28 febbraio 2012
Credo mi occorra
Che non contenga espressioni come "c'è tempo" -
- sto raccogliendo molto materiale a riguardo,
vorrei che una volta cucito, suscitasse
quell'esatta sensazione di apnea
che sto sperimentando ora -
o "ci spiace, ma è così" -
magari seguita da una dicotomia
d'opzioni egualmente castranti e impraticabili.
Quel che esiste, ha delle modalità storiche,
di affermazione e dibattito.
Il potenziale omicida che è nella bramosia
di ciò-che-non-esiste, invece, può essere
avvistato solo divincolandosi dall'accademia,
dalla coerenza, dall'empatia, dalla biochimica, dal branco,
e compiendo tre o quattro passi in direzione del baratro.
È per questo percorso in terra straniera e ostile,
che vorrei una guida.
Dedicato anche a Puccio e Mati di All90sLong,
che in teoria non avrebbero alcuna ragione per farlo, ma pare mi vogliano bene.
9 febbraio 2012
Ogni cosa al suo posto ed ogni posto nel gorgo, muto.
quale dovesse essere il pubblico. Io risposi nel mio metro,
dalle ventuno alle ventiquattro sillabe, che diviene musicale
solo ripensandolo, sezionandolo, spingendolo in profondità
parentetiche da cui riemergere affamati d'aria,
lungo i tappeti di spine che si srotolano implacabili
e dividono dagli appuntamenti con la carne dei sogni.
Il pubblico sarà quello più esigente, che squadra in un guizzo
i risvolti nauseabondi e cestina, senza pietà. Il pubblico
sarà il tempo, il tempo lungi da venire.
Il generale chiese agli astanti di scegliere tra lui
e la terra d'Atlantide: seguì le indicazioni fornite
da un'unica voce, tonante, nella compatta disarmonia del coro.
Disarmante manifestazione di un disordine rosso, rossissimo,
inconfutabile. Pensare che da piccolo mi sentivo confortato
dal sapere che, a tavola, il posto in prossimità della finestra
spettava a mia madre, quello centrale era mio e quello
vicino alla porta era per mio padre. Ricordo ancora
quanto spiazzante, forse persino umiliante, fu, alla sera,
trovare il letto sfatto, quando alla mattina mi ero destato
accanto a un amico. "Come puoi violare così quanto predichi,
e sbraiti?" rivolsi a mio padre, solo attraverso gli occhi.
Egli si voltò, e andò via. La prima colazione a letto
me la portò A., circa dieci anni più tardi.
Fui sorpreso e incapace di gratitudine. Un evento del genere
avrebbe ben figurato nel novero dei miei primordiali slanci
d'architettura del mondo: tutti dettagli nitidi, unici e incausali.
Ogni mattoncino poteva giustapporsi ad uno analogo in almeno
quattordici modi: ciò garantiva margini apparentemente buoni
di riuscita dell'iniziativa. Nei momenti di smarrimento,
era sufficiente una rapida occhiata alle figure,
un destro calco dal Libro della conoscenza.
Per il bambino, ciò non era né forzare, né barare.
Passò sotto silenzio, rimase così.
Crebbi perciò ignobile, freddo, mostruoso,
ebbro di ambizioni che credevo esistenti, tangibili,
ebbro di contatto fisico con la carne dei sogni.
Sulla strada che divideva da uno svago geometrico e dal caffè
mi imbattei in A., che fremeva, per un bacio.
Glielo diedi, quello e molti altri. Troppo freddo, inumano,
negarsi, di fronte ad un palpito così puro.
Alla prima folata di vento che ci divise per più di un palmo,
realizzai di trovarmi sull'orlo di un baratro.
Qualcuno urlò: "La leggerezza è un crimine!"
ed io la rincondussi alla sua città, fornendole indicazioni
per distinguere i mostri ed i ladri, specie quelli che,
contro la loro stessa natura, si reputano abili e santi.
Le raccontai poi del taglio sulla mano, così come feci con Bi,
ma ad A. lo raccontai per incutere timore. Ebbi successo.
Il giorno dopo mi scrisse "tu non hai amore, hai solo morte"
donandomi questa immagine funebre di me che depongo a terra
un trofeo senza vita, candido e delicatamente agghindato.
Promise di non far menzione del nostro incontro
ma disattese la promessa.
Mi sento vile! - per aver scientemente sovrapposto, limato
e confuso le iniziali e i percorsi di due donne diverse.
Non i luoghi, no: per gli architetti del tempo, i luoghi sono sacri.
La scappatoia che mi salva dalla totale abiezione è che per i morti
ogni luogo, ed ogni tempo, è il medesimo.
Mi incammino così verso casa di Bi, anch'essa prossima al greto,
gravando con tutto il peso sul piede sinistro,
debilitato da un bruciante senso di colpa.
Il paesaggio è spoglio, privo di costruzioni, silenzioso.
Le parole "scegli me" giacciono spente sul fondo del mio stomaco.
20 novembre 2011
Zen
io ho un bel taccuino:
export,
che m ispira e mi fa scrivere queste stronzataggini
che comunque servono solo a farmi mangiare il cazzo.
G: Hahaha.
E perché?
C: perché non mi pare servano ad altro,
non credi?
Quindi mi mangio il cazzo.
G: mmm, certe volte la roba vecchia può tornare utile!
Metti che tieni una tra le mani e le dici:
io sono scrittore!
Beh, vuoi dimostrarglielo?
C: Sì, le mostro come uno scrittore sappia mangiarsi bene il cazzo.
hai ragione.
G: Esatto... e poi le dici: visto? Adesso prova tu!
.
15 luglio 2011
Sui binari
Mi trovavo con Lei, l’uno di fronte all’altro, nel treno metafora della vita. Correva veloce, quasi come se maree e maree di gente muscolosa e forzuta lo spingessero all’infinito, senza sosta, senza meta, senza sapere, forse, neanche perché andasse in quella direzione, in quel verso e con quale criterio accompagnasse e trasportasse tutti quei personaggi che lo riempivano e che riempivano e che riempiono e che riempiranno la vita, le vite. Correva veloce, di fianco a paesaggi di ogni genere, marittimi, montuosi, collinari, pianeggianti, con alberi, frutti, animali, forse esseri umani. Correva veloce, lasciando poche tracce di sé, probabilmente alcuna, e forse una scia luminosa che biancheggiava l’eterno passato appena serpeggiato e vissuto. Correva veloce perché aveva fretta di arrivare a destinazione, semmai ci fosse, poiché la sua anima intrinseca riteneva necessario terminare tutto e subito, cancellando definitivamente l’inizio e il durante. Correva, ed io osservavo Lei e non il paesaggio, non le montagne ed il verde: era Lei la mia ragione di vita, i suoi occhi ingenui, di fronte a me, lucidi, piccoli come una noce – e teneri, languidi, che osservavano quel giallo e quel rosso e quella moltitudine infinita di colori sulla sua destra che cambiava continuamente aspetto senza alcuna ragione – e poi riscopriva la sua bocca, la colmava di saliva, si toccava il naso, si guardava attorno, dava un’occhiata ai miei occhi spenti ma ancora in grado di scrutare, esaminare ed immaginare e ritornava ad osservare il mondo pieno, limpido ma infinitamente finito di fianco a Lei. La sognavo nuda, proprio in quel preciso istante, nuda e vogliosa di buttarsi sul mio membro e farne ciò che voleva; la immaginavo proprio così, coi capelli scuri come le sue sopracciglia ed i suoi occhi, con le labbra sempre più sottili e sempre più incantevoli, sopra al collo e le scapole odorose e sottili, davanti alla schiena ossuta, piena di pelle rosa e morbida e pronta a subire eterni baci assassini. La immaginavo così com’era, col seno piccolo e ricco di bellezza, col pancino sempre più bianco come la neve e come la pace e come il paradiso. Pensavo che il sesso in quel treno metafora della vita sarebbe potuto essere migliore di qualunque altra cosa; ed al mio fianco un posto vacante, forse perché al mio fianco il posto vacante è presente dalla nascita. Poi di fianco a Lei c’era l’uomo dell’Est, ma italiano, col labbro gonfio, una maglietta rossa che incuteva terrore, jeans, birra, pochi capelli sopra una fronte spaziosa per occhi assonnati ma sensuali. Anche lui aveva fantasie erotiche, forse sulla moglie, sulla madre, sulla sorella, sulla ragazza, o su di Lei – perché la osservava, di tanto in tanto, osservava quella schiena e quelle ossa sporgenti della mia Lei. Chissà a cosa pensava mentre sulla destra mia c’era il tipico uomo ignoto, di cui non saprei descrivere nulla se non il suo aspetto fisico, con barba precisa, alla moda, ed occhi fissi nel nulla per ben due ore. Proprio perché di fronte a lui c’era l’esperta signora che tutti vorrebbero scopare, a telefono con il figlio, forse, o con il parente che avrebbe dovuto prendersi cura del figlio durante la sua assenza; e dopo la telefonata lei che s’insospettiva, ansiosa, forse dopo aver ricevuto notizie sconfortanti, tanto sconfortarti da perturbare la sua psiche colta ed intelligente ma non abbastanza da scacciare ogni male da ogni pensiero. Ma lei manteneva il suo entusiasmo ed il suo essere sensuale, con le spalle di fuori e le ossa ad accompagnare collo e braccia, tanto erotiche e passionali quanto la voglia di scoparla all’infinito. Una donna anziana, non così tanto, le faceva compagnia senza conoscerla, senza sapere neanche il suo nome: era la donna che non guarderesti mai e poi mai, perché tanto inutile quanto grande era la sua bruttezza ed il suo squallore di vita borghese e precisa. Forse anche lei viveva quel treno metafora della vita senza alcun motivo concreto, forse pure lei aveva sassi da togliere dalle scarpe per vivere nuove esperienze in grado di farle dimenticare la miseria e la povertà di trasgressione e di vita e di amore della sua esistenza. Due donne, poi, proprio di fronte a me, dietro la donna matura e ferocemente attraente sulla mia destra: era una bionda, con un seno enorme, ed un neo abbastanza grande accanto ad un altro neo abbastanza piccolo: erano i nei dell’erotismo, quelli che leccheresti mentre distruggi il suo organo primario e mentre palpi le sue mammelle grandi quanto la tua brama di saziare le tue passioni; di fianco, un'altra lei, la sua compagna, amica, ignota, senza se e senza ma, con occhiali scuri che francamente avrei tolto per vedere il viso forse splendido forse inquietante. Passano persone che non hanno significato, s’incamminano lungo i vagoni del treno metafora della vita, passando evanescenti tra le mie brame, le mie considerazioni ed il mio riposo e le mie riflessioni impure e pure. Correva veloce, lungo i binari trucidi e marroni, consumati dalle sue continue corse veloci e lente, ma pur sempre corse. Correva senza pietà, non lasciava scampo per chi volesse scendere perché anche costoro avevano di fronte a sé la fine di quel tragitto lungo e breve, proprio come una vita. Correva mentre qualcuno leggeva, ascoltava musica o sentiva un amico col cellulare, per ingannare il tempo in mille modi diversi e dimenticare il continuo scorrere del treno metafora della vita e del suo eterno correre verso l’oscuro e verso la fine di tutto. Null’altro poteva dare significato a quella corsa scatenata e folle, null’altro, nemmeno le sognate scopate con la donna matura o quella prosperosa, nemmeno le caduche esperienze mondane che si sarebbero potute vivere con esse, nemmeno la ricerca degli sguardi degli altri, dell’uomo dell’Est, dell’uomo ignoto, della donna anziana ed insensata, nemmeno lo scorgere dei loro occhi e scovare le loro profonde anime per poi scoprire di trovare uomini e donne estremamente interessanti, estremamente grandi e più grandi di me. Provvisorie gioie, precari appagamenti sessuali o di altro genere, temporanei ed instabili attimi di felicità nei loro occhi o nel loro sesso. Provvisorie, precarie, temporanee azioni, basse e di poco conto che distraggono me e gli altri dalla corsa pazza e sempre più veloce del treno metafora della vita, fatto di passeggeri colti, disinvolti, ignoranti, belli, brutti, assassini, ladri, mentecatti, bugiardi, ipocriti, entusiasti, bambini, voluttuosi, piccoli perché piccoli davanti a qualcosa che da solo può essere eterno, ben più grande e ben più infinito di loro, piccoli uomini e piccole donne, piccoli davanti a qualcosa che da solo può essere eterno perché corrispondente a Lei, sempre di fronte a me, mentre riflettevo su tutti questi argomenti, mentre mi lasciavo catapultare in tante fantasie, mentre mi lasciavo incantare da simili corbellerie, mentre proprio Lei osservava sempre il paesaggio, i fiumi e i laghi, proprio mentre i suoi occhi in sintonia con la sua mente pensavano che io fossi il suo unico uomo, l’unico ad amarla ora e per sempre, l’unico essere vivente pronto a finire quel percorso nel treno metafora della vita insieme a Lei. Perché scesi da lì, ci tenevamo per mano, come se non fosse successo niente, come se il treno, seppur arrivato e finito e trascorso, avesse concluso tutte le esistenze di quei personaggi fittizi e reali, senza concludere però la nostra storia, la nostra vita, la nostra amalgamazione tra noi stessi e con l’eterna realtà a cui saremo ancorati per sempre. Io e Lei.
15 maggio 2011
Ricordi
E ricordo che avevamo occupato la piazza bianca, ed era tutta nostra. E ricordo che io, che non ho tanto amore per le folle, le adunate, e la gente che segue altra gente, stavo là, in alto, e parlavo, e mi si ascoltava.
Io ricordo, lo ricordo chiaramente, che c'era quella bionda, che era la madre di qualcuno, e ricordo che io la mandai affanculo. E mi venne un sacco di tristezza, devo dire, perché se la cattiveria si può esprimere in qualche modo sarà il non interessarsi degli altri. Ed ecco, lei era là a fottersene apertamente, e a denigrarci.
Ora, tutto questo mi è ritornato in mente perché dal player è uscita questa canzone.
E tutto questo mi serve semplicemente per dire una cosa. Capita che uno, un giorno, s'alza, va in una scuola e vota al comune. E capita che passando tra orde di vecchie senza denti, di donne incinte in minigonna e disoccupati col rolex al polso e i bigliettini elettorali di camorristi e parenti nella mano, si ponga una questione imprescindibile: ma perché questi, che so' feccia, che so' cattivi, che so' immorali, devono valere quanto me? Ma perché io devo essere solo un numero?
Se qualcuno un giorno dovesse chiedermi, di nuovo, cosa 'sto a fare là, a prendere il freddo, che tanto non cambia niente, io non gli parlerò di idee, di migliorare le cose, di fare la rivoluzione... tanto son solo sogni quelli. Io gli dirò, semplicemente, che io sto là per distinguermi da loro, che sono indifferenti, che sono morti. Io gli dirò che sto là, ad ammalarmi, perché i sogni non si vendono. Io gli dirò che sto là, a morire, perché loro vengano seppelliti insieme a me.
2 gennaio 2010
Una conversazione tripla con perno centrale
Premesse sperimentali:
-Nomi, cognomi, sono stati sostituiti da pratici nickname di facile identificazione
-Non è stato possibile ricavare l'orario esatto delle comunicazioni telefoniche, a causa della mancanza di un apparecchio di registrazione Audio/Video.
-Le conversazioni telefoniche sono state ricostruite basandosi sulla memoria delle cavie. Non si tutela la totale corrispondenza ai discorsi originali. I concetti riportati sono tutti originali.
Legenda:
-Le conversazioni via Facebook sono colorate in nero.
-Le conversazioni via telefono sono colorate in violetto.
-Commenti, pensieri, azioni sono annotati in corsivo.
Si ringraziano le cavie, Facebook, Telecom Italia, Tim tribù per il sostegno.
23:12 Hugo88
che dice la fanciulla?
23:13 Gennarobat
ancora devo telefonarla
io son molto lento a fare le cose
vabbè in realtà m'ero scordato, ecco
23:13 Hugo88
non avevo dubbi
uuh mi ha risposto subito
se provo a farti ridere mentre parli con lei?
così le ridi in faccia al telefono?
non è cosa buona e giusta?
Gennarobat si sente offeso, accetta inconsciamente la proposta di Hugo88
23:16 Gennarobat
cazzo! non dire 'ste cose
.. ok fallo!
Inaspettatamente la situazione viene capovolta.
fallo!
qual parola migliore di questa per iniziare una conversazione con la ridarella?
"perchè ridi?"
"sto parlando di falli con un siciliano, sta tranquilla"
mi vien sempre da ridere alle partite di calcio, ogni tanto c'è qualcuno che urla "era fallo da dietro, espulsione"
di solito è la cosa più bella che accade al bar mentre vedo le partite
anche perchè sono juventino (con amarezza)
(GennaroBat legge i messaggi di Hugo88, proprio mentre stava sviscerando tutta la sua vena romantica. Nasce una spontanea risata)
Fanciulla
cazzo non vale, mi ha preso x 'mbriaco
il fallo da dietro non dovevi!
ecco, ora dice che la sto sfottendo
aspe che mi apparo (N.d.T. aggiusto la situazione) e continuo
23:19 Hugo88
adesso potrei parlarti della nobile arte dell'ingoio
che come avrai sospettato non si riferisce all'abilità nel degludire andando a mensa con il Bronx, lì servono i muscoli nell'esofago
ma si tratta invece di una pratica vecchia come il mondo atta ad assurgere nutrimento proteico
Gennarobat
Gennarobat non sa se l'auricolare bluetooth abbia il potere di eliminare il rumore di fondo, sta di fatto che riesce nell'opera di depistaggio. Legge i nuovi messaggi di Hugo88, non gli fanno alcun effetto.
23:21 Gennarobat
le sto raccontando che conosco un comico famosissimo che mi sta facendo ridere da tre ore
23:21 Hugo88
oh, a scuola mi conoscevano tutti :P
alla fine dell'ultimo anno il mio compagno di banco si è ricordato il mio nome!
certo, era perché gli avevo inculato la ragazza
inculato in senso lato, stavolta
però se l'è ricordato
Gennarobat legge i messaggi di Hugo88, inizia nuovamente a ridere.
La Fanciulla attacca il telefono, Gennarobat si dispera.
23:22 Gennarobat
ecco, mi ha attaccato il telefono in faccia
23:22 Hugo88
davvero?
23:22 Gennarobat
si, mi è uscito "cazzo", perché non riuscivo più a distinguere le mani dalla lingua,
mi ha detto che non stavo bene e mi ha chiuso
23:23 Hugo88
ti spiace se rido?
26 novembre 2009
Feticismo
Nulla, il compagno resta fisso, immobile. La rabbia sale nel protagonista, la sua mente è un'altalena, dove i pensieri oscillano veloci. Una malsana tentazione si eleva più di tutte, prende corpo, diventa un calcio. Il compagno cade. Il silenzio viene per un attimo interrotto e poi si fa ancora più cupo. E' morto. Cadono le ultime lacrime, sul volto inizia a delinearsi un sadico sorriso.
-Papààà senti chiama il tuo amico che dobbiamo fare un funerale e lui può prendersi i pezzi. Poi conserva i soldini, che a Natale dobbiamo comprare un nuovo computer.-
Questo racconto non è autobiografico, io non leggo Beppe Grillo. E di Tiziano Ferro, i cd, li compro.
Falsi.