dell'aspetto sessuale sta nella contrapposizione
tra la "semplice ginnastica", dunque l'opinione,
propria anche di mia madre, per cui foia e foga
siano sopravvalutate, e il giunto tra Eros e Thanatos,
dove la necessità della violenza
è la necessità di provarsi in grado di sopravvivere,
alla numerosità e all'intensità degli shock.
Il mondo delle donne è sorretto da un titano di cartapesta:
tonnellate di richieste, cui è indispensabile prestare attenzione,
essere all'altezza. Certe gru dai colori sfavillanti
vorrebbero nascondere la testa sotto la sabbia,
o solo sfregare il proprio lungo collo contro un altro,
più morbido. Prevalgono invece, talora a distanza di lustri,
i biechi propositi meccanici per cui una gru nasce
solo per sorreggere carichi.
Tu, giovane, non puoi semplicemente ignorare la tecnica del tuo tempo.
Dovrai seguire la tecnica che delineerà l'età di tuo figlio,
non potrai semplicemente bollarlo come un inetto,
perché non sa giocare ai cavalli ed approfittare delle occasioni.
Maleducato, mi dice. Maleducato, irrispettoso, insensibile.
Chi mai mi avrebbe dovuto rendere conforme all'etichetta,
incline a prostarmi, empatico e facile alle lacrime?
Non le raccogli, tu, le parole? Lasci che fuggano impazzite
o anneghino in un bicchiere di whiskey?
Ora che sto per andarmene, le pareti di questo posto
mi sembrano i confini inviolati di un posto nuovo.
Me ne sto con la sigaretta al vento buio e gelido,
maturando propositi che non hanno possibilità di compimento,
ora. Non ridi mai, dice lei.
Penso alle occasioni in cui ho regalato una rosa,
o me ne hanno fatto dono. La simbologia dei fiori è semplice:
ciò che non sarà, il frutto, o che è appena stato reciso, il gambo.
Attorno a me si affollano i discorsi frivoli
di chi non ha ancora le spalle al muro.
"Cinque e mezzo, Ramirez, alla prossima. Eh, ma le gambe."
Ci sono le scale di casa tua
che mi infondono lo stesso senso di smarrimento
e totale dedizione.
Ci sono le parole "tua madre sarebbe fiera"
come pure una manifesta, inattesa approvazione
morale di un volto severo, che senza tremori
afferma "potresti essere sprecato, o pentirtene.
Non è semplice tornare sui propri passi.
Per istigarti a riflettere, ti porgerò ora un dono enorme."
Di nuovo in balia del vento.
Premurati di sincerare che chi lo conosce,
lo sappia interpretare davvero.
Nuova boccata di fumo.
Ti aspetto e ogni giorno
mi spengo poco per volta
e ho dimenticato il tuo volto.
Mi chiedono se la mia disperazione
sia pari alla tua assenza
no, è qualcosa di più:
è un gesto di morte fissa
che non ti so regalare.
(Alda Merini)
30 dicembre 2011
Rapsodia anarchica
Si aggiungono strumenti e dissonanze,
fino a bearsi di ciò che si possiede,
di ciò che si ottiene e di ciò che si estorce.
Nel primo movimento si descrivono vita e passioni dei ladri.
Antitesi: il secondo movimento è la comparsa di un demone.
Questo si manifesta sulla via dell'ispirazione,
ai confini dell'empirico. È un ribaltamento.
Sbarazzarsi di ciò che si ha.
Per non esserne posseduti, o per cavarne piacere.
Il samaritano esaltava unicamente la propria grandezza,
accorciando le distanze tra atarassia ed edonismo,
nirvana e apocalisse. Nel secondo movimento si descrivono
vita e passioni dei martiri, nonché l'abbandono degli oggetti.
"... mi stimava, a tratti mi comprendeva, cercava di rendermi più socievole.
E avrei trascorso tutta la vita addosso a lei. È una motivazione sufficiente?
Non lo so, ma per me lo è."
Qui la necessità di aggiungere un paragrafo incidentale.
Assecondare quella inestinguibile bramosia ludica
di frugare tra le scartoffie - l'ordine è sopravvalutato,
so orientarmi alla perfezione nel caos da me generato,
o nello sconfinato e torrido deserto, costretto all'esilio
dal sangue del mio sangue. C'è un unico nemico.
La scala delle priorità, quando la biochimica è debitamente imbrigliata,
poggia sui propositi ritenuti adatti a travalicare la grettezza dell'avversario:
parlo del tempo, come sempre.
La frase musicale, ricca di pause, lo lascia ben intendere.
Sintesi: il terzo movimento - "Epoché" - si apre con un'interminabile apnea,
brusco risveglio tra sudori freddi. La terra non appartiene ai demoni.
La terra non appartiene a nessuno. Vi sono le labbra di una donna,
tutto quello che è inanimato è perso, il resto è rosso.
Ciò evidenzia la presenza di un cuore pulsante.
Ogni cosa è perciò, parallelamente, nera,
imbrattata dal lercio di troppe battaglie.
Il terzo movimento potrebbe avere come sottotitolo "Damage".
Vorremmo tutti mescolare poesia e prosa, zucchero e coltelli,
saper riconoscere i segni come Poe e dire "stavi pensando a questo",
"hai preso questa risoluzione per questa ragione"
non essere cuccioli rabbiosi e fradici in fondo ad una strettoia,
gravidi di risentimento, alla strenua ricerca di calore,
e di una mano che accudisca, nettata dal sangue dei martiri.
Ci donano un urlo, un pianto, un tetto, delle abitudini e dei pregiudizi.
Il processo di conversione dei colori natali può richiedere tutta la vita.
Che sia rossa o nera, una volta compiuta,
la liberazione non offre garanzie d'alcun genere.
All'opzione Bi non piace essere seconda nel cuore di un uomo.
Come biasimarla, se moriranno tutti.
Risuona un colpo di pistola, cala il sipario.
17 novembre 2011
Desiderio - Un Ideofono Per Due Righe Di Sfogo Finale
14 novembre 2011
Il teorema della scatola cinese
giró sobre sí misma y en nosotros,
hasta juntarnos por fin en este sueño,
como fue escrito en el Simposio.
Pasaron noches, nieves y solsticios;
pasó el tiempo en minutos y milenios.
Una carreta que iba para Nínive
llegó a Nebraska.
Un gallo cantó lejos del mundo,
en la previda a menos mil de nuestros padres.
La tierra giró musicalmente llevándonos a bordo;
no cesó de girar un solo instante,
como si tanto amor, tanto milagro
sólo fuera un adagio hace mucho ya escrito
entre las partituras del Simposio.
Nel sogno del ragazzino imberbe, questi si desta di soprassalto, preso da un gran prurito in volto. Sgattaiola nel gelido algido bagno del secondo piano, fa scattare l'interruttore con la nocca del dito medio. Nello specchio, due piccoli e sgraziati occhi rossi. Sulle gote, sul mento e sul collo chiazze irregolari di barba ispida, fulva, orribile, spaventosa. Un chiaro monito: un tempo deve compiersi.
Tra poche ore bisognerà tornare tra i banchi del liceo. Non fosse per le dottrine blaterate, sarebbe una quotidianità piacevole. Volta ad abbracciare G, K oppure E.
Ho bisogno di un rasoio. Non perché mi curi spasmodicamente del mio aspetto. Tutt'altro. Appaio genericamente trasandato, allo scopo di lasciar filtrare il solito messaggio: non è questo, il punto. Ho scarso successo.
- D'Aurizio, tu sei l'emblema del completo fallimento del nostro sistema educativo. Un elemento di grandi capacità ed ampli orizzonti, ma che nessuno si sognerebbe mai di definire "scolare" o "scolarizzato". Radicale (per non dire "criminale"), pazzo e violento, questo sei.
Trovo un rasoio, lo utilizzo con perizia ed elimino lo scempio facciale. Tornato giovane, ecco che angoscia si sovrappone ad angoscia. L'indomani dovrò prendere un treno all'alba, raggiungere Pisa e sostenere un esame, ossia compensare un'abissale ignoranza con una dose equivalente di faccia tosta ed abilità nell'improvvisazione. Questo so fare: spacciare metadone, glorificare surrogati.
Così quest'oggi non è un giorno qualunque, da contemplarsi con lentezza.
Dopo quest'oggi potrei non avere più alcun contatto con G, K o E.
Ogni melensa prospettiva futura è recisa da una ghigliottina.
Devo lasciare un segno eclatante. Che siano loro, ad avvertire il bisogno, se non di preservare intatte le potenzialità, quantomeno la memoria. Essere trovato, disseppellito, come un reperto del precambriano o un'ascia di guerra, è una delle migliori approssimazioni di felicità che io conosca. Venite a prendermi!
Come quello volta che la Prof e il suo cane mi scovarono a leggere e fumare nel parchetto cittadino.
Triste, scompagnato e nient'altro.
- E il grande progetto delle scelte sovrapposte?
I soggetti meno dotati non si interrogano in merito al tempo. Quelli più dotati arrivano a percepire la continuità. Ma sono le condizioni marginali le più interessanti. Nel caso del giovane, questi sembra avvertire la rottura e la ripresa di tre o quattro differenti linee temporali, concomitanti. Sembrerebbe, inoltre, che questi spezzoni posseggano un'origine comune, da individuarsi nella presa di coscienza della, senza inutili reticenze, grande tragedia personale: la malattia della madre. Mi sento perciò di datare al 1994 questa inconsueta "ramificazione": all'epoca, il soggetto aveva appena dieci anni.
I genitori si seccarono presto dell'eccessiva loquacità e della totale assenza di pudore del figlioletto. Fu così che le ultime bravate, un furto in un negozio di dischi e una truffa telematica ben più ingente, gli fruttarono il riformatorio attraverso un iter giudiziario quasi lapidario.
Il riformatorio era una struttura dalla facciata d'asilo, o di colonia estiva, e dai ritmi del carcere. Il processo di rieducazione era incentrato sull'etica del lavoro. E sulle botte, mai lesinate. D'altro canto, gli educatori erano ripescati, su base biennale, dall'ampio bacino di disoccupati che il recente fallimento di un colosso metalmeccanico aveva provveduto a rinverdire. Non era richiesta alcuna esperienza, non c'erano test di sbarramento. I muscoli andavano più che bene.
All'interno del riformatorio conobbi Z. Aveva la mia età, un fisico esile e degli occhi verde brillante, incessantemente guizzanti. Quando lo sguardo di Z si posava su qualcuno, questi ne risultava trapassato, quasi per effetto di una spada o di una impalpabile, inappellabile condanna.
Inutile dire che tutti mantenevano debite distanze. Pareva si trovasse lì per aver partecipato ad un assassinio politico; alcuni vociferavano fosse proprio lui l'esecutore materiale. Fatto sta che era esentato dalle ore di falegnameria. E trascorreva quasi tutto il suo tempo leggendo. Io, da parte mia, ero esentato dalle ore di informatica: temevano mi ficcassi in qualche altro pasticcio. E così, fu Z a prendermi in simpatia, percependo forse un'informe inquietudine, simile alla sua, il cui sintomo primo consisteva nel non dormire mai più di tre o quattro ore a notte. Mi illuminò sulle barriere tra percezione e realtà, individuo e sistema.
Ad un certo punto, nonostante fosse per me impossibile negare la sua grandezza e influenza spirituale, io me ne stancai. Avvertii rigetto. E compresi. Non l'attuabilità di un omicidio in conformità all'etica, ma qualcosa di basso e animalesco: che magari lo stesso era capitato a chi aveva conosciuto me. Z non meritava il mio tradimento, così come io non meritavo d'esser tradito. Ma non c'erano autentiche opzioni. Non c'era alcunché da ponderare o scegliere.
In simili occasioni, tutta la scienza della biblioteca d'Alessandria non eguaglia l'intuito di un singolo uomo. Optai per la fuga. Non era la prima volta, e non sarebbe stata l'ultima. Un fuga precipitosa e non pianificata: anche per questo, completamente imprevedibile, sottile come uno stiletto.
Abbandonare il riformatorio, per rifugiarmi proprio in casa mia, mi fu facile. Ero pur sempre un ladro. Mi premeva tuttavia non allarmare i miei genitori con la mia prematura dipartita. Trascorsi così un paio di giorni segregato in camera mia. Chiusi la porta dall'interno e cercai di non produrre alcun rumore.
Utilizzavo il bagno solo nelle ore durante le quali la casa era vuota, e approfittavo di queste occasioni anche per depredare la dispensa di poche cose da sgranocchiare. Trascorse quasi una settimana prima che mia madre mi scovasse.
Non parve minimamente sorpresa.
Eppure avevo vissuto da parassita nella mia stessa vita, nella mia stessa casa.
Dalla raccolta del materiale onirico del soggetto emergono diversi elementi di rilievo. Copresenza latente di senso di colpa e tendenze autolesionistiche, emotività schizo-paranoide, sindrome da abbandono. Il soggetto, tuttavia, esibisce una inusuale cosciente consapevolezza delle proprie aberrazioni. Risponde spesso a domande con domande, non esita nell'esposizione. Nell'ultima seduta, è riuscito ad inquietarmi più del solito.
- Dottore, ha mai pensato a cosa potrebbe essere la sua vita, la mia vita, la vita di chiunque, se posti dinanzi ad un bivio potessimo imboccarne simultaneamente ogni biforcazione?
Il tempo è un vincolo rettilineo, unidirezionale, intollerabile.
Accetto l'esistenza della morte. L'ho pure tenuta in braccio.
Ma non poter tornare ad agire sulle cause, è questo che mi manda in bestia. E' come doversi accontentare di lenire i sintomi, piuttosto che curare, una malattia.
Quando mi crebbero i primi capelli bianchi, Z mi chiese: "E tutto il resto?"
Ma non esiste tutto il resto, non esiste più. Inaccessibile.
Leggo ridotto over 60 e mi chiedo se riuscirò ancora ad essere qui,
custode di futili colonne d'Ercole, con la stessa compostezza
e la medesima rigidità negli addominali,
frutto di una disciplina marziale ormai interiorizzata.
Per sognare un mondo che muova i suoi passi all'unisono coi miei.
Trovo ci sia qualcosa di sacrilego nell'asciugarsi le scarpe sul simbolo della supremae dignitatis. E qualcosa di grandioso negli sterminati spazi che si aprono dal basso di una piazza, dal risvolto del cielo il cui peso grava sui tuoi denti e li spezza, giorno dopo giorno. Puoi avvertirne la ruvidezza mentre ingoi. E quel sapore metallico, è solo sangue.
Titolo: C'era una volta in piazza. Sottotitolo: il sangue freddo non ha portato fortuna.
Nonostante la bellezza della gran figa francese, la romantica risolutezza del killer sentimentale di Sépulveda, gli artisti poliedrici come Angela Baraldi.
Quo Vadis, Baby?
13 novembre 2011
1989
Ne avremo di cose da raccontare, noi dell’89: cose come il Ciao e Piccoli Brividi, ma anche l’Euro e Facebook. Non per togliere nulla a chi venne prima (e, in misura minore, dopo) di noi. Abbiamo avuto una consapevolezza particolare già dopo aver varcato le soglie del nostro primo giorno di scuola, alle elementari, dal VII governo Andreotti a Tangentopoli. Abbiamo visto Hammamet varcata da ladri che non ridaranno i soldi ai nostri genitori per i prossimi cento anni; vaghi ricordi di due torri che tagliavano il cielo di una splendida, malinconica New York; l’incisione sempiterna di un Tardelli che urlava al mondo e di un Grosso in lacrime dopo un gol. Come Woody Allen. Abbiamo visto nani salire al potere e ricadere per delle zoccolette minorenni (le stesse che ci faremmo durante quelle notti da sbronzi); il lento declino della RAI, che da Pirandello e l’Almanacco passava a tette e culi dati aggratisse come neanche i trans dietro le nuove poste di Cosenza sanno fare.
Non è un post malinconico. Statene certi. Ho cambiato radicalmente la mia visione del mondo, in questi anni, per constatare che nulla cambia in brevi intervalli di tempo (sentite qua, “intervalli di tempo”: come se si parlasse di un esercizio del cazzo dato dal vostro docente di Fisica 1 per lo scritto di febbraio). Mi son reso conto che l’unico punto focalizzante sugli eventi che ci sovrastano è il tempo. Quello che sconquassa la memoria, che divora tutto; come un Crono che per paura di perdere il potere divora i figli. Quello che costruisce statue di bronzo che dureranno in secola seculorum, quelle che tutt’ora nutrono le nostre menti di fervidi viaggiatori nella cronologia altrui. Tanto da farci dire, magari scherzando, ma anche con una certa nota di tristezza: “Eh, se fossi nato prima…”
Noi dell’89 siamo nati quando Mario e Zelda erano già superstar, mentre alle porte del futuro nascevano Battlefield e Fallout. Abbiamo goduto delle opere di Pinter e Osborne, quando già questi erano Nobel o morti da chissà quanto tempo. Prima o poi qualcuno di noi avrà detto “Il Nobel della Letteratura non ha senso da quando Borges è morto”, senza renderci conto che in realtà Borges era già al di là dell’Aleph. Abbiamo criticato Mussolini, Cossiga, Andreotti e Berlusconi sempre dopo le loro disfatte ai danni dei nostri genitori, nonni e bisnonni. Abbiamo visto le impronte sulla Luna a 300.000 chilometri di distanza, e vent’anni luce dopo. Abbiamo anche avuto il coraggio di dire che “I Pink Floyd sono una cazzo di band brit-pop di merda”, quando i Radiohead pubblicavano Kid A e Amnesiac.
Eravamo già vecchi, quando la DDR contava ancora un agente dei Servizi Segreti per abitante; quando l’Islam era una delle tre religioni rivelate e non il nemico con gli ordigni nucleari, tanto cattivo da poterlo utilizzare sugli eroici, protestanti, americani. Eravamo già vecchi quando Gorbachov diede il via al lento progredire del sogno americano; quando Giovanni Paolo II fu graziato dalla Madonna di Lourdes per poter continuare il suo silenzio nei confronti di preti pedofili e campi di concentramento croati. Eravamo vecchi, quando la polvere di due torri e di un edificio pentagonale entrarono nei nostri polmoni, giusto il tempo di farci urlare “Ma che cazzo…?”, per poi ricordarci che la storia non era ancora finita. Siamo già vecchi, ora che il mondo sembra andare a rotoli, aspettando un 21 dicembre che, come i tanti monimenti di Geova ci hanno abituato nel corso degli anni, continua a turbare la nostra tranquillità.
Tra il muro di Berlino e MySpace. Abbiamo vissuto ogni singolo attimo presente e assorbito ogni evento passato come se ci fossimo figurati di essere popolo di un tempo che non aveva mai fine. Non avendone uno nostro. Chi è il vecchio ora?
11 novembre 2011
Dharma annebbiante
Tolti gli occhiali vedevo la verità e almeno non ingenuamente scorgevo ciò che di illusorio si riversava verso i miei occhi in quel momento languidi ma puri e anche con visuale pura del mondo, del cielo stellato e della pallida e fervida Luna e non una visuale ingannevole, non un’essenza ipocrita della natura, perché almeno osservavo le cose come realmente stavano ossia: poco nitide, sbiadite, senza congiunzioni e un filo conduttore e una verità e l’essenza reale ma soprattutto ingannevoli, camaleontiche: apparivano in modi e sembianze diverse e strane e continuamente mutevoli. Gli occhiali invece mi davano l’aria dell’intellettuale borghese savio borioso capace di conoscere l’inesplicabile e di individuarne i concetti più oscuri e misteriosi; ma i concetti oscuri e misteriosi cosa sono? È tutto nella mente, mi ripetevo. Non esiste nulla. Nemmeno l’essenza, forse, e nemmeno la X ignota kantiana e forse nemmeno Kant ed il suo pensiero trascendentale. Con gli occhiali con questi stupidi occhiali m’illudevo di scorgere tutto e m’illudevo di poter andare sempre oltre ciò che ho conosciuto, ho travisato, ho svelato, m’illudevo di esser capace come uomo e come materia di raggiungere non l’infinito di per sé eterno, irraggiungibile, essente o appunto forse inesistente bensì tante cose che propinavano un avvicinamento all’infinito stesso e divenivano in un modo o nell’altro ugualmente soddisfacenti. Senza le lenti era tutta una sfumatura di cose irreali o parzialmente reali quindi verosimili come tutto questo pazzo mondo invisibile ma che noi ci sforziamo a rendere visibile, giustificandone le sembianze, e cadevo dalla mia boria o presunta tale per ritornare coi piedi per terra ed accorgermi di tutta questa inverosimiglianza e parvenza e forse mi sentivo anche inadeguato, debole, indifeso ed incapace di reagire ed escluso in un certo senso dal circostante, e senza lenti, insomma, pareva tutta una storia fiabesca e contorta e insensata ma sicuramente e finalmente realistica senza l’illusione di poter scorgere qualcosa che avrei potuto e voluto approfondire all’infinito. Senza occhiali tornavo al primo passo della conoscenza: ignaro di tutto e voglioso solo di scoprire le apparenze e le materie utili per vivere bene; quindi bramoso di arrancare con le più basse conoscenze, che non avrei di certo reputato tali, accontentandomi di esse, senza sapere di essermi semplicemente accontentato, e vivere solo in funzione di esse incurante di possibili quintessenze celate dietro l’angolo che magari con gli occhiali avrei cercato altresì di scovare (e poi lì sarei diventato pazzo, come in effetti diventai poiché vivevo con gli occhiali e non senza, e dunque la visione delle cose non mi appariva approssimativa ma chiara e tonda e dunque da approfondire, da allargare, da discutere, controbattere e ritornare daccapo con l’approfondimento etc.).
Dio, la morte. La morte e la non-nascita sono le salvezze a cui può (avrebbe potuto, ma non ha potere, eccetto per la morte) aggrapparsi uno come me perché di quelli come me ce ne sono a bizzeffe su questo sporco mondo del cavolo assai diverso dall’Iperuranio platonico (o forse, invece, uguale? Pieno di idee, noi tutti, sembriamo proprio noi idee perfette che cercano di trovarne altre e relazionare con esse, è mai possibile?, no che non è possibile, non siamo perfetti, ma cos’è la perfezione e l’imperfezione? È tutto nella mente, siamo Idee e non lo siamo, l’Iperuranio non esiste oppure lo stiamo vivendo giorno dopo giorno e in realtà non esiste neppure il pensiero d’Iperuranio e non esiste nemmeno Platone); e poi c’è sempre quella storia della fuga la quale presenta sempre peculiarità interessanti e chissà se forse è quella la soluzione per non pensare e quindi non porsi un’idea su tutta questa faccenda aggrovigliata in un guazzabuglio di incertezze e dubbi e irrealtà e pseudo-significati. Insomma, mi giravano i coglioni e soprattutto questi pensieri assurdi per la testa. E tutto questo solo perché per un attimo tolsi gli occhiali e m’accorsi così che la miopia era più seria di quanto pensassi.
6 ottobre 2011
Morto Steve Jobs, Si Fa Un Altro Fiasco (Rossi)
Avevo intenzione di introdurre questo post con una frase zeppa di retorica che più retorica non si può, ovvero: Avevo intenzione di introdurre la mia carriera di blogger de "Le Saghe di Onan" partendo da qualche stupidata, tipo una serie di racconti brevi. Poi, dato gli ultimi avvenimenti di questi giorni, come la sospensione di Nonciclopedia prima, e Wikipedia poi, decorata con il trapasso di Steve Jobs, mi hanno fatto cambiare idea.
Ecco. Volevo iniziare così. Però, sapete, queste riflessioni da ciabattaro nerd che sente l'onnipotenza tastando come una scimmia i caratteri di una tastiera del computer sperando che ne esca un discorso serio e logico(cit.) mi stanno leggermente stufando. I tempi stanno cambiando e le modalità di scontro in una discussione sono rimasti sempre gli stessi: le strategie di combattimento sono immutate da secoli, cambiano solo i mezzi. Così ti capita, in un giorno di fine scuola media, sentirti dire da una professoressa di italiano "Le guerre oramai non sono più scontro corpo a corpo, che magari prima erano più meritevoli: ora basta premere un bottone per fare una quantità di danni che nel Medioevo impiegavano forse decenni". La questione non è questa, benché io preferisca il napalm all'ascia vichinga, basta saper usare entrambi con intelligenza; il problema fondamentale è la totale mancanza di voglia nel mettere in discussione le proprie opinioni e avvalorarle con idee di fondo e riferimenti al mondo esterno: aria fritta, insomma.
Ti ritrovi così a dover leggere vagonate di insulti sulla bacheca della pagina di Vasco Rossi privi di senso (sia chiaro, ho scritto anche io sulla bacheca di Vasco Rossi tre giorni fa, ma il mio commento era più un resoconto nostalgico e rassegnato per un artista che poteva dare tanto è ha preferito tornare in auge con minchiatine come bloccare Nonciclopedia o tirare fuori neologismi a caso presi in prestito da un inglese fatto di tre parole di quattro caratteri ciascuna come web-rocker) e constatare che la pagina Salviamo Nonciclopedia è stata aperta da un'agenzia di studio sulle nuove forme di comunicazione: in pratica ci studiano come fossimo macachi in cerca di un culo da pulire. La cosa inizia a puzzare subito dopo aver preso considerazione che il blocco non era proprio un blocco, ma una sospensione per protesta in risposta a una querela partita già un anno prima; inizia a puzzare quando la querela viene ritirata dopo due giorni di tafferugli su Internet che nemmeno le manifestazioni di destra a Reggio Calabria han saputo fare di meglio; inizia a puzzare talmente tanto da sentire il cadavere nascosto sotto il parquet quando, alla riapertura di Nonciclopedia, sussegue la sospensione a tempo indeterminato di Wikipedia per protesta sulla legge bavaglio che si, fa schifo al cazzo, ma il senso di questi eventi mi riporta al punto precedente: ci studiano come fossimo scimmie in cerca di un culo da pulire.
E in effetti un po' scimmie lo siamo. La comunità di Internet, che vorrebbero premiare col Nobel per la Pace, quella comunità multietnica e tollerante altro non è che la solita accozzaglia di bombardamenti informativi casuali e ingestibili, che spesso sfociano nella locura e nel turpiloquio. In Italia siamo zeppi di questi esempi, basti ricordare il video dove venivano raccolti i commenti presenti nella bacheca del gruppo "Lasciate lo zio di Sarah alla folla", una delle cose più atroci che ho visto negli ultimi anni. Non solo per la qualità dei commenti, ma anche per il geniale accostamento delle facce sorridenti degli autori di commenti come "Fiaccole e forconi. AL ROGOOO!"" oppure "Torturato ma sempre tenuto in vita, altrimenti gli farebbero solo un favore!".
Decantiamo tanto la nostra capacità di distinguerci dagli animali che saremmo capaci di scannare chiunque dica il contrario. Da questo punto di vista, anche Internet ha fallito: lo strumento che azzera le distanze e permette un bombardamento di informazione mai visto in precedenza nella storia dell'umanità, è ora ridotto a semplice bagarre e accozzaglia di inutili commenti dove gli autori non fanno altro che rimarcare le proprie opinioni senza nessuna voglia di sostenerle con basi accettabili e, magari, convincenti.
Ora sono veramente stufo di battere a caso, il mio discorso logico, da brava scimmia quale sono, l'ho fatto. Ora è tempo di tornare sull'albero a mangiare qualche pidocchio.
Perché una parola d'ordine così "innocua" e "naturale" come quella della "libertà di critica" è per noi un vero grido di guerra? - Vladimir Il'ič Lenin - Che Fare?
Mai frase, e titolo di un'opera, furono più azzeccati.
P.S.: E' morto Steve Jobs, evidentemente le reti anti-suicidio con lui non hanno funzionato alla grande.
29 settembre 2011
Neutrinity
0.002435018 secondi
mentre questi eroici neutrini hanno tagliato il traguardo in
0.002434958 secondi
il che significa che la massima velocità raggiungibile, 299792458 m/s, diventa 299799845 m/s.
O, se vogliamo essere brutali, resta 300000 km/s, come sempre ci hanno insegnato.
La cosa che mi ha davvero colpito è come, tutto sommato, basti molto poco per sradicare le nostre convinzioni, per minare le fondamenta delle teorie su cui si basa il nostro modo di agire. E, cosa ancora più incredibile, piuttosto che ammettere di fronte all'evidenza sperimentale che tutto il nostro sistema di valutazione è fallace si preferisce affogare nella prudenza, nel conservatorismo, irritati dalla necessità di dover mutare opinione dinnanzi ai fatti, accogliendo con fastidio il cambiamento e la diversità di vedute. Ecco, è così che mi piace immaginare i neutrini, come lampi luminosi che possano spaccare l'inamovibilità di chi non ha mai dubbi.
3 giugno 2011
it's never enough
7 settembre 2010
Il cielo non esiste
4 settembre 2010
Il senso della sensitività
Quando ho detto questa cosa i miei amici hanno iniziato a guardarmi con aria sospetta, come se avessi confessato di essere omosessuale o, peggio, di essere interista. D'altronde anche io resterei scioccato da una tale notizia se non poi opportunamente spiegata.
Io non intendo sensitivo alla Vanna Marchi, che magari finge di prevedere i numeri del lotto, vi legge le carte, vi dice se il vostro partner vi tradisce o vi ama alla follia.
Ed allora cosa diavolo faccio? Buona domanda.
Io "sento" quando sta per succedere qualcosa di particolare nella mia vita. Quando arriva, lo so già. Non sempre so dire se sarà qualcosa di buono o meno, anche se spesso lo intuisco, ma sento quando l'avvenimento è imminente, come una sorta di presagio.
Ad esempio so con buone 12 ore di anticipo quando vedrò o sentirò la mia ex. Se la sogno, il giorno successivo avrò un contatto perlomeno visivo con lei, se invece mi fa male lo stomaco come se avessi una ventosa all'interno, vuol dire che avrò un contatto telefonico con la sopracitata, o semplicemente che ho mangiato troppo pesante. Ormai è assodato, ed il margine di errore è pressocchè nullo (n.d.r. ultima conferma ieri). Poi l'incontro sarà ovviamente ultra-scenico, con diluvio continuo interrotto solo quando la si incontra per poi riprendere piu forte di prima una volta che ci siamo salutati. Come se anche le goccioline d'acqua non volessero perdersi lo spettacolo. Sì, ne vale la pena. Perchè io smetto di essere un essere pensante, mi stampo in viso una maschera fissa degna del miglior carnevale veneziano, e poi passo i 30 min successivi a darmi del coglione. Una volta mi ha addirittura avvicinato un ragazzo e ho rischiato la rissa, visto che credeva l'appellativo fosse per lui. Un'altra volta invece ad avvicinarsi è stata una vecchina che mi chiese: "caro, hai bisogno di qualcosa?" "no, ho bisogno di qualcuno".
Credo inoltre che a volte davanti ad un bicchierino di whiskey con tra le mani un buon sigaro si possano scoprire le piu grandi verità. Già, perchè se a me dovessero chiedere quale sia la condizione migliore per capire il senso della vita, forse consiglierei proprio una bella bevuta tra amici, o meglio da soli, più deprimente ma più introspettivo. Tutti i grandi passi si fanno da soli, senza compagni o intermediari. E ad ogni passo in avanti, si perde per qualche istante l'equilibrio.
CM: "Ho capito di essere diventato adulto proprio stasera, quando ho dovuto condirmi l'insalata da solo in una casa vuota":
Hugo: "E' una frase di una tristezza infinita".
Oppure un viaggio a Malta. Il delirio.
Già, altro che sedute psicanalitiche, un viaggio a Malta ti apre nuovi mondi e prospettive. Dalai Lama? no grazie, Havana e Coyote (due discoteche maltesi). Ma è proprio in quei momenti che si capisce dove si è nella propria vita e dove si va, o perlomeno ci si prova. Sta qua la differenza.
Perchè a me non verrebbe in mente di pensare all'oceano, alla barriera corallina, ai pesci che ti nuotano intorno facendo ghirigori con le loro scie, ai cavallucci marini che ballano il waka waka. Io quando mi rilasso vedo cieli cupi e montagne da scalare, la cui unica flora è una stella alpina solitaria e a cui onestamente sono ghiacciati i coglioni a stare ferma a prendere tutto quel freddo. Forse perchè per me ogni traguardo è solo un intertempo di una corsa piu grande, o forse perchè non sono mai giunto a nessun traguardo.
Provateci su, mettetevi su una bella poltrona. Terzo o quarto superalcolico della serata in mano, una bella cannetta vecchio stampo e riflettete. Siete tipi che sognano delfini felici che mangiano caramelle gommose tra un salto e l'altro, o tigri della Malesya pronte a far saggiare i propri artigli aguzzi?
16 luglio 2010
Je n'ai pas le temps
Con questo, intendo mettermi fretta. Passati i 22 anni potrebbe essere giunto il momento di preoccuparsi di occupare le giornate in qualcosa di utile (più utile che vincere il pallone d'oro nella modalità mito alla play station, almeno).
Probabilmente coltivare la speranza di possedere qualche dote nascosta così bene da non essere mai emersa di prepotenza in tutti questi anni rasenta la presunzione più alta. Perfetto, avete colto il punto. Come l'ho colto io, ignorandolo con cognizione di causa. Mal che vada sprecherò del tempo in attività non utili se non alla personale gratificazione, obiettivo di per sè sufficiente, e, come mi dicono, finirò in mezzo alla strada. Cioè il luogo migliore per mettere a frutto ulteriori arti tirando su qualche palanca, mi rassicuro io.
Ma non crediate che solo il sottoscritto sia affetto da questa esaltazione d'intenti. L'umanità stessa è per sua natura propensa ad allontanare la morte, che di per sè potrebbe essere un problema solo se si ha qualcosa da fare prima di decomporsi. Che è esattamente la questione.
Pensate alla grazia dei bambini, che puntualizzano la loro età aggiungendo delle tenere frazioni. Secondo ratione, non fa una piega: eppure un fanciullo che dichiara 4 anni e tre quarti fa ridere quanto una vetusta signora che ne rivela 40 in vece dei suoi 48. Proporzionalmente, è la stessa strategia che maschera intenti opposti.
Eppure non mi viene in mente di rispondere che ho 22 anni e mezzo a chi chiede la mia età. La gente ha paura del proprio incedere ed allontana idealmente il paletto del traguardo ogni volta che vi si avvicina troppo. I 20 si conquistano, ma i 30 si passano. Ecco perchè ho fretta.

13 aprile 2010
La notte (guest post by Cla)
Un qualcosa di profondo si avvicina meticolosamente davanti a noi. L’Alba è appena giunta, e quel Sole laggiù mi sembra ancora troppo pigro. Il cielo accoglie tra le stelle spente una gigantesca palla infuocata, pronta ad illuminare un nuovo giorno. Le piante osservano imperiture il fiorire della luce, soddisfatte ed affamate di vita. Gli animali sciolgono quella dolce agonia chiamata sonno, aprendo gli occhiuzzi ancora troppo abituati al buio. Gli uomini e le donne ancora sonnecchiano, ma tra loro c’è chi ha visto tutto. Il paradiso sembra sorto dal nulla, prima della sua venuta chissà cosa c’era. La terra s’è svegliata, ma quella sfera avanza sempre più in alto, sempre più gialla, sempre più cara. Il cielo è limpido, le nuvole atterriscono, tutto diventa floreale. Mentre il popolo sfugge alla vita, il Sole s’innalza sempre più, scrutando tutto e tutti. La dolce brezza accarezza i volti degli uomini, la potente palla abbronza il bianco mondo, ancora tenebroso. I fiori omaggiano il bel tempo venutosi a creare, gli uccelli cantano lucenti e spiccanti, il ghiaccio si scioglie sotto le gelide zampe dei pinguini, gli alberi sudano con orgoglio, il mare è calmo, pronto ad accogliere i raggi solari. E pian piano tutta questa gaiezza nell’aria, ricomincia velocemente a dileguarsi nel nulla. Il Sole, giunto troppo in alto, decide di tornare a casa, abbassandosi lentamente, con calma. Il suo dono alla natura è ormai stato consegnato. Il cielo azzurro tende a scurirsi; piante, animali e uomini non s’accorgono dell’addio del Sole; la giornata sta per finire, l’aria si diversifica, l’atmosfera ritorna allo stato pre-paradisiaco.
È giunta la Notte. Oscurità dappertutto, vicoli e vie più strette e seducenti, strade in procinto di riempirsi e svuotarsi. La Notte non guarda in faccia a nessuno, giunge senza indugi, non ha paura di niente. Il Sole non lascia traccia della sua presenza, la Notte non ha voglia di perdere tempo, arriva, ed il popolo gode. Notti di scatenamento, notti di goduria, notti di spasso, notti di sesso, notti di musica, notti di Luna piena, notti di discoteche, notti di auto, notti di bravate, notti di pace, notti di relax, notti di caos. Tutto ciò che non è stato consentito, nella Notte si può. Perché essa ha un’aria diversa, strana, nuova, che autorizza a fare tutto. La Notte non è cupa, è eccellente. La Notte è fredda, non può essere pareggiata né evitata, è piena di luci, o piena di ombre. Per strada, di Notte, a volte non c’è nessuno. Ma solo beatitudine, quiete, assoluta pacatezza. Ci si può rilassare, senza che nessuno fiati, e sentire ancora una volta quel vento soffiare sul nostro viso riposato, e quel niente che ci attraversa per tutto il corpo e ci rende forti, e quei ricordi che ritornano prepotenti nella nostra mente per addolcirci il momento, e quel futuro, nelle nostre prospettive, perché nella Notte sembra più mielato e prossimo. Nella Notte non c’è lavoro, non c’è preoccupazione, non c’è timore né paura. Nella Notte puoi dimenticare tutto quello che c’è da dimenticare, puoi ascoltare tutto ciò che non hai ascoltato, puoi scopare tutti quelli che ti senti di toccare. La Notte è unica. Ineguagliabile. Non ha niente del giorno, del Sole, del cielo, dei fiori o della luce. Perché ha già tutto, tutto il necessario per vivere dieci, undici, dodici ore tra tenebre, passione e salubrità. La Notte riempie e completa la giornata, scappa, sapendo di tornare ad eccitare il mondo. La Notte è perfetta. Non ha bisogno di inutilità come il Sole. Vive senza. La Notte ha un’anima, che raggiunge ogni persona, trasformandola in lupi mannari, in vampiri, in deliziose sinfonie di eternità. Secondo dopo secondo la Notte si accende sempre di più, troppo affascinante e romantica, permissiva verso qualunque cosa volessimo fare. Quanto mi è cara quella Luna. Così argentea e scintillante, inebriante ed intrigante, osservatrice dello scuro circostante che fa da cornice a tanti baci e tante carezze. La Notte nasconde tanti segreti, se ne infischia di cosa fa il mondo. Lei c’è, ed invita la moltitudine a godersela. Assaporare la Notte per tutti i suoi favolosi benefici, è vivere, incorporarsi con la parola passione. Nella Notte è incantevole sentire quel mare agitarsi senza motivo, quel albero scuotersi continuamente, quel silenzio posto ovunque, quel suono delle discoteche assimilato nel proprio corpo, quell’amore verso il lui o la lei, giunto al culmine della sua onnipotenza per la presenza della Luna ammaliatrice. La Notte esisterà per sempre, continuamente pronta a soccorrerci dai fatti dell’esistenza. Quando sarà terminata, scorderemo tutto. Perché quelle sensazioni scompariranno insieme alla Luna, ma saranno già preparate per una nuova Notte. Dietro l’angolo, pronta a servirci ancora.
1 marzo 2010
La cosa (guest post by Cla)
Esiste qualcosa che un giorno arriva, senza preavviso e senza indugi, arriva per chiunque. Puoi vivere in qualsiasi campagna, in qualsiasi ospedale, in qualsiasi metropoli o isola. Non c’è Dio o fortuna che impedisca la venuta di questo tornado, potente e indiscreto, capace di stravolgere tutto, ma proprio tutto; e qualsiasi mezzo tu disponga, non servirà a niente per ostacolare la sua furia. Dare un nome a questo tornado. Per capirlo, aggirarlo, indebolirlo, sottrarlo. Il nome eviterà che questo tornado agisca? O il suo estremo vigore, impavido e scortese, non ha pietà per nessuno? Chi non lo conosce, lo conoscerà presto. Chi l’ha affrontato, saprà come eluderlo, ma non abbastanza per sconfiggerlo. Chi l’ha sconfitto, avrà gloria ed onore, ma si renderà conto che le sue gesta non sono servite a niente. Il tornado arriva, per chiunque. È la passione, la smania, l’inquietudine, la frenesia. Di una “cosa”. Chiamiamola così.
C’è chi arde di bramosia per questa cosa. Il mondo e la vita quotidiana, diventano monotoni dopo un po’. Si cerca ad est, si cerca ad ovest. La cosa si nasconde, tra insicurezza e paura, non vuole essere trovata. Ma l’uomo cerca, cerca senza sosta, nonostante la vita continui a scorrere inesorabile e qualcuno, sembra, l’abbia già trovata. Chi prima, chi dopo. Quando il miraggio confonde la mente dell’uomo, quando l’illusione entra in scena, quando il sogno si avvicina prepotentemente alla realtà, sembra di essere riusciti a trovare la cosa. La brama e il desiderio aumentano sempre di più. Si pensa il modo con cui affrontare la cosa. Si fanno progetti, su come vivere la cosa. Si immagina la vita, con la cosa. L’uomo diventa pazzo, non conosce null’altro, meno che la cosa. Tutte le azioni del passato si sciolgono come zucchero nel latte, e tutti gli oggetti che ci sono sempre stati intorno, diventano come lacrime nella pioggia. Adesso c’è la cosa. Non conta più niente. Ma era solo illusione. In realtà non era nulla. E si ritorna a cercare, cercare e cercare. Cercare quel ti amo, da qualche parte, convinti che ci sia, e stia aspettando solo noi. In capo al mondo, nell’Inferno, dal personaggio più crudele di questa terra, dall’amico più fidato e mai abbandonato. Si cerca, come acqua nel deserto. Pieno di miraggi, di illusioni, di inganni e allucinazioni. La passione s’è impossessata di noi, nulla ha l’abilità di cancellarla e rispedirla da dove è venuta. La testa diventa sempre più malsana, l’obiettivo sempre più cinico, le forze sempre più scadenti. Eccola, l’abbiamo trovata. È lei, ne siamo sicuri. Si è nascosta per bene stavolta. Non ci scappa. Ma una volta afferrata, questa cosa di ghiaccio si sbroglia nel deserto, ancora arido e minaccioso. Ma niente, non ci arrendiamo. Da qualche parte deve trovarsi questa cosa. E quel ti amo, quell’abbraccio, quel bacio, quel sapore di impeto, quel gelido amore. Si cerca solo questo, null’altro. Non si ha bisogno di niente. La vita non ha sapidità e nemmeno senso, senza la cosa. Così l’uomo ha programmato la sua esistenza. Dal più mingherlino al più coraggioso. Nessuno sfugge alla cosa. Tutti la cercano, tutti la vogliano. Chi fa finta di niente, ma in realtà è peggio di un leone alla ricerca della sua gazzella. Chi avvampa, brucia, soffoca, insistentemente non sa più dove pescare. Ma trova una via, uno sbocco. Qualcuno ha voluto dare un ulteriore opportunità. Bene, si cerca di sfruttarla. Ma niente. Era un altro miraggio. La rassegnazione fa la sua parte. La cosa è troppa furba, a volte riusciamo anche a trovarla, ma non era lei. Bensì qualcosa che la somigliava. Un ti amo falso e corrotto, un abbraccio freddo e schivo, un bacio bugiardo ed insignificante, un amore che non è mai stato amore. Ci guardiamo alle spalle. E vediamo tutto quello che abbiamo fatto e pensato. Abbiamo cercato per mari e monti, facendo bei sacrifici, e qualche sciocchezza di troppo. Ma la cosa, anzi la Cosa, non siamo mai riusciti a trovarla. Difficilmente la troveremo. Lei ha timore di essere scorta, la fuga è la miglior soluzione. Ma noi siamo troppo lenti ed attaccati alla vita, ai fatti, alla quotidianità. Poco propensi a volare, lassù dove puoi vedere tutto, anche la Cosa. Ma lei è sempre nella nostra mente. Cerchiamo di sostituirla, magari di scansarla, ma sappiamo che ci facciamo del male. Non troveremo mai quella Cosa, oppure riusciremo ad afferrare, qualcosa che possa avvicinarsi ad essa. Qualcosa che comunque possa sostituirla in qualche modo, da qualche parte, in qualche tempo. E ci accontentiamo. Troppo deboli, troppo sognatori, troppo fiacchi. Ma ricorderemo tutte quelle illusioni, come momenti di massima potenza. Solo grazie ad esse siamo riusciti a sognare e stamparci un sorriso in faccia, convinti di essere riusciti a trovare la Cosa. E per quanto possano essere perfide ed ipocrite, ci hanno donato per un brevissimo attimo sensazioni che abbiamo sempre inseguito. Un brevissimo attimo che ci ha consentito di vivere come abbiamo sempre voluto, fluidificanti nell’aria, più leggeri di una foglia, più luccicanti di una stella. Ma sono state e saranno pur sempre illusioni. Illusioni le quali sostituiranno quel Ti Amo che non arriverà mai.