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28 febbraio 2012

Credo mi occorra

una guida alla digestione del vuoto.
Che non contenga espressioni come "c'è tempo" -
- sto raccogliendo molto materiale a riguardo,
vorrei che una volta cucito, suscitasse
quell'esatta sensazione di apnea
che sto sperimentando ora -
o "ci spiace, ma è così" -
magari seguita da una dicotomia
d'opzioni egualmente castranti e impraticabili.
Quel che esiste, ha delle modalità storiche,
di affermazione e dibattito.
Il potenziale omicida che è nella bramosia
di ciò-che-non-esiste, invece, può essere
avvistato solo divincolandosi dall'accademia,
dalla coerenza, dall'empatia, dalla biochimica, dal branco,
e compiendo tre o quattro passi in direzione del baratro.
È per questo percorso in terra straniera e ostile,
che vorrei una guida.



Dedicato anche a Puccio e Mati di All90sLong,
che in teoria non avrebbero alcuna ragione per farlo, ma pare mi vogliano bene.

9 febbraio 2012

Ogni cosa al suo posto ed ogni posto nel gorgo, muto.

Subito dopo la proclamazione e il bando tutti mi chiesero
quale dovesse essere il pubblico. Io risposi nel mio metro,
dalle ventuno alle ventiquattro sillabe, che diviene musicale
solo ripensandolo, sezionandolo, spingendolo in profondità
parentetiche da cui riemergere affamati d'aria,
lungo i tappeti di spine che si srotolano implacabili
e dividono dagli appuntamenti con la carne dei sogni.
Il pubblico sarà quello più esigente, che squadra in un guizzo
i risvolti nauseabondi e cestina, senza pietà. Il pubblico
sarà il tempo, il tempo lungi da venire.
Il generale chiese agli astanti di scegliere tra lui
e la terra d'Atlantide: seguì le indicazioni fornite
da un'unica voce, tonante, nella compatta disarmonia del coro.
Disarmante manifestazione di un disordine rosso, rossissimo,
inconfutabile. Pensare che da piccolo mi sentivo confortato
dal sapere che, a tavola, il posto in prossimità della finestra
spettava a mia madre, quello centrale era mio e quello
vicino alla porta era per mio padre. Ricordo ancora
quanto spiazzante, forse persino umiliante, fu, alla sera,
trovare il letto sfatto, quando alla mattina mi ero destato
accanto a un amico. "Come puoi violare così quanto predichi,
e sbraiti?" rivolsi a mio padre, solo attraverso gli occhi.
Egli si voltò, e andò via. La prima colazione a letto
me la portò A., circa dieci anni più tardi.
Fui sorpreso e incapace di gratitudine. Un evento del genere
avrebbe ben figurato nel novero dei miei primordiali slanci
d'architettura del mondo: tutti dettagli nitidi, unici e incausali.
Ogni mattoncino poteva giustapporsi ad uno analogo in almeno
quattordici modi: ciò garantiva margini apparentemente buoni
di riuscita dell'iniziativa. Nei momenti di smarrimento,
era sufficiente una rapida occhiata alle figure,
un destro calco dal Libro della conoscenza.
Per il bambino, ciò non era né forzare, né barare.
Passò sotto silenzio, rimase così.

Crebbi perciò ignobile, freddo, mostruoso,
ebbro di ambizioni che credevo esistenti, tangibili,
ebbro di contatto fisico con la carne dei sogni.

Sulla strada che divideva da uno svago geometrico e dal caffè
mi imbattei in A., che fremeva, per un bacio.
Glielo diedi, quello e molti altri. Troppo freddo, inumano,
negarsi, di fronte ad un palpito così puro.
Alla prima folata di vento che ci divise per più di un palmo,
realizzai di trovarmi sull'orlo di un baratro.
Qualcuno urlò: "La leggerezza è un crimine!"
ed io la rincondussi alla sua città, fornendole indicazioni
per distinguere i mostri ed i ladri, specie quelli che,
contro la loro stessa natura, si reputano abili e santi.
Le raccontai poi del taglio sulla mano, così come feci con Bi,
ma ad A. lo raccontai per incutere timore. Ebbi successo.
Il giorno dopo mi scrisse "tu non hai amore, hai solo morte"
donandomi questa immagine funebre di me che depongo a terra
un trofeo senza vita, candido e delicatamente agghindato.
Promise di non far menzione del nostro incontro
ma disattese la promessa.

Mi sento vile! - per aver scientemente sovrapposto, limato
e confuso le iniziali e i percorsi di due donne diverse.
Non i luoghi, no: per gli architetti del tempo, i luoghi sono sacri.
La scappatoia che mi salva dalla totale abiezione è che per i morti
ogni luogo, ed ogni tempo, è il medesimo.
Mi incammino così verso casa di Bi, anch'essa prossima al greto,
gravando con tutto il peso sul piede sinistro,
debilitato da un bruciante senso di colpa.
Il paesaggio è spoglio, privo di costruzioni, silenzioso.
Le parole "scegli me" giacciono spente sul fondo del mio stomaco.


20 novembre 2011

Zen

C: Word è doppiogiochista,
io ho un bel taccuino:
export,
che m ispira e mi fa scrivere queste stronzataggini
che comunque servono solo a farmi mangiare il cazzo.

G: Hahaha.
E perché?

C: perché non mi pare servano ad altro,
non credi?
Quindi mi mangio il cazzo.

G: mmm, certe volte la roba vecchia può tornare utile!
Metti che tieni una tra le mani e le dici:
io sono scrittore!
Beh, vuoi dimostrarglielo?

C: Sì, le mostro come uno scrittore sappia mangiarsi bene il cazzo.
hai ragione.

G: Esatto... e poi le dici: visto? Adesso prova tu!


.

15 luglio 2011

Sui binari

Mi trovavo con Lei, l’uno di fronte all’altro, nel treno metafora della vita. Correva veloce, quasi come se maree e maree di gente muscolosa e forzuta lo spingessero all’infinito, senza sosta, senza meta, senza sapere, forse, neanche perché andasse in quella direzione, in quel verso e con quale criterio accompagnasse e trasportasse tutti quei personaggi che lo riempivano e che riempivano e che riempiono e che riempiranno la vita, le vite. Correva veloce, di fianco a paesaggi di ogni genere, marittimi, montuosi, collinari, pianeggianti, con alberi, frutti, animali, forse esseri umani. Correva veloce, lasciando poche tracce di sé, probabilmente alcuna, e forse una scia luminosa che biancheggiava l’eterno passato appena serpeggiato e vissuto. Correva veloce perché aveva fretta di arrivare a destinazione, semmai ci fosse, poiché la sua anima intrinseca riteneva necessario terminare tutto e subito, cancellando definitivamente l’inizio e il durante. Correva, ed io osservavo Lei e non il paesaggio, non le montagne ed il verde: era Lei la mia ragione di vita, i suoi occhi ingenui, di fronte a me, lucidi, piccoli come una noce – e teneri, languidi, che osservavano quel giallo e quel rosso e quella moltitudine infinita di colori sulla sua destra che cambiava continuamente aspetto senza alcuna ragione – e poi riscopriva la sua bocca, la colmava di saliva, si toccava il naso, si guardava attorno, dava un’occhiata ai miei occhi spenti ma ancora in grado di scrutare, esaminare ed immaginare e ritornava ad osservare il mondo pieno, limpido ma infinitamente finito di fianco a Lei. La sognavo nuda, proprio in quel preciso istante, nuda e vogliosa di buttarsi sul mio membro e farne ciò che voleva; la immaginavo proprio così, coi capelli scuri come le sue sopracciglia ed i suoi occhi, con le labbra sempre più sottili e sempre più incantevoli, sopra al collo e le scapole odorose e sottili, davanti alla schiena ossuta, piena di pelle rosa e morbida e pronta a subire eterni baci assassini. La immaginavo così com’era, col seno piccolo e ricco di bellezza, col pancino sempre più bianco come la neve e come la pace e come il paradiso. Pensavo che il sesso in quel treno metafora della vita sarebbe potuto essere migliore di qualunque altra cosa; ed al mio fianco un posto vacante, forse perché al mio fianco il posto vacante è presente dalla nascita. Poi di fianco a Lei c’era l’uomo dell’Est, ma italiano, col labbro gonfio, una maglietta rossa che incuteva terrore, jeans, birra, pochi capelli sopra una fronte spaziosa per occhi assonnati ma sensuali. Anche lui aveva fantasie erotiche, forse sulla moglie, sulla madre, sulla sorella, sulla ragazza, o su di Lei – perché la osservava, di tanto in tanto, osservava quella schiena e quelle ossa sporgenti della mia Lei. Chissà a cosa pensava mentre sulla destra mia c’era il tipico uomo ignoto, di cui non saprei descrivere nulla se non il suo aspetto fisico, con barba precisa, alla moda, ed occhi fissi nel nulla per ben due ore. Proprio perché di fronte a lui c’era l’esperta signora che tutti vorrebbero scopare, a telefono con il figlio, forse, o con il parente che avrebbe dovuto prendersi cura del figlio durante la sua assenza; e dopo la telefonata lei che s’insospettiva, ansiosa, forse dopo aver ricevuto notizie sconfortanti, tanto sconfortarti da perturbare la sua psiche colta ed intelligente ma non abbastanza da scacciare ogni male da ogni pensiero. Ma lei manteneva il suo entusiasmo ed il suo essere sensuale, con le spalle di fuori e le ossa ad accompagnare collo e braccia, tanto erotiche e passionali quanto la voglia di scoparla all’infinito. Una donna anziana, non così tanto, le faceva compagnia senza conoscerla, senza sapere neanche il suo nome: era la donna che non guarderesti mai e poi mai, perché tanto inutile quanto grande era la sua bruttezza ed il suo squallore di vita borghese e precisa. Forse anche lei viveva quel treno metafora della vita senza alcun motivo concreto, forse pure lei aveva sassi da togliere dalle scarpe per vivere nuove esperienze in grado di farle dimenticare la miseria e la povertà di trasgressione e di vita e di amore della sua esistenza. Due donne, poi, proprio di fronte a me, dietro la donna matura e ferocemente attraente sulla mia destra: era una bionda, con un seno enorme, ed un neo abbastanza grande accanto ad un altro neo abbastanza piccolo: erano i nei dell’erotismo, quelli che leccheresti mentre distruggi il suo organo primario e mentre palpi le sue mammelle grandi quanto la tua brama di saziare le tue passioni; di fianco, un'altra lei, la sua compagna, amica, ignota, senza se e senza ma, con occhiali scuri che francamente avrei tolto per vedere il viso forse splendido forse inquietante. Passano persone che non hanno significato, s’incamminano lungo i vagoni del treno metafora della vita, passando evanescenti tra le mie brame, le mie considerazioni ed il mio riposo e le mie riflessioni impure e pure. Correva veloce, lungo i binari trucidi e marroni, consumati dalle sue continue corse veloci e lente, ma pur sempre corse. Correva senza pietà, non lasciava scampo per chi volesse scendere perché anche costoro avevano di fronte a sé la fine di quel tragitto lungo e breve, proprio come una vita. Correva mentre qualcuno leggeva, ascoltava musica o sentiva un amico col cellulare, per ingannare il tempo in mille modi diversi e dimenticare il continuo scorrere del treno metafora della vita e del suo eterno correre verso l’oscuro e verso la fine di tutto. Null’altro poteva dare significato a quella corsa scatenata e folle, null’altro, nemmeno le sognate scopate con la donna matura o quella prosperosa, nemmeno le caduche esperienze mondane che si sarebbero potute vivere con esse, nemmeno la ricerca degli sguardi degli altri, dell’uomo dell’Est, dell’uomo ignoto, della donna anziana ed insensata, nemmeno lo scorgere dei loro occhi e scovare le loro profonde anime per poi scoprire di trovare uomini e donne estremamente interessanti, estremamente grandi e più grandi di me. Provvisorie gioie, precari appagamenti sessuali o di altro genere, temporanei ed instabili attimi di felicità nei loro occhi o nel loro sesso. Provvisorie, precarie, temporanee azioni, basse e di poco conto che distraggono me e gli altri dalla corsa pazza e sempre più veloce del treno metafora della vita, fatto di passeggeri colti, disinvolti, ignoranti, belli, brutti, assassini, ladri, mentecatti, bugiardi, ipocriti, entusiasti, bambini, voluttuosi, piccoli perché piccoli davanti a qualcosa che da solo può essere eterno, ben più grande e ben più infinito di loro, piccoli uomini e piccole donne, piccoli davanti a qualcosa che da solo può essere eterno perché corrispondente a Lei, sempre di fronte a me, mentre riflettevo su tutti questi argomenti, mentre mi lasciavo catapultare in tante fantasie, mentre mi lasciavo incantare da simili corbellerie, mentre proprio Lei osservava sempre il paesaggio, i fiumi e i laghi, proprio mentre i suoi occhi in sintonia con la sua mente pensavano che io fossi il suo unico uomo, l’unico ad amarla ora e per sempre, l’unico essere vivente pronto a finire quel percorso nel treno metafora della vita insieme a Lei. Perché scesi da lì, ci tenevamo per mano, come se non fosse successo niente, come se il treno, seppur arrivato e finito e trascorso, avesse concluso tutte le esistenze di quei personaggi fittizi e reali, senza concludere però la nostra storia, la nostra vita, la nostra amalgamazione tra noi stessi e con l’eterna realtà a cui saremo ancorati per sempre. Io e Lei.

15 maggio 2011

Ricordi

No, niente, volevo scrivere che fu Dicembre, una volta, e noi si faceva la rivoluzione.

E ricordo che avevamo occupato la piazza bianca, ed era tutta nostra. E ricordo che io, che non ho tanto amore per le folle, le adunate, e la gente che segue altra gente, stavo là, in alto, e parlavo, e mi si ascoltava.
Io ricordo, lo ricordo chiaramente, che c'era quella bionda, che era la madre di qualcuno, e ricordo che io la mandai affanculo. E mi venne un sacco di tristezza, devo dire, perché se la cattiveria si può esprimere in qualche modo sarà il non interessarsi degli altri. Ed ecco, lei era là a fottersene apertamente, e a denigrarci.

Ora, tutto questo mi è ritornato in mente perché dal player è uscita questa canzone.

E tutto questo mi serve semplicemente per dire una cosa. Capita che uno, un giorno, s'alza, va in una scuola e vota al comune. E capita che passando tra orde di vecchie senza denti, di donne incinte in minigonna e disoccupati col rolex al polso e i bigliettini elettorali di camorristi e parenti nella mano, si ponga una questione imprescindibile: ma perché questi, che so' feccia, che so' cattivi, che so' immorali, devono valere quanto me? Ma perché io devo essere solo un numero?

Se qualcuno un giorno dovesse chiedermi, di nuovo, cosa 'sto a fare là, a prendere il freddo, che tanto non cambia niente, io non gli parlerò di idee, di migliorare le cose, di fare la rivoluzione... tanto son solo sogni quelli. Io gli dirò, semplicemente, che io sto là per distinguermi da loro, che sono indifferenti, che sono morti. Io gli dirò che sto là, ad ammalarmi, perché i sogni non si vendono. Io gli dirò che sto là, a morire, perché loro vengano seppelliti insieme a me.

2 gennaio 2010

Una conversazione tripla con perno centrale

Le sinergie tra i laboratori di Che c'azzecca il mitocondrio e Le saghe di Onan hanno permesso di sviluppare questo esperimento: ecco cosa accade se due blogger comunicano via chat mentre uno è al cellulare.

Premesse sperimentali:
-Nomi, cognomi, sono stati sostituiti da pratici nickname di facile identificazione
-Non è stato possibile ricavare l'orario esatto delle comunicazioni telefoniche, a causa della mancanza di un apparecchio di registrazione Audio/Video.
-Le conversazioni telefoniche sono state ricostruite basandosi sulla memoria delle cavie. Non si tutela la totale corrispondenza ai discorsi originali. I concetti riportati sono tutti originali.

Legenda:
-Le conversazioni via Facebook sono colorate in nero.
-Le conversazioni via telefono sono colorate in violetto.
-Commenti, pensieri, azioni sono annotati in corsivo.

Si ringraziano le cavie, Facebook, Telecom Italia, Tim tribù per il sostegno.

23:12 Hugo88
che dice la fanciulla?
23:13 Gennarobat
ancora devo telefonarla
io son molto lento a fare le cose
vabbè in realtà m'ero scordato, ecco
23:13 Hugo88
non avevo dubbi
Fanciulla
Pronto Gennarobat, m'hai chiamato per una volta!
23:15 Gennarobat
uuh mi ha risposto subito
Gennarobat
Guarda, io ti chiamo e tu subito inizi a fare allusioni, avrei dovuto lasciarti soffrire, così mi chiamavi tu, e non c'era tutto 'sto casino.
Fanciulla
Sisi, ma tu di dire qualcosa in modo normale no, eh?
23:16Hugo88
se provo a farti ridere mentre parli con lei?
così le ridi in faccia al telefono?
non è cosa buona e giusta?
GennaroBat
Adesso m'offendi pure. Si vede che non mi vuoi proprio bene. Mi sento offeso.

Gennarobat si sente offeso, accetta inconsciamente la proposta di Hugo88

23:16 Gennarobat
cazzo! non dire 'ste cose
.. ok fallo!

Inaspettatamente la situazione viene capovolta.

Fanciulla
Tu subito te la prendi, sei proprio un bimbo
Gennarobat
però il tuo bimbo soltanto
Fanciulla
(Sorride) ti voglio bene
Gennarobat
Anch'io, lo sai che non riesco ad arrabbiarmi con te
23:17 Hugo88
fallo!
qual parola migliore di questa per iniziare una conversazione con la ridarella?
"perchè ridi?"
"sto parlando di falli con un siciliano, sta tranquilla"
mi vien sempre da ridere alle partite di calcio, ogni tanto c'è qualcuno che urla "era fallo da dietro, espulsione"
di solito è la cosa più bella che accade al bar mentre vedo le partite
anche perchè sono juventino (con amarezza)
Fanciulla
Ma se è la prima cosa che hai fatto quando hai telefonato?
Gennarobat
Nono, aspetta. Sei stata tu a iniziare, che non capisco da dove t'esca tutto 'sto sarcasmo. E' difficile lo sai.
Fanciulla
Cos'è che è difficile?
Gennarobat
E' difficile capire cosa stiano pensando gli altri, se quello che facciamo sia la cosa esatta o meno. Io... Io non so come comportarmi, cosa fare.
Fanciulla
Ma nessuno lo sa, che ti credi. Però con me dovresti sapere che fare, ecco.
Gennarobat
Nessuno è troppo grande come concetto, capiscimi. Si tratta di dire "tutti". E non è vero. E poi ci sta un motivo, se non ci riesco. E che sei troppo, troppo bella, quando penso a te, mi perdo.

(GennaroBat legge i messaggi di Hugo88, proprio mentre stava sviscerando tutta la sua vena romantica. Nasce una spontanea risata)

Fanciulla

Ma stai bene? Tu mi dici delle cose e poi ti metti a ridere. Io veramente non lo so cosa hai questa sera. Ma hai bevuto?
23:19 Gennarobat
cazzo non vale, mi ha preso x 'mbriaco
il fallo da dietro non dovevi!
ecco, ora dice che la sto sfottendo
aspe che mi apparo (N.d.T. aggiusto la situazione) e continuo
23:19 Hugo88
adesso potrei parlarti della nobile arte dell'ingoio
che come avrai sospettato non si riferisce all'abilità nel degludire andando a mensa con il Bronx, lì servono i muscoli nell'esofago
ma si tratta invece di una pratica vecchia come il mondo atta ad assurgere nutrimento proteico
Gennarobat
No, quando mai, credimi. E che sono con uno che fa il comico, e fa battute troppo potenti. Davvero, credimi!
Fanciulla
Ma se io non sento niente? A quest'ora poi?
Gennarobat
(mentendo spudoratamente) Si, è un club nuovo, poi ti ci porto, ieri c'era un complesso jazz, stasera sono tornato e c'era il comico, non è un granché eh. C(io)é, solo una battuta ha fatto buona, e quando non doveva.
Fanciulla
Si, ma io non ti sento, cosa stai a fare?
Gennarobat
(arrabbattando con disinvoltura) Sto al club, non senti un cazzo perché ho l'auricolare bluetooth.

Gennarobat non sa se l'auricolare bluetooth abbia il potere di eliminare il rumore di fondo, sta di fatto che riesce nell'opera di depistaggio. Legge i nuovi messaggi di Hugo88, non gli fanno alcun effetto.

23:21 Gennarobat
le sto raccontando che conosco un comico famosissimo che mi sta facendo ridere da tre ore
23:21 Hugo88
oh, a scuola mi conoscevano tutti :P
alla fine dell'ultimo anno il mio compagno di banco si è ricordato il mio nome!
certo, era perché gli avevo inculato la ragazza
inculato in senso lato, stavolta
però se l'è ricordato

Gennarobat legge i messaggi di Hugo88, inizia nuovamente a ridere.

Gennarobat
Hahaha. che cazzo. Hahaha
Fanciulla
Sisi, ma quale club? tu chissà che stai a fare. E come stai combinato poi. Che ti sei bevuto?
Gennarobat
Ma no, cosa dici... io...
Fanciulla
Vabbe' ja (N.d.T. dai), non è cosa. Cia' strunz.

La Fanciulla attacca il telefono, Gennarobat si dispera.

23:22 Gennarobat
ecco, mi ha attaccato il telefono in faccia
23:22 Hugo88
davvero?
23:22 Gennarobat
si, mi è uscito "cazzo", perché non riuscivo più a distinguere le mani dalla lingua,
mi ha detto che non stavo bene e mi ha chiuso
23:23 Hugo88
ti spiace se rido?

26 novembre 2009

Feticismo

-Ma perché mi fai queste cose? Io non capisco, sei offeso? Eppure ogni tanto ti faccio pure i regali. Perché non riesci a fare niente? Giusto la settimana scorsa ti sei fatto l'antivirale, non dovresti avere problemi.- Osserva attonito il compagno di avventure, bloccato da qualcosa di ignoto che lo costringe a giustificarsi sempre con le stesse parole. -Non rispondermi così, mi dici sempre lo stesso da una settimana! Ti ho rimborsato tre mesi fa e ti ho restituito tutti i cd, come hai fatto a perderli? Su, ritorna in te! Ritorna in te!- Il compagno si arrabbia, compie un gesto efferato. -Non chiudermi di nuovo firefox! Sto scrivendo un racconto bellissimo, cosa faranno i lettori del blog? Senza di me non avranno che di leggere. Inizieranno a vagare di nuovo su youporn, qualcuno addirittura aprirà una fattoria su facebook! Non posso permettere che ciò accada. Cosa direbbe Gesù?- Ora il compagno si crogiola del gesto, apre una pagina web. C'è scritto: benvenuti su Facebook. Quel simpaticone di Gesù ha detto: fossi stato masochista, sul crocifisso ora avrei un'erezione enorme. -E che c'azzecca? Voglio dire, youporn pure lo ammetto, ma facebook? C'è tutta gente che condivide le stesse cose. Parla di forza, d'amore, coraggio, speranza, Berlusconi. Almeno ne parlasse bene, io non le capisco. Non è neanche vero che sia possibile carpire i segreti altrui. Solo le foto sono interessanti. Ma di questo fatto abbiamo già parlato. Su, amico mio, torna in te!- Il compagno si chiude nel silenzio, sembra non voler più continuare la conversazione. Il protagonista si lancia in una disperata predica. -Mio Dio ma non ti ricordi di noi, di come stavamo bene insieme? Come puoi dimenticarti così facilmente di questi sette anni? Di quando eri al supermercato? Eri il più bello, il più intelligente, il più ambito. E c'eravamo io e tanti altri. E ti ricordi con quanta difficoltà riuscii ad averti? Mi era bastato vederti e già ti avevo scelto. Era tutto così bello. Quante esperienze. Come fai a dimenticarti di quando insieme masterizzammo il primo CD di Tiziano Ferro? Il lettore fremeva, il mio cuore pulsava di gioia. Stavamo violando regole internazionali. E quando configurammo internet e navigammo insieme su Google alla ricerca dei siti belli con le immagini?- Il compagno resta in silenzio, fermo. Il protagonista cerca di farlo sorridere. -E poi quando spinti da un istinto animale cercavamo le immagini di donne nude, poi le donne nude in video, poi le donne nude che si masturbavano in video, poi le giovani ragazze troie lesbiche, poi le donne mature troie lesbiche, poi le donne mature troie con il compagno del figlio e una lesbica, poi le professoresse troie, poi le studentesse giapponesi con la vagina bagnata da umori vari, poi le gang bang di seducenti donne brasiliane che si prostituivano con stalloni neri dal cazzo grosso. Ti ricordi?- Non funziona, il protagonista tenta di colpire l'amico facendogli capire quanto è necessaria la sua amicizia. -E poi quando mi aiutavi nelle ricerche e correggevi tutti i miei errori? Eri un amico e una guida. Quando iniziai a pensare che le cose zozze che cercavamo su google potevo farle davvero e tu mi donasti MSN? Ero felicissimo.- Il protagonista non riesce più a sostenere il silenzio del compagno, inizia a parlare velocemente, i pensieri sono disordinati, il discorso si fa fitto e malconnesso. Sembra un matto. -Stavamo insieme fino alle 2 di notte chattando con le ochette frivole che pensavano di sapere cose false che noi invece sapevamo davvero perché usavamo Wikipedia e leggevamo il blog di Beppe Grillo. E poi quando litigammo perché le ochette erano brutte mentre nelle foto erano belle e io non chiavavo e c'era you porn e si andava a pugnette e mi incazzavo e allora scesi giù, vissi e non ti chiamai più?- Inizia a piangere, straziato dalla paura di perdere, le sue parole si fanno ancora più vacue e folli. -Ti ricordi di come facemmo pace? Di quando quella troia mi lasciò perché ero calmo e non mi arrabbiavo ed ero calmo e io poi la mandai a fare in culo e lei pianse perché ero una persona cattiva che l'aveva offesa quando poi lei mi aveva lasciato ed io non dovevo essere calmo e allora mi sentivo una merda e sparavo a vanvera cose sceme e mi confidavo con persone che ridono delle cose e sfottono mentre fingono e...- Non ha più fiato, sospira, la voce è strozzata. -tu mi facesti conoscere quel ciccio blues con la barba un po' bianca che è tipo babbo natale con la cazzimma e così capii le cose della vita e la filosofia di qualcosa o qualcuno sulle cose della vita.- Si rende conto dell'agitazione. Si ferma. Accende una sigaretta. Inizia a fumare. Il nervosismo si placa. Rivaluta razionalmente le cose, è di nuovo calmo. -Dai dimmi qualcosa, almeno muoviti!-
Nulla, il compagno resta fisso, immobile. La rabbia sale nel protagonista, la sua mente è un'altalena, dove i pensieri oscillano veloci. Una malsana tentazione si eleva più di tutte, prende corpo, diventa un calcio. Il compagno cade. Il silenzio viene per un attimo interrotto e poi si fa ancora più cupo. E' morto. Cadono le ultime lacrime, sul volto inizia a delinearsi un sadico sorriso.
-Papààà senti chiama il tuo amico che dobbiamo fare un funerale e lui può prendersi i pezzi. Poi conserva i soldini, che a Natale dobbiamo comprare un nuovo computer.-

Questo racconto non è autobiografico, io non leggo Beppe Grillo. E di Tiziano Ferro, i cd, li compro.
Falsi.