1 giugno 2011

Relazione Binaria

Mi piace immaginare le persone come parole. O come lettere, o anche linee che si dipanano in un grafico ad n-dimensioni, che si incrociano, si inseguono fino a convergere o divergere, appiattirsi o innalzarsi verso l'infinito.

Variabili in grado di comporre arte e finezze su piano cartesiano come un pittore su una tela ancora intonsa. Penso agli estremi del campo di esistenza di queste variabili come nascita e morte, come limiti fisiologici: nonostante questo, mi esalta parlare di dominio, trovo sia un termine potente ed affascinante. Il tempo è nostro, lo spazio è nostro. Questo è il nostro dominio. Penso all'indipendenza, all'assenza di vincoli.

E poi penso alla Y. Per convenzione la Y dipende, se ne deve verificare l'esistenza solo in funzione di un'altra variabile, una libera, appunto, indipendente. I suoi limiti sono molto meno interessanti: non si parla di dominio, che mi evoca l'immagine di un conquistatore di terre sterminate. E' un misero codominio, termine che ricorda piuttosto un umiliante confinamento fra quattro mura domestiche in un quartiere privo di attrattive.

Guardo il mondo e penso a quante variabili nascono e muoiono dipendenti, senza uno slancio, con ogni spostamento frutto dei capricci di un'altra variabile spensierata. Un'esistenza stretta, senza neppure la dignità di un'identificazione che faccia trasparire libertà: funzione di x, f(x), come uno schiavo nato già in catene.

Piango l'irrinunciabile sofferenza delle X in un mondo di miserabili e collose Y.