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5 aprile 2012

Venere e Marte

Una percezione alternativa dei contorni della vita può essere ottenuta disallineando gli occhi. Quando la distanza si fa troppo ridotta, la presenza ciclopica dell'Altro è tanto nitida da sfocare la semantica della parole. Ma se ci si ferma appena prima, sono i dettagli dell'iride a rivelare il nostro scorrere, e sobbalzare, in rami paralleli del tempo, ed è naturale interrogarsi su cosa fossimo, da entità ancora congiunte, quando la linfa scorreva in un unico tronco. Si era privi di sesso, e l'albero non manifestava alcuna pulsione a piegare il circondario ad una legislazione morale mutevole e contraddittoria. Si era nel corso principale della storia, quello dove ogni riflusso determina una biforcazione, ma non altera il destino.
Vi chiederete forse a chi spetti la corona, alla morte del corso principale. Io non ne ho idea. Ho solo percepito, attraverso gli occhi e il fremito dei tendini.
Alla giusta distanza, le pupille di Bi convergono verso l'apice del naso, conferendole un'aria spaurita, smarrita, fanciullescamente affettuosa, trepidante. Se ne può forzare la dolcezza lasciandola giocare. Ma si sa, non c'è niente di meglio di una partita a carte per rivangare vecchi rancori, come essersi impegnati, piegati e spezzati, ma recando ancora addosso segni e macchie di un lungo vizio. "Mi ricordo di quell'episodio" - mi ricordo anch'io, e vorrei non fosse parte di me. "Dobbiamo procedere adagio, perché giunti al termine, non ci sarà più nulla" - ma ciò è falso: lo testimonia la resurrezione di mille civiltà sulle ceneri e le macerie delle precedenti, nella stessa storia che sorride alla morte e attraverso le virili mani del coraggio scrive: "daccapo".
Ti tengo per mano col solo mignolo, disallineo gli occhi sull'orizzonte - il destro, appena più in alto del sinistro, all'affannosa ricerca del secondo, terzo, quarto passo in avanti, per strappare una certezza dai contorni e le rughe che il tempo non ha ancora scolpito - il sinistro bada: quanto sei vicina, quale dei mille tuoi sensi mi avvolge. Da bambino avevo un flipper, credo provenisse dallo stabilimento balneare dove mio padre e i suoi amici trascorrevano le estati della loro giovinezza. Una notte sognai che applicando la giusta forza sulle leve del flipper, e contraendo i muscoli della braccia, potessi staccarmi dal suolo per un tempo indefinito, in una sorta di volo condizionato unicamente dalla permanenza del contatto col gioco.
Quel sogno ha condizionato l'intera mia esistenza.
Più volte ho sospettato di essere effettivamente riuscito a sovvertire il naturale equilibrio gravitazionale: d'altronde, ho sempre avuto delle braccia piuttosto forti, anche quando sono stato gracile, anche quando ho trascorso sei mesi ubriaco. I processi di innovazione e sradicamento sono reciprocamente funzionali - è un verità millenaria, impressa nei piccoli cerchi dello Yin e dello Yang. Così, quando pochi giorni fa ho visto per strada una ragazza con un bastone da cieca - inconfondibile, bianco e rosso - che pur cieca non era, per il rapido incedere e l'abilità nello schivare i proiettili metallici del nervoso traffico cittadino, sono rimasto inquietato dalla parodia, e l'iperbole, di me stesso. Sognavo pure di vincere la timidezza, leggendo qualcosa di imprescindibile ad alta voce, dinanzi a tutti. Magari la domenica, nel prato vicino alla torre. Sono stato risoluto per tre volte e per tre volte ha piovuto, a dirotto, alché ho desistito.
Poco più tardi, il rovescio del mondo ha voluto che leggessi all'interno di una trasmissione radiofonica. Di domenica.
Questi numi hanno un senso dell'umorismo da squilibrati: mi piace, mi piace da impazzire.
Penso correrò a giocare con la mia Stella,
e mi riporterò sul podio dei vanagloriosi, a questuare attenzioni.


13 novembre 2011

1989

Diceva qualcuno, su un sito in cui passavo letteralmente le giornate, piuttosto che leggere testi del cazzo che mi portassero al 100 per gli esami di Stato: “Noi dell’89 siamo stati il limbo di una generazione: a metà fra il muro di Berlino e MySpace”.

Ne avremo di cose da raccontare, noi dell’89: cose come il Ciao e Piccoli Brividi, ma anche l’Euro e Facebook. Non per togliere nulla a chi venne prima (e, in misura minore, dopo) di noi. Abbiamo avuto una consapevolezza particolare già dopo aver varcato le soglie del nostro primo giorno di scuola, alle elementari, dal VII governo Andreotti a Tangentopoli. Abbiamo visto Hammamet varcata da ladri che non ridaranno i soldi ai nostri genitori per i prossimi cento anni; vaghi ricordi di due torri che tagliavano il cielo di una splendida, malinconica New York; l’incisione sempiterna di un Tardelli che urlava al mondo e di un Grosso in lacrime dopo un gol. Come Woody Allen. Abbiamo visto nani salire al potere e ricadere per delle zoccolette minorenni (le stesse che ci faremmo durante quelle notti da sbronzi); il lento declino della RAI, che da Pirandello e l’Almanacco passava a tette e culi dati aggratisse come neanche i trans dietro le nuove poste di Cosenza sanno fare.

Non è un post malinconico. Statene certi. Ho cambiato radicalmente la mia visione del mondo, in questi anni, per constatare che nulla cambia in brevi intervalli di tempo (sentite qua, “intervalli di tempo”: come se si parlasse di un esercizio del cazzo dato dal vostro docente di Fisica 1 per lo scritto di febbraio). Mi son reso conto che l’unico punto focalizzante sugli eventi che ci sovrastano è il tempo. Quello che sconquassa la memoria, che divora tutto; come un Crono che per paura di perdere il potere divora i figli. Quello che costruisce statue di bronzo che dureranno in secola seculorum, quelle che tutt’ora nutrono le nostre menti di fervidi viaggiatori nella cronologia altrui. Tanto da farci dire, magari scherzando, ma anche con una certa nota di tristezza: “Eh, se fossi nato prima…”

Noi dell’89 siamo nati quando Mario e Zelda erano già superstar, mentre alle porte del futuro nascevano Battlefield e Fallout. Abbiamo goduto delle opere di Pinter e Osborne, quando già questi erano Nobel o morti da chissà quanto tempo. Prima o poi qualcuno di noi avrà detto “Il Nobel della Letteratura non ha senso da quando Borges è morto”, senza renderci conto che in realtà Borges era già al di là dell’Aleph. Abbiamo criticato Mussolini, Cossiga, Andreotti e Berlusconi sempre dopo le loro disfatte ai danni dei nostri genitori, nonni e bisnonni. Abbiamo visto le impronte sulla Luna a 300.000 chilometri di distanza, e vent’anni luce dopo. Abbiamo anche avuto il coraggio di dire che “I Pink Floyd sono una cazzo di band brit-pop di merda”, quando i Radiohead pubblicavano Kid A e Amnesiac.

Eravamo già vecchi, quando la DDR contava ancora un agente dei Servizi Segreti per abitante; quando l’Islam era una delle tre religioni rivelate e non il nemico con gli ordigni nucleari, tanto cattivo da poterlo utilizzare sugli eroici, protestanti, americani. Eravamo già vecchi quando Gorbachov diede il via al lento progredire del sogno americano; quando Giovanni Paolo II fu graziato dalla Madonna di Lourdes per poter continuare il suo silenzio nei confronti di preti pedofili e campi di concentramento croati. Eravamo vecchi, quando la polvere di due torri e di un edificio pentagonale entrarono nei nostri polmoni, giusto il tempo di farci urlare “Ma che cazzo…?”, per poi ricordarci che la storia non era ancora finita. Siamo già vecchi, ora che il mondo sembra andare a rotoli, aspettando un 21 dicembre che, come i tanti monimenti di Geova ci hanno abituato nel corso degli anni, continua a turbare la nostra tranquillità.

Tra il muro di Berlino e MySpace. Abbiamo vissuto ogni singolo attimo presente e assorbito ogni evento passato come se ci fossimo figurati di essere popolo di un tempo che non aveva mai fine. Non avendone uno nostro. Chi è il vecchio ora?

31 marzo 2011

Beati gli ultimi

Da piccolo, nel sentire recitare la manfrina "beati gli ultimi, poichè saranno i primi", perlopiù da amici irrimediabilmente destinati ad essere superati senza pietà nelle corse in bicicletta come nei voti a scuola ed incapaci di usare la parola "poichè" in altre frasi di senso compiuto, mi venivano in mente le Minardi, che chiudevano regolarmente ogni GP di formula 1 dell'epoca fra doppiaggi e sberleffi.

Sempre, in ogni circuito, le Minardi erano lì, a prendersi le ultime due posizioni senza mai ottenere un punto; dopo qualche giro non venivano neppure più inquadrate, solo rapidamente sul finale, quando si trascinavano stancamente oltre il traguardo, come a ricordare che l'importante è partecipare; questo prima di indugiare per ore sullo champagne destinato ai piloti sul podio. Mi facevano pena e mi piaceva immaginare che a metà gara, ad un fortissimo segnale acustico convenuto, le macchine avrebbero dovuto fare inversione e cominciare a correre nell'altro verso, con le Minardi finalmente in testa a resistere strenuamente all'inevitabile ritorno delle altre vetture.

Ecco, così quella storiella avrebbe avuto un senso, senza contare che si sarebbero risolti in un colpo solo anche gli annosi problemi della F1 per evitare di addormentarsi al terzo giro.

Invece nella vita reale gli ultimi sono sempre gli stessi: i barboni, i poveracci, gli umili, i perdenti, la Juve (in ogni caso l'Inter di turno). E oggi come allora fatico a comprendere perchè ci si dovrebbe beare nella sconfitta, nel disagio e nell'umiliazione, ma percepisco ovunque una tale esaltazione della mediocrità e della grettezza, dell'incapacità e dell'amorfismo da non esser più sorpreso che la gente ami citare questa massima pur, come sempre, senza sforzarsi di coglierne un qualsiasi significato.

Probabilmente anche la vita è una gara, solo che il traguardo è la sconfitta certa e, sebbene molti amino convincersi che questa giostra potrà continuare per sempre, la nostra corsa non conduce da nessuna parte. Eppure, pur sapendo che la gara verrà sospesa, per uno spirito innato si vuol correre ed arrivare prima, senza curarsi di osservare le tracce di questo percorso, senza migliorarlo, senza lasciarne di nuove.

Solo una folle corsa all'autocompiacimento, per mostrare la propria velocità agli altri prima di piombare nell'abisso. Non capisco ad esempio come ci si possa ritrovare ad 80 anni con più soldi accumulati di quanti se ne possano spendere in dieci vite, usando gli spiccioli per illudersi di ottenere l'affetto e l'amore e l'immortalità del corpo, ma consci che il destino per un animo vuoto è l'oblio perpetuo e per uno nero la cronica condanna.

Forse vivere è respirare l'aria e sentirla più a fondo, percepirne la libertà sin dentro i più piccoli alveoli, guardare la luce sino a farla brillare di più ed illuminarci la mente. Sarò ultimo in ogni gara, ma non vedrò mai il traguardo.

Che queste siano le chiavi del paradiso?

31 gennaio 2011

Papa-San


Giovanni Paolo II sarà beatificato nel giorno della festa del lavoro per aver guarito una suora dal Parkinson.

Estraendo dalle sue chiappe flaccide un vibratore di 28cm con TurboPower impiegato dalla religiosa per sopportare la mortificazione del proprio corpo inflitta dall'appartenenza ad un'associazione che ritiene deplorevole sollazzarsi con un altrui glande. Rendiamo grazie a Cristo.

(e tutto questo potrebbe ancora sembrare verosimile, se soltanto Giovanni Paolo II non fosse risultato morto ormai da diversi mesi. Un cadavere dotato di proprietà taumaturgiche: in effetti può crederci solo un cattolico. O un fan di Harry Potter)

Raccontata così sembra l'esordio di un post di QualcosadelGenere, se soltanto non fosse privo dell'adorabile venatura antifrastica tanto di moda su quel blog per far apparire l'autore un anticonformista di terza generazione (cioè un anticonformista non conforme all'anticonformismo di quelli che snobbano l'anticonformismo dilagante) e di qualche poco credibile aneddoto sulle sue esperienze sessuali.

A meno che QualcosadelGenere non sia Giovanni Paolo II, naturalmente. Nel qual caso, fra le chiappe della suora avrebbe trovato anche un simpaticissimo scoiattolo.

Però il resto è vero. GP2 avrebbe guarito una suora dal Parkinson.
..
L'uomo che ha perfettamente funto da sismografo durante il terremoto dell'Aquila pur trovandosi in un'altra città avrebbe guarito qualcuno dal Parkinson.
L'unico individuo che risultava meno comprensibile di Umberto Bossi alla sagra del rutto libero avrebbe guarito qualcuno dal Parkinson.

E' un po' come se Amauri vincesse il pallone d'Oro alla carriera per aver insegnato a giocare a calcio a Messi, o come se Britney Spears entrasse nella Rock and Roll Hall of Fame per aver ispirato i Pink Floyd.

Secondo me questa pagliacciata è un test della chiesa cattolica per valutare sino a che punto possono spingersi con gli allocchi che gli vanno dietro.

-Sua Santità, ci hanno creduto.
-No, dai, qualcuno avrà detto qualcosa?
-Nulla, Santità.
-Incredibile. Il prossimo mese proviamo con Gesù che trasforma acqua in vino col pensiero.
-Ehm, l'abbiamo già fatto.
-Sul serio? Allora diffondiamo la notizia che si può essere vergini anche se incinta. Sarà utile ad un sacco di ragazzine per risolvere qualche problema coi genitori.
-Abbiamo già fatto anche questo.
-Davvero? Allora diciamo che Dio aiuterà la Juventus a vincere lo scudetto.
-Non credo che ci cascheranno in molti.
-Sta tranquillo. Anche per quello c'è un sacco di gente che si appella alla fede, respingendo l'ovvia realtà. Vedrai che non se ne accorgerà nessuno.

21 giugno 2010

Meglio soli che mal accompagnati

Di solito cerco di evitare attività autolesioniste e/o palesemente dannose, tipo fustigarmi, chiudermi le mani nel tostapane acceso, leggere Repubblica. Tuttavia, per quanto abbia cercato di limitare il più possibile la mia passione politica per evitare di incazzarmi furiosamente e passare le mie giornate come un tifoso dell'Inter fino a pochi anni fa, a volte ricado nel vecchio errore e mi ostino a curiosare i siti internet di qualche rivista scandalistica di medio-basso livello di quelle che in Italia scambiamo per organi di informazione (ma è un peccato tutto sommato veniale, visto che non abbiamo termini di paragone atti a discernere). Così mi ritrovo a leggere l'organo ufficioso dell'opposizione, e a parte la solita cronaca nera che il giornalista preferisce rendere in stile soap opera splatter-strappalacrime piuttosto che in forma di obsoleto articolo di giornale (“era una sera come tante, doveva solo tornare dai suoi poveri figli abbandonati dopo una giornata di lavoro, ancora non sapeva come sarebbe stata ESTRUSA IN STRISCIOLINE SOTTILI”), noto qualcosa che attira la mia attenzione più del solito.

A questo punto apro una piccola parentesi: niente su Repubblica attira mai la mia attenzione, niente di niente, a parte Michele Serra. E' scritto come un giornalino scolastico di quinta elementare, le firme prestigiose sono ormai rincoglionite, le iniziative antigovernative sono ridicole ed hanno il solo scopo di soddisfare il target degli anti-berlusconiani da salotto, l'impressione insomma è di un foglio di serie B che abbia cercato di saltare sul carro del vincitore sbagliato, dimostrando peraltro grande incapacità perché scambiare quelli del PD per dei vincitori è semplicemente impossibile.

Ribadito che per me leggere Repubblica piuttosto che ascoltare un discorso di un qualsiasi membro del governo è esattamente vedere da un angolo diverso il fondo dell'abiezione in cui è definitivamente precipitata (o sempre stata) la democrazia italiana, ritorno all'articolo che mi aveva colpito, che non linko solo perché non vorrei che qualcuno mi associasse ad un lettore di Repubblica, seppure occasionale.

“No alla parola compagni” la protesta dei giovani PD

Leggo allibito un articolo in cui un gruppo di giovani che probabilmente si sono diplomati a scuola come me (a culo) e che probabilmente non capiscono una mazza dell'esistenza protestano per l'uso della parola “compagni” come conclusione di un discorso ad un'assemblea del PD.

Cito testualmente:

Per noi "nativi del PD", cioè estranei alla tradizione comunista e a quella democristiana, "le parole compagni, festa dell'Unità, sono concetti che rispettiamo per la tradizione che hanno avuto ma che non rientrano nel nostro pensare politico e che facciamo fatica ad accettare... questo trapassato non ha noi come destinatari". Luca Candiano, uno dei firmatari (con Veronica Chirra, Matteo Cinalli, Sante Calefati e Marino Ceci, ventenni o poco più, giovani Democratici) sostiene che "è un'aria che si respira dall'inizio della segreteria Bersani" e che li fa sentire "fuoriposto", anche se non è una minaccia ad andarsene. Fanno eco Lucio D'Ubaldo, senatore, e Giorgio Merlo: per entrambi, ex PPI, "con i Gifuni (l'oratore incriminato, n.d.r.) di turno il PD si disegna un ruolo di eterna opposizione".

Non capisco perché in Italia si debba per forza essere ipocriti ed avere la faccia come il culo. Ma scusa, questi signori si possono decidere? Rispettano la tradizione, o gli da fastidio la parola “compagni”, che peraltro io uso anche per rivolgermi a occasionali compagnie di innocenti scampagnate senza nessuna allusione staliniana? Se la storia del loro partito non rientra nel loro pensare politico, allora perché dicono di non volersene andare? Chiedo a qualcuno del PD di spiegarmi se queste sono le discussioni con le quali invece si smetterà di avere un “ruolo di eterna opposizione”, e se lo sono gli chiedo anche di spiegarmi da che parte sta lui. Inoltre mi chiedo, se qualcuno ritiene questa cagata così importante da sprecarci tanto tempo e farla finire su un giornale, perché questo qualcuno non pensa di restituire la maledetta tessera? Glielo ha scritto il medico di tesserarsi?

La verità è che il PD non è nato per essere capace di avere un'idea precisa su qualcosa, è nato per inglobare tutto alla “Francia o Spagna purché se magna”. e i giovani son più inconcludenti dei vecchi, con tanti saluti al ricambio generazionale.

(Peraltro, un'idea precisa non permetterebbe di tenere un piede in mille scarpe, pratica secondo loro molto furba; inoltre, quante parole “impronunciabili” potrebbero esserci in un'idea vera? Dopo la crociata-compagni, rischieremo la crociata-salari, la crociata-tetto-fiscale, la crociata-scala-a-pioli, e chissà quante altre).

Sarebbe ora che il PD si sciogliesse e questa gente pensasse a trovarsi un lavoro vero, visto che la sua utilità è pari a zero e che tutti i soldi e i voti che ci buttiamo sono assolutamente sprecati.