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3 luglio 2011

Sweet Home, Disagio.


Rubare nei supermercati, trafugare negli asili, non darsi per vinti, farsi per venti, venti ore, ventuno e busso, porte che si serrano, porte della percezione, porte che si schiudono e porte che non si riaprono, siete riusciti a entrare? porte che ti tagliano fuori, travolti dalla spontaneità, soffocati dai rumori della notte, visti, non visti, imprevisti, venere in pelliccia, venere in costume, eroina in circolo, anfetamine non assunte, anfetamine percepite, arroccarsi, turlupinare con comode litoti, la maggioranza non l'ha capito, la maggioranza ha sempre torto, se ha ragione ce l'ha per caso, la maggioranza nel dubbio se ne fotte. Guidare come un pazzo, ma a fari accesi anche di giorno, perchè voglio vedere dove vado, perchè in fondo anche vivere non è poi così difficile. Siete riusciti a entrare? Siete riusciti a uscire? It's my life, it's my wife, bisogno di sonno, metodi di privazione del senno, senno di poi, poi, una notte di luglio, ma non è buio, tanto tardi da non sembrare neppure presto, rimbalzi fraudolenti, nuvole e lenzuola. Rien de rien, mine de rien, come se nient anfuss, wagliù.

1 giugno 2011

Relazione Binaria

Mi piace immaginare le persone come parole. O come lettere, o anche linee che si dipanano in un grafico ad n-dimensioni, che si incrociano, si inseguono fino a convergere o divergere, appiattirsi o innalzarsi verso l'infinito.

Variabili in grado di comporre arte e finezze su piano cartesiano come un pittore su una tela ancora intonsa. Penso agli estremi del campo di esistenza di queste variabili come nascita e morte, come limiti fisiologici: nonostante questo, mi esalta parlare di dominio, trovo sia un termine potente ed affascinante. Il tempo è nostro, lo spazio è nostro. Questo è il nostro dominio. Penso all'indipendenza, all'assenza di vincoli.

E poi penso alla Y. Per convenzione la Y dipende, se ne deve verificare l'esistenza solo in funzione di un'altra variabile, una libera, appunto, indipendente. I suoi limiti sono molto meno interessanti: non si parla di dominio, che mi evoca l'immagine di un conquistatore di terre sterminate. E' un misero codominio, termine che ricorda piuttosto un umiliante confinamento fra quattro mura domestiche in un quartiere privo di attrattive.

Guardo il mondo e penso a quante variabili nascono e muoiono dipendenti, senza uno slancio, con ogni spostamento frutto dei capricci di un'altra variabile spensierata. Un'esistenza stretta, senza neppure la dignità di un'identificazione che faccia trasparire libertà: funzione di x, f(x), come uno schiavo nato già in catene.

Piango l'irrinunciabile sofferenza delle X in un mondo di miserabili e collose Y.

18 gennaio 2011

Mattina

Mi spiace, ma stavolta non me la sento proprio di prendermela col presidente.

E non perchè non mi interessi della sua vita privata, sono una casalinga pettegola e adoro grufolare nelle vite degli altri e se fosse diffuso un video di Berlusconi che si fa frustare da due minorenni marocchine col colbacco e falce e martello in testa me lo godrei mangiando pop-corn. E neppure perchè si possano trovare decine di motivi migliori per accusarlo e mandarlo finalmente a cagare: ogni mezzo è buono, dalla telefonata all'esposivo.

No, il vero motivo per cui mi sento di poter essere addirittura solidale è che, essendo consentito fare sesso con minorenni ed essendo oltretutto assolutamente legale pagare persone per ottenere prestazioni sessuali, contestare il reato di prostituzione minorile ad un uomo che paga Ruby per scoparsela rasenta il farsesco.

Parto dalla pura supposizione, secondo me largamente condivisa anche dall'opposizione, che Ruby abbia visto più cazzi di me che gioco a calcio due volte la settimana e faccio la doccia in ogni occasione con entrambe le squadre per festeggiare il risultato (ma non si sta parlando di me adesso).

E tralasciamo l'odiosa abitudine delle ragazze di considerarsi donne navigate sin dalla tenera età della prima mestruazione, che sembra costringerle per superare l'evidente immaturità dei coetanei dell'altro sesso a trovar rifugio fra le braccia del maggiorenne rappresentante d'istituto, quello rigorosamente più stupido, seguito per i corridoi della scuola da una pletora di 13enni disposte a concedergli le più astruse profondità della propria vulva. E parallelamente costringere i sopracitati coetanei maschi a sprecare i primi anni delle proprie erezioni in maratone onanistiche ai danni di soubrette dello star sistem. Alla luce di tutto questo i criteri per la determinazione della maggiore età sessuale potrebbero essere effettivamente rivisti.

La verità pura e semplice è che la maggior parte degli uomini ha effettivamente pagato per ottenere affetto. E non parlo di sesso con le prostitute, che peraltro costa molto meno del sesso familiare, visto quanto Silvio deve passare a Veronica di alimenti, che nemmeno una squadra di rugby incazzata consumerebbe tutto quel cibo.

Parlo del fatto che a tutti noi è capitato di dover invitare fuori delle giovani, sin dalle quindicenni ai tempi della scuola, offrire loro il gelato o il cinema o la cena, nella speranza che l'evidente scrocco le inducesse a maturare sensi di colpa espiabili con un sano pompino. E molto spesso succede così.

Bando alle ipocrisie: su Facebook c'è un gruppo con 50mila ragazze che sostengono di "considerare un congiuntivo più sexy di un orologio di lusso". A parte la stravaganza del paragone (anche io considero un congiuntivo più sexy di una trave, per esempio), credo che se andassi da loro recitando "ma se io adesso ti chiedessi di farmi un pompino, tu accetteresti?", risulterei ben poco sexy, anche se nell'ultimo periodo ho impiegato ben due congiuntivi. Ma credo parimenti che almeno qualcuna accetterebbe un orologio in dono.

Anche a me non piace, ma è così: il sesso si ottiene tramite una trafila di pratiche burocratiche, meccanismo che sappiamo può essere facilmente oliato dalla conoscenza diretta e dai soldi.

Mi sembra di vedere le vostre facce scandalizzate, le stesse espressioni che le cozze acide ed in evidente carenza di membro virile riservavano a scuola a Claudia, rea di essere troppo bella e troppo disponibile. Con lei quella trafila si saltava a piè pari e per questo era soprannominata "Mattina". Non perchè le sue fattezze suggerissero versi romantici: si trattava del tempo necessario a convincerla a seguirci e condurla in qualche spiaggia deserta, ove giunti ci pensava lei ad illuminarci d'immenso.

Discografia consigliata:
Rapput - Claudio Bisio & Rocco Tanica

25 novembre 2010

the times they are a-changin'


Come gather 'round people
Wherever you roam
And admit that the waters
Around you have grown
And accept it that soon
You'll be drenched to the bone.
If your time to you
Is worth savin'
Then you better start Swimmin'
Or you'll sink like a stone
For the times they are a-changin'

Come writers and critics
Who prophesise with your pen
And keep your eyes wide
The chance won't come again
And don't speak too soon
For the wheel's still in spin
And there's no tellin' who
That it's namin'.
For the loser now
Will be later to win
For the times they are a-changin'

Come senators, Congressmen
Please heed the call
Don't stand in the doorway
Don't block up the hall
For he that gets hurt
Will be he who has stalled
There's a battle outside
And it is ragin'.
It'll soon shake your windows
And rattle your walls
For the times they are a-changin

Come mothers and fathers
Throughout the land
And don't criticize
What you can't understand
Your sons and your daughters
Are beyond your command
Your old road is
Rapidly agin'.
Please get out of the new one
If you can't lend your hand
For the times they are a-changin'

The line it is drawn
The curse it is cast
The slow one now
Will later be fast
As the present now
Will later be past
The order is
Rapidly fadin'.
And the first one now
Will later be last
For the times they are a-changin'

8 ottobre 2010

I say I want an evolution

Il problema del leggere i giornali è la legge che regola domanda e offerta, ovvero che se la gente chiede merda, allora questa viene loro fornita, anche perchè ha un costo di produzione piuttosto trascurabile. Per cui, in effetti, lo spazio dedicato alle notizie viene scelto in funzione delle esigenze e dei pruriti del pubblico.

Sì, sapete anche voi di cosa sto per parlare, è stata la notizia del giorno ieri e presumibilmente resterà sulla cresta dell'onda almeno fino al prossimo pagliaccio che si schianta col paracadute o fino a quando uno sguattero del potere non verrà assalito nell'androne di casa sua da Batman.

Insomma, Tiziano Ferro ha dichiarato di essere omosessuale.

Scusate, ma mi sono perso qualcosa negli ultimi dieci anni?

L'avevo sempre dato per scontato, ma non perchè l'avessi intuito, l'aveva già dichiarato, o me lo sono sognato? Mi sento come il personaggio di Orwell che ripensa al taglio della cioccolata, in barba alle chiacchere del regime. Cazzo, è da quando andavo alle medie che Tiziano Ferro è omosessuale, ma la cosa mi importerebbe solo se fosse resuscitato Freddy Mercury. In ogni caso, non mi sembra proprio una news, ecco, un po' come se venisse fuori che Balotelli è nero, che Moccia è dislessico e che Capezzone è stato picchiato da piccolo.

Notevole anche osservare come siano del tutto scomparse le tracce delle campagne di solidarietà a favore di Sakineh. Semplicemente perchè il giorno dopo che si scopre che una bambina è stata scannata e violentata non è più molto di moda schierarsi contro la pena di morte. Almeno fino a quando a suggerirlo non saranno i musi gialli o i negri o quegli inferiori degli islamici. Ma anche qui niente di nuovo.

La novità è la mia opinione, davvero, perchè non usarla anche noi la pena di morte? Voglio dire, c'è un sacco di traffico e problemi di parcheggio in giro, per non parlare della fila alle poste o alle casse dei supermercati. I benefici in fondo sono evidenti, e facciamo anche contenti tutti quelli che vogliono risparmiare sulle enormi spese sociali che comporta un carcerato, ma poi sono ben felici di pagare decine di guardie del corpo ad un senatore che invece in carcere ci dovrebbe stare davvero (anche se io, a questo punto, lo farei fuori più che volentieri).

Insomma, notavo le graziose intersezioni fra gli insiemi "cristiani cattolici apostolici decaffeinati" (cit.) e "ammazziamo lentamente questo pezzo di merda dopo avergli concesso la cittadinanza rumena e se non siete d'accordo con me spero che stuprino lo vostre sorelle così potrete essere d'accordo con me". Effettivamente potrebbe essere un grande gesto di amore, di comprensione e di perdono finire un mentecatto con evidenti problemi mentali a colpi di badile. D'accordo, facciamolo allora; ma le regole le stabilisco io.

Catone, in uno slancio di originalità incomprensibile ai giorni nostri disse che "i ladri delle cose private passano la vita in catene, quelli della cosa pubblica vivono nell'oro e nella porpora". Allora, supposto che un assassino o un borseggiatore mi recheranno danno personale solo nell'improbabile caso che colpiscano direttamente me fra 60 milioni di italiani, diciamo che creiamo un paio di campi di raccolta per tutti quelli che evadono tasse, esibiscono finti tagliandi degli handicappati, truffano le assicurazioni e fondano partiti. E, poichè 20 milioni di proiettili sono troppo onerosi, lasciamoli morire di fame.

Bene, questa era la prima scrematura. Poi voglio considerare un bene non procurato, per accidia o mancanza di responsabilità, come un danno a tutti gli effetti. Voglio dire, questo vale a tutti i livelli, basti pensare allo sport: se perdi significa che non vinci, a meno che tu non sia particolarmente onesto, nel qual caso puoi vincere anche perdendo per 15 anni. Allora via dalle palle tutti i non lavoratori, tutti quelli che non sanno leggere e scrivere, tutti quelli che non entrano a scuola per andare ad infrattarsi in qualche piazza lontana da occhi indiscreti. E quindi quelli che per ignoranza sostengono un governo che peggiora le condizioni economiche. Via, fuori tutti dalle palle.

Poi abbattiamo quelli che scoreggiano rumorosamente, quelli che non usano il deodorante ed infine tutti quelli col raffreddore, che sono una evidente minaccia sociale.

Mi piace, sì, la pena di morte come solving del problema "umanità".

10 settembre 2010

Il treno ha fischiato




Era trascorso solo un quarto d'ora da quando il treno aveva lasciato l'enorme stazione di Milano, immersa nel grigio del cemento e del cielo, praticamente dello stesso colore. Eppure già filava per campi sterminati, distese variopinte di fiori, prati immensi di erba verdissima interrotti soltanto da qualche albero che bucava la luce del sole nella speranza di offrire un ombroso luogo di ristoro ai passanti.

Ma non c'era nessuno ad osservare tutto questo a parte noi. Soprattutto te, così splendida in quel vestito di seta che lasciava intravedere le tue forme sublimi. E ad un tratto non c'era più il vagone, non c'era più neppure il treno, c'eravamo solo noi due a rincorrerci in silenzio, ma stranamente immobili, e ricordo ancora la tua risata che suonava come un tintinnio, in quel vorticare di emozioni, di luci, di battiti.

Fu allora che, tenendoti per mano, chiusi gli occhi cercando di stampare nella mia memoria ogni profumo, ogni vibrazione di quel momento, immaginando me e te visti dall'esterno, come del resto avevo sempre fatto. Mi sembra ancora di sentire quell'esplosione di emozioni, vampate di caldo, folate di aria fresca che ti scompigliavano i capelli, la sensazione che da un attimo all'altro le nostre labbra si sarebbero toccate.

Mi sfiorasti delicatamente la spalla, ancora non aprii gli occhi nell'attesa di quel magico contatto.
Mi carezzasti il viso con infinita dolcezza ed io strinsi il collo alla ricerca di quell'inebriante mano aggraziata come cristallo trasparente.
Mi sussurrasti all'orecchio parole che non compresi, ma tutto questo non aveva più senso. Non sapevo cosa fare.
Mi chiamasti allora con voce gentile e ferma.

"Scusa..?"

Aprii gli occhi e vidi una splendida ragazza con lunghi e liscissimi capelli biondi che le ricadevano sulle spalle ed occhi luminosi e sorridenti vestita di un'elegante giacca verde vicinissima a me, che mi fissava in un misto di curiosità e malcelata ilarità. Eri splendida, ma non eri tu.

"Io.. cosa..?"
"Va tutto bene?"

Accanto a me correvano i profili di palazzi tutti uguali, dominati da un cielo con lo stesso animo plumbeo delle strade e delle macchine e delle persone che camminavano a testa bassa. Del prato e del sole non c'era traccia, eppure erano stati così vicini..

"Sì, certo, grazie.. credo, solo.. credo di essermi addormentato"
"Non per colpa di quello, l'ho letto anche io e non sei affatto giustificato"

La ragazza indicava la copia de "L'ombra del vento" che mi aveva accompagnato nel viaggio docilmente appoggiato sul sedile accanto al mio. Mi sentivo quasi in colpa per averlo abbandonato dopo che lui aveva riversato in me la sua anima.

"No, infatti. Stanotte non ho dormito per finirlo ed ecco il risultato"
"Non mi stupisce allora aver impiegato 5 minuti buoni a svegliarti"
"Davvero? Mi spiace, stavo sognando, non mi sono reso conto di niente, sai.."

La ragazza mi fissava sempre più divertita, come se aspettasse un mio passo. Era slanciata, determinata, ironica e bellissima. Fu lei a rompere il silenzio per prima:

"Beh.."
"Sì?"
"Ora che ne pensi di farmi vedere il biglietto?"
"Il biglietto?"
"Sai, quel foglio di carta che ti dà il diritto di dormire su quel sedile. Al giorno d'oggi tutto ha un prezzo"

Solo allora vidi a lato della sua giacchetta verde il tesserino di riconoscimento, con un tipico cognome in -òn che giustificava il suo chiarissimo accento veneto.

"Oh, già, certo.. credevo.. no, ecco, tieni"
"Grazie, tesoro, alla prossima"

Sorridendo si allontanò con un occhiolino furbetto e canticchiando un motivo che non riconobbi. E mi sentii anche io, come il mio libro, vagamente abbandonato, perchè aveva rotto un incantesimo e sembrava che dovesse espiare la sua colpa conducendomi per mano verso un mondo ancora più incantato. Ma non stavo più sognando.

E, mentre mi sembrava di avere ancora addosso il tuo odore e di poter chiudere gli occhi e ritrovarti abbracciata a me su un prato assolato, mi resi conto con violenza che non c'eri, e non eri mai stata. E probabilmente non saresti stata mai.

29 agosto 2010

Malebolge, here I come

Se vi è capitato nell'arco della vostra vita di prendere un treno a lunga percorrenza per la Sicilia, sapete bene che clima si respira nelle carrozze. Si tratta di una sorta di viaggio della speranza, che attraversa fusi orari, nazioni e lingue, cambi di data, cambio di stagione; per fortuna, tradizionalmente, le provviste di cibo non mancano, anche se constano quasi esclusivamente di dolci e alimenti piccanti, ma così piccanti, che si comprende benissimo come in certi posti l'acqua scarseggi. I tuoi compagni di viaggio, in parte per la nota tendenza alla conversazione dei meridionali, in parte per la durata dello spostamento, all'arrivo sono ormai diventati più cari degli amici d'infanzia.

Ma non starò qui a narrarvi di questo genere di impresa, perché un libro di Tolstoj non sarebbe sufficiente per scrivere tutto. E non ho intenzione nemmeno di raggranellare luoghi comuni sui treni, che sono di per sè un'accozzaglia di luoghi comuni e pure ben si presterebbero a questo ruolo. Tuttavia a me è capitato di fare quel viaggio e mi sono ripromesso che, per la mia natura schiva e riservata (leggi: in treno io voglio dormire, cazzo, dormire, non ascoltare i racconti delle vite di 15 emigrati e delle loro numerosissime famiglie in lingue assai dissimili dall'italiano), non l'avrei più fatto. A questo sommiamo la mia naturale predisposizione a beccare compagni di viaggio che definire insostenibili è una gentilezza che non voglio concedere.

Decido così di spezzare il viaggio: nella prima tratta, puntualmente, mi trovo in scompartimento con 5 membri di un'allegra famigliola calabrese appassionata di cibo all'aglio. O almeno questa è una mia personale interpretazione, sia dell'accento che dell'odore. Non so se nel piccolo borgo catanzarese nel quale mi piace immaginarli si pratichi la caccia alle streghe, o se fossero vittima di qualche scherzosa congiura, ma vi assicuro che lì dentro l'aria era pesante come se su di me si fosse seduto Giuliano Ferrara.
Mai come allora ho apprezzato la limpida e fresca aria di Roma, anche se c'erano 40°; avrebbe potuto essere anche quella di Milano, ma avrei ugualmente inspirato le polveri sottili con grande soddisfazione.

Fiducioso, che tanto peggio di così non poteva andare, cambio treno. La compagnia stavolta si preannuncia persino tollerabile: una ragazza carina e silenziosa ed una coppia piuttosto improbabile. Lui belloccio, con occhiali e barbetta da intellettuale e sguardo sveglio, lei un cesso di bibliche proporzioni con tanto di pulsante per lo scarico. Un condensato di malignità, ben visibile dietro i suoi piccoli occhi porcini, in un corpo basso, tozzo e peloso che serrava la mano al malcapitato in una morsa invincibile e lo puniva con schiaffi o pizzicotti qualora lui avesse osato rivolgere lo sguardo a qualsiasi entità diversa da lei. Forse non era poi così sveglio, ma non sono problemi miei. Pregustando qualche ora di sonno, nonostante il caldo mostruoso che però non induceva certo alla conversazione, inizio ad assopirmi quando la peggiore disgrazia che possa presentarsi su un treno prende forma sulla porta del nostro scompartimento: il compagno di viaggio peggiore che si possa immaginare, peggio di un leghista chiaccherone o di un evaso armato e maniaco.

Il DJ napoletano verifica il numero sulla porta, prepara un sorriso a 32 denti ed esclama con voce stentorea:
"Salve!"

Io e la ragazza, vagamente infastiditi e grondanti sudore, rispondiamo con un grugnito strascicato. Il ragazzo azzarda un "Ciao" a mezza voce, ma viene immediatamente castigato dalla fidanzata. Il DJ, per nulla turbato dall'accoglienza men che poco calorosa, continua imperterrito:
"Visto che bella giornata, ragazzi? Allegri, stiamo viaggiando. Vi voglio bene. Alzate le mani forza, su su su, ritmo"

Io e la ragazza ci scambiamo uno sguardo di puro terrore.

Non posso dirvi quale sorte è toccata al simpatico cacofonifero, ma dato che quello scompartimento era troppo piccolo per tutti e due ed io sono qui a scrivere, potete intuire come sia andata a finire senza farmi incorrere in denunce.

Finalmente arriviamo in Calabria, il treno inizia a svuotarsi e la temperatura diventa quasi civile. La speranza che il viaggio volga al termine aleggia nello scompartimento. Errore gravissimo.
E' infatti scientificamente dimostrato, che si provenga da Roma, da Milano o da Vladjvostok dopo 6 giorni di transiberiana, che attraversare la Calabria rappresenta il 90% del viaggio. Il treno comincia a fermarsi in tutte le più piccole e sperdute stazioni dell'entroterra, mostrando chiaramente che la Calabria è un po' come l'inferno dantesco, più ti addentri, più le creature che lo popolano sono bestiali.

Quando ormai si è del tutto rassegnati ad un'esistenza di privazioni da spendere su quel treno sudato e stanco (il treno, sì), nel buio della notte, proprio allora compare la Sicilia come un miraggio con tutte le luci di Messina che si sdraia sullo stretto.

Ed alfine uscii a riveder le stelle.

31 luglio 2010

Storie di ordinaria follia

L'aspetto più bello dell'andare in spiaggia è osservarne la fauna. E non parlo di quella subacquea, limitata a qualche alga o medusa, mi riferisco ai lumaconi che si arenano invece fuori dall'acqua.

Al mare c'è un micromondo che rappresenta una campionatura del genere umano. Solo, senza vestiti, quindi priva delle impressioni di primo acchito. In sostanza, siamo tutti in mutande, nudi e scoperti in un ambiente pubblico.

Mi piace osservare la gente quando sono in spiaggia, nascosto dietro i miei occhiali da sole. Talora mi sembra anche di poterne indovinare le storie senza conoscere nulla delle persone se non il loro grado di abbronzatura, qualche dettaglio fisiognomico ed il modo di muoversi. Con presunzione, forse ci azzecco anche piuttosto spesso.

C'è chi si guarda intorno, come alla perenne ricerca di qualcosa, o nella speranza di individuare un bel paio di natiche per ravvivare la propria giornata, e chi invece resta chino sulle parole crociate o le riviste scandalistiche per ore. Chi invece dà il meglio di sè, ovvero scopre le proprie, di natiche, non avendo altro da offrire.

Una folla infinita di gente che sembra preoccuparsi soltanto di migliorare la propria abbronzatura, ostentando un amor proprio ed una sensibilità verso il bello insospettati alla vista di tutti questi corpi flaccidi, grassi o, talora, improbabilmente gonfiati da mesi di sudore in palestra.

C'è uno spaccato di mondo, si diceva: branchi di ragazzi fastidiosi che scagliano palloni ovunque, gridolini di ragazzette inabili a qualsiasi attività a parte slegarsi il costume per uniformare l'abbronzatura, isterismi intolleranti di donne di mezz'età verso ambulanti, ragazzi, sole, vento, nuvole, figli e mariti, bambini incapaci di camminare senza sollevare dune di sabbia. Eppure le giovani donne verso di loro sono sempre molto più tolleranti: il loro malcelato fastidio, talora del tutto palese, verso qualche schizzo portato da un pallone calciato da chiassosi adolescenti scompare se un pargolo calpesta le loro stuoie, calcia le loro borse o le colpisce con svariati giocattoli. Viene, anzi, accolto da sorrisi benevoli e materni.

Mi piace osservare la gente, ma per al più un paio di giorni. Poi, non potendo tornare bambino, mi rifugio soltanto in spiagge deserte, declinando l'offerta gratuita di uno spettacolo troppo farsesco.

La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto. (Charles Bukowski)

22 dicembre 2009

Son soddisfazioni (piccole piccole)

Hanno pubblicato un mio articolo su una rivista locale, chiamata Fuga di notizie. Dato che ci sono io, anche se non v'interessa, anche se forse non collaborerò più (non conosco la redazione, ringrazio il prof. Corbo per la marchetta), dovete abbonarvi.
 Visto che mi hanno tagliato mezzo articolo, che non sapevo neanche quando m'avrebbero pubblicato, che il lavoro è stato svolto a titolo gratuito, e soprattutto che
a Natale siamo tutti più buoni, credo d'avere il diritto a postare la versione integrale del testo su questo blog.

Napoli 25/11/09. I minuti scorrono lenti, l’attesa è snervante. Manca poco alla conferenza che Raffaele Cantone, ex pubblico ministero della Dda napoletana, terrà al liceo polifunzionale di Scampia Elsa Morante. Cantone, negli ultimi anni, è stato uno dei principali attori della lotta alla camorra. Le sue indagini sul clan dei casalesi hanno portato alla condanna all’ergastolo di alcuni tra i più spietati boss della cosca come Francesco Schiavone, detto Sandokan, e Francesco Bidognetti, meglio noto come Cicciotto ‘e mezzanotte. Nel 2008 ha pubblicato per Mondadori il libro Solo per giustizia, autobiografia in cui ripercorre la sua vita, racconta le indagini compiute, le persone che l’hanno supportato, le angosce di una vita sempre più difficile, tormentata dal grave pericolo della vendetta. Spesso ricorda: i clan non dimenticano i loro nemici.

Cantone però non vuole apparire come un eroe; nel libro si rileva la paura vissuta, il ricorrente desiderio di abbandonare la lotta ai clan, l’inquietudine che accompagnava ogni sua azione. Fobie che lasciano brillare ancora più forti gli ideali di giustizia che l’hanno spinto a continuare. Fobie che ritraggono tutta la sua umanità, rendendo il suo operato ancora più eroico.

L’ex pm è quasi arrivato. Le porte dell’Aula Magna dell’istituto vengono aperte. Gli studenti iniziano a occupare i posti. Mi siedo in fondo, la presenza di una cassa sopra la mia testa mi permetterà di seguire meglio l’incontro. Il magistrato arriva, viene accolto dagli applausi, poi un leggero brusio. Nell’aria si avvertono le conversazioni degli studenti, non tutti conoscono l’uomo che sta per parlare. Altri spiegano ai compagni chi sia, le tematiche del best seller da lui scritto. Il silenzio torna solo quando il preside della scuola, il Professor Carlo Antonelli, apre la conferenza con un discorso di benvenuto.

Alcuni studenti iniziano a porre domande al magistrato. Spesso si tratta solo di curiosità, da alcune emergono problematiche di sicuro interesse. Un ragazzo alto, i capelli rossi, chiede delucidazioni sul ddl sul processo breve, sulle conseguenze di tale norma. Il magistrato non ha dubbi, la sua risposta è certa e articolata. Definisce il processo breve un grave errore, una norma inopportuna e non idonea alle esigenze della giustizia, il cui risultato sarà solo la prescrizione di migliaia di processi, l’impunità di molti, troppi, criminali. Reputa illegittima l’estensione di tale norma ai processi di primo grado, accenna alle connessioni del decreto con le inchieste contro il premier, al conflitto d’interessi.

Gli studenti si accalcano per porre le loro questioni, una ragazza chiede al giudice cosa ne pensi degli attacchi politici alla magistratura, delle indagini sul candidato alla regione del PDL Nicola Cosentino. Anche questa volta la risposta è diretta, senza mezzi termini. Cantone accusa i politici di chiudersi a riccio contro le accuse, di strumentalizzare il normale corso della giustizia, di colorare le toghe a ogni pericolo. Per l’ex pm non esistono colori, ma solo un goffo opportunismo da parte di una classe politica sempre più vicina a un certo tipo di connivenze. L’allusione alla questione Cosentino si fa evidente quando invita la politica a liberarsi di presunte connessioni già prima dell’inizio delle indagini giudiziarie.

Un altro studente si alza in piedi, parla delle connessioni tra stato e mafia, chiede come sia possibile lottare contro il sistema criminale con uno stato chiaramente colluso. Il magistrato non nasconde il problema, richiama alla moralità le istituzioni, vede nel cittadino la soluzione. La criminalità nasce anche dalle abitudini, da modi di fare scorretti, da atteggiamenti prepotenti e illiberali. Il cittadino è il primo nella lotta contro la camorra. Denunciare le irregolarità deve essere una prassi, bisogna, nonostante tutto, avere fiducia nelle istituzioni. Essere consapevoli che la camorra, come ogni fenomeno umano, è destinata a tramontare. Un altro studente si alza in piedi, controbatte alle parole del magistrato. Crede che non sia impossibile sconfiggere la camorra, ma che comunque sia lo stesso stato a non volerla eliminare. La camorra crea posti di lavoro laddove ci sono povertà e ignoranza, sostituisce lo stato dove ce n’è bisogno. Cantone ammette che la mafia, più che essere un antistato, va spesso a convergere con la politica stessa, ma non accetta le conclusioni finali del giovane. La camorra non fa nient’altro che alimentare il degrado  laddove prolifera. Insinua nelle menti la rassegnazione alla barbarie, preclude ogni aspettativa di progresso economico con l’imposizione del pizzo, l’usura. Un imprenditore del nord non verrebbe mai a investire qui, nessuno vuole avere a che fare con la camorra, non credi?

E’ evidente la sfiducia nelle istituzioni da parte dei giovani, il richiamo del pm è forte, ma troppo idealizzato, decido di porgli una domanda, di portare il magistrato a dare corpo alle idee. Scavalco altri studenti con fare ammiccante, c’è un po’ d’emozione. Non nascondo la mia stima nei confronti di questo personaggio. Mi ritrovo di fronte a Cantone. Gli stringo la mano. Inizio a parlare. Do una provocazione, faccio un’analogia. La legge elettorale italiana prevede, alle elezioni parlamentari, la scelta del solo partito. Sono poi i capi dei partiti a selezionare chi siederà ai vari seggi. Ciò ha portato il parlamento a diventare una casta fatta di amici, avvocati, parenti dei potenti che paradossalmente somiglia fin troppo alle logiche della famiglia mafiosa, in cui ad avanzare sono solo i figli e i fidati dei boss. Com’è possibile avere fiducia in una politica che è largamente inquinata dalla criminalità, dal nepotismo, e dall’interesse personale? Segue un applauso. Il giudice si stupisce di un’analisi così attenta (ndr: non è che sia egocentrico, riporto solo gli avvenimenti!). Cantone esprime la necessità di riportare la politica in comunicazione diretta con il cittadino, e il dovere del cittadino stesso di interessarsi della politica. Le mafie si sono introdotte negli apparati statali partendo dalle piccole realtà, dai comuni. Quando si votano i rappresentati comunali sono disponibili le liste con i candidati. Il cittadino serio deve impegnarsi a conoscere chi sta per votare. Solo partendo dalla politica di strada è possibile arrivare a cambiare i vertici. Non possiamo immaginare di azzerare tutto d’un tratto.

Torno a posto. La conferenza è giunta quasi al termine. Alcuni chiedono delucidazioni sul libro, Cantone narra alcuni aneddoti della sua vita. Racconta di quando partecipò al concorso per diventare auditore giudiziario, della presenza di moltissimi figli d’arte, della paura di non riuscire a passare, dei sacrifici compiuti dal padre e della voglia di riscattare il suo paese di origine, Giugliano. Narra di come sia riuscito a portare avanti le indagini senza lasciarsi intimorire dalle minacce dei casalesi, senza curarsi dell’odio dei vicini, intimoriti dal suo coraggio. Di come reputi fondamentale il contatto diretto con i giovani e di quando, in una scuola elementare, un figlio di un boss abbandonò l’aula a seguito di un suo discorso. Storie che tendono a portare a un unico pensiero, al messaggio che Cantone intende lasciare, e con cui si chiude la conferenza. Non aspettate che arrivino salvatori, la lotta alla camorra la fa innanzitutto chi l’ha vista, chi ha pagato la sua presenza sulla pelle. Io sono nato a Giugliano, così come Borsellino e Falcone erano siciliani. La lotta alla mafia dobbiamo farla noi stessi. Siamo noi a dover estirpare per primi i mali della nostra terra. Se aspettiamo l’arrivo degli altri, marcirà tutto.