4 luglio 2012
Le vite degli alberi
E cos'è?
Chiese lei, decisamente perplessa, forse non sarebbe dovuta uscire con quel tipo strano, ma come poteva dir di no a quei due occhioni blu.
Quest'albero, un tempo, era un ragazzo.
Ah, davvero?
Si, un giovane filosofo, che sedeva proprio qui a studiare il pensiero degli antichi. Un dì cominciò a tradurre alcuni testi provenienti dall'India, fu talmente preso da quegli scritti che per settimane e settimane non si mosse di un millimetro, impegnava giorno e notte a decifrarne il significato, restò così a lungo immobile che le sue gambe cominciarono a sprofondare nel terreno, e i suoi piedi divennero radici, la sua pelle si fece corteccia, i capelli si colorarono di verde, finché nessuno riuscì più a distinguere tra lui e gli altri alberi.
Wow, e il libro?
Il libro, durante i primi tempi, giaceva incastrato tra uno dei rami più alti, poi sparì. Li vedi quei due buchi?
...Si.
Ecco, quelle cavità, una volta, ospitavano i suoi occhi.
Ah, capisco, penso di non volerci stare qui - Disse, mentre continuava a osservare gli occhi cavi - non mi sento tranquilla. - volse il suo sguardo agli occhi blu - Andiamo via.
Nel frattempo all'albero si avvicinavano due ragazzotti dalle barbe folte, uno indossava un paio di occhiali da sole tondi, come quelli che s'usavano negli anni 60, l'altro invece un più discreto, e rettangolare, paio di occhiali da vista.
E sai com'è, io la amavo, la amavo così tanto. Non doveva abbandonarmi così.
Tu la seguivi anche al cesso, era ovvio che si sarebbe stufata.
Ma io volevo solo esserle vicino!
Si, ma non puoi attendere alla porta del bagno che una finisca di cagare, così le metti ansia.
Sai, nell'ultimo periodo soffriva di stitichezza.
Appunto!
Non puoi capire...
Si, vabbe', ci vediamo domani.
I due si allontanavano dall'albero, quando giunse il funzionario statale addetto al controllo delle forme di vita vegetali, accompagnato dal suo staff. Era un omino magro, il volto scavato, arrossato da una cravatta forse eccessivamente stretta, anche per quel collo smilzo. Puntava l'albero con uno speciale apparecchio dotato di una curiosa sonda elicoidale. Dopo che questa emise alcuni suoni, scarabocchiò poche righe su un foglio prestampato, e ordinò a uno degli operai di preparare la motosega. Posò una mano sul tronco antico, e gli sussurrò:
Mi dispiace, ma i benefici che offri alla società sono più bassi dei costi di cui necessita la tua cura, spero tu possa capire che siamo costretti a farlo.
Al quarto albero a sinistra, intanto, un uomo con gli occhiali da sole tondi aveva attaccato una corda a un ramo molto spesso, e s'era impiccato. Una coppia che era impegnata a capire come ci si amasse, nascosta nel cespuglio appena sotto, vide frantumarsi la possibilità di approfondire quello studio, nelle urla isteriche di lei, su cui gravavano gli occhi blu e il peso di lui, e più in su i piedi penzolanti di un hipster morto. Il ragazzo, turbato dall'isterismo della compagna, fece per girarsi, e quando vide il cadavere appeso sulla sua testa non poté che maledire il destino.
Accesa la motosega, dopo due tiri di corda andati a vuoto, il funzionario e gli altri radunati lì poterono chiaramente udire nell'aria lo spandersi di un terribile urlo.
"MANNAGGIACCRISTO!"
Il pubblico ufficiale, sbigottito, osservava a bocca aperta l'albero. Ritrovò le parole solo dopo alcuni lunghissimi secondi.
Pure un albero che parla, e parla a sproposito, doveva capitarci, noi lavoriamo per loro, per il loro bene, e loro cosa fanno? ci ripagano con una bestemmia! Taglialo, taglialo in fretta a questo fenomeno da baraccone, che non merita niente. Niente merita. Taglialo!
11 giugno 2012
La fiera
Cinquantasei giorni prima c'era stata la fiera.
I mercanti giungevano dalle valli più lontane del regno e portavano con loro le sete e i tessuti più preziosi, stoffe blu come cobalto e lini d'oro, lane morbide come nuvole e tinture luminose quanto le stelle meno lontane.
I signori del paese sarebbero stati contadinotti come tutti gli altri, non fosse stato per il loro essere così schifosamente ricchi. L'epoca dei re valorosi e dei nobili guerrieri era finita già da un po', con tutti gli eroi morti e sepolti in terra santa.
Così la nobiltà s'era trasformata in quel guazzabuglio di uomini grassocci e donnine prosperose e sgraziate che, una volta all'anno, s'inghirlandavano per quella fiera dove compravano tante cose belle e luccicanti, solo per renderle brutte la Domenica successiva, quando per andare a messa le indossavano, trasformando le strade del paese in un orrendo carnevale in cui, da lerci bifolchi, giocavano a imitare le corti bizantine.
Alla fiera andavano tutti; signori, mezzadri, servi della gleba. I più vi si recavano solo per guardare, anche se, qualcuno di loro, preso dal desiderio, ogni tanto provava a rubar qualcosa. Succedeva spesso, almeno finché non tagliarono via la testa al mugnaio. Restarono tutti abbastanza colpiti da quell'evento. Più che la morte fu la solennità, il raduno in pubblica piazza, la condanna col sigillo reale, letta a gran voce, a destare terrore e timore nei ladruncoli, che prima infatti qualcuno era già morto, ma prendersi una schioppettata da un mercante era cosa da tutti i giorni; morire in piazza, con tutto quel rumore, non tanto, e i ladri - si sa - rubano di notte solo perché sono dei timidi.
Ai ragazzini però fregava poco dei panni colorati, tantopiù rubarli, e l'unico motivo per cui aspettavano la fiera erano gli zingari, e tutte le magie - o i trucchi? - che mettevano in scena per poche lire.
Quell'anno la loro carovana era più grande del solito, c'erano decine di carrozze e in esse le più meravigliose e orride stranezze di questo mondo.
Tra saltimbanchi, giocolieri, mangiafuoco, fachiri, nani, giganti, donne barbute, gemelle siamesi, uomini elefanti, gazze parlanti, gorilla fumatori, scimmie scrittrici, leoni addomesticati e tigri albine, solo una cosa attirò l'attenzione del nostro protagonista, a cui, in mancanza di idee migliori, affibieremo il nomignolo di Volpe.
C'era una carrozza, tra tutte, molto grande, decorata con disegni sottili e colorati, linee morbide che tracciavano steli, fiori, farfalle, foglie e rugiade, tanto da far sembrare che tutta la natura fosse stata schiacciata ed incollata sulla sua facciata. Era bellissima, ed era, inspiegabilmente, chiusa.
In mezzo a tutte quelle bizzarrie rumorose, era fin troppo silenziosa per poter attirare l'attenzione, il suo era un mistero pieno di discrezione, non lasciava a bocca aperta, richiedeva attenzione, e difficilmente un bambino preferisce una porta chiusa a un fuoco colorato. Così solo la nostra piccola volpe, in un momento in cui, per ragioni che non riesco a ricordare, tutti i suoni svanirono, si avvicinò ad essa, e, curioso, posò il suo orecchio sul legno verniciato.
Più gli occhi serro e più i miei occhi vedono,
ché il dì posando su futili oggetti
quando dormo, nel sonno guardan te,
e luci buie al buio in luce tendono.
Tu che con l'ombra l'ombre fai lucenti,
qual visione sarebbe al chiaro giorno,
più chiara assai, di tua ombra l'essenza,
se occhi ciechi tanto splendi in ombra:
quanta goia ai miei occhi, dico, quando
ti guardassero nel giorno vivente
se in morta notte sui chiusi occhi stai,
bella ombra imperfetta, e il sonno fendi.
Notte è ogni giorno finché io veda te,
la notte è luce se in sogno ti svela.
Dalla carrozza proveniva una voce di donna, pronunciava versi così dolci che pareva quasi intonasse una melodia, una musica bellissima, troppo, perché il nostro spione potesse smettere di ascoltarla, e così stette muto, muto anche quando la ragazza nascosta smise di parlare, muto fino a quando ogni suono o rumore potesse essere prodotto da quello spirito misterioso tacque.
Era calata la sera, Volpe decise di abbandonare il campo, all'epoca storie orribili si narravano sugli zingari, si diceva che usassero rapire i giovani distratti, e trasformarli in quei mostri che poi usavano come attrazioni, in pochi si avventuravano di notte quando c'era la fiera, ci credevano tutti, non sappiamo dire però se avessero ragione a farlo.
La mattina dopo nella mente del ragazzino faceva ancora eco quella voce, e così per altri 3 giorni tornò ad ascoltarla, fisso, in silenzio, pregando Iddio che prima o poi, chiunque fosse là dentro, si decidesse a uscir fuori, a mostrarsi, a farsi vedere. Non era curioso, sapeva che in qualsiasi modo lei fosse stata fatta le sarebbe piaciuta, cercava solo un volto per quel desiderio, ma non gli fu dato.
Era ormai l'ultimo giorno di fiera, ancora una volta un giovinotto se ne stava seduto poggiato sull'unica carrozza chiusa, senza folla, di quell'allegra festa. Il sole volgeva a mezzogiorno quando la voce cominciò a recitare di nuovo, e recitò gli stessi versi della prima volta. Lui, senza capir come, quando ormai la poesia volgeva al termine, la accompagnò.
"Notte è ogni giorno finché io veda te, la notte è luce se in sogno ti svela."
"chi... chi è?"
La ragazza nella carrozza si era accorta di lui, e pareva impaurita, lui lo era ancora di più, il suo cuore tremava, non sapeva che dire, balbettò:
"s-sono un ammiratore, ascolto le sue belle parole, signorina"
"Non sono mie, signore, è Shakespeare. Io le recito soltanto"
Un'attrice, in quella carrozza si nascondeva un'attrice, doveva essere bellissima, pensò il ragazzo, voleva vederla, doveva essere bellissima. Tre milioni di scuse attraversarono la sua testa in tre secondi, si decise per la più banale.
"Potrei forse entrare e sentir meglio questi magnifici versi? Sarebbe per me un gran piacere, signorina."
La voce dell'attrice si fece più incerta, pronunciò a fatica:
"Signore, le assicuro che sarebbe per me un piacere ancor più grande accontentarla, ma vede, vede io provo molta vergogna, son rinchiusa qua dentro perché quando so che qualcuno... quando so che qualcuno mi guarda io non riesco più a parlare."
Così la Volpe, cui non a caso abbiamo attribuito questo delizioso soprannome, scattò in piedi, e cominciò a bussare, con insistenza disperata, alla porticina di legno, urlando:
"E mi apra, mi apra allora, io sono un povero cieco, non posso vederla, non posso altro che immaginarla, mi dia almeno il privilegio della sua voce, chiara, senza il muro di questo legno, la prego, mi faccia ascoltare la sua voce".
La porta si aprì.
Cinquantasei giorni prima c'era stata la fiera.
In paese ricordavano solo che era un ragazzo vivace, molto intelligente.
23 aprile 2012
L'isola
5 aprile 2012
Venere e Marte
Vi chiederete forse a chi spetti la corona, alla morte del corso principale. Io non ne ho idea. Ho solo percepito, attraverso gli occhi e il fremito dei tendini.
Alla giusta distanza, le pupille di Bi convergono verso l'apice del naso, conferendole un'aria spaurita, smarrita, fanciullescamente affettuosa, trepidante. Se ne può forzare la dolcezza lasciandola giocare. Ma si sa, non c'è niente di meglio di una partita a carte per rivangare vecchi rancori, come essersi impegnati, piegati e spezzati, ma recando ancora addosso segni e macchie di un lungo vizio. "Mi ricordo di quell'episodio" - mi ricordo anch'io, e vorrei non fosse parte di me. "Dobbiamo procedere adagio, perché giunti al termine, non ci sarà più nulla" - ma ciò è falso: lo testimonia la resurrezione di mille civiltà sulle ceneri e le macerie delle precedenti, nella stessa storia che sorride alla morte e attraverso le virili mani del coraggio scrive: "daccapo".
Ti tengo per mano col solo mignolo, disallineo gli occhi sull'orizzonte - il destro, appena più in alto del sinistro, all'affannosa ricerca del secondo, terzo, quarto passo in avanti, per strappare una certezza dai contorni e le rughe che il tempo non ha ancora scolpito - il sinistro bada: quanto sei vicina, quale dei mille tuoi sensi mi avvolge. Da bambino avevo un flipper, credo provenisse dallo stabilimento balneare dove mio padre e i suoi amici trascorrevano le estati della loro giovinezza. Una notte sognai che applicando la giusta forza sulle leve del flipper, e contraendo i muscoli della braccia, potessi staccarmi dal suolo per un tempo indefinito, in una sorta di volo condizionato unicamente dalla permanenza del contatto col gioco.
Quel sogno ha condizionato l'intera mia esistenza.
Più volte ho sospettato di essere effettivamente riuscito a sovvertire il naturale equilibrio gravitazionale: d'altronde, ho sempre avuto delle braccia piuttosto forti, anche quando sono stato gracile, anche quando ho trascorso sei mesi ubriaco. I processi di innovazione e sradicamento sono reciprocamente funzionali - è un verità millenaria, impressa nei piccoli cerchi dello Yin e dello Yang. Così, quando pochi giorni fa ho visto per strada una ragazza con un bastone da cieca - inconfondibile, bianco e rosso - che pur cieca non era, per il rapido incedere e l'abilità nello schivare i proiettili metallici del nervoso traffico cittadino, sono rimasto inquietato dalla parodia, e l'iperbole, di me stesso. Sognavo pure di vincere la timidezza, leggendo qualcosa di imprescindibile ad alta voce, dinanzi a tutti. Magari la domenica, nel prato vicino alla torre. Sono stato risoluto per tre volte e per tre volte ha piovuto, a dirotto, alché ho desistito.
Poco più tardi, il rovescio del mondo ha voluto che leggessi all'interno di una trasmissione radiofonica. Di domenica.
Questi numi hanno un senso dell'umorismo da squilibrati: mi piace, mi piace da impazzire.
Penso correrò a giocare con la mia Stella,
e mi riporterò sul podio dei vanagloriosi, a questuare attenzioni.
16 febbraio 2012
Post Graduation Party
corrucciato dall'idea di aver innescato una bomba
all'interno del mio petto. Penso esploderà al
prossimo aperitivo tra colleghi, quando meno me lo aspetto,
tra la sedicesima e la diciassettesima oliva.
Un lieve scricchiolio della mandibola sarà l'unico,
tardivo ed osseo, segnale d'allarme.
" Le esperienze passate sono servite a comprendere cosa non voglio.
Sono molto esigente: analizzo e soppeso. Vuoi sapere come ho catalogato te?
Tu sei un omino basso, buffo e non bello. Insicuro, bisognoso,
incline alle dipendenze, emotivamente instabile: una checca isterica.
Per giunta possessivo, radicale, poco loquace e poco socievole.
Di te si salvano le mani, la voce e un bundle di cultura e abilità logiche.
Ammetto che la miscela di queste ultime cose fa abbastanza sesso,
ma il resto... Dio ce ne scampi e liberi. "
Bi pronuncerà tali parole, io ne loderò l'ammirevole, sacra sincerità
con impeccabile sorriso da truffatore professionista - c'è un giro
di scommesse molto attivo, in ufficio, è dura tener testa a Bi;
per non sfigurare e perdere è necessario "mostrarsi uomini"
(quando incontrerò il barbaro responsabile della creazione di tale locuzione,
giuro lo sevizierò con crudeltà inumana, inconcepibile),
ma mi mostrerò uomo una volta di troppo, per gli esigui margini garantiti
dal personale bonus vitale, e la bomba esploderà:
i miei polmoni marci andranno a decorare i cocktail dei partecipanti.
Dicevo: stamane sono entrato in ufficio.
F. mi ha salutato, carezzandomi la barba ispida,
e mi ha chiesto se mi fosse passata la sbornia.
Ma come poteva lei sapere che avevo trascorso
tutto il pomeriggio e la sera del giorno precedente
girovago (forse più "ondìvago") tra la cucina e il cesso,
in compagnia di diverse bottiglie di rhum?
Avevo staccato il citofono e spento il computer, il cellulare
e tutte le luci, tranne un faretto fioco, per strappare
alla totale oscurità giusto la strada dal frigo al bagno.
Nessuno poteva sapere dove fossi, cosa stessi facendo.
Liquefatto al punto di diventare trasparente? Improbabile.
Segni sotto gli occhi, sulle labbra, eccessivo pallore? Neppure.
L'ho allontanata maldestramente, bofonchiando:
"Nessuno strascico, per cui credo che rincarerò la dose, più tardi."
Ho preso a sfogliare distrattamente le solite carte,
in cerca di qualcosa da distruggere o da rinvigorire.
Ho pensato alle luci nell'autobus che mi aveva riportato
a casa, il pomeriggio prima. Di un blu elettrico, intensissimo,
che cozzando contro l'aria stanca dipingeva macchie inquietanti sui vetri,
e rendeva, di contrasto, ogni cosa all'esterno più rossa,
come in un primo speranzoso pomeriggio d'estate,
senza etichette da scrollarsi di dosso, nudo.
Alché, ho realizzato.
L'idea che qualcosa possa muoversi più veloce della luce
percorrendo per questo a ritroso il corso del tempo.
Non una particella, ma un frammento di empatia, di intuito,
che, nato oggi, possa recare nel passato un'immagine di
ciò che sarà - questa energia giunge a destinazione
quando viene colta, compresa. Nei casi in cui determini
un'effettiva svolta nel corso del tutto, da incentivo o deterrente,
un nuovo frammento inizia il suo percorso in senso inverso,
generando una biforcazione dell'intera linea temporale.
Ci siamo arrovellati per secoli circa l'esistenza
di civiltà extraterrestri, cullandoci con il pensiero
che queste fossero analoghe alla nostra, addirittura
geneticamente compatibili. Abbiamo indirizzato la nostra attenzione
verso la dimensione sbagliata! Sono venuto in possesso
di questo frammento del Grande Libro di Dio, ed ora mi è chiaro,
evidente, che ogni folgorazione, ogni eso-percezione,
è soltanto l'effetto della decodifica di un messaggio
proveniente da una zona inaccessibile: il futuro, appunto.
Dovrò trovare un modo di indagare sulla degradazione
dei segnali, per poter vivere più vite in una sola.
Vivere questo martirio, questo trambusto di ossa e pelle,
cambiare e stupire chiunque, per garantirmi umiliazione e dolore,
e, a millisecondi di distanza, salvezza e serenità.
Tener lontano il pensiero che esista una linea
entro la quale ogni impulso è del tutto impotente.
Questo farò.
9 febbraio 2012
Ogni cosa al suo posto ed ogni posto nel gorgo, muto.
quale dovesse essere il pubblico. Io risposi nel mio metro,
dalle ventuno alle ventiquattro sillabe, che diviene musicale
solo ripensandolo, sezionandolo, spingendolo in profondità
parentetiche da cui riemergere affamati d'aria,
lungo i tappeti di spine che si srotolano implacabili
e dividono dagli appuntamenti con la carne dei sogni.
Il pubblico sarà quello più esigente, che squadra in un guizzo
i risvolti nauseabondi e cestina, senza pietà. Il pubblico
sarà il tempo, il tempo lungi da venire.
Il generale chiese agli astanti di scegliere tra lui
e la terra d'Atlantide: seguì le indicazioni fornite
da un'unica voce, tonante, nella compatta disarmonia del coro.
Disarmante manifestazione di un disordine rosso, rossissimo,
inconfutabile. Pensare che da piccolo mi sentivo confortato
dal sapere che, a tavola, il posto in prossimità della finestra
spettava a mia madre, quello centrale era mio e quello
vicino alla porta era per mio padre. Ricordo ancora
quanto spiazzante, forse persino umiliante, fu, alla sera,
trovare il letto sfatto, quando alla mattina mi ero destato
accanto a un amico. "Come puoi violare così quanto predichi,
e sbraiti?" rivolsi a mio padre, solo attraverso gli occhi.
Egli si voltò, e andò via. La prima colazione a letto
me la portò A., circa dieci anni più tardi.
Fui sorpreso e incapace di gratitudine. Un evento del genere
avrebbe ben figurato nel novero dei miei primordiali slanci
d'architettura del mondo: tutti dettagli nitidi, unici e incausali.
Ogni mattoncino poteva giustapporsi ad uno analogo in almeno
quattordici modi: ciò garantiva margini apparentemente buoni
di riuscita dell'iniziativa. Nei momenti di smarrimento,
era sufficiente una rapida occhiata alle figure,
un destro calco dal Libro della conoscenza.
Per il bambino, ciò non era né forzare, né barare.
Passò sotto silenzio, rimase così.
Crebbi perciò ignobile, freddo, mostruoso,
ebbro di ambizioni che credevo esistenti, tangibili,
ebbro di contatto fisico con la carne dei sogni.
Sulla strada che divideva da uno svago geometrico e dal caffè
mi imbattei in A., che fremeva, per un bacio.
Glielo diedi, quello e molti altri. Troppo freddo, inumano,
negarsi, di fronte ad un palpito così puro.
Alla prima folata di vento che ci divise per più di un palmo,
realizzai di trovarmi sull'orlo di un baratro.
Qualcuno urlò: "La leggerezza è un crimine!"
ed io la rincondussi alla sua città, fornendole indicazioni
per distinguere i mostri ed i ladri, specie quelli che,
contro la loro stessa natura, si reputano abili e santi.
Le raccontai poi del taglio sulla mano, così come feci con Bi,
ma ad A. lo raccontai per incutere timore. Ebbi successo.
Il giorno dopo mi scrisse "tu non hai amore, hai solo morte"
donandomi questa immagine funebre di me che depongo a terra
un trofeo senza vita, candido e delicatamente agghindato.
Promise di non far menzione del nostro incontro
ma disattese la promessa.
Mi sento vile! - per aver scientemente sovrapposto, limato
e confuso le iniziali e i percorsi di due donne diverse.
Non i luoghi, no: per gli architetti del tempo, i luoghi sono sacri.
La scappatoia che mi salva dalla totale abiezione è che per i morti
ogni luogo, ed ogni tempo, è il medesimo.
Mi incammino così verso casa di Bi, anch'essa prossima al greto,
gravando con tutto il peso sul piede sinistro,
debilitato da un bruciante senso di colpa.
Il paesaggio è spoglio, privo di costruzioni, silenzioso.
Le parole "scegli me" giacciono spente sul fondo del mio stomaco.
25 gennaio 2012
La Questione Bombieri
La relativa importanza dell'aspetto sessuale sta nella contrapposizione
tra la "semplice ginnastica", dunque l'opinione,
propria anche di mia madre, per cui foia e foga
siano sopravvalutate, e il giunto tra Eros e Thanatos,
dove la necessità della violenza
è la necessità di provarsi in grado di sopravvivere,
alla numerosità e all'intensità degli shock.
Il mondo delle donne è sorretto da un titano di cartapesta:
tonnellate di richieste, cui è indispensabile prestare attenzione,
essere all'altezza. Certe gru dai colori sfavillanti
vorrebbero nascondere la testa sotto la sabbia,
o solo sfregare il proprio lungo collo contro un altro,
più morbido. Prevalgono invece, talora a distanza di lustri,
i biechi propositi meccanici per cui una gru nasce
solo per sorreggere carichi.
Tu, giovane, non puoi semplicemente ignorare la tecnica del tuo tempo.
Dovrai seguire la tecnica che delineerà l'età di tuo figlio,
non potrai semplicemente bollarlo come un inetto,
perché non sa giocare ai cavalli ed approfittare delle occasioni.
Maleducato, mi dice. Maleducato, irrispettoso, insensibile.
Chi mai mi avrebbe dovuto rendere conforme all'etichetta,
incline a prostarmi, empatico e facile alle lacrime?
Non le raccogli, tu, le parole? Lasci che fuggano impazzite
o anneghino in un bicchiere di whiskey?
Ora che sto per andarmene, le pareti di questo posto
mi sembrano i confini inviolati di un posto nuovo.
Me ne sto con la sigaretta al vento buio e gelido,
maturando propositi che non hanno possibilità di compimento,
ora. Non ridi mai, dice lei.
Penso alle occasioni in cui ho regalato una rosa,
o me ne hanno fatto dono. La simbologia dei fiori è semplice:
ciò che non sarà, il frutto, o che è appena stato reciso, il gambo.
Attorno a me si affollano i discorsi frivoli
di chi non ha ancora le spalle al muro.
"Cinque e mezzo, Ramirez, alla prossima. Eh, ma le gambe."
Ci sono le scale di casa tua
che mi infondono lo stesso senso di smarrimento
e totale dedizione.
Ci sono le parole "tua madre sarebbe fiera"
come pure una manifesta, inattesa approvazione
morale di un volto severo, che senza tremori
afferma "potresti essere sprecato, o pentirtene.
Non è semplice tornare sui propri passi.
Per istigarti a riflettere, ti porgerò ora un dono enorme."
Di nuovo in balia del vento.
Premurati di sincerare che chi lo conosce,
lo sappia interpretare davvero.
Nuova boccata di fumo.
Ti aspetto e ogni giorno
mi spengo poco per volta
e ho dimenticato il tuo volto.
Mi chiedono se la mia disperazione
sia pari alla tua assenza
no, è qualcosa di più:
è un gesto di morte fissa
che non ti so regalare.
(Alda Merini)
31 dicembre 2011
Typical Situation
Leggeva una copia del New York Times, le solite stronzate: borse che crollavano a picco, persone orribili come muli, muli orribili come persone, il grande freddo che arrivava dalla Groenlandia, la fine della recessione rimandata all’anno venturo - dopo capodanno troveremo una soluzione - come se la recessione fosse poi una malattia, tra l’altro pronta ad attendere il ritorno del medico dalle ferie, e non il prodotto finale di un sistema evidentemente mal progettato, e lui poteva saperlo, lui l’aveva studiato. Vaffanculo.
Il tassista, un nero pesante quasi 400 libbre, una copia povera e sfigata di Berry White, nella sua Impala un vecchio stereo a nastro, la voce baritonale e suadente del suo fratello ricco, il tassametro meccanico, col ticchettio d’ogni miglio che passa, col ticchettio di ogni secondo che trascorre.
Lo sa che non ho ancora capito perché questo fottuto aggeggio faccia tutto ‘sto rumore, oggi?
L’uomo che sedeva sul sedile posteriore inarcò la schiena in avanti, avvicinò la sua testa a quella dell’autista, l’odore del suo profumo si mischiava alla puzza di sudore e grasso del nero, sospirò su quello che poteva sembrare un collo, il tassista tremò di paura, ed egli allora cominciò a ghignare, soddisfatto.
Lei è sicuro si tratti di quel coso?
14 novembre 2011
Il teorema della scatola cinese
giró sobre sí misma y en nosotros,
hasta juntarnos por fin en este sueño,
como fue escrito en el Simposio.
Pasaron noches, nieves y solsticios;
pasó el tiempo en minutos y milenios.
Una carreta que iba para Nínive
llegó a Nebraska.
Un gallo cantó lejos del mundo,
en la previda a menos mil de nuestros padres.
La tierra giró musicalmente llevándonos a bordo;
no cesó de girar un solo instante,
como si tanto amor, tanto milagro
sólo fuera un adagio hace mucho ya escrito
entre las partituras del Simposio.
Nel sogno del ragazzino imberbe, questi si desta di soprassalto, preso da un gran prurito in volto. Sgattaiola nel gelido algido bagno del secondo piano, fa scattare l'interruttore con la nocca del dito medio. Nello specchio, due piccoli e sgraziati occhi rossi. Sulle gote, sul mento e sul collo chiazze irregolari di barba ispida, fulva, orribile, spaventosa. Un chiaro monito: un tempo deve compiersi.
Tra poche ore bisognerà tornare tra i banchi del liceo. Non fosse per le dottrine blaterate, sarebbe una quotidianità piacevole. Volta ad abbracciare G, K oppure E.
Ho bisogno di un rasoio. Non perché mi curi spasmodicamente del mio aspetto. Tutt'altro. Appaio genericamente trasandato, allo scopo di lasciar filtrare il solito messaggio: non è questo, il punto. Ho scarso successo.
- D'Aurizio, tu sei l'emblema del completo fallimento del nostro sistema educativo. Un elemento di grandi capacità ed ampli orizzonti, ma che nessuno si sognerebbe mai di definire "scolare" o "scolarizzato". Radicale (per non dire "criminale"), pazzo e violento, questo sei.
Trovo un rasoio, lo utilizzo con perizia ed elimino lo scempio facciale. Tornato giovane, ecco che angoscia si sovrappone ad angoscia. L'indomani dovrò prendere un treno all'alba, raggiungere Pisa e sostenere un esame, ossia compensare un'abissale ignoranza con una dose equivalente di faccia tosta ed abilità nell'improvvisazione. Questo so fare: spacciare metadone, glorificare surrogati.
Così quest'oggi non è un giorno qualunque, da contemplarsi con lentezza.
Dopo quest'oggi potrei non avere più alcun contatto con G, K o E.
Ogni melensa prospettiva futura è recisa da una ghigliottina.
Devo lasciare un segno eclatante. Che siano loro, ad avvertire il bisogno, se non di preservare intatte le potenzialità, quantomeno la memoria. Essere trovato, disseppellito, come un reperto del precambriano o un'ascia di guerra, è una delle migliori approssimazioni di felicità che io conosca. Venite a prendermi!
Come quello volta che la Prof e il suo cane mi scovarono a leggere e fumare nel parchetto cittadino.
Triste, scompagnato e nient'altro.
- E il grande progetto delle scelte sovrapposte?
I soggetti meno dotati non si interrogano in merito al tempo. Quelli più dotati arrivano a percepire la continuità. Ma sono le condizioni marginali le più interessanti. Nel caso del giovane, questi sembra avvertire la rottura e la ripresa di tre o quattro differenti linee temporali, concomitanti. Sembrerebbe, inoltre, che questi spezzoni posseggano un'origine comune, da individuarsi nella presa di coscienza della, senza inutili reticenze, grande tragedia personale: la malattia della madre. Mi sento perciò di datare al 1994 questa inconsueta "ramificazione": all'epoca, il soggetto aveva appena dieci anni.
I genitori si seccarono presto dell'eccessiva loquacità e della totale assenza di pudore del figlioletto. Fu così che le ultime bravate, un furto in un negozio di dischi e una truffa telematica ben più ingente, gli fruttarono il riformatorio attraverso un iter giudiziario quasi lapidario.
Il riformatorio era una struttura dalla facciata d'asilo, o di colonia estiva, e dai ritmi del carcere. Il processo di rieducazione era incentrato sull'etica del lavoro. E sulle botte, mai lesinate. D'altro canto, gli educatori erano ripescati, su base biennale, dall'ampio bacino di disoccupati che il recente fallimento di un colosso metalmeccanico aveva provveduto a rinverdire. Non era richiesta alcuna esperienza, non c'erano test di sbarramento. I muscoli andavano più che bene.
All'interno del riformatorio conobbi Z. Aveva la mia età, un fisico esile e degli occhi verde brillante, incessantemente guizzanti. Quando lo sguardo di Z si posava su qualcuno, questi ne risultava trapassato, quasi per effetto di una spada o di una impalpabile, inappellabile condanna.
Inutile dire che tutti mantenevano debite distanze. Pareva si trovasse lì per aver partecipato ad un assassinio politico; alcuni vociferavano fosse proprio lui l'esecutore materiale. Fatto sta che era esentato dalle ore di falegnameria. E trascorreva quasi tutto il suo tempo leggendo. Io, da parte mia, ero esentato dalle ore di informatica: temevano mi ficcassi in qualche altro pasticcio. E così, fu Z a prendermi in simpatia, percependo forse un'informe inquietudine, simile alla sua, il cui sintomo primo consisteva nel non dormire mai più di tre o quattro ore a notte. Mi illuminò sulle barriere tra percezione e realtà, individuo e sistema.
Ad un certo punto, nonostante fosse per me impossibile negare la sua grandezza e influenza spirituale, io me ne stancai. Avvertii rigetto. E compresi. Non l'attuabilità di un omicidio in conformità all'etica, ma qualcosa di basso e animalesco: che magari lo stesso era capitato a chi aveva conosciuto me. Z non meritava il mio tradimento, così come io non meritavo d'esser tradito. Ma non c'erano autentiche opzioni. Non c'era alcunché da ponderare o scegliere.
In simili occasioni, tutta la scienza della biblioteca d'Alessandria non eguaglia l'intuito di un singolo uomo. Optai per la fuga. Non era la prima volta, e non sarebbe stata l'ultima. Un fuga precipitosa e non pianificata: anche per questo, completamente imprevedibile, sottile come uno stiletto.
Abbandonare il riformatorio, per rifugiarmi proprio in casa mia, mi fu facile. Ero pur sempre un ladro. Mi premeva tuttavia non allarmare i miei genitori con la mia prematura dipartita. Trascorsi così un paio di giorni segregato in camera mia. Chiusi la porta dall'interno e cercai di non produrre alcun rumore.
Utilizzavo il bagno solo nelle ore durante le quali la casa era vuota, e approfittavo di queste occasioni anche per depredare la dispensa di poche cose da sgranocchiare. Trascorse quasi una settimana prima che mia madre mi scovasse.
Non parve minimamente sorpresa.
Eppure avevo vissuto da parassita nella mia stessa vita, nella mia stessa casa.
Dalla raccolta del materiale onirico del soggetto emergono diversi elementi di rilievo. Copresenza latente di senso di colpa e tendenze autolesionistiche, emotività schizo-paranoide, sindrome da abbandono. Il soggetto, tuttavia, esibisce una inusuale cosciente consapevolezza delle proprie aberrazioni. Risponde spesso a domande con domande, non esita nell'esposizione. Nell'ultima seduta, è riuscito ad inquietarmi più del solito.
- Dottore, ha mai pensato a cosa potrebbe essere la sua vita, la mia vita, la vita di chiunque, se posti dinanzi ad un bivio potessimo imboccarne simultaneamente ogni biforcazione?
Il tempo è un vincolo rettilineo, unidirezionale, intollerabile.
Accetto l'esistenza della morte. L'ho pure tenuta in braccio.
Ma non poter tornare ad agire sulle cause, è questo che mi manda in bestia. E' come doversi accontentare di lenire i sintomi, piuttosto che curare, una malattia.
Quando mi crebbero i primi capelli bianchi, Z mi chiese: "E tutto il resto?"
Ma non esiste tutto il resto, non esiste più. Inaccessibile.
Leggo ridotto over 60 e mi chiedo se riuscirò ancora ad essere qui,
custode di futili colonne d'Ercole, con la stessa compostezza
e la medesima rigidità negli addominali,
frutto di una disciplina marziale ormai interiorizzata.
Per sognare un mondo che muova i suoi passi all'unisono coi miei.
Trovo ci sia qualcosa di sacrilego nell'asciugarsi le scarpe sul simbolo della supremae dignitatis. E qualcosa di grandioso negli sterminati spazi che si aprono dal basso di una piazza, dal risvolto del cielo il cui peso grava sui tuoi denti e li spezza, giorno dopo giorno. Puoi avvertirne la ruvidezza mentre ingoi. E quel sapore metallico, è solo sangue.
Titolo: C'era una volta in piazza. Sottotitolo: il sangue freddo non ha portato fortuna.
Nonostante la bellezza della gran figa francese, la romantica risolutezza del killer sentimentale di Sépulveda, gli artisti poliedrici come Angela Baraldi.
Quo Vadis, Baby?
13 novembre 2011
1989
Ne avremo di cose da raccontare, noi dell’89: cose come il Ciao e Piccoli Brividi, ma anche l’Euro e Facebook. Non per togliere nulla a chi venne prima (e, in misura minore, dopo) di noi. Abbiamo avuto una consapevolezza particolare già dopo aver varcato le soglie del nostro primo giorno di scuola, alle elementari, dal VII governo Andreotti a Tangentopoli. Abbiamo visto Hammamet varcata da ladri che non ridaranno i soldi ai nostri genitori per i prossimi cento anni; vaghi ricordi di due torri che tagliavano il cielo di una splendida, malinconica New York; l’incisione sempiterna di un Tardelli che urlava al mondo e di un Grosso in lacrime dopo un gol. Come Woody Allen. Abbiamo visto nani salire al potere e ricadere per delle zoccolette minorenni (le stesse che ci faremmo durante quelle notti da sbronzi); il lento declino della RAI, che da Pirandello e l’Almanacco passava a tette e culi dati aggratisse come neanche i trans dietro le nuove poste di Cosenza sanno fare.
Non è un post malinconico. Statene certi. Ho cambiato radicalmente la mia visione del mondo, in questi anni, per constatare che nulla cambia in brevi intervalli di tempo (sentite qua, “intervalli di tempo”: come se si parlasse di un esercizio del cazzo dato dal vostro docente di Fisica 1 per lo scritto di febbraio). Mi son reso conto che l’unico punto focalizzante sugli eventi che ci sovrastano è il tempo. Quello che sconquassa la memoria, che divora tutto; come un Crono che per paura di perdere il potere divora i figli. Quello che costruisce statue di bronzo che dureranno in secola seculorum, quelle che tutt’ora nutrono le nostre menti di fervidi viaggiatori nella cronologia altrui. Tanto da farci dire, magari scherzando, ma anche con una certa nota di tristezza: “Eh, se fossi nato prima…”
Noi dell’89 siamo nati quando Mario e Zelda erano già superstar, mentre alle porte del futuro nascevano Battlefield e Fallout. Abbiamo goduto delle opere di Pinter e Osborne, quando già questi erano Nobel o morti da chissà quanto tempo. Prima o poi qualcuno di noi avrà detto “Il Nobel della Letteratura non ha senso da quando Borges è morto”, senza renderci conto che in realtà Borges era già al di là dell’Aleph. Abbiamo criticato Mussolini, Cossiga, Andreotti e Berlusconi sempre dopo le loro disfatte ai danni dei nostri genitori, nonni e bisnonni. Abbiamo visto le impronte sulla Luna a 300.000 chilometri di distanza, e vent’anni luce dopo. Abbiamo anche avuto il coraggio di dire che “I Pink Floyd sono una cazzo di band brit-pop di merda”, quando i Radiohead pubblicavano Kid A e Amnesiac.
Eravamo già vecchi, quando la DDR contava ancora un agente dei Servizi Segreti per abitante; quando l’Islam era una delle tre religioni rivelate e non il nemico con gli ordigni nucleari, tanto cattivo da poterlo utilizzare sugli eroici, protestanti, americani. Eravamo già vecchi quando Gorbachov diede il via al lento progredire del sogno americano; quando Giovanni Paolo II fu graziato dalla Madonna di Lourdes per poter continuare il suo silenzio nei confronti di preti pedofili e campi di concentramento croati. Eravamo vecchi, quando la polvere di due torri e di un edificio pentagonale entrarono nei nostri polmoni, giusto il tempo di farci urlare “Ma che cazzo…?”, per poi ricordarci che la storia non era ancora finita. Siamo già vecchi, ora che il mondo sembra andare a rotoli, aspettando un 21 dicembre che, come i tanti monimenti di Geova ci hanno abituato nel corso degli anni, continua a turbare la nostra tranquillità.
Tra il muro di Berlino e MySpace. Abbiamo vissuto ogni singolo attimo presente e assorbito ogni evento passato come se ci fossimo figurati di essere popolo di un tempo che non aveva mai fine. Non avendone uno nostro. Chi è il vecchio ora?
29 agosto 2011
Memories
Quando ricevette quella telefonata una frazione di allucinazione scheggiò la sua mente annebbiata, riposata, in quel momento raccolta verso altre mete e orizzonti, ancorata coi piedi saldi per terra e spesso sui pedali del suo camion veicolo adibito al suo lavoro, mai stato soddisfacente e gratificante bensì solamente una scappatoia ragionevole per arrangiarsi ed arrangiare i suoi genitori. Marion Keisker gli comunicò il lieto avviso ossia quello di presentarsi il giorno seguente alla stessa ora, allo stesso luogo e magari pure con lo stesso entusiasmo con cui si propose giorni prima; una visione, dunque, nei suoi pensieri: per un attimo riuscì a prevedere con la perfezione più assoluta tutto ciò di cui sarebbe stato riempito, adorato, osannato e fu capace di predire un futuro e una vita la quale forse neanche un vecchio uomo, prossimo al decesso, sarebbe stato in grado di scorgere; quella telefonata significò per lui questi pensieri preveggenti e probabilmente in quel momento assurdi o forse presuntuosi, esagerati e già troppo tracotanti; ma lui ebbe l’allucinazione, il sogno, che lo portava ad essere ciò che poi fu, che lo indirizzò verso quella gloriosa via e che assunse le sembianze di profetica e motivante guida se non quelle di un manuale già scritto e predestinato dal principio, da Dio, e di cui lui, in quella frazione misera e piccola di miraggio, ne era pienamente a conoscenza. In quell’abbaglio conobbe il suo futuro: la telefonata sarebbe stato un primo passo verso l’immortalità tra la folla; s’interruppe il moto terrestre e senza alcun senno di logica la popolazione mondiale si paralizzò proprio mentre la visione gli decantava tutte le sue avventure e fame e lodi che saranno e della sua perpetuità che sarà, come segno divino o forse come semplicemente pura autocoscienza giunta in sopravvento su egli stesso tanto brava da essere in grado di fornirgli nozioni e informazioni giuste e azzeccate su quello che sarebbe poi stato. Seppe dei fan che a squarciagola avrebbero salmodiato il suo nome, della loro follia o forse crepacuore o forse suggestione, della svincolata devozione incondizionata irrazionale imparziale e del numero cospicuo di “adepti al suo cospetto”; scorse le pillole, gli umori grigi e radiosi, le liti e i falsi amici, la madre amata più di ogni altra cosa e morta mentre lui sarebbe risieduto lontano chilometri dalla sua patria, le donne, il successo, e anche la sua stessa morte. L’attimo d’allucinazione che lo colse alla sprovvista gli saltò addosso come un caimano e forse fu l’istante più bello della sua vita ancor più della vita stessa rivelatagli proprio da quell’attimo per questo motivo eccezionale; ebbe nozione che sarebbe stato il più grande di tutti i tempi, l’uomo ribelle eversivo sovversivo alla società del tempo ma sempre inconsciamente, perché dalla sua inconsapevolezza nacque la sua abilità e la sua verve e la sua passione estrema e la bravura e un’illimitata bellezza; seppe dei due miliardi di popolazione che un giorno di gennaio si sarebbe accinta ad osservarlo muovere gambe e grinta in ogni sillaba gorgheggiata dalla bocca spalancata sempre più, impressionante ed esosa e stratosferica proprio come la sua celebrità, il suo charme e la sua eccellenza di primo, primissimo piano nell’universo; venne a conoscenza della sua lenta ascesa e del suo sequenziale declino e proprio in quella minifrazione di attimo in ipnosi, millesimo di istante parte di un batter di ciglia intero anch’esso impercettibile, gli sfuggì meccanicamente, ancora ipnotizzato, una lacrima nella quale veniva racchiuso il suo esorbitante peso degli ultimi anni, ormai inerte dopo non esserlo stato per vent’anni di amori, gloria, dopo vent’anni sul trono del pianeta. Il baleno stava per terminare e nell’ultima minifrazione di attimo in trance ci fu posto anche per le considerazioni a freddo: la sua spropositata grandezza gli venne in sogno mentre era ad occhi aperti, questo è vero, ma la sua mente la quale momentaneamente aveva posseduto la sua anima e tutte le sue forze comandò anche di chiudere quell’allucinazione con un infausto finale: la morte, perché sarebbe stato proprio l’ultimo sonno a rompere quella grandezza e renderla degna d’immortalità, consacrarla, definirla per darle un nome e cognome ed omaggiarla del premio maggiore possibile, seppur con sacrificio appunto, ossia la riconoscenza assoluta dal genere umano. Ma in quel momento l’inconscio ormai suo padrone capii che non sarebbe stata la riconoscenza dal genere umano il premio maggiore: solo la morte e la fine di quell’illusione lunga quarantadue anni avrebbe messo fine a quello strazio di notorietà suprema, gli avrebbe regalato finalmente la prima vera beatitudine e pienezza, il primo effettivo premio. L’istante finì ed Elvis Presley ritornò cosciente come poco prima: - La ringrazio sig.ra Keisker, sarò puntualissimo e ben lieto di sfruttare quest’opportunità! Questo mio primo disco vorrei regalarlo a mia madre, mi auguro che il sig. Phillips potrà apprezzare il mio talento! –
12 agosto 2011
Mi hanno detto che sono un camorrista
Mi hanno detto che sono un camorrista; e così mi chiamarono per un programma televisivo, un talk show dicono, su uno dei canali più celebri della tv. Era utopistico, ma d’altronde dovevo difendermi da quest’accusa infamante ed oltraggiosa – dovetti lasciare il mio lavoro per un paio di giorni (ed il mio lavoro non lo consente: faccio il barbiere, ho un piccolo negozietto in periferia, il guadagno è buono, buonissimo: con il negozio affollato il sabato sino alle ventuno riesco a racimolare una ventina di clienti, chi barba, chi capelli e mi parlano del più e del meno – suocere infami, mogli tradite, ragazze bramate e poi del lavoro che non decolla, i debiti, lo sport (il calcio, dai giornali al calciomercato), il tizio di fianco ossia il pizzaiolo che non vende più come una volta, senza trascurare argomenti di natura pseudo-filosofica, insomma un po’ di tutto – il mio guadagno, poi, si infittisce con i clienti del martedì, i ritardatari, quelli ancora malconci e straziati dal lavoro o dal week-end tumultuoso – e sono quindi quelli più pacati, calmi, parlano poco e solitamente sono miei amici d’infanzia o di gioventù oppure sconosciuti di cui spesso non ricordo il nome, non hanno nulla da dire riguardo il mondo (“il nostro”, si capisce) e preferiscono rilassarsi mentre le mie forbici fanno zigzag tra le loro ciocche nere e bionde e mentre la radio sentenzia news della città, della regione, dello stato, del pianeta (notizie tutte molto interessanti e coinvolgenti: l’altro giorno ascoltavo di un tizio che era riuscito a raggiungere il record per il corpo più tatuato del mondo – grandioso, oserei dire bizzarro, strambo) o mentre restano assorti nei loro infiniti pensieri, credo ugualmente interessanti; dal mercoledì al venerdì riempio la mia cassa polverosa con le altre dieci euro per il taglio normale, dodici per taglio normale + barba, e quindici per il taglio “complesso” con la barba in omaggio – se desiderata), lavoro che mi rende pienamente soddisfatto del guadagno talvolta molto prosperoso il quale mi consente di portare avanti la mia famiglia di due figli ed una moglie. Inutile dire quanto lo scandalo abbia riecheggiato nelle orecchie dei miei conoscenti: alcuni mi hanno chiesto spiegazioni, altri (evidentemente mai stati amici fidati) insinuavano che un mezzo sospetto l’avevano già, mia moglie è rimasta sconvolta e perplessa, i miei figli giocavano confusi e la mia reputazione di barbiere è calata vertiginosamente; dovevo difendermi, ristabilire l’ordine, ritornare ad essere il Principe dei Barbieri (del quartiere) – creare un solido scudo, insomma, per la mia reputazione – messa a rischio da cosa poi? Voci infami, da un’affermazione di qualcheduno che non ha potuto sopportare più determinate cose (ma quali cose, poi?) e che forse per invidia del mio guadagno (parlo di duemila euro mensili, mica spagnolette) ha osato ribellarsi a me ed alla mia superpotenza di barbiere rinsavito, giovane, birbante, talentuoso, con esperienza decennale, magistrale, da fare invidia a tutti e dunque pure al tizio che mi ha denunciato e diffamato all’intera popolazione del quartiere – che poi è credulona, ad una minima affermazione di un pivellino giovane frequentante un misero liceo del cazzo ci casca in pieno e crede, non pensa, ma crede a qualsiasi cosa possa esser detta e che possa scatenare un bellissimo polverone di litigi, pettegolezzi, dicerie insensate, davvero insensate – che vergogna, che schifo! Sarei dovuto essere io, proprio io, quello che afferma e denuncia lo schifo di chi denuncia altro schifo che però non è schifo (è schifo fare il barbiere?) ed insinuare, dunque, che io sarei un camorrista! Mi sono preparato un bel discorsetto da fare a quelli della televisione, cosicché tutti possano nuovamente rendersi conto del fatto che io, Pasquale Improta, non sono un camorrista – ma bensì un umile barbiere di periferia che di Camorra poco ne sa ma che di capelli è maestro da venticinque anni or sono. Ne ho scritte di tutti i colori, c’ho un foglio che è una perla, un canto dantesco sembra, che mi assolverà pienamente dall’infamia catapultatasi ferocemente su di me (no ma sono ancora indignato: cosa faccio io, dalla mattina alla sera, se non tagliare, rasare e perfezionare? Se venisse un cliente che sciaguratamente, malauguratamente, fa parte di un’associazione camorristica, cosa potrei farci io? Dovrei rifiutare il suo culo di merda sulla mia sedia? Non potrei, rinuncerei ad un guadagno importante senza trascurare il cliente che potrebbe ripresentarsi e raccomandarmi ad altri amici che verrebbero di buon occhio nel mio negozio e farmi intascare altri soldi, la mia famiglia ne resterebbe contenta, i miei figli potrebbero così assaggiare pasti ancor più buoni e costosi e viaggi ancor più lunghi ed affascinanti – è un reato? Forse è per questo che sono stato insultato così solennemente?) infamia che annullerò e che anzi cimenterò proprio su chi m’ha denunciato e denigrato – così impara!
“Cari amici telespettatori,
in questi giorni sono stato preso di mira da un giovane gruppo di studenti, ove a capo figura un certo C. M. di cui non conosco il nome e che per indignazione, dunque forse per aver riconosciuto il proprio peccato e la propria perfida ed ingiusta denigrazione verso il sottoscritto, non si sbilancia e non mostra il suo vero nome e cognome. Quest’ultimo, insieme appunto alla sua gang patetica e scriteriata che vuole cambiare il mondo da un giorno all’altro - come se le idee di democrazia e di lotta servissero a qualcosa – ha asserito che io sono un camorrista. La notizia ha fatto il giro del quartiere, della città e della nazione ed ora la trasmissione qui presente mi ha invitato nel proprio studio per permettermi di difendermi, e sono stato fortunato a trovare uno show così attrezzato e ben messo, così giusto e garantista, così amante della verità e della giustizia tanto da ospitare un modesto barbiere di periferia al vostro cospetto. Bene, ho deciso così di presentarmi con la seguente lettera: il mio semplice intento è quello di descrivere la mia vita, accuratamente, in ogni suo minimo particolare in modo che anche voi, perfetti oratori e giudici, possiate rendervi conto della mia innocenza e della colpevolezza di quel gruppo giovane e crudele autore dell’accusa nei miei confronti. Mi chiamo Pasquale Improta, sono nato a Napoli il 20 Dicembre 1966 e faccio il barbiere a Scampia, un celebre quartiere della periferia della città. La mia giornata è semplice, non ha troppi fronzoli, è talmente povera e discreta ma piena che talvolta non ho neanche il tempo per godere dei guadagni del mio lavoro; il mio unico premio è quello di poter effettuare una meritata e lunga (nemmeno così tanto) e risolutiva vacanza nel mese di Agosto così da poter riposare e giocare tranquillamente coi miei figli, di undici e sette anni. M’alzo presto dal letto, all’incirca verso le sette del mattino, per poter preparare la colazione a me ed i miei figli e rendere vivibile il mio negozio, con qualche pulizia di qua e di là e qualche accorgimento dovuto e necessario (la clientela è spinta a venire da me anche per l’igiene e la decorazione e la bellezza della mia bottega) – ed inoltre, prima, accompagno i bambini a scuola. Ho praticato vari mestieri prima di accorgermi della mia passione verso questo lavoro, a diciannove anni, e cimentarmi come apprendista prima e come barbiere professionista dopo in questo mondo. Il problema sta proprio nel descrivere la mia giornata – talmente pura e sobria da indurmi a chiedere ancora una volta: “perché sono stato accusato di tal infamia?”. Su di me non cala vendetta, sdegno o rabbia ma solo dubbi e la volontà di capire e fare chiarezza sul mio status. Non sono un camorrista, non lo sono mai stato e mi vergogno e rattristo talvolta nell’ascoltare in televisione o sui giornali o in radio della mia città annientata dalla Camorra – sapete, sono proprio uno di quelli che cerca di diffondere la Napoli bella, quella “dimenticata” che molti trascurano per convenienza o ignoranza o inconsapevolezza e che non mi va venga descritta sempre malignamente, spregiativamente. Nel mio quartiere di guai ne succedono non pochi, questo è vero: già, proprio vicino al mio negozio ogni mattina vedo il “chioschetto” segreto (ma non così segreto) e nascosto (ma non così nascosto) ed occulto (ma non così occulto) di spacciatori che vendono eroina e marijuana e tanti tipi di droga – davvero variegata, davvero unica – ad i tossico-dipendenti che senza pudore ma con bramosia estenuante si dirigono ogni benedetto giorno verso il “chioschetto” a spendere le ultime, povere fortune rimaste; ma beh io non dico niente, taccio, beh sì ma non posso essere biasimato! A capo di quel “chioschetto” nonc’èmicaunoqualunque! anche perché ragazzi simpatici, davvero simpatici, ogni mese vengono a chiedermi il pizzo – ma, seppur sappia che il loro sia un gesto immondo ed immorale, io lo pago volentieri, mi garantiscono sostegno, in fondo quel “chioschetto” mi da un senso di forte e serena protezione. Proprio di fronte alla mia occupazione ed al “chioschetto” magico (che vende però patatine, hot dog, pizzette, popcorn, roba genuina e varia, alla mano, una baracca attrezzata e dotata di tutti i comfort, comprese le sedie, i tavolini, mazzi di carte per trascorrere piacevolmente il tempo e pezzi di legno per accendere un fuoco nelle notti d’inverno gelide ed impetuose – coperture, insomma, per non dare troppo nell’occhio) figura una maestosa caserma di carabinieri – è simbolica, sapete, rappresenta una sicurezza nella zona, pare un fortino che dovrebbe (e da, sicuramente…) sicurezza, aiuto, apporto, insomma che da fiducia alla gente! Loro sanno tutto, beh sì certo, lo sanno che c’è il “chioschetto” che non è proprio adibito a simili corbellerie fatte di hot dog e pizzette… ma d’altronde, credo, aspettano il momento giusto per scaraventare tutto in aria e dare una bella ripulita alla zona… massima fiducia nello Stato. Nel frattempo però la Camorra, cattiva, lo ribadisco: perfida (oh sì, spesso e volentieri ho assistito ad omicidi belli e buoni nei luoghi più disparati e noti e comuni, eh! A sangue freddo, senza pietà, insomma regolamenti di conti che loro reputano indispensabili, valli a capire gli affari della Camorra! Però noi zitti, non abbiamo visto niente, ma poi perché avremmo dovuto vedere? Lavoriamo, umili e modesti e stakanovisti lavoratori, pensiamo naturalmente alla nostra famiglia, vogliamo stare quieti, in pace, e non credo possa convenire mettere voci insulse in mezzo – ho visto ammazzare, ma diciamo che ero di passaggio, mi sarò confuso!) dicevo, nel frattempo la Camorra ci protegge, ci conforta, simpatici loro! Pensate, amici telespettatori italiani, che uno dei rappresentanti di quel “chioschetto” poco fa ha già garantito un lavoro sicuro e pulito a mio figlio di undici anni! Insomma, dopo il diploma, andrà a lavorare per un’azienda… non ho capito bene di cosa si tratta, ma il tizio mi ha assicurato che col titolo di studio giusto e la pazienza ed il sangue freddo dopo i diciotto anni mio figlio avrà lavoro assicurato – sapete, lui ha molte conoscenze, conosce l’ambiente (non solo quello malavitoso, non siate pronti a giudicare male!) e di questi tempi ottenere un lavoro non è più così facile! Nel mio quartiere insomma si sta tranquilli: sono un lottatore convinto - contro la Camorra - l’ho sempre detto: se venisse promossa una rivoluzione od una battaglia od una campagna di firme che in un modo o nell’altro possa destabilizzare la Camorra, sarei il primo ad applicare il mio consenso! Ho sempre provato schifo e indignazione verso questi personaggi, non sia mai che in futuro riescano ancora a padroneggiare in questa città, in questa nazione, in questo mondo! E la vittoria contro il male di questi uomini passa anche attraverso queste mie parole e questi miei gesti. Or dunque, amici telespettatori, io credo che la mia storia vi abbia convinto del fatto che quel giovane disgraziato e la sua banda di teppisti intellettuali avessero torto – sono ora certo che anche voi siate in grado di essere d’accordo con me e di reputare quell’infamante accusa e denuncia dissennata come un atto di semplice e pura destabilizzazione contro un povero ed onesto cittadino italiano – poiché mi hanno detto che sono un camorrista, ma credo proprio mi abbiano confuso con qualcun altro!”
19 luglio 2011
Feliciotteri
Insomma, ci sono queste zampe che parlano fra loro: immaginate una minuscola zampa di rana, pronta alla frittura, che chiacchera con delle pantagrueliche zampe d'elefante, ormai decimate dalla moda dell'avorio e da quella degli anni '80. Oppure un silenzioso arto felino che si intrattiene con una zampa di gallina, prima che questa vada ad abbellire il faccino di qualche deflorata donzella.
Parlano fra loro e stringono amicizia, talora sino a decidere di voler restare insieme anche nel mondo animale, incuranti delle esigenze delle povere bestie; pensate all'ontologica inattitudine masturbatoria del tirannosauro o anche a palesi scherzi della natura come l'ornitorinco, vittima di zampe molto poco serie.
Un giorno due di queste zampe, di dimensioni e forme molto diverse fra loro, diciamo una grossa, bassa e tozza e l'altra snella, lunga e affusolata, divenute ormai grandi amiche, decidono di andare in coppia a svolgere il proprio compito. Il risultato fu che si attaccarono al corpo di un uccello, rendendolo una creatura sgraziata, inabile al volo, al decollo e persino alla riproduzione (perchè vorrei vedere voi, accettare di accoppiarvi con un uccello zoppo e patetico). Non starò qui a tediarvi con insulse faccende legate alla selezione naturale: sappiate solo che l'uccello in questione tentò il suicidio dapprima tagliandosi le vene e poi, non riuscendo a trovarle, ingerendo grosse quantità di benzodiazepine.
Così, in punto di morte, vide un vaporoso uccello rosa che gli si avvicinava, ma lo ignorò, credendo che fosse un'allucinazione dovuta al suo abuso di stupefacenti, fin quando l'uccello gli si posò proprio vicino e notò che affondava nel terreno una sola zampa. Allora lo interrogò:
-Come riesci a sopravvivere con una sola zampa? Come riesci a trovare l'equilibrio? Perchè non poni fine alle tue sofferenze anche tu, che sei uno sgorbio tanto quanto lo sono io?
Allora l'altro uccello, che del resto non aveva capito nulla di quell'insieme stridente di versi strascicati di una creatura morente, poso l'altra identica zampa per terra e volò via.
Morale #1: per quanto ci si possa stiracchiare e deformare le proprie caratteristiche si arriva ad un limite. Questo, in meccanica, possiamo nomarlo "punto di rottura".
Morale #2: la cosa figa dei fenicotteri è che sembra abbiano una zampa, invece ne hanno due identiche, che lavorano in simbiosi e separatamente. E trovano l'equilibrio anche su una sola, ed anzi, proprio in quei momenti l'altra, apparentemente indipendente, sta lavorando per il buon funzionamento di tutto l'organismo.
Morale #3: i fenicotteri sono molto kitsch, ma quel colore gli dona.
15 luglio 2011
Sui binari
Mi trovavo con Lei, l’uno di fronte all’altro, nel treno metafora della vita. Correva veloce, quasi come se maree e maree di gente muscolosa e forzuta lo spingessero all’infinito, senza sosta, senza meta, senza sapere, forse, neanche perché andasse in quella direzione, in quel verso e con quale criterio accompagnasse e trasportasse tutti quei personaggi che lo riempivano e che riempivano e che riempiono e che riempiranno la vita, le vite. Correva veloce, di fianco a paesaggi di ogni genere, marittimi, montuosi, collinari, pianeggianti, con alberi, frutti, animali, forse esseri umani. Correva veloce, lasciando poche tracce di sé, probabilmente alcuna, e forse una scia luminosa che biancheggiava l’eterno passato appena serpeggiato e vissuto. Correva veloce perché aveva fretta di arrivare a destinazione, semmai ci fosse, poiché la sua anima intrinseca riteneva necessario terminare tutto e subito, cancellando definitivamente l’inizio e il durante. Correva, ed io osservavo Lei e non il paesaggio, non le montagne ed il verde: era Lei la mia ragione di vita, i suoi occhi ingenui, di fronte a me, lucidi, piccoli come una noce – e teneri, languidi, che osservavano quel giallo e quel rosso e quella moltitudine infinita di colori sulla sua destra che cambiava continuamente aspetto senza alcuna ragione – e poi riscopriva la sua bocca, la colmava di saliva, si toccava il naso, si guardava attorno, dava un’occhiata ai miei occhi spenti ma ancora in grado di scrutare, esaminare ed immaginare e ritornava ad osservare il mondo pieno, limpido ma infinitamente finito di fianco a Lei. La sognavo nuda, proprio in quel preciso istante, nuda e vogliosa di buttarsi sul mio membro e farne ciò che voleva; la immaginavo proprio così, coi capelli scuri come le sue sopracciglia ed i suoi occhi, con le labbra sempre più sottili e sempre più incantevoli, sopra al collo e le scapole odorose e sottili, davanti alla schiena ossuta, piena di pelle rosa e morbida e pronta a subire eterni baci assassini. La immaginavo così com’era, col seno piccolo e ricco di bellezza, col pancino sempre più bianco come la neve e come la pace e come il paradiso. Pensavo che il sesso in quel treno metafora della vita sarebbe potuto essere migliore di qualunque altra cosa; ed al mio fianco un posto vacante, forse perché al mio fianco il posto vacante è presente dalla nascita. Poi di fianco a Lei c’era l’uomo dell’Est, ma italiano, col labbro gonfio, una maglietta rossa che incuteva terrore, jeans, birra, pochi capelli sopra una fronte spaziosa per occhi assonnati ma sensuali. Anche lui aveva fantasie erotiche, forse sulla moglie, sulla madre, sulla sorella, sulla ragazza, o su di Lei – perché la osservava, di tanto in tanto, osservava quella schiena e quelle ossa sporgenti della mia Lei. Chissà a cosa pensava mentre sulla destra mia c’era il tipico uomo ignoto, di cui non saprei descrivere nulla se non il suo aspetto fisico, con barba precisa, alla moda, ed occhi fissi nel nulla per ben due ore. Proprio perché di fronte a lui c’era l’esperta signora che tutti vorrebbero scopare, a telefono con il figlio, forse, o con il parente che avrebbe dovuto prendersi cura del figlio durante la sua assenza; e dopo la telefonata lei che s’insospettiva, ansiosa, forse dopo aver ricevuto notizie sconfortanti, tanto sconfortarti da perturbare la sua psiche colta ed intelligente ma non abbastanza da scacciare ogni male da ogni pensiero. Ma lei manteneva il suo entusiasmo ed il suo essere sensuale, con le spalle di fuori e le ossa ad accompagnare collo e braccia, tanto erotiche e passionali quanto la voglia di scoparla all’infinito. Una donna anziana, non così tanto, le faceva compagnia senza conoscerla, senza sapere neanche il suo nome: era la donna che non guarderesti mai e poi mai, perché tanto inutile quanto grande era la sua bruttezza ed il suo squallore di vita borghese e precisa. Forse anche lei viveva quel treno metafora della vita senza alcun motivo concreto, forse pure lei aveva sassi da togliere dalle scarpe per vivere nuove esperienze in grado di farle dimenticare la miseria e la povertà di trasgressione e di vita e di amore della sua esistenza. Due donne, poi, proprio di fronte a me, dietro la donna matura e ferocemente attraente sulla mia destra: era una bionda, con un seno enorme, ed un neo abbastanza grande accanto ad un altro neo abbastanza piccolo: erano i nei dell’erotismo, quelli che leccheresti mentre distruggi il suo organo primario e mentre palpi le sue mammelle grandi quanto la tua brama di saziare le tue passioni; di fianco, un'altra lei, la sua compagna, amica, ignota, senza se e senza ma, con occhiali scuri che francamente avrei tolto per vedere il viso forse splendido forse inquietante. Passano persone che non hanno significato, s’incamminano lungo i vagoni del treno metafora della vita, passando evanescenti tra le mie brame, le mie considerazioni ed il mio riposo e le mie riflessioni impure e pure. Correva veloce, lungo i binari trucidi e marroni, consumati dalle sue continue corse veloci e lente, ma pur sempre corse. Correva senza pietà, non lasciava scampo per chi volesse scendere perché anche costoro avevano di fronte a sé la fine di quel tragitto lungo e breve, proprio come una vita. Correva mentre qualcuno leggeva, ascoltava musica o sentiva un amico col cellulare, per ingannare il tempo in mille modi diversi e dimenticare il continuo scorrere del treno metafora della vita e del suo eterno correre verso l’oscuro e verso la fine di tutto. Null’altro poteva dare significato a quella corsa scatenata e folle, null’altro, nemmeno le sognate scopate con la donna matura o quella prosperosa, nemmeno le caduche esperienze mondane che si sarebbero potute vivere con esse, nemmeno la ricerca degli sguardi degli altri, dell’uomo dell’Est, dell’uomo ignoto, della donna anziana ed insensata, nemmeno lo scorgere dei loro occhi e scovare le loro profonde anime per poi scoprire di trovare uomini e donne estremamente interessanti, estremamente grandi e più grandi di me. Provvisorie gioie, precari appagamenti sessuali o di altro genere, temporanei ed instabili attimi di felicità nei loro occhi o nel loro sesso. Provvisorie, precarie, temporanee azioni, basse e di poco conto che distraggono me e gli altri dalla corsa pazza e sempre più veloce del treno metafora della vita, fatto di passeggeri colti, disinvolti, ignoranti, belli, brutti, assassini, ladri, mentecatti, bugiardi, ipocriti, entusiasti, bambini, voluttuosi, piccoli perché piccoli davanti a qualcosa che da solo può essere eterno, ben più grande e ben più infinito di loro, piccoli uomini e piccole donne, piccoli davanti a qualcosa che da solo può essere eterno perché corrispondente a Lei, sempre di fronte a me, mentre riflettevo su tutti questi argomenti, mentre mi lasciavo catapultare in tante fantasie, mentre mi lasciavo incantare da simili corbellerie, mentre proprio Lei osservava sempre il paesaggio, i fiumi e i laghi, proprio mentre i suoi occhi in sintonia con la sua mente pensavano che io fossi il suo unico uomo, l’unico ad amarla ora e per sempre, l’unico essere vivente pronto a finire quel percorso nel treno metafora della vita insieme a Lei. Perché scesi da lì, ci tenevamo per mano, come se non fosse successo niente, come se il treno, seppur arrivato e finito e trascorso, avesse concluso tutte le esistenze di quei personaggi fittizi e reali, senza concludere però la nostra storia, la nostra vita, la nostra amalgamazione tra noi stessi e con l’eterna realtà a cui saremo ancorati per sempre. Io e Lei.
1 luglio 2011
Lo sa, ma non vuole dirmelo
16 novembre 2010
Jessica
25 luglio 2010
Pet Society
Questo pesce rosso conduceva una normale esistenza da pesce rosso. Dove la conducesse mi è ignoto, dato che ha passato la sua esistenza in una boccia di vetro tonda e senza spigoli. Penso che dopo un po' ti annoi anche di migliorare l'intertempo, se non altro per il mal di testa.
L'unica attività concessa a Mayakovsky era di guardare da un angolo assai defilato la piccola televisione della cucina. Non sopportava però le scene di sangue, probabilmente perchè riteneva che quel liquido fosse spremuta di pesci rossi. Non so dargli torto. Così, per evitargli quelle immagini cruente, ruotavamo la boccia di 180° in modo che vedesse solo la parete.
Sì, lo so, non era sveglissimo, Mayakosvky.
Non è fantastica l'esistenza del pesce rosso. In parte per la noia, ma suppongo che rispetto alla padella questo diventi un problema superabile. Il vero fastidio è l'igiene: non credo sia invidiabile quando per tutta la vita la tua casa coincide con la tua lettiera.
E poi, pensateci: voi di notte da soli, vi rigirate, mollate un peto in dormiveglia, che sono i migliori, e continuate a dormire beatamente alleggeriti. Un pesce rosso si ritrova brutalmente spiaccicato contro la parete. Per non parlare di quando prese il raffreddore. Anche questi son problemi.
Col tempo Mayakosvky è invecchiato e ha perso gran parte del suo caratteristico colorito, diventando praticamente trasparente. Così lo abbiamo ribattezzato Walter e gli abbiamo regalato una cravatta rossa, l'unica traccia dell'antico splendore.
Alla fin fine è morto. Ce ne siamo accorti dopo una settimana perchè la cucina puzzava di pesce indipendentemente dal menù di mia madre. L'abbiamo trovato strangolato con la sua cravatta, ma l'autopsia successiva rivelò che era morto annegato.
Per Walter è stata predisposta la cerimonia funebre ufficiale riservata ai pesci rossi: è stato scaraventato nel cesso ed ha aspettato il primo sciacquone, che riservargliene uno solo per lui a quei tempi era un lusso che non ci si poteva concedere.
Se n'è dunque andato così come ha vissuto, fedele alla sua anima.
3 aprile 2010
Il velo blu (parte 6)
Carbutto s'era arrampicato sullo scoglio, ed era riuscito ad addentrarsi nella villa. Non c'erano più porte, o finestre, tuttavia il sole non penetrava in quel luogo, legato da vincoli superiori a un'altra realtà. L'ansia della rivelazione era sparita, il tempo non valeva più nulla. Pochi attimi o lunghi anni sarebbero trascorsi identici, di fronte alla potenza della conoscenza. I corridoi della struttura si snodavano uguali e distrutti. Il velo non era di certo lì. I piani superiori erano la chiave. Il libro parlava spesso d'elevazione, di altezza della porta. Per trovare il velo, bisognava trovare le scale. Un piccolo stanzino era illuminato da una misteriosa luce. Corse verso esso. Candele sospese a mezz'aria salivano verso l'alto, in un moto ondulatorio e ciclico. Restò a osservare l’irrazionale spettacolo, poi ne prese una. Energia pura infilzò il suo corpo, fitte dolorose dilaniavano i suoi nervi e gli donavano nuovo vigore. Mattoni si sganciavano tremanti dal muro consumato. Ne prese ancora un'altra. Nuova energia, il canto di un bambino, o forse due. Continuò ancora, più veloce, l'ansia della rivelazione s'era nuovamente impossessata di lui. Mentre i mattoni s’aggregavano a costituire una scala verso il vuoto, intraprese quella salita. Un coro mistico di cherubini accompagnava ogni suo passo, sbiadiva ogni tentennamento. Ad ogni gradino verso la cima sembrava materializzarsi un velo. Il coro diventava sempre più alto. Il velo più nitido. La fine, il blu del drappo. Davanti a lui la risposta. Un momento per pensare a quello che fu, a quello che continuava ad essere. Non c'era motivo per rifiutare adesso, non aveva più niente, forse ricordi tristi. Attraversò quella tenda. Il buio.
Si risvegliò nel bagno di una discoteca, con la testa nel cesso. Alzò lo sguardo, di fianco a lui vomito e un bicchiere di vodka, dentro scioglievano ancora pasticche.
15 marzo 2010
Il velo blu (parte 5)
L'uomo tentava di risalire sulla barca, animato dall'impeto dell'istinto, dal desiderio di sopravvivere. Movimenti improvvisati e forti tentavano di rovesciare il vascello, mentre Carbutto s'allontanava dal naufrago. Ombre sconosciute, eccitate dal richiamo del suono, intanto s'avvicinavano fluttuando nel buio del profondo, emettendo echi minacciosi. La fine era ormai imminente. Uno dei misteriosi esseri era giunto, la sua forma non era più celata. Un grosso serpente, questa era la sua natura, s'apprestava ad avvolgere sinuoso il corpo dello stolto, in un abbraccio di morte e sofferente sollievo. Virgo s'arrendette a quella stretta, si lascio trasportare giù in fondo, respirando l'acqua per risparmiarsi il dolore. E fu la scelta giusta, il buon senso giunge ai folli solo prima della morte. Le ossa si spezzavano e si frantumavano all'aumentare della pressione, al morire dell'uomo. Poco dopo il serpente iniziò a mordergli la testa, strappando i capelli, e poi i tessuti dal cranio, colorando il mare di rosso e profumandolo di sangue. Altre creature sopraggiunte divorarono il resto. Le membra si staccavano e s'estendevano tirate da piccoli pesci pronti a contendersi le sottili carni. Animali di maggior taglia sbranavano con rapidi e veementi morsi il fegato, la milza e gli intestini.
Bolle rosse salivano su a galla, poi esplodevano a salutare il sole. La fine di quell'uomo era scritta.
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26 febbraio 2010
Il velo blu (parte 4)
Scesero a riva, sulla piccola spiaggia una barchetta abbandonata proteggeva minute e inermi tartarughe. Il fato illuminava il cammino di quegli uomini, quel mezzo non era una casualità. Presero la barca, la casa era a pochi metri di distanza, l'avrebbero raggiunta in breve. La villa maledetta, costruita un secolo prima, era situata in mezzo al mare, su di un alto scoglio, nelle cui insenature si sviluppava un allevamento di murene d'epoca antica. Atroci disgrazie e morte attendevano tutti coloro che l’avessero abitata, così raccontava la voce dei pescatori, così parevano dimostrare inquietanti coincidenze, l'abbandono di quel miracolo d'architettura.
Virgo continuava i suoi deliri sul futuro, sul nuovo ordine da costituire. Carbutto osservò quell'uomo, i suoi comportamenti, per tutti i minuti che separavano loro dalla meta. L'osservazione attenta è madre di ogni deduzione logica. Quel fanatico non poteva essere il discendente degli avi. Bisognava rimediare agli errori compiuti, all'insulso timore da cui era stato colto.
Erano ormai giunti ai piedi della casa. Arrivare alla villa, ormai in rovina, era quantomai difficoltoso. Virgo chiese aiuto al compagno. Ma egli non poteva lasciargli la verità. L'allevamento di murene incavato nelle rocce divenne matrice di micidiali idee. L'angelo della morte pervase la mente di Carbutto, fantasmi di rapide e necessarie soluzioni permeavano i suoi sensi. Lasciare che il femminello morisse affogato, affondato da chissà quale creatura marina, in un tragico incidente, era un’eventualità possibile. E poi il pensiero divenne azione. Spinse Virgo in acqua.
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