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13 aprile 2012

Forget It, Jack. It's Harmony.


C'era una volta la classica coppia da romanzo Harmony.
Nel Capitolo Uno si conoscono per la prima volta e lui, che non era un tipo capace di conquistare il cuore di una donna, con uno stratagemma arrivò dritto dritto al Capitolo Sette, in cui per la prima volta fecero l'amore. Tuttavia l'uomo non considerò quello che successe nei capitoli precedenti, scatenando così l'ira del narratore che decise di far morire la sua amata al Capitolo Dieci in un incidente stradale. Non succederà nulla di particolare per altri dodici capitoli, fino a quando, al Capitolo Ventidue, composto da pochissime parole, l'uomo pronunciò le parole più belle che il narratore potesse sentire:
[per motivi di copyright non possono essere riportate]
Detto ciò, l'uomo si tolse la vita, lasciando da solo il narratore.
La morale: qualunque cosa possa essere scritta e qualunque sia il modo in cui possa finire, quello a rimetterci è sempre lo scrittore. L'unico che rimane in vita nelle sue fantasie.

16 febbraio 2012

Post Graduation Party

Stamane sono entrato in ufficio con aria un po' mogia,
corrucciato dall'idea di aver innescato una bomba
all'interno del mio petto. Penso esploderà al
prossimo aperitivo tra colleghi, quando meno me lo aspetto,
tra la sedicesima e la diciassettesima oliva.
Un lieve scricchiolio della mandibola sarà l'unico,
tardivo ed osseo, segnale d'allarme.

" Le esperienze passate sono servite a comprendere cosa non voglio.
Sono molto esigente: analizzo e soppeso. Vuoi sapere come ho catalogato te?
Tu sei un omino basso, buffo e non bello. Insicuro, bisognoso,
incline alle dipendenze, emotivamente instabile: una checca isterica.
Per giunta possessivo, radicale, poco loquace e poco socievole.
Di te si salvano le mani, la voce e un bundle di cultura e abilità logiche.
Ammetto che la miscela di queste ultime cose fa abbastanza sesso,
ma il resto... Dio ce ne scampi e liberi. "

Bi pronuncerà tali parole, io ne loderò l'ammirevole, sacra sincerità
con impeccabile sorriso da truffatore professionista - c'è un giro
di scommesse molto attivo, in ufficio, è dura tener testa a Bi;
per non sfigurare e perdere è necessario "mostrarsi uomini"
(quando incontrerò il barbaro responsabile della creazione di tale locuzione,
giuro lo sevizierò con crudeltà inumana, inconcepibile),
ma mi mostrerò uomo una volta di troppo, per gli esigui margini garantiti
dal personale bonus vitale, e la bomba esploderà:
i miei polmoni marci andranno a decorare i cocktail dei partecipanti.

Dicevo: stamane sono entrato in ufficio.
F. mi ha salutato, carezzandomi la barba ispida,
e mi ha chiesto se mi fosse passata la sbornia.
Ma come poteva lei sapere che avevo trascorso
tutto il pomeriggio e la sera del giorno precedente
girovago (forse più "ondìvago") tra la cucina e il cesso,
in compagnia di diverse bottiglie di rhum?
Avevo staccato il citofono e spento il computer, il cellulare
e tutte le luci, tranne un faretto fioco, per strappare
alla totale oscurità giusto la strada dal frigo al bagno.
Nessuno poteva sapere dove fossi, cosa stessi facendo.
Liquefatto al punto di diventare trasparente? Improbabile.
Segni sotto gli occhi, sulle labbra, eccessivo pallore? Neppure.
L'ho allontanata maldestramente, bofonchiando:
"Nessuno strascico, per cui credo che rincarerò la dose, più tardi."
Ho preso a sfogliare distrattamente le solite carte,
in cerca di qualcosa da distruggere o da rinvigorire.
Ho pensato alle luci nell'autobus che mi aveva riportato
a casa, il pomeriggio prima. Di un blu elettrico, intensissimo,
che cozzando contro l'aria stanca dipingeva macchie inquietanti sui vetri,
e rendeva, di contrasto, ogni cosa all'esterno più rossa,
come in un primo speranzoso pomeriggio d'estate,
senza etichette da scrollarsi di dosso, nudo.

Alché, ho realizzato.

L'idea che qualcosa possa muoversi più veloce della luce
percorrendo per questo a ritroso il corso del tempo.
Non una particella, ma un frammento di empatia, di intuito,
che, nato oggi, possa recare nel passato un'immagine di
ciò che sarà - questa energia giunge a destinazione
quando viene colta, compresa. Nei casi in cui determini
un'effettiva svolta nel corso del tutto, da incentivo o deterrente,
un nuovo frammento inizia il suo percorso in senso inverso,
generando una biforcazione dell'intera linea temporale.
Ci siamo arrovellati per secoli circa l'esistenza
di civiltà extraterrestri, cullandoci con il pensiero
che queste fossero analoghe alla nostra, addirittura
geneticamente compatibili. Abbiamo indirizzato la nostra attenzione
verso la dimensione sbagliata! Sono venuto in possesso
di questo frammento del Grande Libro di Dio, ed ora mi è chiaro,
evidente, che ogni folgorazione, ogni eso-percezione,
è soltanto l'effetto della decodifica di un messaggio
proveniente da una zona inaccessibile: il futuro, appunto.
Dovrò trovare un modo di indagare sulla degradazione
dei segnali, per poter vivere più vite in una sola.

Vivere questo martirio, questo trambusto di ossa e pelle,
cambiare e stupire chiunque, per garantirmi umiliazione e dolore,
e, a millisecondi di distanza, salvezza e serenità.
Tener lontano il pensiero che esista una linea
entro la quale ogni impulso è del tutto impotente.
Questo farò.


9 febbraio 2012

Ogni cosa al suo posto ed ogni posto nel gorgo, muto.

Subito dopo la proclamazione e il bando tutti mi chiesero
quale dovesse essere il pubblico. Io risposi nel mio metro,
dalle ventuno alle ventiquattro sillabe, che diviene musicale
solo ripensandolo, sezionandolo, spingendolo in profondità
parentetiche da cui riemergere affamati d'aria,
lungo i tappeti di spine che si srotolano implacabili
e dividono dagli appuntamenti con la carne dei sogni.
Il pubblico sarà quello più esigente, che squadra in un guizzo
i risvolti nauseabondi e cestina, senza pietà. Il pubblico
sarà il tempo, il tempo lungi da venire.
Il generale chiese agli astanti di scegliere tra lui
e la terra d'Atlantide: seguì le indicazioni fornite
da un'unica voce, tonante, nella compatta disarmonia del coro.
Disarmante manifestazione di un disordine rosso, rossissimo,
inconfutabile. Pensare che da piccolo mi sentivo confortato
dal sapere che, a tavola, il posto in prossimità della finestra
spettava a mia madre, quello centrale era mio e quello
vicino alla porta era per mio padre. Ricordo ancora
quanto spiazzante, forse persino umiliante, fu, alla sera,
trovare il letto sfatto, quando alla mattina mi ero destato
accanto a un amico. "Come puoi violare così quanto predichi,
e sbraiti?" rivolsi a mio padre, solo attraverso gli occhi.
Egli si voltò, e andò via. La prima colazione a letto
me la portò A., circa dieci anni più tardi.
Fui sorpreso e incapace di gratitudine. Un evento del genere
avrebbe ben figurato nel novero dei miei primordiali slanci
d'architettura del mondo: tutti dettagli nitidi, unici e incausali.
Ogni mattoncino poteva giustapporsi ad uno analogo in almeno
quattordici modi: ciò garantiva margini apparentemente buoni
di riuscita dell'iniziativa. Nei momenti di smarrimento,
era sufficiente una rapida occhiata alle figure,
un destro calco dal Libro della conoscenza.
Per il bambino, ciò non era né forzare, né barare.
Passò sotto silenzio, rimase così.

Crebbi perciò ignobile, freddo, mostruoso,
ebbro di ambizioni che credevo esistenti, tangibili,
ebbro di contatto fisico con la carne dei sogni.

Sulla strada che divideva da uno svago geometrico e dal caffè
mi imbattei in A., che fremeva, per un bacio.
Glielo diedi, quello e molti altri. Troppo freddo, inumano,
negarsi, di fronte ad un palpito così puro.
Alla prima folata di vento che ci divise per più di un palmo,
realizzai di trovarmi sull'orlo di un baratro.
Qualcuno urlò: "La leggerezza è un crimine!"
ed io la rincondussi alla sua città, fornendole indicazioni
per distinguere i mostri ed i ladri, specie quelli che,
contro la loro stessa natura, si reputano abili e santi.
Le raccontai poi del taglio sulla mano, così come feci con Bi,
ma ad A. lo raccontai per incutere timore. Ebbi successo.
Il giorno dopo mi scrisse "tu non hai amore, hai solo morte"
donandomi questa immagine funebre di me che depongo a terra
un trofeo senza vita, candido e delicatamente agghindato.
Promise di non far menzione del nostro incontro
ma disattese la promessa.

Mi sento vile! - per aver scientemente sovrapposto, limato
e confuso le iniziali e i percorsi di due donne diverse.
Non i luoghi, no: per gli architetti del tempo, i luoghi sono sacri.
La scappatoia che mi salva dalla totale abiezione è che per i morti
ogni luogo, ed ogni tempo, è il medesimo.
Mi incammino così verso casa di Bi, anch'essa prossima al greto,
gravando con tutto il peso sul piede sinistro,
debilitato da un bruciante senso di colpa.
Il paesaggio è spoglio, privo di costruzioni, silenzioso.
Le parole "scegli me" giacciono spente sul fondo del mio stomaco.


1 febbraio 2012

Neve Mind (the Bollocks)

Piace a tutti l'immagine della neve che si ferma silenziosa sui tetti e sulle strade, come se invece che un addensato casuale di frattali ghiacciati fosse una calda coperta per l'anima.

Stronzate, Lucio.

Quando cade, la neve, fa un sacco di rumore, invece: si accumula fra folate di vento, cigolii, tonfi. Come la tristezza, che trova nel freddo circostante il terreno più fertile sul quale depositarsi e quindi si condensa in dolorose scaglie.

E' un fastidio, è il disagio dei fiocchi che si infilano nelle maniche, nelle orecchie, negli occhi e nel naso: è la strada ormai inspessita da una lastra di ghiaccio scivoloso, è il guanto inzuppato con cui hai pulito il parabrezza, è l'impossibilità di muoversi.

E' la folla che condivide pessime foto sfocate di strade di suburbana miseria nelle quali ci riduciamo a vivere, trattando la normalità come una festa, pascendoci di quotidianità priva di slanci, idee e novità.
E' la moltitudine di stati su facebook che esulta per la neve, quella che si lamenta di quelli che esultano per la neve, quella che invoca il caldo e fra 6 mesi aspetterà di nuovo l'inverno, in un costante modaiolo desiderio di inadattamento e pervicace inflazionata autocommiserazione.

Sono io che su facebook stanotte ho ritrovato me stesso, e mi sono rifiutato l'amicizia.

12 gennaio 2012

Occhi cavi

C'era anche questo sogno, tra i lungamente presagiti.
Il nostro antieroe, il nostro tafano kafkiano,
si riprende rattrappito da un sonno troppo breve,
raggiunge il bagno a tentoni, accende la luce
(la sua prima parola, tra poco ogni pragmatica
verrà distrutta, ogni capriccio smobilitato)
e indaga, con l'ausilio dello specchio,
riguardo quel fastidioso prurito alle palpebre.
Nonostante le labbra riarse, da malato terminale,
la sete che lo consuma incessantemente,
ora sono le palpebre, sul prioritario piedistallo.

"Non puoi più evitare il problema.
Quando hai deciso di voler ammettere,
hai reso irreversibile la situazione."

Le orbite sono cave. Vuote. Buie.
Eppure egli vede!
Si precipita in strada, in cerca d'aiuto.
Corre disperato e veloce, con le mani sugli occhi,
o, per meglio dire, sul nulla che li ha sostituiti.
Non teme per la menomazione, dato che, per l'appunto,
egli vede.
Forse il danno estetico, ma neppure.
Dove ha origine, allora, questa frenesia?
Non ce n'è traccia, nel grande libro.
Egli si dimena come un ossesso.
Ci sono una casa, una strada e due individui,
le fondamenta del semplice plastico hanno le sembianze di un cuneo metallico,
il cui filo è delicatamente in equilibrio su una fune.
Ogni scossone può essere fatale:
si precipita in fretta, nel vuoto
dei secoli, nei secoli.


30 dicembre 2011

Rapsodia anarchica

Tesi: nel primo movimento si manifesta la proprietà.
Si aggiungono strumenti e dissonanze,
fino a bearsi di ciò che si possiede,
di ciò che si ottiene e di ciò che si estorce.
Nel primo movimento si descrivono vita e passioni dei ladri.

Antitesi: il secondo movimento è la comparsa di un demone.
Questo si manifesta sulla via dell'ispirazione,
ai confini dell'empirico. È un ribaltamento.
Sbarazzarsi di ciò che si ha.
Per non esserne posseduti, o per cavarne piacere.
Il samaritano esaltava unicamente la propria grandezza,
accorciando le distanze tra atarassia ed edonismo,
nirvana e apocalisse. Nel secondo movimento si descrivono
vita e passioni dei martiri, nonché l'abbandono degli oggetti.

"... mi stimava, a tratti mi comprendeva, cercava di rendermi più socievole.
E avrei trascorso tutta la vita addosso a lei. È una motivazione sufficiente?
Non lo so, ma per me lo è."

Qui la necessità di aggiungere un paragrafo incidentale.
Assecondare quella inestinguibile bramosia ludica
di frugare tra le scartoffie - l'ordine è sopravvalutato,
so orientarmi alla perfezione nel caos da me generato,
o nello sconfinato e torrido deserto, costretto all'esilio
dal sangue del mio sangue. C'è un unico nemico.
La scala delle priorità, quando la biochimica è debitamente imbrigliata,
poggia sui propositi ritenuti adatti a travalicare la grettezza dell'avversario:
parlo del tempo, come sempre.
La frase musicale, ricca di pause, lo lascia ben intendere.

Sintesi: il terzo movimento - "Epoché" - si apre con un'interminabile apnea,
brusco risveglio tra sudori freddi. La terra non appartiene ai demoni.
La terra non appartiene a nessuno. Vi sono le labbra di una donna,
tutto quello che è inanimato è perso, il resto è rosso.
Ciò evidenzia la presenza di un cuore pulsante.
Ogni cosa è perciò, parallelamente, nera,
imbrattata dal lercio di troppe battaglie.
Il terzo movimento potrebbe avere come sottotitolo "Damage".

Vorremmo tutti mescolare poesia e prosa, zucchero e coltelli,
saper riconoscere i segni come Poe e dire "stavi pensando a questo",
"hai preso questa risoluzione per questa ragione"
non essere cuccioli rabbiosi e fradici in fondo ad una strettoia,
gravidi di risentimento, alla strenua ricerca di calore,
e di una mano che accudisca, nettata dal sangue dei martiri.

Ci donano un urlo, un pianto, un tetto, delle abitudini e dei pregiudizi.
Il processo di conversione dei colori natali può richiedere tutta la vita.
Che sia rossa o nera, una volta compiuta,
la liberazione non offre garanzie d'alcun genere.

All'opzione Bi non piace essere seconda nel cuore di un uomo.
Come biasimarla, se moriranno tutti.
Risuona un colpo di pistola, cala il sipario.


20 novembre 2011

Zen

C: Word è doppiogiochista,
io ho un bel taccuino:
export,
che m ispira e mi fa scrivere queste stronzataggini
che comunque servono solo a farmi mangiare il cazzo.

G: Hahaha.
E perché?

C: perché non mi pare servano ad altro,
non credi?
Quindi mi mangio il cazzo.

G: mmm, certe volte la roba vecchia può tornare utile!
Metti che tieni una tra le mani e le dici:
io sono scrittore!
Beh, vuoi dimostrarglielo?

C: Sì, le mostro come uno scrittore sappia mangiarsi bene il cazzo.
hai ragione.

G: Esatto... e poi le dici: visto? Adesso prova tu!


.

14 novembre 2011

Il teorema della scatola cinese

La tierra giró para acercarnos,
giró sobre sí misma y en nosotros,

hasta juntarnos por fin en este sueño,
como fue escrito en el Simposio.
Pasaron noches, nieves y solsticios;
pasó el tiempo en minutos y milenios.
Una carreta que iba para Nínive
llegó a Nebraska.
Un gallo cantó lejos del mundo,

en la previda a menos mil de nuestros padres.

La tierra giró musicalmente
llevándonos a bordo;
no cesó de girar un solo instante,
como si tanto amor, tanto milagro
sólo fuera un adagio hace mucho ya escrito
entre las partituras del Simposio.
(E. Montejo)

- Ricordati di scrivere del tempo che si ripiega.
Nel sogno del ragazzino imberbe, questi si desta di soprassalto, preso da un gran prurito in volto. Sgattaiola nel gelido algido bagno del secondo piano, fa scattare l'interruttore con la nocca del dito medio. Nello specchio, due piccoli e sgraziati occhi rossi. Sulle gote, sul mento e sul collo chiazze irregolari di barba ispida, fulva, orribile, spaventosa. Un chiaro monito: un tempo deve compiersi.
Tra poche ore bisognerà tornare tra i banchi del liceo. Non fosse per le dottrine blaterate, sarebbe una quotidianità piacevole. Volta ad abbracciare G, K oppure E.
Ho bisogno di un rasoio. Non perché mi curi spasmodicamente del mio aspetto. Tutt'altro. Appaio genericamente trasandato, allo scopo di lasciar filtrare il solito messaggio: non è questo, il punto. Ho scarso successo.
- D'Aurizio, tu sei l'emblema del completo fallimento del nostro sistema educativo. Un elemento di grandi capacità ed ampli orizzonti, ma che nessuno si sognerebbe mai di definire "scolare" o "scolarizzato". Radicale (per non dire "criminale"), pazzo e violento, questo sei.
Trovo un rasoio, lo utilizzo con perizia ed elimino lo scempio facciale. Tornato giovane, ecco che angoscia si sovrappone ad angoscia. L'indomani dovrò prendere un treno all'alba, raggiungere Pisa e sostenere un esame, ossia compensare un'abissale ignoranza con una dose equivalente di faccia tosta ed abilità nell'improvvisazione. Questo so fare: spacciare metadone, glorificare surrogati.
Così quest'oggi non è un giorno qualunque, da contemplarsi con lentezza.
Dopo quest'oggi potrei non avere più alcun contatto con G, K o E.
Ogni melensa prospettiva futura è recisa da una ghigliottina.
Devo lasciare un segno eclatante. Che siano loro, ad avvertire il bisogno, se non di preservare intatte le potenzialità, quantomeno la memoria. Essere trovato, disseppellito, come un reperto del precambriano o un'ascia di guerra, è una delle migliori approssimazioni di felicità che io conosca. Venite a prendermi!
Come quello volta che la Prof e il suo cane mi scovarono a leggere e fumare nel parchetto cittadino.
Triste, scompagnato e nient'altro.

- E il grande progetto delle scelte sovrapposte?
I soggetti meno dotati non si interrogano in merito al tempo. Quelli più dotati arrivano a percepire la continuità. Ma sono le condizioni marginali le più interessanti. Nel caso del giovane, questi sembra avvertire la rottura e la ripresa di tre o quattro differenti linee temporali, concomitanti. Sembrerebbe, inoltre, che questi spezzoni posseggano un'origine comune, da individuarsi nella presa di coscienza della, senza inutili reticenze, grande tragedia personale: la malattia della madre. Mi sento perciò di datare al 1994 questa inconsueta "ramificazione": all'epoca, il soggetto aveva appena dieci anni.

I genitori si seccarono presto dell'eccessiva loquacità e della totale assenza di pudore del figlioletto. Fu così che le ultime bravate, un furto in un negozio di dischi e una truffa telematica ben più ingente, gli fruttarono il riformatorio attraverso un iter giudiziario quasi lapidario.
Il riformatorio era una struttura dalla facciata d'asilo, o di colonia estiva, e dai ritmi del carcere. Il processo di rieducazione era incentrato sull'etica del lavoro. E sulle botte, mai lesinate. D'altro canto, gli educatori erano ripescati, su base biennale, dall'ampio bacino di disoccupati che il recente fallimento di un colosso metalmeccanico aveva provveduto a rinverdire. Non era richiesta alcuna esperienza, non c'erano test di sbarramento. I muscoli andavano più che bene.

All'interno del riformatorio conobbi Z. Aveva la mia età, un fisico esile e degli occhi verde brillante, incessantemente guizzanti. Quando lo sguardo di Z si posava su qualcuno, questi ne risultava trapassato, quasi per effetto di una spada o di una impalpabile, inappellabile condanna.
Inutile dire che tutti mantenevano debite distanze. Pareva si trovasse lì per aver partecipato ad un assassinio politico; alcuni vociferavano fosse proprio lui l'esecutore materiale. Fatto sta che era esentato dalle ore di falegnameria. E trascorreva quasi tutto il suo tempo leggendo. Io, da parte mia, ero esentato dalle ore di informatica: temevano mi ficcassi in qualche altro pasticcio. E così, fu Z a prendermi in simpatia, percependo forse un'informe inquietudine, simile alla sua, il cui sintomo primo consisteva nel non dormire mai più di tre o quattro ore a notte. Mi illuminò sulle barriere tra percezione e realtà, individuo e sistema.
Ad un certo punto, nonostante fosse per me impossibile negare la sua grandezza e influenza spirituale, io me ne stancai. Avvertii rigetto. E compresi. Non l'attuabilità di un omicidio in conformità all'etica, ma qualcosa di basso e animalesco: che magari lo stesso era capitato a chi aveva conosciuto me. Z non meritava il mio tradimento, così come io non meritavo d'esser tradito. Ma non c'erano autentiche opzioni. Non c'era alcunché da ponderare o scegliere.
In simili occasioni, tutta la scienza della biblioteca d'Alessandria non eguaglia l'intuito di un singolo uomo. Optai per la fuga. Non era la prima volta, e non sarebbe stata l'ultima. Un fuga precipitosa e non pianificata: anche per questo, completamente imprevedibile, sottile come uno stiletto.
Abbandonare il riformatorio, per rifugiarmi proprio in casa mia, mi fu facile. Ero pur sempre un ladro. Mi premeva tuttavia non allarmare i miei genitori con la mia prematura dipartita. Trascorsi così un paio di giorni segregato in camera mia. Chiusi la porta dall'interno e cercai di non produrre alcun rumore.
Utilizzavo il bagno solo nelle ore durante le quali la casa era vuota, e approfittavo di queste occasioni anche per depredare la dispensa di poche cose da sgranocchiare. Trascorse quasi una settimana prima che mia madre mi scovasse.
Non parve minimamente sorpresa
.
Eppure avevo vissuto da parassita nella mia stessa vita, nella mia stessa casa.

Dalla raccolta del materiale onirico del soggetto emergono diversi elementi di rilievo. Copresenza latente di senso di colpa e tendenze autolesionistiche, emotività schizo-paranoide, sindrome da abbandono. Il soggetto, tuttavia, esibisce una inusuale cosciente consapevolezza delle proprie aberrazioni. Risponde spesso a domande con domande, non esita nell'esposizione. Nell'ultima seduta, è riuscito ad inquietarmi più del solito.

- Dottore, ha mai pensato a cosa potrebbe essere la sua vita, la mia vita, la vita di chiunque, se posti dinanzi ad un bivio potessimo imboccarne simultaneamente ogni biforcazione?
Il tempo è un vincolo rettilineo, unidirezionale, intollerabile.
Accetto l'esistenza della morte. L'ho pure tenuta in braccio.
Ma non poter tornare ad agire sulle cause, è questo che mi manda in bestia. E' come doversi accontentare di lenire i sintomi, piuttosto che curare, una malattia.

Quando mi crebbero i primi capelli bianchi, Z mi chiese: "E tutto il resto?"
Ma non esiste tutto il resto, non esiste più. Inaccessibile.
Leggo ridotto over 60 e mi chiedo
se riuscirò ancora ad essere qui,
custode di futili colonne d'Ercole, con la stessa compostezza
e la medesima rigidità negli addominali,
frutto di una disciplina marziale ormai interiorizzata.
Per sognare un mondo che muova i suoi passi all'unisono coi miei.
Trovo ci sia qualcosa di sacrilego nell'asciugarsi le scarpe sul simbolo della supremae dignitatis. E qualcosa di grandioso negli sterminati spazi che si aprono dal basso di una piazza, dal risvolto del cielo il cui peso grava sui tuoi denti e li spezza, giorno dopo giorno. Puoi avvertirne la ruvidezza mentre ingoi. E quel sapore metallico, è solo sangue.

Titolo: C'era una volta in piazza. Sottotitolo: il sangue freddo non ha portato fortuna.

Nonostante la bellezza della gran figa francese, la romantica risolutezza del killer sentimentale di Sépulveda, gli artisti poliedrici come Angela Baraldi.

Quo Vadis, Baby?


15 luglio 2011

Sui binari

Mi trovavo con Lei, l’uno di fronte all’altro, nel treno metafora della vita. Correva veloce, quasi come se maree e maree di gente muscolosa e forzuta lo spingessero all’infinito, senza sosta, senza meta, senza sapere, forse, neanche perché andasse in quella direzione, in quel verso e con quale criterio accompagnasse e trasportasse tutti quei personaggi che lo riempivano e che riempivano e che riempiono e che riempiranno la vita, le vite. Correva veloce, di fianco a paesaggi di ogni genere, marittimi, montuosi, collinari, pianeggianti, con alberi, frutti, animali, forse esseri umani. Correva veloce, lasciando poche tracce di sé, probabilmente alcuna, e forse una scia luminosa che biancheggiava l’eterno passato appena serpeggiato e vissuto. Correva veloce perché aveva fretta di arrivare a destinazione, semmai ci fosse, poiché la sua anima intrinseca riteneva necessario terminare tutto e subito, cancellando definitivamente l’inizio e il durante. Correva, ed io osservavo Lei e non il paesaggio, non le montagne ed il verde: era Lei la mia ragione di vita, i suoi occhi ingenui, di fronte a me, lucidi, piccoli come una noce – e teneri, languidi, che osservavano quel giallo e quel rosso e quella moltitudine infinita di colori sulla sua destra che cambiava continuamente aspetto senza alcuna ragione – e poi riscopriva la sua bocca, la colmava di saliva, si toccava il naso, si guardava attorno, dava un’occhiata ai miei occhi spenti ma ancora in grado di scrutare, esaminare ed immaginare e ritornava ad osservare il mondo pieno, limpido ma infinitamente finito di fianco a Lei. La sognavo nuda, proprio in quel preciso istante, nuda e vogliosa di buttarsi sul mio membro e farne ciò che voleva; la immaginavo proprio così, coi capelli scuri come le sue sopracciglia ed i suoi occhi, con le labbra sempre più sottili e sempre più incantevoli, sopra al collo e le scapole odorose e sottili, davanti alla schiena ossuta, piena di pelle rosa e morbida e pronta a subire eterni baci assassini. La immaginavo così com’era, col seno piccolo e ricco di bellezza, col pancino sempre più bianco come la neve e come la pace e come il paradiso. Pensavo che il sesso in quel treno metafora della vita sarebbe potuto essere migliore di qualunque altra cosa; ed al mio fianco un posto vacante, forse perché al mio fianco il posto vacante è presente dalla nascita. Poi di fianco a Lei c’era l’uomo dell’Est, ma italiano, col labbro gonfio, una maglietta rossa che incuteva terrore, jeans, birra, pochi capelli sopra una fronte spaziosa per occhi assonnati ma sensuali. Anche lui aveva fantasie erotiche, forse sulla moglie, sulla madre, sulla sorella, sulla ragazza, o su di Lei – perché la osservava, di tanto in tanto, osservava quella schiena e quelle ossa sporgenti della mia Lei. Chissà a cosa pensava mentre sulla destra mia c’era il tipico uomo ignoto, di cui non saprei descrivere nulla se non il suo aspetto fisico, con barba precisa, alla moda, ed occhi fissi nel nulla per ben due ore. Proprio perché di fronte a lui c’era l’esperta signora che tutti vorrebbero scopare, a telefono con il figlio, forse, o con il parente che avrebbe dovuto prendersi cura del figlio durante la sua assenza; e dopo la telefonata lei che s’insospettiva, ansiosa, forse dopo aver ricevuto notizie sconfortanti, tanto sconfortarti da perturbare la sua psiche colta ed intelligente ma non abbastanza da scacciare ogni male da ogni pensiero. Ma lei manteneva il suo entusiasmo ed il suo essere sensuale, con le spalle di fuori e le ossa ad accompagnare collo e braccia, tanto erotiche e passionali quanto la voglia di scoparla all’infinito. Una donna anziana, non così tanto, le faceva compagnia senza conoscerla, senza sapere neanche il suo nome: era la donna che non guarderesti mai e poi mai, perché tanto inutile quanto grande era la sua bruttezza ed il suo squallore di vita borghese e precisa. Forse anche lei viveva quel treno metafora della vita senza alcun motivo concreto, forse pure lei aveva sassi da togliere dalle scarpe per vivere nuove esperienze in grado di farle dimenticare la miseria e la povertà di trasgressione e di vita e di amore della sua esistenza. Due donne, poi, proprio di fronte a me, dietro la donna matura e ferocemente attraente sulla mia destra: era una bionda, con un seno enorme, ed un neo abbastanza grande accanto ad un altro neo abbastanza piccolo: erano i nei dell’erotismo, quelli che leccheresti mentre distruggi il suo organo primario e mentre palpi le sue mammelle grandi quanto la tua brama di saziare le tue passioni; di fianco, un'altra lei, la sua compagna, amica, ignota, senza se e senza ma, con occhiali scuri che francamente avrei tolto per vedere il viso forse splendido forse inquietante. Passano persone che non hanno significato, s’incamminano lungo i vagoni del treno metafora della vita, passando evanescenti tra le mie brame, le mie considerazioni ed il mio riposo e le mie riflessioni impure e pure. Correva veloce, lungo i binari trucidi e marroni, consumati dalle sue continue corse veloci e lente, ma pur sempre corse. Correva senza pietà, non lasciava scampo per chi volesse scendere perché anche costoro avevano di fronte a sé la fine di quel tragitto lungo e breve, proprio come una vita. Correva mentre qualcuno leggeva, ascoltava musica o sentiva un amico col cellulare, per ingannare il tempo in mille modi diversi e dimenticare il continuo scorrere del treno metafora della vita e del suo eterno correre verso l’oscuro e verso la fine di tutto. Null’altro poteva dare significato a quella corsa scatenata e folle, null’altro, nemmeno le sognate scopate con la donna matura o quella prosperosa, nemmeno le caduche esperienze mondane che si sarebbero potute vivere con esse, nemmeno la ricerca degli sguardi degli altri, dell’uomo dell’Est, dell’uomo ignoto, della donna anziana ed insensata, nemmeno lo scorgere dei loro occhi e scovare le loro profonde anime per poi scoprire di trovare uomini e donne estremamente interessanti, estremamente grandi e più grandi di me. Provvisorie gioie, precari appagamenti sessuali o di altro genere, temporanei ed instabili attimi di felicità nei loro occhi o nel loro sesso. Provvisorie, precarie, temporanee azioni, basse e di poco conto che distraggono me e gli altri dalla corsa pazza e sempre più veloce del treno metafora della vita, fatto di passeggeri colti, disinvolti, ignoranti, belli, brutti, assassini, ladri, mentecatti, bugiardi, ipocriti, entusiasti, bambini, voluttuosi, piccoli perché piccoli davanti a qualcosa che da solo può essere eterno, ben più grande e ben più infinito di loro, piccoli uomini e piccole donne, piccoli davanti a qualcosa che da solo può essere eterno perché corrispondente a Lei, sempre di fronte a me, mentre riflettevo su tutti questi argomenti, mentre mi lasciavo catapultare in tante fantasie, mentre mi lasciavo incantare da simili corbellerie, mentre proprio Lei osservava sempre il paesaggio, i fiumi e i laghi, proprio mentre i suoi occhi in sintonia con la sua mente pensavano che io fossi il suo unico uomo, l’unico ad amarla ora e per sempre, l’unico essere vivente pronto a finire quel percorso nel treno metafora della vita insieme a Lei. Perché scesi da lì, ci tenevamo per mano, come se non fosse successo niente, come se il treno, seppur arrivato e finito e trascorso, avesse concluso tutte le esistenze di quei personaggi fittizi e reali, senza concludere però la nostra storia, la nostra vita, la nostra amalgamazione tra noi stessi e con l’eterna realtà a cui saremo ancorati per sempre. Io e Lei.

3 luglio 2011

Sweet Home, Disagio.


Rubare nei supermercati, trafugare negli asili, non darsi per vinti, farsi per venti, venti ore, ventuno e busso, porte che si serrano, porte della percezione, porte che si schiudono e porte che non si riaprono, siete riusciti a entrare? porte che ti tagliano fuori, travolti dalla spontaneità, soffocati dai rumori della notte, visti, non visti, imprevisti, venere in pelliccia, venere in costume, eroina in circolo, anfetamine non assunte, anfetamine percepite, arroccarsi, turlupinare con comode litoti, la maggioranza non l'ha capito, la maggioranza ha sempre torto, se ha ragione ce l'ha per caso, la maggioranza nel dubbio se ne fotte. Guidare come un pazzo, ma a fari accesi anche di giorno, perchè voglio vedere dove vado, perchè in fondo anche vivere non è poi così difficile. Siete riusciti a entrare? Siete riusciti a uscire? It's my life, it's my wife, bisogno di sonno, metodi di privazione del senno, senno di poi, poi, una notte di luglio, ma non è buio, tanto tardi da non sembrare neppure presto, rimbalzi fraudolenti, nuvole e lenzuola. Rien de rien, mine de rien, come se nient anfuss, wagliù.

28 giugno 2011

Spellare

Alla fine ho spellato.
Nonostante la mia terronaggine manifesta, la mia sottesa resistenza al sole, la mia ostentata sbruffonaggine nel deridere coloro che sono rimasti scottati per un unico pomeriggio di mare, nonostante tutto questo, anche io sto perdendo la pelle come un serpente che fa la muta.
Pensiamo a Pannella, che rinuncia ai suoi tradizionali scioperi della fame adducendo l'evidente motivazione di non riuscire più fisicamente a sopportarli; anche Vasco Rossi ha compreso, sebbene con un ritardo di qualche lustro, che non è in grado di fare rock e di regalare emozioni con l'antica naturalezza. Si fanno da parte, perchè sono due ruderi, perchè si sono accorti di essere meno che morti, ma solo dei fantocci impregnati di patetismo.
Così anche la mia pelle, secca e morta, ma incollata saldamente sulle spalle, s'è lentamente arresa ed inevitabilmente sgretolata per lasciar posto alla pelle nuova già pronta a sostituirla con prepotenza, con freschezza e naturalezza, esattamente così come deve essere.

11 giugno 2011

Fifteen Cent

Lattina di birra da 15 centesimi, non fa nemmeno così schifo. Poi ti ci abitui, al piscio frizzante, cominci a sorprenderti quando senti il sapore del malto, del nettare che scende come miele giù per la gola. Fin quando ritieni uno sforzo eccessivo spendere quei pochi pesantissimi euro per regalarti l'attimo di godimento, il bere puramente edonista, l'antitesi della bottiglia in mano per mera abitudine. A questo stadio non si distinguono neppure i sapori, non ci sono birre che non si è disposti a bere, e poi ci sono quelle genericamente buone.

Sperare che la gente vada a votare perchè tutto resti esattamente com'è, mentre a Palermo la gestione del servizio idrico è in mano ad un'azienda privata con contratto trentennale dopo una gara d'appalto con la partecipazione della sola ditta vincitrice. Gioire per il meno peggio mentre dentro qualcosa muore.

Pensare che vorrei sul serio le centrali nucleari, poi che mi farebbero una paura fottuta perchè tanto lo sappiamo tutti come funziona qui e poi che è proprio per questo che le vorrei davvero, e che esplodano mentre qualche città abusiva del cazzo viene rasata al suolo da un terremoto, per far vedere alla gente quale scempio provoca l'indifferenza, la supinità, l'ostentato disinteresse. Pensare ad uno storpio sardo che diceva esattamente queste cose mentre moriva, ma non dentro, perchè un cervello può non smettere di funzionare.

Pulsare attraverso le frequenze di una piazza che festeggia per il rinnovamento sotto la madonnina di Milano e dover riporre la speranza nel nuovo nell'assessorato di un vecchio democristiano filoberlusconiano. Concludere che in fondo non me ne frega un beneamato.

Sentirsi a disagio nel camminare sulla pubblica piazza, senza nessun altro motivo, perchè gli unici reati che ho eventualmente commesso li ho divisi dietro gli striscioni con migliaia di persone e non avevo il volto nascosto. Perchè ci sono sbirri, ma non solo quelli col cazzo apparentemente duro, quelli sfigati della municipale, che ora si chiama polizia, ma i collaboratori scolastici a casa mia si chiamano ancora bidelli, i minus habens menomati e loro sono sempre i vigili. Riflettere che bere birra da 15 centesimi seduto sulle scale, eventualmente intonando qualche canzone al ritmo di un mi minore, deve essere ritenuto turpe dalla comunità.

Spiegare le vele al vento, ma vedere che il vento non capisce un cazzo.

Inseguire l'iperuranio con la speranza che le idee non divengano ombre proiettate, ma si mantengano vive, pure, splendenti e luminose. Il prezzo è la solitudine totale in quella quintessenza del vuoto e del pensiero puro; ma è lo stesso isolamento di passiva emarginazione del barbone che si abbandona fra i cunicoli delle metropolitane, pur in mezzo alla gente, pur sferzato dalle correnti d'aria, ma del tutto inerte e solitario. Ma possibilmente con in mano una lattina di birra da 15 centesimi.

1 giugno 2011

Relazione Binaria

Mi piace immaginare le persone come parole. O come lettere, o anche linee che si dipanano in un grafico ad n-dimensioni, che si incrociano, si inseguono fino a convergere o divergere, appiattirsi o innalzarsi verso l'infinito.

Variabili in grado di comporre arte e finezze su piano cartesiano come un pittore su una tela ancora intonsa. Penso agli estremi del campo di esistenza di queste variabili come nascita e morte, come limiti fisiologici: nonostante questo, mi esalta parlare di dominio, trovo sia un termine potente ed affascinante. Il tempo è nostro, lo spazio è nostro. Questo è il nostro dominio. Penso all'indipendenza, all'assenza di vincoli.

E poi penso alla Y. Per convenzione la Y dipende, se ne deve verificare l'esistenza solo in funzione di un'altra variabile, una libera, appunto, indipendente. I suoi limiti sono molto meno interessanti: non si parla di dominio, che mi evoca l'immagine di un conquistatore di terre sterminate. E' un misero codominio, termine che ricorda piuttosto un umiliante confinamento fra quattro mura domestiche in un quartiere privo di attrattive.

Guardo il mondo e penso a quante variabili nascono e muoiono dipendenti, senza uno slancio, con ogni spostamento frutto dei capricci di un'altra variabile spensierata. Un'esistenza stretta, senza neppure la dignità di un'identificazione che faccia trasparire libertà: funzione di x, f(x), come uno schiavo nato già in catene.

Piango l'irrinunciabile sofferenza delle X in un mondo di miserabili e collose Y.

24 maggio 2011

Death Shaped Box

Mi sono svegliato nel cuore della notte. E' ancora tutto buio e fuori non c'è neppure la luce della luna ad illuminare la stanza e far riflettere lo spirito. Solo una coltre di scuro profondissimo e totale.

Mi sembra di dormire da troppo tempo e nonostante questo aver ancora necessità di chiudere gli occhi e riaddormentarmi fino al completo annichilirsi della spossatezza. Ma non ho più voglia di stare sdraiato, e mi sento scomodo, ho fame, sete e bisogno di muovere le gambe. Ho deciso. Mi alzo, mangio, bevo ed esco e gustarmi l'aria della notte, il sapore della libertà di poter vagare a caso, senza meta e senza orari.

Mi sollevo e cozzo violentemente il capo nell'oscurità, ricado all'indietro e sbatto la schiena contro il materasso, cosa diavolo c'è lì sopra? e poi mi accorgo che il materasso non è morbido e poi perchè sto dormendo di schiena? Mi sposto sul materasso, stordito dal colpo, ed urto anche con la spalla. Muovo le braccia e colpisco materiale duro in ogni direzione. I tonfi sono sordi, senza eco.

A questo punto sono completamente sveglio; sento il mio respiro affannoso, percepisco l'ansia che monta come una bestia infuriata, mi accorgo che il cervello sta elaborando migliaia di pensieri cupi mentre tenta ancora disperatamente di nascondermi la verità.

Mi tranquillizzo, sto sognando, mi sdraio ancora, chiudo gli occhi, aperti solo per abitudine, respiro con calma. Il materasso sembra tornare ad essere quello morbido di sempre.

Riapro gli occhi, ma continuo a non vedere nulla. Non ci sono suoni, sembra tutto ovattato come sotto una campana di vetro. Non c'è neppure caldo o freddo, l'aria sembra carica di umidità e contemporaneamente secca, pare vuota, priva di ogni linfa. Non ci sono odori, nè sapori.

C'è la consapevolezza, l'assurda verità che diventa l'unica soluzione, la spiegazione di giorni di totale vuoto e di assenza di memoria che si fa strada lucidamente, tremendamente. C'è la disperazione.

C'è il nulla.

22 dicembre 2010

Filtri ed infiltrati

Sono ormai trascorse le 4 di notte, ed invece di dormire il sonno del giusto studente universitario sto infilando il casco nello zainetto che fra poco mi accompagnerà a Roma. Il mio presidente mi consiglia invece di darmi da fare con le ragazze.

Ho provato a dargli ascolto, così mi ha presentato una tipa fantastica, pensavo già di metter su famiglia con lei, anche perchè pratica dell'impareggiabile sesso orale. Poi ho scoperto che era un ottimo angelo del focolare, ma solo di quel focolare che si accende nottetempo sull'Aurelia. Infine è diventata ministro.

Non gliene faccio certo una colpa, intendiamoci, anche io una volta ho avuto due donne contemporaneamente fra le mani. E mi è andata bene, poi è entrato un fantastico full.

Ma torniamo al treno da prendere: questo fa di me un fannullone, un bamboccione, un violento ed un potenziale assassino. Non fingerò di non essere compiaciuto!

Se nessuno si chiede perchè un ragazzo di 22 anni senta la necessità di portare un casco ad una manifestazione, beh, provate a far cadere un'anguria da un metro di altezza. Ecco, immaginate ora di sostituire il pavimento con un manganello in mano ad un agente incazzato, che peraltro lo sfoggia con dantesco contrappasso insieme ad un fallo insignificante. Va bene, la smetto con le illazioni contro i poliziotti, in fondo sono esseri umani come noi, che come gli insegnanti sottopagati trovano una collocazione sicura da pochi euro al mese e come loro si sfogano sui malcapitati studenti. Certo, poi ci sono quelli che lo fanno per vocazione, e spero vivamente di non incontrarli mai. Ma se acchiappo quello che ha detto che la penna può più della spada gli pratico una rettoscopia con un una Bic. Nessuna immotivata insufficienza ha mai aperto la testa ad un ragazzo.

Che poi, a voler essere schietti, se ai cortei i poliziotti sono travestiti da black bloc ed i black bloc sono travestiti da studenti, gli studenti dove sono?

Forse sono a casa per Natale, intenti a guardare un televisore che li spia e gli dice cosa fare.
Forse non sono mai esistiti.

Fumo una sigaretta senza filtro: è amarissima. Forse ne guadagnerei se la accendessi, invece di masticarla, ma io non fumo. Mi dicono che il filtro va messo, che la merda che respiri non puoi aspirarla tutta, sennò stai male.

Ecco, forse è questo che mi potrebbe servire più tardi. Un casco in testa, per attutire i colpi. Un filtro all'anima, per respirare senza esser pervaso dalla nausea.

20 dicembre 2010

La cosa migliore delle idee

La cosa migliore delle idee è che, in un modo o nell’altro, se ne vale la pena, riesci sempre a portartele a letto, e perfino con quelle scadenti almeno una doccia ce la fai. Tutti sanno che la mattina, mentre si è sotto l’acqua, con la testa leggera e le palpebre ancora pesanti, il cervello inizia a oliare gli ingranaggi e spesso sfoga le prime energie del nuovo giorno correndo libero per praterie inesplorate, prima di chiudere i rubinetti e tornare costretto nel recinto della quotidianità, pressato insieme a tantissimi altri cervelli bisognosi di libertà, stretti come animali in un allevamento. Mugugnando ci infiliamo nei nostri accappatoi e lanciamo un’occhiata fuori dalla finestra per scegliere i vestiti più adatti a uscire, mentre l’idea che ci è piovuta dentro la testa insieme al getto d’acqua calda, ammaliante e attraente più che mai, si va a nascondere in qualche angolo della testa, aspettando un momento più opportuno. Rimane lì, la piccola seduttrice, aspettando un’altra occhiata per catturarti di nuovo lo sguardo. Tu lo sai, cerchi di non degnarla di attenzione mentre sei impegnato al lavoro, perché sai che anche solo uno sguardo fuori dal tuo recinto potrebbe esserti fatale: il sogno di libertà ti impedirebbe di concentrarti sul tuo ruolo per l’intera giornata. E purtroppo, la propria maschera bisogna saperla indossare, per cui non ci si possono permettere distrazioni.
Ultimamente, sono diventato solo maschera, niente distrazioni per me. Che stia imparando a indossarla fin troppo bene? Fatto sta che pesa troppo per i miei gusti. Non ci sono più piccole idee birichine, niente fatine magiche e seduttrici nella mia testa, solo il grigiore del recinto. Questo mi distrugge. E’ terribile tornare a casa, ed essere così solo dentro la tua testa. Non intendo “solo” in quanto senza compagnia, solo dentro, come posso spiegarlo? Nessuna con cui fare la doccia, nessuna con cui andare a letto. Un vuoto cosmico.
Forse la mia epoca d’oro è finita. Una volta dentro la mia testa c’era sempre una folla, ed era sempre un’orgia di idee. Che abbia sprecato troppe energie allora ed adesso sia rimasto prosciugato? Non credevo di durare così poco, tutto sommato. Evidentemente dovrò ricredermi, perché è troppo tempo che non scrivo niente di significativo, niente di niente, nemmeno una riga, nemmeno un’ombra o uno straccio di storia che valga la pena di esser raccontata. Aspetto ogni mattina quella sensazione di amorevole complicità con te stesso, quando ti dedichi al tuo lavoro “vero” - che poi è tutto un mondo di maschere, finto come cartapesta – ma intanto coccoli amorevolmente quella giovane principessa che, dentro il tuo cranio, aspetta di diventare regina sulla carta.
La chiamo “principessa” non tanto perché ne abbia un particolare rispetto, quanto perché so che le principesse vanno educate con molta attenzione, non bastano i nobili natali per aspirare alla corona. A una giovane idea, occorre impartire un’istruzione da monarca, insegnarle ad avere il giusto portamento e i giusti modi per conquistare la sudditanza del lettore. A chi piacerebbe farsi governare da una regina che si comporta come una sguattera?
Spesso queste giovani e speranzose fanciulle non durano che il tempo di un giorno, e spariscono all’aurora, travolte dalla responsabilità di dover guidare un regno da sole. A volte non gliene importa nulla, e basta loro di passare una notte insieme a te, per poi defilarsi all’alba come ogni amante occasionale, forse spaventate dal fatto che tu possa trovarle brutte non appena illuminate dalla luce del giorno, o forse pronte a presentarsi, da lì a pochi minuti, nella doccia di qualcun altro, sicure di sedurlo col loro sguardo complice e malizioso.
Ma quando arriva quella giusta, te ne accorgi immediatamente.
Al mattino, la passione non si è ancora spenta, né in te né in lei. La sera prima sembrava ancora timida e innocente, ma era solo una raffinata tattica femminile per incuriosirti e spingerti a invitarla a ballare. La musica la sceglie quasi sempre lei, ma poi tocca a te insegnarle i passi giusti, perché per quanto sfrontata è ancora inesperta. E così alcune volte ti ritrovi sulle note di un tango o di una danza ungherese, altre volte su note più moderne, ma in ogni caso è a quel punto che capisci se lei ci sta o no. Se si lascia guidare, se si muove con disinvoltura, se senti quel calore speciale mentre le stringi la mano, allora ti attende una notte magica, amico mio, e un po’ ti invidio. Ma certo, non sarà un regalo che ti farà, quella prima notte insieme, perché dopo la dovrai curare, amare e rispettare, e soprattutto insegnarle a navigare da sola senza paura. Avrà bisogno di tanto affetto e comprensione, di essere ascoltata e confortata, e ovviamente di imparare a sostenere il peso di quella corona che, ormai lo sai, l’attende. A questo punto, potresti essere tu a tirarti indietro. Ma bada, bisogna essere veramente senza cuore per metterla alla porta - dopo che ti si è perfino concessa - soltanto perché non hai il tempo di occuparti di lei. Se hai fatto la scelta giusta, allora da quel momento in poi te la porti dentro, ovunque tu vada. A quel punto non ci rinunceresti mai, ormai state insieme.
Purtroppo, non è tutto rose e fiori. E’ vero, le idee sono più facili delle donne, ma una donna si può avere per sempre, un’idea ha una scadenza. Anche se le vuoi tanto bene, sai già che non appena sulla tua tastiera sarà stata composta l’ultima parola, allora lei sarà irraggiungibile e perfetta come una regina, o una stella. Potrai talvolta correggere i piccoli errori e le sbavature, ma lei ormai sarà stata consegnata alla storia, o al firmamento, e ogni volta che oserai disturbarla ti guarderà con uno sguardo comprensivo e nostalgico, sapendo che non riesci proprio a scordarti di quanto siate stati felici insieme. Ma per lei sarà acqua passata, e ti accetterà non più come un amante focosamente desiderato, ma come un paggio, al massimo un sarto che le sistemi l’orlo del vestito. Ti permetterà, alle volte, di starle vicino e sospirare, ma solo per poco, e per riconoscenza più che per amore. Non saprei dirti da chi avrà imparato, ma lei a quel punto sarà in verità diventata più saggia di te, e tu dovrai capire cosa il suo atteggiamento stia a significare: ella saprà che là fuori ce ne sono tante altre come lei, che aspettano solo la gioia del tuo entusiasmo, l’intelligenza dei tuoi ammaestramenti, la passione del tuo cuore, e l’arte delle tue mani e delle tue parole, per dargli un viso e un corpo, un carattere e un’anima, per danzare sempre più su, di parola in parola, di pagina in pagina, per diventare stelle o regine.

12 dicembre 2010

Credere

Gennaio

Risultare antipatici è sempre meglio che essere inutili. Magari si vive nella piena acriticità e gli anni si trascorrono tranquilli, magari si incontra anche qualcuna che come te non ha mai cercato di comprendere le cose, oltre che vederle, e puoi morire felice con un sorriso ebete stampato in volto, mentre i nipoti ebeti del futuro che ti spetta rubano i soldi della tua pensione per comprarsi le stecche di lucky strike.
Probabilmente vivere così, senza chiedersi il perché è più comodo, si vive felici. Ma come si fa quando ci si accorge di quanto restare fermi senza interpretare le cose ci renda schiavi? Come si fa a restare nella mediocrità della tanto decantata semplicità quando di fronte hai un mondo che è la più grossa costruzione logico-matematica   che tu possa concretizzare? Non che porsi delle domande ti renda migliore, alla fine la mediocrità sorge ugualmente di fronte ai limiti della tua comprensione o all'infinità delle tue ambizioni. Tuttavia, conscio che dopo non c'è nessun paradiso ad attenderti, cerchi di migliorarti e migliorare il mondo. La vera felicità sta nell'esser sicuri di aver fatto qualcosa. I sorrisi, i dolci ricordi non sono nulla. E' la convinzione di esser stati fedeli a sé stessi che permette di morire in pace. E io, se per amore della tranquillità seguissi i tuoi consigli, tradirei me stesso.

Febbraio

La forza degli ideali è superiore a ogni cosa. Ho visto nobili uomini aprire le porte dei propri palazzi e rifornire gli operai di armi e viveri. Ho visto i contadini della steppa trascinarsi lentamente dal confine con i loro muli, portavano viveri e medicamenti dai loro campi. Morivano di fame ma erano felici di farlo per la rivoluzione. E ho visto la folla diventare rossa della nostra bandiera e del sangue reale, ho udito le urla delle nobildonne spogliate e stuprate. Ho sentito la puzza dei crani spappolati e l'odore dei profumi mischiarsi al marciume del sangue in volto a bambini di 10 anni, le mascelle schiacciate dai tacchi. E il pianto di vecchi signori, padroni del mondo che imploravano pietà ai loro servi. E la pietà che fu sempre negata loro ora è stata negata al signore. Quanto ci è costata la libertà non lo sappiamo. La convinzione della giustizia mi rende sicuro che ogni prezzo non sarà mai troppo alto. E finché a morire sono i malvagi, finché la fine dei buoni è un sacrificio volontario allora continuerò a lottare. Stiamo costruendo il futuro, stiamo costruendo l'utopia.

Ottobre

Chi ci riforniva delle armi, chi diceva di essere con noi era meschino e falso. L'esperienza può far molto più dello studio. Nelle battaglie e nella rivoluzione è fondamentale. Comprendere chi sia davvero con te e chi invece stia cavalcando l'onda per il proprio tornaconto è necessario. Se si vuole continuare a credere in qualcosa, se si vuole che ciò per cui si è lottato e per cui ci si è spesi viva davvero e non resti illusione bisogna coltivare il sospetto e prender come prove gli indizi. La fiducia ci ha portati al regresso, i borghesi hanno preso il posto dell'aristocrazia e nulla pare essere cambiato. Chi moriva di fame continua a farlo, chi muore al fronte è ancora a soffrire per la guerra di chi è stato scacciato. Finché resteranno uomini come noi e l'ordine resterà debole la lotta non potrà terminare. Tuttavia queste condizioni risultano essere molto rare. Questa è l'ultima opportunità che ci è concessa per cambiare le cose. La giustizia è con noi, il popolo è con noi. La città  è bianca e silenziosa, mentre mi preparo a vederla di nuovo tingersi di rosso durante un concerto di schioppi e morte.

Agosto

Ho sbagliato tutto. Ho perseguitato innocenti fondandomi sul sospetto e nella foga della cieca violenza ho lasciato che crescessero e prosperassero intorno a me le iene. Il mio sogno non è mai nato e ogni riflessione che ho fatto è stata vana, buttata al vento di fronte alla natura umana. Ogni sistema filosofico è destinato a cadere di fronte all'animale che è l'uomo, lo leggevo tra le righe di uno scrittore Italiano che mi consigliò Rivera pochi mesi or sono. Nel caldo di questa terra di sabbia che non è mia, dove le idee che difendevo sono solo uno specchio per le allodole mi accorgo di quanto sia stato stupido a pensare di poter sovvertire le classi e sradicare l'oppressione, io credevo d

27 novembre 2010

Scacco a re con sacrificio di torre

Osservo i lampioni schierati in fila a distanze regolari sino a perdersi in lontananza. La foschia sembra quasi amplificare la loro fioca luce giallastra.

Alla nebbiolina si unisce il fumo delle sigarette di sporadiche figure isolate che gustano qualche tiro con evidente soddisfazione. Chissà cosa passa per le loro teste, oltre a quei lenti vortici di arabeschi svolazzanti. Io, seduto su un duro muretto di mattoni, non fumo, ma come loro emetto fiotti di vapore visibilissimi nell'umido della notte.

Si avvicina una ragazza. Qui sembrano tutte belle, forse lo sono davvero. Mi regala un sorriso che scalda l'animo e quando mi passa accanto mi carezza i capelli con estrema dolcezza. Varrebbe la pena di passare lì settimane intere, mesi, solo per questi gesti. E' incredibile pensare che domani griderà fino a perdere la voce con la stessa grazia di adesso.

Fa freddo, ma basta una maglietta o poco più a coprirsi. E' più importante una sciarpa abbondante, potrebbe rivelarsi utile anche domani per vincere il gelo. Ma non del clima. Perchè l'inverno è dentro, fatto di sensazioni di sconforto che si depositano silenziose come la neve. Il disgelo non arriva, tutto il ghiaccio lo dobbiamo sciogliere noi.

Finalmente è totale silenzio. Mi volto verso le stanze illuminate solo da qualche raggio lunare che ospitano quelle che sembrano salme. O meglio mummie, apparentemente immobili ed avvolte fra le coperte ed i sacchi a pelo, che si sollevano ad intervalli regolari. Questo respiro è il nostro polmone, la nostra forza. Sono decine, centinaia di tasselli che domani si comporranno armoniosi per realizzare l'ultimo progetto.

Entro dalla porta socchiusa in cerca di calore o compagnia. Trovo quella di un fortissimo odore di vernice spray. Ci sono persone che dipingono sul pavimento un enorme velo bianco. Domani quei colori li vedranno in tutto il mondo, sospesi a 50 metri di altezza.

E magari domani qualcuno penserà a questi ragazzi che si muovono con gesti nervosi, chiaramente sintomo di mancanza di sonno, abuso di caffè ed adrenalina alle stelle. Magari invece questa gente spaventerà solo qualche ragazza venuta da migliaia di km di distanza che scoppierà in lacrime sentendosi perduta. Ma non si farà male, la abbracceremo tutti insieme, tranquillizzandola. Bisogna saper essere duri senza perdere la tenerezza.

Penso poi che tutto questo non ha senso. Posso accettare l'ingiustizia dell'eredità pesante di una società piena di errori. Posso esser pronto anche a calarmi nei panni stereotipati del giovane che sogna stoltamente di poter cambiare qualcosa.
La vera beffa è che qui lottiamo proprio per mantenere tutto com'è, nell'assurdo obiettivo che non peggiori drasticamente. Forse questo è ciò che mi fa chiedere se davvero valga la pena di perdere tempo, risorse e sonno perchè tutto possa restare immutato nei limiti evidenti che si trascina da decenni, con le frasi lì fuori di chi ci taccia di conservatorismo e volontà di preservare lo status quo.

Ma poi, è forse questa una lotta contro un nemico che neppure si accorge se proviamo a pungerlo e, se infastidito, può schiacciarci come fossimo piccoli insetti?

Non lo è, è tutta un'illusione. E probabilmente non servirà a nulla. Però mi fa stare bene pensare che se fossero tutti qui allora non oserebbero toccarci. Che sono in compagnia di un elite di persone che considerano naturale che sia la propria dignità a guidarle.

E domani da quella torre pendente lo grideremo a tutti, che non vogliamo niente e non siamo nessuno, ma abbiamo dentro di noi tutti i sogni del mondo.



25 settembre 2010

Mors Tua

Quello che mi dà veramente fastidio della morte è constatare quanto l'uomo sia poco avvezzo a considerarla come parte integrante della propria natura. Non so se sia per paura, ignoranza, tradizione religiosa (questo supposto che le tre non coincidano), ma credo che ci si soffermi sempre troppo poco a pensare alla fine nella sua essenza, e non come avvenimento parte di un disegno più grande, sia esso divino o meramente umano. Credo che se avessimo un rapporto più naturale con la morte, tenendo sempre presente che si tratta dell'unica certezza della vita, forse non correremmo il rischio di incappare in evidenti distorsioni.
Per esempio, cosa davvero ha creato tanto scalpore in merito alla condanna di Sakineh? Probabilmente il fatto che una nazione si arroghi il diritto di sottrarre la vita, che in definitiva è l'unica cosa che abbiamo, in funzione di leggi più o meno eque. Forse anche, all'occidente non piace pensare che possa essere uccisa una donna a pietrate, ma io non credo che il metodo faccia molta differenza: sarebbe assurdo protestare per modificare la proceduta dell'esecuzione. Certamente, la necessità di pulirci le coscienze immaginando che basti dichiararsi contrari ad un atto barbaro ogni due o tre mesi per considerarci a ragion veduta candidi di spirito.
Il problema è che la morte, appunto, assurge al ruolo di massima carnefice, interpreta il ruolo della cattiva per eccellenza. Forse per questo, nel momento in cui sopraggiunge, siamo pronti a schierarci dalla parte di chi viene da essa abbattuto, compatendolo e lavandone i torti e dimenticando gli atti compiuti in vita, che dovrebbero essere gli unici rilevanti nel giudizio dell'individuo.
Eppure, quando non sono ormai più in vita, fioriscono statisti, eroi, simboli. Qualche tempo fa avevo scritto, mi cito testualmente, che "la morte raccontata non ha una causa, ma soltanto un fine, sia esso mostrare la generosa solidarietà di un governo verso i suoi figli o piuttosto vituperare popoli, razze, etnie nel nome di esigenze politiche".
In sostanza, che Sakineh sia una barbara omicida piuttosto che una povera donna incastrata dal maschilismo dei fanatici iraniani, diventa del tutto irrilevante. Ed intendiamoci, non sarò certo io a sostenere che se fosse appurata la sua natura di omicida allora meriterebbe la condanna. Al contrario, mi rendo conto che non è questo il motivo di tanta risonanza, non può esserlo, non si può essere contrari alla pena di morte solo per i presunti innocenti, o per le donne.
Già, ma allora, se non si tratta delle modalità ed il punto non è la revisione del processo, allora perchè soffermarsi sul caso di Sakineh in maniera così reiterata e non, per esempio, sulla donna uccisa oggi negli Stati Uniti, peraltro dotata di un QI di 70 (cioè più basso di quello di Forrest Gump e di Gasparri. No, forse di Gasparri no)? O sulle altre 52 donne americane che attendono l'esecuzione?
Perchè stavolta il ruolo della signora con la falce lo vogliamo attribuire ad una nazione in particolare, trasferendo quindi la frustrazione verso questa morte così invalicabile su qualcosa di tangibile: uno stato, una cultura, un popolo. Credo che sia tanto odioso dover compatire un omicida quanto ammettere che il capo di uno degli stati più barbari del mondo, l'Iran, ha ragione nell'affermare che tutta questa mobilitazione non è nulla più che un complotto inscenato dall'occidente, USA in testa. E stiamo attenti, perchè il nostro cieco buonismo, anche se impiegato per una causa nobile, diventa semplicemente uno strumento per amplificare le differenze fra popoli. Perchè quello che emerge dalla storia di Sakineh non è l'assurdità della pena di morte, ma che questi arabi del cazzo conservano delle usanze da cultura inferiore. Raccontate la storia a 60 milioni di italiani e provate a immaginare quanto l'impressione di voler fare a meno degli immigrati, questa gente così rozza, si sedimenterà ulteriormente nelle menti di questo popolo. Rendendo di fatto legittimato un governo che agli immigrati va incontro sparando loro prima che possano mettere piede nel nostro paese.
Con tanti saluti alla pena di morte, maledetti negri.

25 luglio 2010

Pet Society

Qualche tempo fa avevo un pesce rosso. Era rosso, ma così rosso, che al confronto Berlinguer sembrava bianco. Così, lo chiamammo Mayakovsky, tanto un pesce non lo chiama mai nessuno, però almeno aveva un nome figo.

Questo pesce rosso conduceva una normale esistenza da pesce rosso. Dove la conducesse mi è ignoto, dato che ha passato la sua esistenza in una boccia di vetro tonda e senza spigoli. Penso che dopo un po' ti annoi anche di migliorare l'intertempo, se non altro per il mal di testa.

L'unica attività concessa a Mayakovsky era di guardare da un angolo assai defilato la piccola televisione della cucina. Non sopportava però le scene di sangue, probabilmente perchè riteneva che quel liquido fosse spremuta di pesci rossi. Non so dargli torto. Così, per evitargli quelle immagini cruente, ruotavamo la boccia di 180° in modo che vedesse solo la parete.

Sì, lo so, non era sveglissimo, Mayakosvky.

Non è fantastica l'esistenza del pesce rosso. In parte per la noia, ma suppongo che rispetto alla padella questo diventi un problema superabile. Il vero fastidio è l'igiene: non credo sia invidiabile quando per tutta la vita la tua casa coincide con la tua lettiera.
E poi, pensateci: voi di notte da soli, vi rigirate, mollate un peto in dormiveglia, che sono i migliori, e continuate a dormire beatamente alleggeriti. Un pesce rosso si ritrova brutalmente spiaccicato contro la parete. Per non parlare di quando prese il raffreddore. Anche questi son problemi.

Col tempo Mayakosvky è invecchiato e ha perso gran parte del suo caratteristico colorito, diventando praticamente trasparente. Così lo abbiamo ribattezzato Walter e gli abbiamo regalato una cravatta rossa, l'unica traccia dell'antico splendore.

Alla fin fine è morto. Ce ne siamo accorti dopo una settimana perchè la cucina puzzava di pesce indipendentemente dal menù di mia madre. L'abbiamo trovato strangolato con la sua cravatta, ma l'autopsia successiva rivelò che era morto annegato.

Per Walter è stata predisposta la cerimonia funebre ufficiale riservata ai pesci rossi: è stato scaraventato nel cesso ed ha aspettato il primo sciacquone, che riservargliene uno solo per lui a quei tempi era un lusso che non ci si poteva concedere.

Se n'è dunque andato così come ha vissuto, fedele alla sua anima.