6 febbraio 2012
Tristemente, trecento
13 novembre 2011
1989
Ne avremo di cose da raccontare, noi dell’89: cose come il Ciao e Piccoli Brividi, ma anche l’Euro e Facebook. Non per togliere nulla a chi venne prima (e, in misura minore, dopo) di noi. Abbiamo avuto una consapevolezza particolare già dopo aver varcato le soglie del nostro primo giorno di scuola, alle elementari, dal VII governo Andreotti a Tangentopoli. Abbiamo visto Hammamet varcata da ladri che non ridaranno i soldi ai nostri genitori per i prossimi cento anni; vaghi ricordi di due torri che tagliavano il cielo di una splendida, malinconica New York; l’incisione sempiterna di un Tardelli che urlava al mondo e di un Grosso in lacrime dopo un gol. Come Woody Allen. Abbiamo visto nani salire al potere e ricadere per delle zoccolette minorenni (le stesse che ci faremmo durante quelle notti da sbronzi); il lento declino della RAI, che da Pirandello e l’Almanacco passava a tette e culi dati aggratisse come neanche i trans dietro le nuove poste di Cosenza sanno fare.
Non è un post malinconico. Statene certi. Ho cambiato radicalmente la mia visione del mondo, in questi anni, per constatare che nulla cambia in brevi intervalli di tempo (sentite qua, “intervalli di tempo”: come se si parlasse di un esercizio del cazzo dato dal vostro docente di Fisica 1 per lo scritto di febbraio). Mi son reso conto che l’unico punto focalizzante sugli eventi che ci sovrastano è il tempo. Quello che sconquassa la memoria, che divora tutto; come un Crono che per paura di perdere il potere divora i figli. Quello che costruisce statue di bronzo che dureranno in secola seculorum, quelle che tutt’ora nutrono le nostre menti di fervidi viaggiatori nella cronologia altrui. Tanto da farci dire, magari scherzando, ma anche con una certa nota di tristezza: “Eh, se fossi nato prima…”
Noi dell’89 siamo nati quando Mario e Zelda erano già superstar, mentre alle porte del futuro nascevano Battlefield e Fallout. Abbiamo goduto delle opere di Pinter e Osborne, quando già questi erano Nobel o morti da chissà quanto tempo. Prima o poi qualcuno di noi avrà detto “Il Nobel della Letteratura non ha senso da quando Borges è morto”, senza renderci conto che in realtà Borges era già al di là dell’Aleph. Abbiamo criticato Mussolini, Cossiga, Andreotti e Berlusconi sempre dopo le loro disfatte ai danni dei nostri genitori, nonni e bisnonni. Abbiamo visto le impronte sulla Luna a 300.000 chilometri di distanza, e vent’anni luce dopo. Abbiamo anche avuto il coraggio di dire che “I Pink Floyd sono una cazzo di band brit-pop di merda”, quando i Radiohead pubblicavano Kid A e Amnesiac.
Eravamo già vecchi, quando la DDR contava ancora un agente dei Servizi Segreti per abitante; quando l’Islam era una delle tre religioni rivelate e non il nemico con gli ordigni nucleari, tanto cattivo da poterlo utilizzare sugli eroici, protestanti, americani. Eravamo già vecchi quando Gorbachov diede il via al lento progredire del sogno americano; quando Giovanni Paolo II fu graziato dalla Madonna di Lourdes per poter continuare il suo silenzio nei confronti di preti pedofili e campi di concentramento croati. Eravamo vecchi, quando la polvere di due torri e di un edificio pentagonale entrarono nei nostri polmoni, giusto il tempo di farci urlare “Ma che cazzo…?”, per poi ricordarci che la storia non era ancora finita. Siamo già vecchi, ora che il mondo sembra andare a rotoli, aspettando un 21 dicembre che, come i tanti monimenti di Geova ci hanno abituato nel corso degli anni, continua a turbare la nostra tranquillità.
Tra il muro di Berlino e MySpace. Abbiamo vissuto ogni singolo attimo presente e assorbito ogni evento passato come se ci fossimo figurati di essere popolo di un tempo che non aveva mai fine. Non avendone uno nostro. Chi è il vecchio ora?
11 novembre 2011
Dharma annebbiante
Tolti gli occhiali vedevo la verità e almeno non ingenuamente scorgevo ciò che di illusorio si riversava verso i miei occhi in quel momento languidi ma puri e anche con visuale pura del mondo, del cielo stellato e della pallida e fervida Luna e non una visuale ingannevole, non un’essenza ipocrita della natura, perché almeno osservavo le cose come realmente stavano ossia: poco nitide, sbiadite, senza congiunzioni e un filo conduttore e una verità e l’essenza reale ma soprattutto ingannevoli, camaleontiche: apparivano in modi e sembianze diverse e strane e continuamente mutevoli. Gli occhiali invece mi davano l’aria dell’intellettuale borghese savio borioso capace di conoscere l’inesplicabile e di individuarne i concetti più oscuri e misteriosi; ma i concetti oscuri e misteriosi cosa sono? È tutto nella mente, mi ripetevo. Non esiste nulla. Nemmeno l’essenza, forse, e nemmeno la X ignota kantiana e forse nemmeno Kant ed il suo pensiero trascendentale. Con gli occhiali con questi stupidi occhiali m’illudevo di scorgere tutto e m’illudevo di poter andare sempre oltre ciò che ho conosciuto, ho travisato, ho svelato, m’illudevo di esser capace come uomo e come materia di raggiungere non l’infinito di per sé eterno, irraggiungibile, essente o appunto forse inesistente bensì tante cose che propinavano un avvicinamento all’infinito stesso e divenivano in un modo o nell’altro ugualmente soddisfacenti. Senza le lenti era tutta una sfumatura di cose irreali o parzialmente reali quindi verosimili come tutto questo pazzo mondo invisibile ma che noi ci sforziamo a rendere visibile, giustificandone le sembianze, e cadevo dalla mia boria o presunta tale per ritornare coi piedi per terra ed accorgermi di tutta questa inverosimiglianza e parvenza e forse mi sentivo anche inadeguato, debole, indifeso ed incapace di reagire ed escluso in un certo senso dal circostante, e senza lenti, insomma, pareva tutta una storia fiabesca e contorta e insensata ma sicuramente e finalmente realistica senza l’illusione di poter scorgere qualcosa che avrei potuto e voluto approfondire all’infinito. Senza occhiali tornavo al primo passo della conoscenza: ignaro di tutto e voglioso solo di scoprire le apparenze e le materie utili per vivere bene; quindi bramoso di arrancare con le più basse conoscenze, che non avrei di certo reputato tali, accontentandomi di esse, senza sapere di essermi semplicemente accontentato, e vivere solo in funzione di esse incurante di possibili quintessenze celate dietro l’angolo che magari con gli occhiali avrei cercato altresì di scovare (e poi lì sarei diventato pazzo, come in effetti diventai poiché vivevo con gli occhiali e non senza, e dunque la visione delle cose non mi appariva approssimativa ma chiara e tonda e dunque da approfondire, da allargare, da discutere, controbattere e ritornare daccapo con l’approfondimento etc.).
Dio, la morte. La morte e la non-nascita sono le salvezze a cui può (avrebbe potuto, ma non ha potere, eccetto per la morte) aggrapparsi uno come me perché di quelli come me ce ne sono a bizzeffe su questo sporco mondo del cavolo assai diverso dall’Iperuranio platonico (o forse, invece, uguale? Pieno di idee, noi tutti, sembriamo proprio noi idee perfette che cercano di trovarne altre e relazionare con esse, è mai possibile?, no che non è possibile, non siamo perfetti, ma cos’è la perfezione e l’imperfezione? È tutto nella mente, siamo Idee e non lo siamo, l’Iperuranio non esiste oppure lo stiamo vivendo giorno dopo giorno e in realtà non esiste neppure il pensiero d’Iperuranio e non esiste nemmeno Platone); e poi c’è sempre quella storia della fuga la quale presenta sempre peculiarità interessanti e chissà se forse è quella la soluzione per non pensare e quindi non porsi un’idea su tutta questa faccenda aggrovigliata in un guazzabuglio di incertezze e dubbi e irrealtà e pseudo-significati. Insomma, mi giravano i coglioni e soprattutto questi pensieri assurdi per la testa. E tutto questo solo perché per un attimo tolsi gli occhiali e m’accorsi così che la miopia era più seria di quanto pensassi.
24 ottobre 2011
San Francisco, Scott McKenzie
Scritto di getto, come insegna Kerouac...
Mentre la stavo ascoltando, sì: ascoltavo la sconfinata beatitudine della sinfonia, dell’aria, di effluvi, d’olezzi provenienti dalle praterie a me adiacenti: oh sì, proprio così, adiacenti a me che navigavo in quel momento nella più arcaica Cadillac, chissà a quanti chilometri di velocità, chissà da quante pianure oltrepassate, soppiantate e declassate ormai dietro di me, come segni del passato, un passato ugualmente sublime perché di tutto un quadro di luci, barlumi, soli rossastri e praterie irruvidite dal grano secco, che comprendeva quello stesso passato d’asfalto grigio, quello stesso presente d’aria infocata sul mio viso, quello stesso futuro che, chissà, sarebbe stato ancora meglio: anzi, lo era, perché poi diveniva presente, ed il presente, come detto, non poteva che essere Eterno. Scott allungò la vocale “a” di San Francisco, nel ritornello, ed io correvo sempre di più, non v’era sosta, né ostacoli, solo strada, liscia, pura, elementare, enorme, luccicante strada. Ed eccolo, al secondo minuto, che strepitava, sì che strepitava: “be sure to were”, ma solo se “vado a San Francisco” incitava, dopo che avevo attraversato orizzonti sbiaditi dal calore… e continuava, continuava a cantare, ed io ero sempre lì come perpetuamente immobile ma in costante movimento verso altri orizzonti, sempre più vividi, sempre più vicini, sempre più miei, sempre più Vita.
Finalmente mi sentivo vivo. Non ero strafatto e neanche ubriaco: ero semplicemente da solo, mentre ascoltavo quella canzone, che al quarantacinquesimo secondo sembrava raggiungere le vette dell’Himalaya e portarmi insieme ad essa, naturalmente: ma successivamente non terminava, perché riascoltandola poi si evinceva la chitarra psichedelica che istigava, anzi invogliava a Stare, ad emigrare dalla vita per rientrare in un’altra cosa che andava, sì, aldilà della vita stessa: era sulla strada, sulla strada c’era la pozione che più di ogni altra cosa svelava l’Essenza per regalartela, per sempre, nella mente e nel cuore, nelle vene dove quindi sgorgava impavida fino a Renderti.
12 dicembre 2010
Credere
Risultare antipatici è sempre meglio che essere inutili. Magari si vive nella piena acriticità e gli anni si trascorrono tranquilli, magari si incontra anche qualcuna che come te non ha mai cercato di comprendere le cose, oltre che vederle, e puoi morire felice con un sorriso ebete stampato in volto, mentre i nipoti ebeti del futuro che ti spetta rubano i soldi della tua pensione per comprarsi le stecche di lucky strike.
Probabilmente vivere così, senza chiedersi il perché è più comodo, si vive felici. Ma come si fa quando ci si accorge di quanto restare fermi senza interpretare le cose ci renda schiavi? Come si fa a restare nella mediocrità della tanto decantata semplicità quando di fronte hai un mondo che è la più grossa costruzione logico-matematica che tu possa concretizzare? Non che porsi delle domande ti renda migliore, alla fine la mediocrità sorge ugualmente di fronte ai limiti della tua comprensione o all'infinità delle tue ambizioni. Tuttavia, conscio che dopo non c'è nessun paradiso ad attenderti, cerchi di migliorarti e migliorare il mondo. La vera felicità sta nell'esser sicuri di aver fatto qualcosa. I sorrisi, i dolci ricordi non sono nulla. E' la convinzione di esser stati fedeli a sé stessi che permette di morire in pace. E io, se per amore della tranquillità seguissi i tuoi consigli, tradirei me stesso.
Febbraio
La forza degli ideali è superiore a ogni cosa. Ho visto nobili uomini aprire le porte dei propri palazzi e rifornire gli operai di armi e viveri. Ho visto i contadini della steppa trascinarsi lentamente dal confine con i loro muli, portavano viveri e medicamenti dai loro campi. Morivano di fame ma erano felici di farlo per la rivoluzione. E ho visto la folla diventare rossa della nostra bandiera e del sangue reale, ho udito le urla delle nobildonne spogliate e stuprate. Ho sentito la puzza dei crani spappolati e l'odore dei profumi mischiarsi al marciume del sangue in volto a bambini di 10 anni, le mascelle schiacciate dai tacchi. E il pianto di vecchi signori, padroni del mondo che imploravano pietà ai loro servi. E la pietà che fu sempre negata loro ora è stata negata al signore. Quanto ci è costata la libertà non lo sappiamo. La convinzione della giustizia mi rende sicuro che ogni prezzo non sarà mai troppo alto. E finché a morire sono i malvagi, finché la fine dei buoni è un sacrificio volontario allora continuerò a lottare. Stiamo costruendo il futuro, stiamo costruendo l'utopia.
Ottobre
Chi ci riforniva delle armi, chi diceva di essere con noi era meschino e falso. L'esperienza può far molto più dello studio. Nelle battaglie e nella rivoluzione è fondamentale. Comprendere chi sia davvero con te e chi invece stia cavalcando l'onda per il proprio tornaconto è necessario. Se si vuole continuare a credere in qualcosa, se si vuole che ciò per cui si è lottato e per cui ci si è spesi viva davvero e non resti illusione bisogna coltivare il sospetto e prender come prove gli indizi. La fiducia ci ha portati al regresso, i borghesi hanno preso il posto dell'aristocrazia e nulla pare essere cambiato. Chi moriva di fame continua a farlo, chi muore al fronte è ancora a soffrire per la guerra di chi è stato scacciato. Finché resteranno uomini come noi e l'ordine resterà debole la lotta non potrà terminare. Tuttavia queste condizioni risultano essere molto rare. Questa è l'ultima opportunità che ci è concessa per cambiare le cose. La giustizia è con noi, il popolo è con noi. La città è bianca e silenziosa, mentre mi preparo a vederla di nuovo tingersi di rosso durante un concerto di schioppi e morte.
Agosto
Ho sbagliato tutto. Ho perseguitato innocenti fondandomi sul sospetto e nella foga della cieca violenza ho lasciato che crescessero e prosperassero intorno a me le iene. Il mio sogno non è mai nato e ogni riflessione che ho fatto è stata vana, buttata al vento di fronte alla natura umana. Ogni sistema filosofico è destinato a cadere di fronte all'animale che è l'uomo, lo leggevo tra le righe di uno scrittore Italiano che mi consigliò Rivera pochi mesi or sono. Nel caldo di questa terra di sabbia che non è mia, dove le idee che difendevo sono solo uno specchio per le allodole mi accorgo di quanto sia stato stupido a pensare di poter sovvertire le classi e sradicare l'oppressione, io credevo d
11 maggio 2010
Requisiti minimi
Stamattina m'è successo di sedere di fianco a una persona con l'alito pesante, davvero cattivo. Puzzava così tanto che il tanfo si avvertiva dalla distanza, non ho neanche avuto il coraggio di rivolgergli la parola. Mi sono messo in disparte, ho perso una spiegazione intera (i libri bisogna SEMPRE metterli in cartella, mai risparmiare sul peso, la schiena diventa più forte), ma non riuscivo a resistere. Sarei dovuto uscire a comprare delle Vigorsol per ficcargli tutto il pacchetto in bocca, oppure avrei dovuto indossare una maschera anti-gas e fargli un discorso privato sull'importanza dell'igiene orale. Ma le persone stupide si offendono, non sono in grado di maturare sulle critiche, sbottano e rispondono male, dunque ho lasciato perdere e sono andato lontano, dove l'aria era fresca.
Ora, di discorsi sull'igiene orale credo se ne possan fare tanti: potremmo dire che strofinare i denti con uno spazzolino non è un processo funzionale se la sua durata è direttamente proporzionale al record mondiale di corsa sui 100 metri, categoria uomo; potremmo dire che dopo le 8 ore notturne di sonno, in cui i batteri sono aumentati almeno del 33%, sarebbe utile utilizzare il colluttorio, per ricondurre la fauna orale a livelli tollerabili.
Potremmo dire tante altre cose, ma alla fine, nessuna convince davvero quanto ciò che disse mio padre, quand'ero ancora fanciullo.
Non so dirvi che età avessi, però è una cosa che mi è rimasta nella mente, dell'infanzia ho pochi ricordi, questo è tra i più nitidi.
Eravamo io e papà, e ci stavamo lavando i denti. Io utilizzavo un dentifricio diverso da quello del babbo, era un mentadent con i personaggi disney disegnati sul tubetto, gusto menta delicata. Facevo storie perché la menta non mi piaceva, il dentifricio bruciava, era comunque troppo forte. E papà, che all'epoca era un tipo davvero figo, giovane e con la barba, mi disse che dovevo resistere, che era una fatica da fare, perché avere un alito che profumasse di menta era l'unico requisito, ossia l'unica condizione, per avere una vita sociale soddisfacente, ossia garantirmi tanti amici, amiche e fidanzatine. Mio padre diceva spesso ossia, chiariva ogni concetto e ogni parola difficile subito, cosi che durante tutto il mio iter scolastico passato, e forse dovrei aggiungere anche quello odierno, campai di rendita durante la maggior parte delle interrogazioni per l'utilizzo di un lessico colto e raffinato. Papà mi spiegò che non contava nulla quanto fossi bello, intelligente, o simpatico, bisognava solo avere un buon alito per essere parte del mondo.
Io i denti li lavo sempre.
Perché tu no?
22 gennaio 2010
A caccia di merda
Lunedì. Non mi ricordo cosa ho fatto. Il giorno prima ero allo stadio. Il Napoli ha pareggiato, c'erano schiere infinite di tossici in curva e a casa sarò tornato verso l'una. Ho dormito tutto il pomeriggio. Poi la sera ho studiato qualcosa. Credo matematica. Si, ho fatto un po' di esercizi e ho ripetuto delle formule. Che son tante. E' stata una giornata di merda.
Martedì. C'era il compito di matematica, poi rimandato al giorno dopo. Ho scritto una preghiera alla Madonna della trigonometria. Che c'era religione e mi son sentito ispirato.
Ave Maria, piena di gamma,
il coseno è con te.
Tu sei la circonferenza tra i triangoli
e benedetta è l'alfa del tuo seno Gesù.
Santa Maria, madre di X,
spiega per noi le funzioni,
adesso e nell'ora del nostro compito
Amen.
Dopo scuola, che mi pare solo aver fatto questo quel giorno, sono tornato a casa. Ho studiato di nuovo matematica, latino, altra roba inutile. La matematica non è inutile eh, sia chiaro. Ho giocato con la xbox almeno un'ora. Ho giocato a Bayonetta. Parla di una strega con un vestito attillatissimo che combatte coi capelli (che poi sono il vestito), quindi più ti distruggi i tendini a premere i tasti, più lei fa mosse strane e si denuda. Bel gioco. Ho mangiato qualcosa di orrendo e sono andato a dormire. Svegliatomi la mattina da sogni agitati, mi trovai trasformato, nel mio letto, in un'enorme formula di prostaferesi.
Mercoledì. Ho fatto un compito di matematica. E' andato bene. Ho fatto un compito di latino. E' andato bene. Sono tornato a casa. Ho letto gli ultimi capitoli di Se questo è un uomo, poi ho giocato a Bayonetta con un mio amico, che lui preme i tasti ancora più veloce di me e s'è imparato un bel po' di combinazioni. Ha ucciso Iustitia ottenendo oro a difficile.
Giovedì. Ho fatto un test di matematica, un compito di italiano. Il test è andato come quello del giorno prima. Ho messo una sola risposta a caso. Ho seguito un ragionamento però: se tutto questo casino di roba deve diventare come il piccolo coso che sta di fianco, devo per forza diminuire il suo valore. E ciò si può fare solo con un numero negativo, che c'è + davanti. Quindi la risposta è C. Il prof, quando ho consegnato, ha detto che era un bel ragionamento. Forse ho fatto un perfect score. Il compito di Italiano è andato bene. Una cosa classica, piena di artifizi retorici e citazioni di cattivo gusto. Si, è un bel tema per una scuola retrograda. Il pomeriggio ho studiato filosofia, poi ho corso. Alla sera son stato un po' a chattare su msn. Mi son visto Annozero e ho pensato a una cosa su Beppe Grillo e il movimento. I suoi candidati. C'era quello alla Campania. Non mi ricordo il nome, però era frocio, quindi lo chiamerò frocio. Che è una constatazione, non un'offesa. Almeno se è frocio. Frocio è offensivo solo se lo dici a un non frocio. Un etero, insomma. Ma son sicuro che quello fosse frocio. Se non lo sei, candidato presidente, ti chiedo scusa. Comunque il frocio ha detto che lui aveva fatto, aveva raccolto gente su internet, aveva organizzato il meet-up. Tradotto significa: ho lasciato commenti sul blog, ho portato nuovi lettori e ho speso 200 euro per organizzare incontri mai celebratisi. Però son giovane e sto con Grillo, votami! Votami che abbiamo un programma interessante, non segnarti però che vogliamo abolire il valore legale della laurea! Un fallito di trent'anni che passa le sue giornate a commentare e moderare sui forum non mi sembra idoneo. E' solo uno che vuol far carriera, entrare nel sistema. Ci vuole tanto a capirlo? Peccato che tanti coglioni andranno a votarlo. Ho spento la tv e sono andato a dormire, che tanto ne dicono solo stronzate.
Venerdì. Mi sono fatto l'interrogazione di filosofia. Nei cessi della scuola, da circa una settimana, c'è uno che caca per terra feci liquide. Ho cercato di risolvere il caso attraverso le rigide leggi della probabilità. Una malattia che costringe a defecare merda liquida dura in media 3 giorni. I colpevoli sono almeno 2. Il bagno è quello degli uomini, i colpevoli sono due uomini. Il bagno si trova al piano terra, la diarrea è una malattia (o un sintomo, il doc nei commenti saprà sicuramente dare delucidazioni) che colpisce all'improvviso. I colpevoli sono 2 uomini del piano terra. I ragazzi di prima hanno così paura di sbagliare qualcosa che si cacherebbero addosso pur di non avere problemi. I colpevoli sono sicuramente 2 uomini che frequentano classi superiori alla prima del piano terra. Nella mia classe son tutti innocenti. Stamattina, quando c'è stato l'ultimo attentato, nessuno aveva ancora frequentato i bagni. Nella classe di mio cugino, a suo dire, nessuno ha cacato a terra. Son tutti bravi ragazzi, è molto probabile. La cerchia dei responsabili si restringe dunque a sole 4 classi di indiziati. Nelle 4 classi del piano inferiore in cui non ci siamo né io, né mio cugino, ci sono i 2 uomini defecatori. Domani chiuderò il caso e vincerò 5 euro con un mio amico. Inoltre fin'ora ho detto una frase bellissima. Strappa dal cuore quest'amore morto e piantaci un bel fiore.
Domani scriverò un post. I diari sono noiosi.