Voi adesso vi starete chiedendo: qual è la fregatura? Non può esserci il lieto fine in una storia che di lieto ha proprio tutto! E quindi dovrebbe esserci un brutto finale, quel finale che ti lascia ad occhi aperti, anzi chiusi per la paura e la tristezza e le lacrime. È proprio l'uomo stesso a darsi un lieto fine nella propria vita: quando si è operato bene o male, alla fine dei giochi sorge la solita domanda: dove ho sbagliato? Ho vissuto una vita piena e soddisfacente? Mi sento felice? Posso morire in pace? E ci si da il lieto fine oppure no, in base alla risposta di questa serie di domande. Viviamo in un mondo che s'è evoluto, e dunque questa serie di domande non presenta più la stessa priorità di allora: non è necessaria. Sono gli altri, adesso, a porsi le domande su di noi: dove ha sbagliato? Ha vissuto una vita piena e soddisfacente? Si sente felice? Può morire in pace? E si decide se quell'uomo può avere il lieto fine oppure no. È tutta una questione di punti di vista. Potrei dire di aver avuto un lieto fine, un secondo prima di essere morto, se non avessi ricordato che gli altri hanno deciso che non sarei dovuto morire con un lieto fine. Il lieto fine è indispensabile: i posteri potranno ricordarti in base al tuo lieto fine e non alla tua vita, piena o vuota; se dunque morirai con un lieto fine sarai ricordato bene, portato sull'Olimpo e magari adornato di mazzi di fiori ogni mese, settimana o addirittura giorno; se morirai senza lieto fine sarai costretto ad osservare come la civiltà si dimentichi di te oppure si ricordi di te come una cattiva persona che non merita fiori né ogni mese, né ogni settimana, né ogni giorno. È la legge che l'uomo ha creato: si vive per il lieto fine, altrimenti non si può, non vale la pena esistere. Ed il lieto fine viene stabilito dagli altri, non hai il potere di stabilire il tuo lieto fine per la tua vita ormai conclusasi - nel peggiore o nel migliore dei modi resta da stabilirlo, sempre in base al giudizio degli altri, naturalmente. Personalmente, credo di aver avuto un lieto fine. Prima di morire ricordo che feci un breve riassunto di tutta la mia vita, soprattutto ricordando quella settimana decisiva (poi capirete il perché), e mi resi conto che in fin dei conti la mia vita è stata tanto soddisfacente quanto piena in ogni suo angolo. Il problema è che gli altri non erano d'accordo con me, il lieto fine proprio non hanno voluto accordarmelo: ero bello, parevo molto meglio di Humphrey Bogart e, insomma, non mi mancava nulla. Però, dopo quella settimana cruda ma felice, dove ottenni il mio primo lavoro e dove, da diciottenne, mi resi conto di essere il re del mondo, scoprii di essere omosessuale. Sì proprio così: omosessuale, gay, frocio, ricchione, come dir si voglia! A tutti i costi volevo capire perché mi sentivo estremamente felice ma incompleto, così concepii che al mio fianco mi ci voleva un maschio e non una femmina. Perciò, d'un tratto, i diciotto anni trascorsi in ogni tipo di paradiso religioso si trasformarono in qualcosa di opposto: non ero più bello, non avevo più il lavoro, non avevo neanche più amici, non ero accettato da mio padre, da mia madre, da mio zio, da mio fratello, dai miei parenti e neppure dagli altri omosessuali. Ero un reietto. L'unica cosa in grado di risollevarmi era la scrittura, così scrissi una marea di racconti che ho tenuto stipati fino alla mia morte in uno scaffale della mia lurida camera d'albergo. Non sarei dovuto diventare omosessuale. Sarebbe stato meglio, forse mi sarei potuto permettere di vivere una vita affascinante e lussuosa ancora tra le sbronze, le donne e la felicità; la mia curiosità e la mia verve mi ha spinto a cercare sempre più in là, ossia dentro di me, identificandomi come un omosessuale, un gay. Il lieto fine non me lo merito, è proprio vero. Eppure io sapevo di meritarmelo, fino a quando non notai che tutto il mondo era contro di me, anche sul letto d'ospedale in fin di vita; così non morii proprio contento, ma bensì insoddisfatto. Infelice. Peccato.
Ora che sono quassù a riflettere e ragionare, chiedo al buon Dio: "com'è stato possibile?" ma lui non mi risponde, stenta a credere a quanto successo. Lo vedo ogni giorno infuriato, pazzo, con le mani tra i capelli, gli ricordo che è lui il capo e che può cambiare tutto da un momento all'altro; lui è tentato a farlo, è sempre lì per lì per mettere la mano in ogni testa umana, ma poi si rende conto dell'errore che sta per commettere e si ferma perentoriamente. Non mi spiega il motivo, Dio è criptico, nelle conversazioni sono sempre io quello che padroneggia. Non vuole parlare, si chiude in sé stesso, sembra depresso. Un uomo così potente può mai essere depresso? Ebbene sì. Io non lo sono: eppure è strano, sono omosessuale, mi ritrovo in mezzo a tanti omosessuali come me che mi trattano bene, però ho rimorsi e rimpianti, ho nostalgia della Terra: è vero, mi trattarono male, ma la colpa, ripeto, fu proprio mia che divenni omosessuale. La Chiesa punisce gli omosessuali, per fortuna Dio, però, punisce la Chiesa. Una volta stavo chiamando un mio amico, proprio dal paradiso, per avvertirlo che le leggi impostate dall'uomo sulla Terra sono fasulle, fittizie, sono menzogne create per creare una religione fantoccio e che le vere leggi sono ben altre. Gliele volevo elencare, ma Dio non mi diede neanche il tempo di prendere il cellulare che mi fermò dicendo: "non puoi". Due parole che mi immobilizzarono, d'altronde due parole criptiche di Dio equivalgono a centomila frasi sensate di un uomo vivo. E così rimasi sospeso nel nulla, tra l'indecisione, il dubbio e la volontà di mostrare la verità e dare una sveglia all'umanità. Però Dio non vuole. Non vuole che sia così. Gli chiedo, spesso, dove ho peccato e perché sono omosessuale, perché ho fatto una tal mossa in modo da rendermi un emarginato lontano da tutti e perché mi sento in colpa per essere diventato ciò che sono in realtà sempre stato, ma inconsciamente. Ma lui è sempre muto, lo sa, ma non vuole dirmelo.
1 commento:
Se l'arte fa cagare la colpa è del pubblico, l'artista vero crea per sé.
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