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23 aprile 2012

L'isola

Sull’isola di Niulakita governano altissime ed ancestrali palme: alcune di queste ripiegano sul mare un giorno piatto, l’altro irrequieto; altre sono indifferenti e stanno ritte tutt’il giorno a contemplare qualche gabbiano errante. Le sabbie che ospitano generosamente la prosperosa flora sono ocra, ma durante il tramonto si mimetizzano con l’amaranto del cielo. La quiete dell’isola è disturbata ogni giorno da alcuni rumori: è il vento, che smuove le fronde e s’abbatte contro i fusti. A questo lancinante mugolio gli abitanti ci hanno ormai fatto il callo: scoiattoli e tartarughe si barricano in tane all’aperto, immuni da ogni suono; lucertole e colibrì si sono alleate ed hanno edificato tuguri di legno e di paglia; i granchi ei pettirossi preferiscono, invece, essere scalfiti dalle folate. Ad ogni modo, flora e fauna dell’isola di Niulakita invidiano il preciso e al contempo semplice sistema dei pesci adiacenti, perché notevolmente efficace. Un noto esploratore francese, insieme alla sua troupe di palombari, decise di scandagliare le acque di Niulakita. Giù in profondità, si diceva, è retto un regno avviluppato in cristalli invisibili nel quale vivono e nuotano pesci d’ogni razza che coabitano popolando insieme lo stesso territorio. L’esploratore, con ineffabile calma e sagacia, navigò tra queste acque trasparenti e rimirò l’ingegnoso sistema di vita e di convivenza dei pesci. Tra questi figuravano remore, pesci palla, cernie, murene, aragoste, anguille che si scambiavano ogni giorno i ruoli e reggevano il regno. L’esploratore rimase stupefatto, ma allo stesso tempo pessimista sulla durevolezza del sistema. Redasse comunque un rapporto insieme ai colleghi, coi quali si consultò a fondo sulla terraferma.
Dopo un mese di solitudine e distensione, l’esploratore ha deciso di ritornare nelle acque.
Il regno dei pesci è rimasto in piedi: esso è ancora solido, con le aragoste a mo’ di custodi e le anguille addette al trasporto merci. Ogni supposizione dell’esploratore viene stroncata dal vacuo silenzio circostante, eterno ed insondabile. Ormai impazzito ed inerme, ha chiesto a un pesce pulitore la verità e la ricetta di quella perfezione. Ma non ha ricevuto risposta.
Sull’isola di Niulakita il silenzio ha disseccato le sabbie ed avvizzito la flora; o meglio, l’esploratore e la sua troupe sono persuasi che sia così. Ignari dell’inverno imminente. Hanno abbandonato l’isola che, tuttavia, continua a perdurare. Silente.


6 febbraio 2012

Tristemente, trecento

Avrei voluto scrivere del languido ed annuvolato di candore cielo di Posillipo, con quel Vesuvio che ormai non è più una novità, attiguo, così tanto, alla landa di scatolette arancioni che rasentano moli, mari e vascelli; mi ritrovo, invece, a scrivere di peones immusoniti e vecchi rimbambiti, e coppiette improvvisate su strade disastrate, e clacson roboanti che infervorano l'aria e la colmano di grigio, qui nel rione. Il vano e coraggioso tentativo di evadere per qualche ora diviene appunto vano e di questi resta solo l'amara potenziale audacia lasciata lì ad avvizzire come una vecchia rosa ripudiata - diviene vano perché sbarrato, forse, dall'adattamento, che per quanto nocivo, criticato e nauseante, è tale, e la sua erculea potenza innesca fervidi meccanismi di pleonasmo, abitudine e, effetto più disastroso, imprescindibilità. Ricordo il tentativo di dieci minuti fa, quello di guidare in zone che a quest'ora palesano una nobile desolazione tutt'altro che greve, come invece è l'aria di qui. Ero solo avvolto da un alone d'illusione che chiedeva solamente che me ne stessi tutto solo lì, rabbuiato ed imbacuccato a contemplare la quiete, la pulizia e il silenzio dell'etere - ho deluso quest'alone, s'aspettava qualcosa in più da me, ma non è colpa mia. Eppure non c'è più tempo, sempre più angusto e grave, tempo maledetto che t'inviperisce con la sua frenesia e le sue soffocanti pretese. Intanto sono in mezzo ad un segmento, ai cui estremi vi sono due miei ex compagni delle elementari: uno, da dietro, urla guaiti come un asino che rantola, l'altro, davanti, col suo giubbotto alla moda s'appresta ad utilizzare la sua auto - funzionante, non come la mia, che mi inchioda su questo sedile e mi costringe a scrivere di loro e non del Vesuvio, o della ringhiera di via Orazio, o degli uccellini che salmodiano sui pomposi alberi di Posillipo, o di una cicca che rotola accidentalmente giù nell'inferno, loro, uno dietro e un altro avanti, in una nube, tutti senza esclusione, di camorra, reticenza, omertà, cespugli, carte, bambini tristi, pali della luce. Vivono la loro vita, anche gli esseri inanimati, così come io vivo la mia, disperata come la loro, angosciata, piuttosto gelida, e tetra. Tutti uguali sotto questo tetto di fumo acre - ed io che volevo solo starmene in pace a Posillipo.

20 novembre 2011

Zen

C: Word è doppiogiochista,
io ho un bel taccuino:
export,
che m ispira e mi fa scrivere queste stronzataggini
che comunque servono solo a farmi mangiare il cazzo.

G: Hahaha.
E perché?

C: perché non mi pare servano ad altro,
non credi?
Quindi mi mangio il cazzo.

G: mmm, certe volte la roba vecchia può tornare utile!
Metti che tieni una tra le mani e le dici:
io sono scrittore!
Beh, vuoi dimostrarglielo?

C: Sì, le mostro come uno scrittore sappia mangiarsi bene il cazzo.
hai ragione.

G: Esatto... e poi le dici: visto? Adesso prova tu!


.

11 novembre 2011

Dharma annebbiante

Tolti gli occhiali vedevo la verità e almeno non ingenuamente scorgevo ciò che di illusorio si riversava verso i miei occhi in quel momento languidi ma puri e anche con visuale pura del mondo, del cielo stellato e della pallida e fervida Luna e non una visuale ingannevole, non un’essenza ipocrita della natura, perché almeno osservavo le cose come realmente stavano ossia: poco nitide, sbiadite, senza congiunzioni e un filo conduttore e una verità e l’essenza reale ma soprattutto ingannevoli, camaleontiche: apparivano in modi e sembianze diverse e strane e continuamente mutevoli. Gli occhiali invece mi davano l’aria dell’intellettuale borghese savio borioso capace di conoscere l’inesplicabile e di individuarne i concetti più oscuri e misteriosi; ma i concetti oscuri e misteriosi cosa sono? È tutto nella mente, mi ripetevo. Non esiste nulla. Nemmeno l’essenza, forse, e nemmeno la X ignota kantiana e forse nemmeno Kant ed il suo pensiero trascendentale. Con gli occhiali con questi stupidi occhiali m’illudevo di scorgere tutto e m’illudevo di poter andare sempre oltre ciò che ho conosciuto, ho travisato, ho svelato, m’illudevo di esser capace come uomo e come materia di raggiungere non l’infinito di per sé eterno, irraggiungibile, essente o appunto forse inesistente bensì tante cose che propinavano un avvicinamento all’infinito stesso e divenivano in un modo o nell’altro ugualmente soddisfacenti. Senza le lenti era tutta una sfumatura di cose irreali o parzialmente reali quindi verosimili come tutto questo pazzo mondo invisibile ma che noi ci sforziamo a rendere visibile, giustificandone le sembianze, e cadevo dalla mia boria o presunta tale per ritornare coi piedi per terra ed accorgermi di tutta questa inverosimiglianza e parvenza e forse mi sentivo anche inadeguato, debole, indifeso ed incapace di reagire ed escluso in un certo senso dal circostante, e senza lenti, insomma, pareva tutta una storia fiabesca e contorta e insensata ma sicuramente e finalmente realistica senza l’illusione di poter scorgere qualcosa che avrei potuto e voluto approfondire all’infinito. Senza occhiali tornavo al primo passo della conoscenza: ignaro di tutto e voglioso solo di scoprire le apparenze e le materie utili per vivere bene; quindi bramoso di arrancare con le più basse conoscenze, che non avrei di certo reputato tali, accontentandomi di esse, senza sapere di essermi semplicemente accontentato, e vivere solo in funzione di esse incurante di possibili quintessenze celate dietro l’angolo che magari con gli occhiali avrei cercato altresì di scovare (e poi lì sarei diventato pazzo, come in effetti diventai poiché vivevo con gli occhiali e non senza, e dunque la visione delle cose non mi appariva approssimativa ma chiara e tonda e dunque da approfondire, da allargare, da discutere, controbattere e ritornare daccapo con l’approfondimento etc.).

Dio, la morte. La morte e la non-nascita sono le salvezze a cui può (avrebbe potuto, ma non ha potere, eccetto per la morte) aggrapparsi uno come me perché di quelli come me ce ne sono a bizzeffe su questo sporco mondo del cavolo assai diverso dall’Iperuranio platonico (o forse, invece, uguale? Pieno di idee, noi tutti, sembriamo proprio noi idee perfette che cercano di trovarne altre e relazionare con esse, è mai possibile?, no che non è possibile, non siamo perfetti, ma cos’è la perfezione e l’imperfezione? È tutto nella mente, siamo Idee e non lo siamo, l’Iperuranio non esiste oppure lo stiamo vivendo giorno dopo giorno e in realtà non esiste neppure il pensiero d’Iperuranio e non esiste nemmeno Platone); e poi c’è sempre quella storia della fuga la quale presenta sempre peculiarità interessanti e chissà se forse è quella la soluzione per non pensare e quindi non porsi un’idea su tutta questa faccenda aggrovigliata in un guazzabuglio di incertezze e dubbi e irrealtà e pseudo-significati. Insomma, mi giravano i coglioni e soprattutto questi pensieri assurdi per la testa. E tutto questo solo perché per un attimo tolsi gli occhiali e m’accorsi così che la miopia era più seria di quanto pensassi.

24 ottobre 2011

San Francisco, Scott McKenzie

Scritto di getto, come insegna Kerouac...

Mentre la stavo ascoltando, sì: ascoltavo la sconfinata beatitudine della sinfonia, dell’aria, di effluvi, d’olezzi provenienti dalle praterie a me adiacenti: oh sì, proprio così, adiacenti a me che navigavo in quel momento nella più arcaica Cadillac, chissà a quanti chilometri di velocità, chissà da quante pianure oltrepassate, soppiantate e declassate ormai dietro di me, come segni del passato, un passato ugualmente sublime perché di tutto un quadro di luci, barlumi, soli rossastri e praterie irruvidite dal grano secco, che comprendeva quello stesso passato d’asfalto grigio, quello stesso presente d’aria infocata sul mio viso, quello stesso futuro che, chissà, sarebbe stato ancora meglio: anzi, lo era, perché poi diveniva presente, ed il presente, come detto, non poteva che essere Eterno. Scott allungò la vocale “a” di San Francisco, nel ritornello, ed io correvo sempre di più, non v’era sosta, né ostacoli, solo strada, liscia, pura, elementare, enorme, luccicante strada. Ed eccolo, al secondo minuto, che strepitava, sì che strepitava: “be sure to were”, ma solo se “vado a San Francisco” incitava, dopo che avevo attraversato orizzonti sbiaditi dal calore… e continuava, continuava a cantare, ed io ero sempre lì come perpetuamente immobile ma in costante movimento verso altri orizzonti, sempre più vividi, sempre più vicini, sempre più miei, sempre più Vita.

Finalmente mi sentivo vivo. Non ero strafatto e neanche ubriaco: ero semplicemente da solo, mentre ascoltavo quella canzone, che al quarantacinquesimo secondo sembrava raggiungere le vette dell’Himalaya e portarmi insieme ad essa, naturalmente: ma successivamente non terminava, perché riascoltandola poi si evinceva la chitarra psichedelica che istigava, anzi invogliava a Stare, ad emigrare dalla vita per rientrare in un’altra cosa che andava, sì, aldilà della vita stessa: era sulla strada, sulla strada c’era la pozione che più di ogni altra cosa svelava l’Essenza per regalartela, per sempre, nella mente e nel cuore, nelle vene dove quindi sgorgava impavida fino a Renderti.

16 settembre 2011

Una considerazione a freddo, dopo aver scattato questa foto


Talvolta le riesco a perdonare la sua poca indulgenza, il carattere coriaceo e la popolazione omertosa ai guai e gli sfaceli di chi comanda a testa alta celatamente tra i boschi e i palazzi e le ville, muti, perché loquaci solo le loro azioni meschine, basse, lerce, vili. A volte le perdono l’ignoranza, e la grazia mal gestita o mai gestita e mal distribuita e mal rilevata e gradita e mai sopravvalutata. Ne intravedo visi ombrosi ma anche radiosi e speranzosi o forse illusi. Ne scorgo una varietà d’elementi che la distinguono, la variegano, che mescolano l’orrore alla maestria formando un favoloso mosaico prosperoso ma caduco. Talvolta a Scampia riesco a perdonare la concomitanza tra la sua nascita e la sua morte.

29 agosto 2011

Memories

Quando ricevette quella telefonata una frazione di allucinazione scheggiò la sua mente annebbiata, riposata, in quel momento raccolta verso altre mete e orizzonti, ancorata coi piedi saldi per terra e spesso sui pedali del suo camion veicolo adibito al suo lavoro, mai stato soddisfacente e gratificante bensì solamente una scappatoia ragionevole per arrangiarsi ed arrangiare i suoi genitori. Marion Keisker gli comunicò il lieto avviso ossia quello di presentarsi il giorno seguente alla stessa ora, allo stesso luogo e magari pure con lo stesso entusiasmo con cui si propose giorni prima; una visione, dunque, nei suoi pensieri: per un attimo riuscì a prevedere con la perfezione più assoluta tutto ciò di cui sarebbe stato riempito, adorato, osannato e fu capace di predire un futuro e una vita la quale forse neanche un vecchio uomo, prossimo al decesso, sarebbe stato in grado di scorgere; quella telefonata significò per lui questi pensieri preveggenti e probabilmente in quel momento assurdi o forse presuntuosi, esagerati e già troppo tracotanti; ma lui ebbe l’allucinazione, il sogno, che lo portava ad essere ciò che poi fu, che lo indirizzò verso quella gloriosa via e che assunse le sembianze di profetica e motivante guida se non quelle di un manuale già scritto e predestinato dal principio, da Dio, e di cui lui, in quella frazione misera e piccola di miraggio, ne era pienamente a conoscenza. In quell’abbaglio conobbe il suo futuro: la telefonata sarebbe stato un primo passo verso l’immortalità tra la folla; s’interruppe il moto terrestre e senza alcun senno di logica la popolazione mondiale si paralizzò proprio mentre la visione gli decantava tutte le sue avventure e fame e lodi che saranno e della sua perpetuità che sarà, come segno divino o forse come semplicemente pura autocoscienza giunta in sopravvento su egli stesso tanto brava da essere in grado di fornirgli nozioni e informazioni giuste e azzeccate su quello che sarebbe poi stato. Seppe dei fan che a squarciagola avrebbero salmodiato il suo nome, della loro follia o forse crepacuore o forse suggestione, della svincolata devozione incondizionata irrazionale imparziale e del numero cospicuo di “adepti al suo cospetto”; scorse le pillole, gli umori grigi e radiosi, le liti e i falsi amici, la madre amata più di ogni altra cosa e morta mentre lui sarebbe risieduto lontano chilometri dalla sua patria, le donne, il successo, e anche la sua stessa morte. L’attimo d’allucinazione che lo colse alla sprovvista gli saltò addosso come un caimano e forse fu l’istante più bello della sua vita ancor più della vita stessa rivelatagli proprio da quell’attimo per questo motivo eccezionale; ebbe nozione che sarebbe stato il più grande di tutti i tempi, l’uomo ribelle eversivo sovversivo alla società del tempo ma sempre inconsciamente, perché dalla sua inconsapevolezza nacque la sua abilità e la sua verve e la sua passione estrema e la bravura e un’illimitata bellezza; seppe dei due miliardi di popolazione che un giorno di gennaio si sarebbe accinta ad osservarlo muovere gambe e grinta in ogni sillaba gorgheggiata dalla bocca spalancata sempre più, impressionante ed esosa e stratosferica proprio come la sua celebrità, il suo charme e la sua eccellenza di primo, primissimo piano nell’universo; venne a conoscenza della sua lenta ascesa e del suo sequenziale declino e proprio in quella minifrazione di attimo in ipnosi, millesimo di istante parte di un batter di ciglia intero anch’esso impercettibile, gli sfuggì meccanicamente, ancora ipnotizzato, una lacrima nella quale veniva racchiuso il suo esorbitante peso degli ultimi anni, ormai inerte dopo non esserlo stato per vent’anni di amori, gloria, dopo vent’anni sul trono del pianeta. Il baleno stava per terminare e nell’ultima minifrazione di attimo in trance ci fu posto anche per le considerazioni a freddo: la sua spropositata grandezza gli venne in sogno mentre era ad occhi aperti, questo è vero, ma la sua mente la quale momentaneamente aveva posseduto la sua anima e tutte le sue forze comandò anche di chiudere quell’allucinazione con un infausto finale: la morte, perché sarebbe stato proprio l’ultimo sonno a rompere quella grandezza e renderla degna d’immortalità, consacrarla, definirla per darle un nome e cognome ed omaggiarla del premio maggiore possibile, seppur con sacrificio appunto, ossia la riconoscenza assoluta dal genere umano. Ma in quel momento l’inconscio ormai suo padrone capii che non sarebbe stata la riconoscenza dal genere umano il premio maggiore: solo la morte e la fine di quell’illusione lunga quarantadue anni avrebbe messo fine a quello strazio di notorietà suprema, gli avrebbe regalato finalmente la prima vera beatitudine e pienezza, il primo effettivo premio. L’istante finì ed Elvis Presley ritornò cosciente come poco prima: - La ringrazio sig.ra Keisker, sarò puntualissimo e ben lieto di sfruttare quest’opportunità! Questo mio primo disco vorrei regalarlo a mia madre, mi auguro che il sig. Phillips potrà apprezzare il mio talento! –

12 agosto 2011

Mi hanno detto che sono un camorrista

Mi hanno detto che sono un camorrista; e così mi chiamarono per un programma televisivo, un talk show dicono, su uno dei canali più celebri della tv. Era utopistico, ma d’altronde dovevo difendermi da quest’accusa infamante ed oltraggiosa – dovetti lasciare il mio lavoro per un paio di giorni (ed il mio lavoro non lo consente: faccio il barbiere, ho un piccolo negozietto in periferia, il guadagno è buono, buonissimo: con il negozio affollato il sabato sino alle ventuno riesco a racimolare una ventina di clienti, chi barba, chi capelli e mi parlano del più e del meno – suocere infami, mogli tradite, ragazze bramate e poi del lavoro che non decolla, i debiti, lo sport (il calcio, dai giornali al calciomercato), il tizio di fianco ossia il pizzaiolo che non vende più come una volta, senza trascurare argomenti di natura pseudo-filosofica, insomma un po’ di tutto – il mio guadagno, poi, si infittisce con i clienti del martedì, i ritardatari, quelli ancora malconci e straziati dal lavoro o dal week-end tumultuoso – e sono quindi quelli più pacati, calmi, parlano poco e solitamente sono miei amici d’infanzia o di gioventù oppure sconosciuti di cui spesso non ricordo il nome, non hanno nulla da dire riguardo il mondo (“il nostro”, si capisce) e preferiscono rilassarsi mentre le mie forbici fanno zigzag tra le loro ciocche nere e bionde e mentre la radio sentenzia news della città, della regione, dello stato, del pianeta (notizie tutte molto interessanti e coinvolgenti: l’altro giorno ascoltavo di un tizio che era riuscito a raggiungere il record per il corpo più tatuato del mondo – grandioso, oserei dire bizzarro, strambo) o mentre restano assorti nei loro infiniti pensieri, credo ugualmente interessanti; dal mercoledì al venerdì riempio la mia cassa polverosa con le altre dieci euro per il taglio normale, dodici per taglio normale + barba, e quindici per il taglio “complesso” con la barba in omaggio – se desiderata), lavoro che mi rende pienamente soddisfatto del guadagno talvolta molto prosperoso il quale mi consente di portare avanti la mia famiglia di due figli ed una moglie. Inutile dire quanto lo scandalo abbia riecheggiato nelle orecchie dei miei conoscenti: alcuni mi hanno chiesto spiegazioni, altri (evidentemente mai stati amici fidati) insinuavano che un mezzo sospetto l’avevano già, mia moglie è rimasta sconvolta e perplessa, i miei figli giocavano confusi e la mia reputazione di barbiere è calata vertiginosamente; dovevo difendermi, ristabilire l’ordine, ritornare ad essere il Principe dei Barbieri (del quartiere) – creare un solido scudo, insomma, per la mia reputazione – messa a rischio da cosa poi? Voci infami, da un’affermazione di qualcheduno che non ha potuto sopportare più determinate cose (ma quali cose, poi?) e che forse per invidia del mio guadagno (parlo di duemila euro mensili, mica spagnolette) ha osato ribellarsi a me ed alla mia superpotenza di barbiere rinsavito, giovane, birbante, talentuoso, con esperienza decennale, magistrale, da fare invidia a tutti e dunque pure al tizio che mi ha denunciato e diffamato all’intera popolazione del quartiere – che poi è credulona, ad una minima affermazione di un pivellino giovane frequentante un misero liceo del cazzo ci casca in pieno e crede, non pensa, ma crede a qualsiasi cosa possa esser detta e che possa scatenare un bellissimo polverone di litigi, pettegolezzi, dicerie insensate, davvero insensate – che vergogna, che schifo! Sarei dovuto essere io, proprio io, quello che afferma e denuncia lo schifo di chi denuncia altro schifo che però non è schifo (è schifo fare il barbiere?) ed insinuare, dunque, che io sarei un camorrista! Mi sono preparato un bel discorsetto da fare a quelli della televisione, cosicché tutti possano nuovamente rendersi conto del fatto che io, Pasquale Improta, non sono un camorrista – ma bensì un umile barbiere di periferia che di Camorra poco ne sa ma che di capelli è maestro da venticinque anni or sono. Ne ho scritte di tutti i colori, c’ho un foglio che è una perla, un canto dantesco sembra, che mi assolverà pienamente dall’infamia catapultatasi ferocemente su di me (no ma sono ancora indignato: cosa faccio io, dalla mattina alla sera, se non tagliare, rasare e perfezionare? Se venisse un cliente che sciaguratamente, malauguratamente, fa parte di un’associazione camorristica, cosa potrei farci io? Dovrei rifiutare il suo culo di merda sulla mia sedia? Non potrei, rinuncerei ad un guadagno importante senza trascurare il cliente che potrebbe ripresentarsi e raccomandarmi ad altri amici che verrebbero di buon occhio nel mio negozio e farmi intascare altri soldi, la mia famiglia ne resterebbe contenta, i miei figli potrebbero così assaggiare pasti ancor più buoni e costosi e viaggi ancor più lunghi ed affascinanti – è un reato? Forse è per questo che sono stato insultato così solennemente?) infamia che annullerò e che anzi cimenterò proprio su chi m’ha denunciato e denigrato – così impara!

“Cari amici telespettatori,

in questi giorni sono stato preso di mira da un giovane gruppo di studenti, ove a capo figura un certo C. M. di cui non conosco il nome e che per indignazione, dunque forse per aver riconosciuto il proprio peccato e la propria perfida ed ingiusta denigrazione verso il sottoscritto, non si sbilancia e non mostra il suo vero nome e cognome. Quest’ultimo, insieme appunto alla sua gang patetica e scriteriata che vuole cambiare il mondo da un giorno all’altro - come se le idee di democrazia e di lotta servissero a qualcosa – ha asserito che io sono un camorrista. La notizia ha fatto il giro del quartiere, della città e della nazione ed ora la trasmissione qui presente mi ha invitato nel proprio studio per permettermi di difendermi, e sono stato fortunato a trovare uno show così attrezzato e ben messo, così giusto e garantista, così amante della verità e della giustizia tanto da ospitare un modesto barbiere di periferia al vostro cospetto. Bene, ho deciso così di presentarmi con la seguente lettera: il mio semplice intento è quello di descrivere la mia vita, accuratamente, in ogni suo minimo particolare in modo che anche voi, perfetti oratori e giudici, possiate rendervi conto della mia innocenza e della colpevolezza di quel gruppo giovane e crudele autore dell’accusa nei miei confronti. Mi chiamo Pasquale Improta, sono nato a Napoli il 20 Dicembre 1966 e faccio il barbiere a Scampia, un celebre quartiere della periferia della città. La mia giornata è semplice, non ha troppi fronzoli, è talmente povera e discreta ma piena che talvolta non ho neanche il tempo per godere dei guadagni del mio lavoro; il mio unico premio è quello di poter effettuare una meritata e lunga (nemmeno così tanto) e risolutiva vacanza nel mese di Agosto così da poter riposare e giocare tranquillamente coi miei figli, di undici e sette anni. M’alzo presto dal letto, all’incirca verso le sette del mattino, per poter preparare la colazione a me ed i miei figli e rendere vivibile il mio negozio, con qualche pulizia di qua e di là e qualche accorgimento dovuto e necessario (la clientela è spinta a venire da me anche per l’igiene e la decorazione e la bellezza della mia bottega) – ed inoltre, prima, accompagno i bambini a scuola. Ho praticato vari mestieri prima di accorgermi della mia passione verso questo lavoro, a diciannove anni, e cimentarmi come apprendista prima e come barbiere professionista dopo in questo mondo. Il problema sta proprio nel descrivere la mia giornata – talmente pura e sobria da indurmi a chiedere ancora una volta: “perché sono stato accusato di tal infamia?”. Su di me non cala vendetta, sdegno o rabbia ma solo dubbi e la volontà di capire e fare chiarezza sul mio status. Non sono un camorrista, non lo sono mai stato e mi vergogno e rattristo talvolta nell’ascoltare in televisione o sui giornali o in radio della mia città annientata dalla Camorra – sapete, sono proprio uno di quelli che cerca di diffondere la Napoli bella, quella “dimenticata” che molti trascurano per convenienza o ignoranza o inconsapevolezza e che non mi va venga descritta sempre malignamente, spregiativamente. Nel mio quartiere di guai ne succedono non pochi, questo è vero: già, proprio vicino al mio negozio ogni mattina vedo il “chioschetto” segreto (ma non così segreto) e nascosto (ma non così nascosto) ed occulto (ma non così occulto) di spacciatori che vendono eroina e marijuana e tanti tipi di droga – davvero variegata, davvero unica – ad i tossico-dipendenti che senza pudore ma con bramosia estenuante si dirigono ogni benedetto giorno verso il “chioschetto” a spendere le ultime, povere fortune rimaste; ma beh io non dico niente, taccio, beh sì ma non posso essere biasimato! A capo di quel “chioschetto” nonc’èmicaunoqualunque! anche perché ragazzi simpatici, davvero simpatici, ogni mese vengono a chiedermi il pizzo – ma, seppur sappia che il loro sia un gesto immondo ed immorale, io lo pago volentieri, mi garantiscono sostegno, in fondo quel “chioschetto” mi da un senso di forte e serena protezione. Proprio di fronte alla mia occupazione ed al “chioschetto” magico (che vende però patatine, hot dog, pizzette, popcorn, roba genuina e varia, alla mano, una baracca attrezzata e dotata di tutti i comfort, comprese le sedie, i tavolini, mazzi di carte per trascorrere piacevolmente il tempo e pezzi di legno per accendere un fuoco nelle notti d’inverno gelide ed impetuose – coperture, insomma, per non dare troppo nell’occhio) figura una maestosa caserma di carabinieri – è simbolica, sapete, rappresenta una sicurezza nella zona, pare un fortino che dovrebbe (e da, sicuramente…) sicurezza, aiuto, apporto, insomma che da fiducia alla gente! Loro sanno tutto, beh sì certo, lo sanno che c’è il “chioschetto” che non è proprio adibito a simili corbellerie fatte di hot dog e pizzette… ma d’altronde, credo, aspettano il momento giusto per scaraventare tutto in aria e dare una bella ripulita alla zona… massima fiducia nello Stato. Nel frattempo però la Camorra, cattiva, lo ribadisco: perfida (oh sì, spesso e volentieri ho assistito ad omicidi belli e buoni nei luoghi più disparati e noti e comuni, eh! A sangue freddo, senza pietà, insomma regolamenti di conti che loro reputano indispensabili, valli a capire gli affari della Camorra! Però noi zitti, non abbiamo visto niente, ma poi perché avremmo dovuto vedere? Lavoriamo, umili e modesti e stakanovisti lavoratori, pensiamo naturalmente alla nostra famiglia, vogliamo stare quieti, in pace, e non credo possa convenire mettere voci insulse in mezzo – ho visto ammazzare, ma diciamo che ero di passaggio, mi sarò confuso!) dicevo, nel frattempo la Camorra ci protegge, ci conforta, simpatici loro! Pensate, amici telespettatori italiani, che uno dei rappresentanti di quel “chioschetto” poco fa ha già garantito un lavoro sicuro e pulito a mio figlio di undici anni! Insomma, dopo il diploma, andrà a lavorare per un’azienda… non ho capito bene di cosa si tratta, ma il tizio mi ha assicurato che col titolo di studio giusto e la pazienza ed il sangue freddo dopo i diciotto anni mio figlio avrà lavoro assicurato – sapete, lui ha molte conoscenze, conosce l’ambiente (non solo quello malavitoso, non siate pronti a giudicare male!) e di questi tempi ottenere un lavoro non è più così facile! Nel mio quartiere insomma si sta tranquilli: sono un lottatore convinto - contro la Camorra - l’ho sempre detto: se venisse promossa una rivoluzione od una battaglia od una campagna di firme che in un modo o nell’altro possa destabilizzare la Camorra, sarei il primo ad applicare il mio consenso! Ho sempre provato schifo e indignazione verso questi personaggi, non sia mai che in futuro riescano ancora a padroneggiare in questa città, in questa nazione, in questo mondo! E la vittoria contro il male di questi uomini passa anche attraverso queste mie parole e questi miei gesti. Or dunque, amici telespettatori, io credo che la mia storia vi abbia convinto del fatto che quel giovane disgraziato e la sua banda di teppisti intellettuali avessero torto – sono ora certo che anche voi siate in grado di essere d’accordo con me e di reputare quell’infamante accusa e denuncia dissennata come un atto di semplice e pura destabilizzazione contro un povero ed onesto cittadino italiano – poiché mi hanno detto che sono un camorrista, ma credo proprio mi abbiano confuso con qualcun altro!”

15 luglio 2011

Sui binari

Mi trovavo con Lei, l’uno di fronte all’altro, nel treno metafora della vita. Correva veloce, quasi come se maree e maree di gente muscolosa e forzuta lo spingessero all’infinito, senza sosta, senza meta, senza sapere, forse, neanche perché andasse in quella direzione, in quel verso e con quale criterio accompagnasse e trasportasse tutti quei personaggi che lo riempivano e che riempivano e che riempiono e che riempiranno la vita, le vite. Correva veloce, di fianco a paesaggi di ogni genere, marittimi, montuosi, collinari, pianeggianti, con alberi, frutti, animali, forse esseri umani. Correva veloce, lasciando poche tracce di sé, probabilmente alcuna, e forse una scia luminosa che biancheggiava l’eterno passato appena serpeggiato e vissuto. Correva veloce perché aveva fretta di arrivare a destinazione, semmai ci fosse, poiché la sua anima intrinseca riteneva necessario terminare tutto e subito, cancellando definitivamente l’inizio e il durante. Correva, ed io osservavo Lei e non il paesaggio, non le montagne ed il verde: era Lei la mia ragione di vita, i suoi occhi ingenui, di fronte a me, lucidi, piccoli come una noce – e teneri, languidi, che osservavano quel giallo e quel rosso e quella moltitudine infinita di colori sulla sua destra che cambiava continuamente aspetto senza alcuna ragione – e poi riscopriva la sua bocca, la colmava di saliva, si toccava il naso, si guardava attorno, dava un’occhiata ai miei occhi spenti ma ancora in grado di scrutare, esaminare ed immaginare e ritornava ad osservare il mondo pieno, limpido ma infinitamente finito di fianco a Lei. La sognavo nuda, proprio in quel preciso istante, nuda e vogliosa di buttarsi sul mio membro e farne ciò che voleva; la immaginavo proprio così, coi capelli scuri come le sue sopracciglia ed i suoi occhi, con le labbra sempre più sottili e sempre più incantevoli, sopra al collo e le scapole odorose e sottili, davanti alla schiena ossuta, piena di pelle rosa e morbida e pronta a subire eterni baci assassini. La immaginavo così com’era, col seno piccolo e ricco di bellezza, col pancino sempre più bianco come la neve e come la pace e come il paradiso. Pensavo che il sesso in quel treno metafora della vita sarebbe potuto essere migliore di qualunque altra cosa; ed al mio fianco un posto vacante, forse perché al mio fianco il posto vacante è presente dalla nascita. Poi di fianco a Lei c’era l’uomo dell’Est, ma italiano, col labbro gonfio, una maglietta rossa che incuteva terrore, jeans, birra, pochi capelli sopra una fronte spaziosa per occhi assonnati ma sensuali. Anche lui aveva fantasie erotiche, forse sulla moglie, sulla madre, sulla sorella, sulla ragazza, o su di Lei – perché la osservava, di tanto in tanto, osservava quella schiena e quelle ossa sporgenti della mia Lei. Chissà a cosa pensava mentre sulla destra mia c’era il tipico uomo ignoto, di cui non saprei descrivere nulla se non il suo aspetto fisico, con barba precisa, alla moda, ed occhi fissi nel nulla per ben due ore. Proprio perché di fronte a lui c’era l’esperta signora che tutti vorrebbero scopare, a telefono con il figlio, forse, o con il parente che avrebbe dovuto prendersi cura del figlio durante la sua assenza; e dopo la telefonata lei che s’insospettiva, ansiosa, forse dopo aver ricevuto notizie sconfortanti, tanto sconfortarti da perturbare la sua psiche colta ed intelligente ma non abbastanza da scacciare ogni male da ogni pensiero. Ma lei manteneva il suo entusiasmo ed il suo essere sensuale, con le spalle di fuori e le ossa ad accompagnare collo e braccia, tanto erotiche e passionali quanto la voglia di scoparla all’infinito. Una donna anziana, non così tanto, le faceva compagnia senza conoscerla, senza sapere neanche il suo nome: era la donna che non guarderesti mai e poi mai, perché tanto inutile quanto grande era la sua bruttezza ed il suo squallore di vita borghese e precisa. Forse anche lei viveva quel treno metafora della vita senza alcun motivo concreto, forse pure lei aveva sassi da togliere dalle scarpe per vivere nuove esperienze in grado di farle dimenticare la miseria e la povertà di trasgressione e di vita e di amore della sua esistenza. Due donne, poi, proprio di fronte a me, dietro la donna matura e ferocemente attraente sulla mia destra: era una bionda, con un seno enorme, ed un neo abbastanza grande accanto ad un altro neo abbastanza piccolo: erano i nei dell’erotismo, quelli che leccheresti mentre distruggi il suo organo primario e mentre palpi le sue mammelle grandi quanto la tua brama di saziare le tue passioni; di fianco, un'altra lei, la sua compagna, amica, ignota, senza se e senza ma, con occhiali scuri che francamente avrei tolto per vedere il viso forse splendido forse inquietante. Passano persone che non hanno significato, s’incamminano lungo i vagoni del treno metafora della vita, passando evanescenti tra le mie brame, le mie considerazioni ed il mio riposo e le mie riflessioni impure e pure. Correva veloce, lungo i binari trucidi e marroni, consumati dalle sue continue corse veloci e lente, ma pur sempre corse. Correva senza pietà, non lasciava scampo per chi volesse scendere perché anche costoro avevano di fronte a sé la fine di quel tragitto lungo e breve, proprio come una vita. Correva mentre qualcuno leggeva, ascoltava musica o sentiva un amico col cellulare, per ingannare il tempo in mille modi diversi e dimenticare il continuo scorrere del treno metafora della vita e del suo eterno correre verso l’oscuro e verso la fine di tutto. Null’altro poteva dare significato a quella corsa scatenata e folle, null’altro, nemmeno le sognate scopate con la donna matura o quella prosperosa, nemmeno le caduche esperienze mondane che si sarebbero potute vivere con esse, nemmeno la ricerca degli sguardi degli altri, dell’uomo dell’Est, dell’uomo ignoto, della donna anziana ed insensata, nemmeno lo scorgere dei loro occhi e scovare le loro profonde anime per poi scoprire di trovare uomini e donne estremamente interessanti, estremamente grandi e più grandi di me. Provvisorie gioie, precari appagamenti sessuali o di altro genere, temporanei ed instabili attimi di felicità nei loro occhi o nel loro sesso. Provvisorie, precarie, temporanee azioni, basse e di poco conto che distraggono me e gli altri dalla corsa pazza e sempre più veloce del treno metafora della vita, fatto di passeggeri colti, disinvolti, ignoranti, belli, brutti, assassini, ladri, mentecatti, bugiardi, ipocriti, entusiasti, bambini, voluttuosi, piccoli perché piccoli davanti a qualcosa che da solo può essere eterno, ben più grande e ben più infinito di loro, piccoli uomini e piccole donne, piccoli davanti a qualcosa che da solo può essere eterno perché corrispondente a Lei, sempre di fronte a me, mentre riflettevo su tutti questi argomenti, mentre mi lasciavo catapultare in tante fantasie, mentre mi lasciavo incantare da simili corbellerie, mentre proprio Lei osservava sempre il paesaggio, i fiumi e i laghi, proprio mentre i suoi occhi in sintonia con la sua mente pensavano che io fossi il suo unico uomo, l’unico ad amarla ora e per sempre, l’unico essere vivente pronto a finire quel percorso nel treno metafora della vita insieme a Lei. Perché scesi da lì, ci tenevamo per mano, come se non fosse successo niente, come se il treno, seppur arrivato e finito e trascorso, avesse concluso tutte le esistenze di quei personaggi fittizi e reali, senza concludere però la nostra storia, la nostra vita, la nostra amalgamazione tra noi stessi e con l’eterna realtà a cui saremo ancorati per sempre. Io e Lei.

1 luglio 2011

Lo sa, ma non vuole dirmelo

Gli appuntamenti erano fitti, tra la giornata di lunedì e quella di venerdì mi restava giusto il tempo per guardarmi allo specchio e giocare con l'orecchino regalatomi da zio Tom. Passato il primo giorno della settimana, capii che la situazione stava cimentandosi sull'inverosimile, nel senso che se realmente mi ritrovavo nella realtà ero uno stramaledettissimo uomo fortunato: chi l'avrebbe mai detto che al primo colloquio di lavoro mi avessero preso? Eppure ero giovane, diciottenne, la mia vita la passavo tra il pub di Mostro Joe e le sbronze nella West Side. Non potevo rendermi conto della mia bravura, se non nel momento in cui le ragazze mi si avvicinavano senza alcun ritegno e, molto probabilmente, senza nessun preconcetto tradizionalista del cazzo il quale prevede che il sesso fa male "all'integrità della bontà d'animo". Come potevo rendermi conto della mia bravura attraverso questa idiozia? Semplice, ero bello. Ma certo: il colloquio era ricco di donne ma pure ricco di uomini, esperti, geni senz'altro, anche molto scrupolosi e pignoli direi. Però ero bello, ed ogni mia singola sfumatura errata ed ogni pezzo sbagliato della mia personalità, del mio carattere e della mia professionalità - se non della mia esperienza - passavano in secondo piano - perché appunto ero bello. Attenzione: non ero bella, ma bello. Sono un uomo. Può risultare strano agli occhi e alle orecchie di qualcuno che legge una cosa del genere: "un uomo sfonda nel campo del lavoro (qualsiasi lavoro) per la sua bellezza!" È un'oscenità? Non direi! Le donne sono belle e da un momento all'altro si ritrovano a ballare presso un programma televisivo che due giorni prima l'aveva ben inquadrata a fare la lap dance in un locale stracolmo di rozzi cittadini della contea, sbavosi, con birra e cannocchiale indirizzato verso le parti medio-alte e medio-basse del favoloso corpicino femminile. E perché mai non può essere bello un uomo? No, mi chiedo: una donna realizza i suoi sogni (?) grazie alla sua immensa bellezza; ed il fatto che un uomo il quale realizza il suo sogno (?) mostrando la sua bellezza è così grave? Anche perché un uomo bello viene addirittura ben visto non solo dalle donne presenti per selezionare il personale ma pure dagli uomini che oltre a saper distinguere le donne brutte dalle donne belle sanno distinguere anche gli uomini brutti dagli uomini belli (e subiscono un attrazione spaventosa nei loro confronti). Quindi mi assumono. Ero bello, potenzialmente ricco, pieno di amici, di donne, di fortuna, di Dio e così mi feci una canna, una birra, chiamai un paio di compagni e passai la serata. Tra il martedì ed il venerdì ero pieno di impegni, come ho già scritto. Così lavorai come un paziente scoiattolo con la sua noce, e loro che si congratulavano: "complimenti!", "ma che acquisto che abbiamo fatto!", "ma lei è proprio un prodigio!", "ma come fa ad essere così svelto?!?", "beh lei è senz'altro l'uomo più in gamba che la nostra società abbia mai avuto!", e così via. Non facevo niente, a lavoro ero più pigro di quando passavo il resto dei miei giorni a sbronzarmi. Ero terribilmente fortunato, la settimana da Dio: no, era la mia vita che era da Dio. Sempre andato tutto dritto, gli ostacoli superati in un boccone, famiglia stupenda e non come quei neri con le famiglie tutte unite e spaccare il muso ai propri figli, e poi avevo questo bel viso che mi consentiva l'accesso verso le porte del Paradiso. Potevo chiedere di più?


Voi adesso vi starete chiedendo: qual è la fregatura? Non può esserci il lieto fine in una storia che di lieto ha proprio tutto! E quindi dovrebbe esserci un brutto finale, quel finale che ti lascia ad occhi aperti, anzi chiusi per la paura e la tristezza e le lacrime. È proprio l'uomo stesso a darsi un lieto fine nella propria vita: quando si è operato bene o male, alla fine dei giochi sorge la solita domanda: dove ho sbagliato? Ho vissuto una vita piena e soddisfacente? Mi sento felice? Posso morire in pace? E ci si da il lieto fine oppure no, in base alla risposta di questa serie di domande. Viviamo in un mondo che s'è evoluto, e dunque questa serie di domande non presenta più la stessa priorità di allora: non è necessaria. Sono gli altri, adesso, a porsi le domande su di noi: dove ha sbagliato? Ha vissuto una vita piena e soddisfacente? Si sente felice? Può morire in pace? E si decide se quell'uomo può avere il lieto fine oppure no. È tutta una questione di punti di vista. Potrei dire di aver avuto un lieto fine, un secondo prima di essere morto, se non avessi ricordato che gli altri hanno deciso che non sarei dovuto morire con un lieto fine. Il lieto fine è indispensabile: i posteri potranno ricordarti in base al tuo lieto fine e non alla tua vita, piena o vuota; se dunque morirai con un lieto fine sarai ricordato bene, portato sull'Olimpo e magari adornato di mazzi di fiori ogni mese, settimana o addirittura giorno; se morirai senza lieto fine sarai costretto ad osservare come la civiltà si dimentichi di te oppure si ricordi di te come una cattiva persona che non merita fiori né ogni mese, né ogni settimana, né ogni giorno. È la legge che l'uomo ha creato: si vive per il lieto fine, altrimenti non si può, non vale la pena esistere. Ed il lieto fine viene stabilito dagli altri, non hai il potere di stabilire il tuo lieto fine per la tua vita ormai conclusasi - nel peggiore o nel migliore dei modi resta da stabilirlo, sempre in base al giudizio degli altri, naturalmente. Personalmente, credo di aver avuto un lieto fine. Prima di morire ricordo che feci un breve riassunto di tutta la mia vita, soprattutto ricordando quella settimana decisiva (poi capirete il perché), e mi resi conto che in fin dei conti la mia vita è stata tanto soddisfacente quanto piena in ogni suo angolo. Il problema è che gli altri non erano d'accordo con me, il lieto fine proprio non hanno voluto accordarmelo: ero bello, parevo molto meglio di Humphrey Bogart e, insomma, non mi mancava nulla. Però, dopo quella settimana cruda ma felice, dove ottenni il mio primo lavoro e dove, da diciottenne, mi resi conto di essere il re del mondo, scoprii di essere omosessuale. Sì proprio così: omosessuale, gay, frocio, ricchione, come dir si voglia! A tutti i costi volevo capire perché mi sentivo estremamente felice ma incompleto, così concepii che al mio fianco mi ci voleva un maschio e non una femmina. Perciò, d'un tratto, i diciotto anni trascorsi in ogni tipo di paradiso religioso si trasformarono in qualcosa di opposto: non ero più bello, non avevo più il lavoro, non avevo neanche più amici, non ero accettato da mio padre, da mia madre, da mio zio, da mio fratello, dai miei parenti e neppure dagli altri omosessuali. Ero un reietto. L'unica cosa in grado di risollevarmi era la scrittura, così scrissi una marea di racconti che ho tenuto stipati fino alla mia morte in uno scaffale della mia lurida camera d'albergo. Non sarei dovuto diventare omosessuale. Sarebbe stato meglio, forse mi sarei potuto permettere di vivere una vita affascinante e lussuosa ancora tra le sbronze, le donne e la felicità; la mia curiosità e la mia verve mi ha spinto a cercare sempre più in là, ossia dentro di me, identificandomi come un omosessuale, un gay. Il lieto fine non me lo merito, è proprio vero. Eppure io sapevo di meritarmelo, fino a quando non notai che tutto il mondo era contro di me, anche sul letto d'ospedale in fin di vita; così non morii proprio contento, ma bensì insoddisfatto. Infelice. Peccato.

Ora che sono quassù a riflettere e ragionare, chiedo al buon Dio: "com'è stato possibile?" ma lui non mi risponde, stenta a credere a quanto successo. Lo vedo ogni giorno infuriato, pazzo, con le mani tra i capelli, gli ricordo che è lui il capo e che può cambiare tutto da un momento all'altro; lui è tentato a farlo, è sempre lì per lì per mettere la mano in ogni testa umana, ma poi si rende conto dell'errore che sta per commettere e si ferma perentoriamente. Non mi spiega il motivo, Dio è criptico, nelle conversazioni sono sempre io quello che padroneggia. Non vuole parlare, si chiude in sé stesso, sembra depresso. Un uomo così potente può mai essere depresso? Ebbene sì. Io non lo sono: eppure è strano, sono omosessuale, mi ritrovo in mezzo a tanti omosessuali come me che mi trattano bene, però ho rimorsi e rimpianti, ho nostalgia della Terra: è vero, mi trattarono male, ma la colpa, ripeto, fu proprio mia che divenni omosessuale. La Chiesa punisce gli omosessuali, per fortuna Dio, però, punisce la Chiesa. Una volta stavo chiamando un mio amico, proprio dal paradiso, per avvertirlo che le leggi impostate dall'uomo sulla Terra sono fasulle, fittizie, sono menzogne create per creare una religione fantoccio e che le vere leggi sono ben altre. Gliele volevo elencare, ma Dio non mi diede neanche il tempo di prendere il cellulare che mi fermò dicendo: "non puoi". Due parole che mi immobilizzarono, d'altronde due parole criptiche di Dio equivalgono a centomila frasi sensate di un uomo vivo. E così rimasi sospeso nel nulla, tra l'indecisione, il dubbio e la volontà di mostrare la verità e dare una sveglia all'umanità. Però Dio non vuole. Non vuole che sia così. Gli chiedo, spesso, dove ho peccato e perché sono omosessuale, perché ho fatto una tal mossa in modo da rendermi un emarginato lontano da tutti e perché mi sento in colpa per essere diventato ciò che sono in realtà sempre stato, ma inconsciamente. Ma lui è sempre muto, lo sa, ma non vuole dirmelo.

13 settembre 2010

Cinquant'anni

Columbia (SC), 07/01/1999


Mi chiamo Robert Life, nato nei pressi di Fulton St., Columbia nel South Carolina, l’8 Gennaio 1949. Mio padre morì quando avevo sei anni, fu colpito involontariamente da un proiettile vagante durante una sparatoria. Faceva il macellaio. Mia madre non faceva un cazzo oltre a ciò che fanno tutte le madri. Da bambino mi piaceva…

Oh, al diavolo. Sono Robert Life e scrivo questa lettera come ultimo atto di un qualche cosa di meraviglioso. A dir poco. Sono passati cinquant’anni e guardandomi alle spalle, oggi, noto qualcosa che è sempre sfuggito alla mia mente, al mio cuore. Qualcosa che solo gli uomini i quali si trovano attualmente nella mia stessa situazione, possono notare. Proprio ora che dinanzi a me scorgo il buio, la luce entra di prepotenza nella mia testa. E ricordo tutto. Ricordo il mio primo regalo di Natale, uno dei primi, una chitarra. Non potrò mai dimenticare la mia felicità e le mie lacrime ed il sorriso di mio padre. Ricordo il primo giorno di scuola, tra pianti e urla, mi mancava il mio papà, quasi come se già sapessi che dopo quel giorno non l’avrei più rivisto. Ho vissuto nella merda e con astuzia sono sopravvissuto fino ad oggi. Ho sempre guardato le mie tasche, ragguagliato mia madre, difeso il mio fratellino e mangiato quello che c’era. E ricordo quando attraversavo quei bui e stretti vicoli, osservato anche dal cane randagio. E piansi, piansi per la scomparsa di colui che per sei anni mi ha amato, difeso, addestrato. Ma nel South Carolina non c’è tempo per piangere. Nella mia vita non c’era tempo per piangere.

Non scordo il mio primo lavoro. Ero un fottuto lustrascarpe come quei negri figli di puttana. Ero il miglior lustrascarpe del Sud. Lustravo signori, ricchi, mafiosi. Era un lavoro di merda, ma mia madre era lì, povera ed indifesa, con due figli da sfamare anche con un dollaro a settimana. Li ricordo tutti quegli stronzi: Vincent Langella, Sonny Cady, Johnny “la roccia” Corrado, Michael Winnfield. E qualcuno si scopava pure mia madre. Ma io non ho mai aperto bocca. Non era mio compito farlo. E ricordo Kathleen, la mia prima ragazza. I miei primi baci, le mie prime scopate, le gelosie, le liti, l’amore. A vent’anni era già passata un’eternità. Ma avevo già fatto tutto, tutto per la prima volta. Ricordo tutto lo sporco ed il sudore per vivere, vivere bene. Gelataio, assistente barbiere, scaricatore di merci al porto, cameriere, commesso, salumiere, macellaio, prestigiatore, falegname, operaio, meccanico, cuoco. In tasca mi restava quel tanto che bastava per le sigarette. Ricordo tutte le birre scolate con Joe, Martin, Red, Jerry, il football, il basket, Jim Rice, Elvis, gli anni ’70. Ricordo tutte le mie donne, e mia moglie, Rita, ed i miei figli, Tom e Lisa, ed i viaggi a Los Angeles, Chicago, Dallas, Rio, Roma, Berlino, Londra.

Si riaccendono i fari su di me e sento urla provenire da fuori. Gridano anche il mio nome. Ma intanto non posso fare a meno di pensare. Tutta la mia vita, adesso, sembra scorrermi nelle vene, accecandomi gli occhi. È strano il modo in cui un uomo come me si ritrovi così, ora, tra inferno e paradiso senza via di scampo, con un passato tanto vicino quanto la puzza del proprio sedere. Io non ho rimpianti, non ne ho mai avuti. E neanche rimorsi, mi sento di aver fatto tutto ciò che potevo fare, senza esagerare, senza rinunciare a quello che volevo. Ho giocato, ho vinto e perso; ho rischiato, ho inghiottito e vomitato. Ho riso, ho pianto, diavolo quanto ho pianto.

Ricordo quando fui ferito: 19 Agosto 1991, non lo dimenticherò mai. Le circostanze furono simili a quelle tragiche di mio padre. Sparatoria, S. Gregg Street, come si suol dire in questi casi mi trovavo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sembrava una maledizione. Rita era al corrente di ciò che successe a papà, i miei figli sapevano qualcosa, io vedevo la morte cogliermi impreparato. Il proiettile sfiorò il cuore, mio padre fu colpito alla testa. Le conseguenze di questa stronzata furono solo un po’ di compassione da parte di chi, sembrava, non mi conoscesse più ed un’eterna cicatrice. In questi lunghi e sporchi anni sono riuscito a farmi conoscere, a dettar legge – quando potevo – a divertirmi, soprattutto. La vita non è una gara e non può essere interpretata con una filosofia. Necessita solo di essere vissuta. Amare ogni singola cosa che ci è accanto e scoprire che ci si può sempre sorprendere. Anche a cinquant’anni.

Ricordo dieci minuti fa, quando né io né voi sapevamo di questa lettera. Per voi adesso, beh, sembra non essere cambiato nulla. Sentivo di scrivere queste parole, cercando di ricordare e capire se la mia vita ha avuto un senso. Ma credo che ogni piccola vita di ogni fottuto essere umano, abbia un senso. Qualsiasi cosa potessimo fare, qualsiasi sbaglio potessimo commettere sarà nostro, ci entrerà anche nel nostro più misero capillare e ci renderà quello che siamo, ad un secondo dalla morte. Non preoccupatevi, amici miei, di me. E neanche dell’invidia, della gelosia o della cattiveria! Consumereste vita come un vecchio incallito fumatore, per poi morire bruciacchiati e senza respiro.

Tra cinque minuti verrò attraversato da duemila volt. Lì fuori è tutto pronto. Il pubblico attende, la sedia aspetta solo di sfogarsi contro di me. Sono pronte le catene, e la spugna. I secondini raccolgono cella per cella ogni animale, volgarmente, sputati e sbeffeggiati, perché forse per loro “animali” non è il termine giusto. Dopo Jack Weinstein, sarà il turno di Robert Life. Sento le urla. Sento l’approssimarsi progressivo di una morte troppo veloce e sofferente. Respiro con affanno, voglio una sigaretta. Le preoccupazioni, adesso, mi attanagliano. Ho paura. Quella notte mi trovai di fronte ad una carneficina. Non avevo mai visto così tante sagome immobili, con gli occhi trafitti dall’orrore, ancora impressionati da quell’immensa malvagità nei loro confronti. Il sangue sembrava non finire più, chiazze rossastre ovunque. Ed io ero lì, da solo, con una pistola a terra senza impronte. Potevano essere cinque, dieci, venti morti. Non ricordo. Mi voltai e vidi ambulanze, FBI, forse l’esercito. Capii che per la seconda volta nella mia vita mi trovavo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Voci di strada mi hanno sempre insegnato che la fortuna non bussa mai due volte. Ebbi la conferma della mia fine quando un sopravvissuto senza braccia, magro, quarant’enne scapolo e medico, John O’Brian, un irlandese del cazzo, scorta la mia faccia mi accusò. Non ho mai capito perché l’abbia fatto. Forse neanche lui. O forse era convinto di aver pescato la persona giusta. Ogni uomo ad un certo punto del suo cammino si rende conto di quando sia veramente finita. Chi prima, chi dopo. Il mio percorso è stato talmente pieno che sento ancora parecchio vuoto da colmare. Non sono ancora pronto a morire. Ma il mio momento è arrivato. Weinstein ha tirato le cuoia. Ascolterò in prima persona la sadica sinfonia dell’uomo morto che cammina. Mi mancava quest’esperienza. Dicono che sulla sedia inizialmente si provi piacere. Un piacere irresistibile, prima del tramonto. Senza rendermene conto diverrò un pezzo di carne bruciato lungo un metro e ottanta, lontano da una moglie e due figli e dal mondo, dopo cinquant’anni. Soltanto cinquant’anni.


Sento i passi del secondino avvicinarsi meticolosamente. Ancora dieci secondi per ricordare tutto. Ancora dieci secondi per un’ultima lacrima.


Claudio Morgese