Diceva qualcuno, su un sito in cui passavo letteralmente le giornate, piuttosto che leggere testi del cazzo che mi portassero al 100 per gli esami di Stato: “Noi dell’89 siamo stati il limbo di una generazione: a metà fra il muro di Berlino e MySpace”.
Ne avremo di cose da raccontare, noi dell’89: cose come il Ciao e Piccoli Brividi, ma anche l’Euro e Facebook. Non per togliere nulla a chi venne prima (e, in misura minore, dopo) di noi. Abbiamo avuto una consapevolezza particolare già dopo aver varcato le soglie del nostro primo giorno di scuola, alle elementari, dal VII governo Andreotti a Tangentopoli. Abbiamo visto Hammamet varcata da ladri che non ridaranno i soldi ai nostri genitori per i prossimi cento anni; vaghi ricordi di due torri che tagliavano il cielo di una splendida, malinconica New York; l’incisione sempiterna di un Tardelli che urlava al mondo e di un Grosso in lacrime dopo un gol. Come Woody Allen. Abbiamo visto nani salire al potere e ricadere per delle zoccolette minorenni (le stesse che ci faremmo durante quelle notti da sbronzi); il lento declino della RAI, che da Pirandello e l’Almanacco passava a tette e culi dati aggratisse come neanche i trans dietro le nuove poste di Cosenza sanno fare.
Non è un post malinconico. Statene certi. Ho cambiato radicalmente la mia visione del mondo, in questi anni, per constatare che nulla cambia in brevi intervalli di tempo (sentite qua, “intervalli di tempo”: come se si parlasse di un esercizio del cazzo dato dal vostro docente di Fisica 1 per lo scritto di febbraio). Mi son reso conto che l’unico punto focalizzante sugli eventi che ci sovrastano è il tempo. Quello che sconquassa la memoria, che divora tutto; come un Crono che per paura di perdere il potere divora i figli. Quello che costruisce statue di bronzo che dureranno in secola seculorum, quelle che tutt’ora nutrono le nostre menti di fervidi viaggiatori nella cronologia altrui. Tanto da farci dire, magari scherzando, ma anche con una certa nota di tristezza: “Eh, se fossi nato prima…”
Noi dell’89 siamo nati quando Mario e Zelda erano già superstar, mentre alle porte del futuro nascevano Battlefield e Fallout. Abbiamo goduto delle opere di Pinter e Osborne, quando già questi erano Nobel o morti da chissà quanto tempo. Prima o poi qualcuno di noi avrà detto “Il Nobel della Letteratura non ha senso da quando Borges è morto”, senza renderci conto che in realtà Borges era già al di là dell’Aleph. Abbiamo criticato Mussolini, Cossiga, Andreotti e Berlusconi sempre dopo le loro disfatte ai danni dei nostri genitori, nonni e bisnonni. Abbiamo visto le impronte sulla Luna a 300.000 chilometri di distanza, e vent’anni luce dopo. Abbiamo anche avuto il coraggio di dire che “I Pink Floyd sono una cazzo di band brit-pop di merda”, quando i Radiohead pubblicavano Kid A e Amnesiac.
Eravamo già vecchi, quando la DDR contava ancora un agente dei Servizi Segreti per abitante; quando l’Islam era una delle tre religioni rivelate e non il nemico con gli ordigni nucleari, tanto cattivo da poterlo utilizzare sugli eroici, protestanti, americani. Eravamo già vecchi quando Gorbachov diede il via al lento progredire del sogno americano; quando Giovanni Paolo II fu graziato dalla Madonna di Lourdes per poter continuare il suo silenzio nei confronti di preti pedofili e campi di concentramento croati. Eravamo vecchi, quando la polvere di due torri e di un edificio pentagonale entrarono nei nostri polmoni, giusto il tempo di farci urlare “Ma che cazzo…?”, per poi ricordarci che la storia non era ancora finita. Siamo già vecchi, ora che il mondo sembra andare a rotoli, aspettando un 21 dicembre che, come i tanti monimenti di Geova ci hanno abituato nel corso degli anni, continua a turbare la nostra tranquillità.
Tra il muro di Berlino e MySpace. Abbiamo vissuto ogni singolo attimo presente e assorbito ogni evento passato come se ci fossimo figurati di essere popolo di un tempo che non aveva mai fine. Non avendone uno nostro. Chi è il vecchio ora?
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13 novembre 2011
1989
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10 febbraio 2010
10 febbraio
Da qualche anno a questa parte il 10 febbraio si parla delle foibe, cosa che a me va benissimo, assunto che conoscere la storia è l'unico modo per dare vigore alla natura antifascista del mio pensiero. Curiosamente, persino i massacri delle foibe sono un tassello di grande peso contro il fascismo e contro l'attuale gestione dello stato italiano. Dico "curiosamente" perchè questa campagna promossa non a caso dal nostro governo, ovvero da una destra reazionaria, non è incentrata sulla memoria storica, bensì sulla semplificazione e sulle frasi fatte: la percezione in Italia del 10 febbraio è una sorta di compensazione della giornata della memoria del 27 gennaio, come dire che sì, è vero che i nazisti sono stati cattivelli, ma guardate i comunisti come sono barbari, insensibili e massacratori. La frase tipica da bar è "i partigiani hanno ammazzato un sacco di persone che avevano la sola colpa di essere italiani". Se poi si chiede di inquadrare il periodo e le ragioni storiche o che cosa significa "foiba" si cade evidentemente in tentativi di negazionismo e minimizzazione.
Il mio obiettivo non è negare la reticenza del PCI, peraltro non inferiore all'ostinazione di ogni governo italiano dal 1946 ad oggi (certamente quindi non comunista) nell'evitare di indagare sulle colpe storiche del nostro paese nei confronti della Jugoslavia, e neppure giustificare omicidi non necessari. E men che meno minimizzare sui morti.
Il concetto è che tutto quanto successo in Jugoslavia ha origini profonde e rientra in giochi di potere che si spostano dal nazionalismo locale, al controllo anglo-americano, all'influenza russa. Parto dal 1920, anno in cui ha inizio l'italianizzazione forzata delle minoranze slave con questo discorso di Mussolini:
"Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani"
Nel 1941 l'Asse occupa la Jugoslavia, deportando 350.000 prigionieri di guerra, in parte in Germania, ma in larga misura anche negli oltre 200 campi di concentramento sparsi fra l'Italia ed i Balcani in cui morirono oltre 250.000 internati (anche se secondo fonti slave sono almeno il doppio) con tassi di mortalità più alti persino rispetto ai campi nazisti. A questo proposito può essere interessante citare un documentario prodotto dalla BBC, Fascist Legacy, con accurate descrizioni e testimonianze degli eccidi italiani durante la seconda guerra mondiale. Questo filmato è stato acquistato dalla RAI in modo che nessun altro avesse i diritti di trasmetterlo, un po' come il video degli americani che lanciano fosforo bianco in Iraq sulla popolazione. Inutile aggiungere che non è mai stato mandato in onda neppure dalla RAI, ma solo qualche stralcio da La7.
In Jugoslavia si instaura una dittatura ustascia, i cui barbari eccidi e deportazioni sono sostenuti dai generali italiani con l'appoggio del Duce:
"Il mancato rastrellamento di donne, specialmente insegnanti di scuole medie ed elementari, che hanno notoriamente svolto e tuttora svolgono attiva opera di propaganda comunista e di assistenza ai partigiani, ha prodotto cattiva impressione."
"Come avete detto è cominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto, per il bene del paese ed il prestigio delle forze armate ... Non vi preoccupate del disagio economico della popolazione. Lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze ... Non sarei alieno dal trasferimento di masse di popolazioni."
Fra i sostenitori del regime ustascia si annovera anche l'arcivescovo cattolico Stepinac, che sarà prima nel '53 proclamato cardinale da Pio XII e poi nel '98 beatificato da Giovanni Paolo II; contro la dittatura militare prende piede una resistenza interna guidata da Tito ed un'aperta campagna dei partigiani italiani in Friuli, che condannano con processi sommari 600-800 uomini sostenitori del partito fascista o anche semplicemente funzionari del governo. Queste furono le uniche esecuzioni di chiara matrice partigiana: condannare la resistenza italiana in base a questi fatti per me è paragonabile al commemorare le SS ammazzate dagli ebrei nella rivolta del ghetto del '44.
Negli anni successivi nella Jugoslavia si solleva un vespaio, con ulteriori eccidi perlopiù di matrice locale, ai danni di partigiani, italiani, civili, slavi, fascisti. Non conosco abbastanza la storia per poter descrivere accuratamente i fatti: sono però sicuro che è un gran casino. Il totale degli infoibati è una cifra che varia dai 5 agli 11mila morti.
Parliamo le foibe per quello che dovrebbero essere: uno spot, l'ennesimo, qualora fosse necessario, contro la guerra e l'odio razziale, in particolare verso quelli che per 364 giorni ogni anno vengono etichettati come zingari.
Il mio obiettivo non è negare la reticenza del PCI, peraltro non inferiore all'ostinazione di ogni governo italiano dal 1946 ad oggi (certamente quindi non comunista) nell'evitare di indagare sulle colpe storiche del nostro paese nei confronti della Jugoslavia, e neppure giustificare omicidi non necessari. E men che meno minimizzare sui morti.
Il concetto è che tutto quanto successo in Jugoslavia ha origini profonde e rientra in giochi di potere che si spostano dal nazionalismo locale, al controllo anglo-americano, all'influenza russa. Parto dal 1920, anno in cui ha inizio l'italianizzazione forzata delle minoranze slave con questo discorso di Mussolini:
"Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani"
Nel 1941 l'Asse occupa la Jugoslavia, deportando 350.000 prigionieri di guerra, in parte in Germania, ma in larga misura anche negli oltre 200 campi di concentramento sparsi fra l'Italia ed i Balcani in cui morirono oltre 250.000 internati (anche se secondo fonti slave sono almeno il doppio) con tassi di mortalità più alti persino rispetto ai campi nazisti. A questo proposito può essere interessante citare un documentario prodotto dalla BBC, Fascist Legacy, con accurate descrizioni e testimonianze degli eccidi italiani durante la seconda guerra mondiale. Questo filmato è stato acquistato dalla RAI in modo che nessun altro avesse i diritti di trasmetterlo, un po' come il video degli americani che lanciano fosforo bianco in Iraq sulla popolazione. Inutile aggiungere che non è mai stato mandato in onda neppure dalla RAI, ma solo qualche stralcio da La7.
In Jugoslavia si instaura una dittatura ustascia, i cui barbari eccidi e deportazioni sono sostenuti dai generali italiani con l'appoggio del Duce:
"Il mancato rastrellamento di donne, specialmente insegnanti di scuole medie ed elementari, che hanno notoriamente svolto e tuttora svolgono attiva opera di propaganda comunista e di assistenza ai partigiani, ha prodotto cattiva impressione."
"Come avete detto è cominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto, per il bene del paese ed il prestigio delle forze armate ... Non vi preoccupate del disagio economico della popolazione. Lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze ... Non sarei alieno dal trasferimento di masse di popolazioni."
Fra i sostenitori del regime ustascia si annovera anche l'arcivescovo cattolico Stepinac, che sarà prima nel '53 proclamato cardinale da Pio XII e poi nel '98 beatificato da Giovanni Paolo II; contro la dittatura militare prende piede una resistenza interna guidata da Tito ed un'aperta campagna dei partigiani italiani in Friuli, che condannano con processi sommari 600-800 uomini sostenitori del partito fascista o anche semplicemente funzionari del governo. Queste furono le uniche esecuzioni di chiara matrice partigiana: condannare la resistenza italiana in base a questi fatti per me è paragonabile al commemorare le SS ammazzate dagli ebrei nella rivolta del ghetto del '44.
Negli anni successivi nella Jugoslavia si solleva un vespaio, con ulteriori eccidi perlopiù di matrice locale, ai danni di partigiani, italiani, civili, slavi, fascisti. Non conosco abbastanza la storia per poter descrivere accuratamente i fatti: sono però sicuro che è un gran casino. Il totale degli infoibati è una cifra che varia dai 5 agli 11mila morti.
Parliamo le foibe per quello che dovrebbero essere: uno spot, l'ennesimo, qualora fosse necessario, contro la guerra e l'odio razziale, in particolare verso quelli che per 364 giorni ogni anno vengono etichettati come zingari.
19 gennaio 2010
Prefe libero!
Che l'informazione sia su internet non è oggetto di discussione. Sul web si può trovare qualsiasi dato l'umanità abbia partorito, per cui quando sostengo che, pur non acquistando quotidiani o accendendo la televisione, so perfettamente cosa accade ritengo di non essere in errore. Ed i blog, a loro volta, consentono talora di analizzare le notizie, conoscerne le sfumature ed, ovviamente, analizzarle e discuterne. Fra i molti di questi strumenti magari banali, ma certamente stimolanti, seguo abitualmente Blog Log III. Il suo autore, Prefe, è un ragazzo in gamba che scrive molto, condendo i suoi post con l'ironia e l'arguzia tipica dei bravi blogger. Fra le sue pagine sono venuto a conoscenza di tale Nicholas Farrell, giornalista inglese che periodicamente ci rallegra con perle di mediocrità pubblicate su Libero, che Prefe analizza per i suoi lettori con minuziosa attenzione e grande allegria. Tuttavia, dopo oltre un anno di questo divertimento, Farrell, accortosi della pubblicità fatta ai suoi pezzi, ha ritenuto di dover parlare della vicenda sul suo giornale, con un articolo che parte dalla prima pagina, nel quale vuole passare per martire demonizzato dai comunisti. Ma Prefe è un blogger come ce ne sono, o potrebbero essere, centinaia e migliaia di altri, ciò detto non per sminuire le sue doti, ma per ricordare che non è un giornalista con un'ampia visibilità. E che per lui deve essere stato curioso trovare il proprio blog citato su Libero come esempio di depravazione della sinistra italiana e della rete.
Farrell incarna perfettamente il prototipo dell'uomo di destra privo di qualsiasi spunto culturale, ma sostanzialmente non cattivo. Sembra credere profondamente a quello che dice e non pare viziato dalla malafede che invece traspare con evidenza dalle parole di gente come Feltri e Facci, per citarne un paio. Al contrario Farrell, persino nei limiti del proprio italiano palesemente sgrammaticato, parzialmente giustificabile data la sua nazionalità, esprime concetti molto chiari nella loro semplicità: sembra di assistere ad una discussione dal barbiere, col tassista o in qualche bar di periferia, in circostanze in cui i problemi si liquidano con massime e frasi fatte, sordità e manifestazioni di assoluta ignoranza.
Farrell trasferisce appunto la politica da bar, farcita di "i neri puzzano e stuprano", "i terroni rubano il lavoro", "le donne non devono lavorare", "la colpa è del comunismo", nel quotidiano con più contributi politici d'Italia e da oltre 100mila copie vendute al giorno, un pò come Biscardi trasferisce in televisione le discussioni da bar sul calcio: c'è chi si esalta guardandolo, immedesimandosi nei suoi interventi tanto inutili quanto sobillatori e nella cagnara di sottofondo, chi lo osserva divertito come si fa coi pagliacci e chi invece, nauseato, si limita a considerarlo un danno per lo sport. E come lui Farrell colleziona, piuttosto che degli ammiratori sinceri, dei fans delle sue grottesche abitudini; diventa, in sostanza, un personaggio popolare di una commedia plautina, goffo, prevedibile e ridicolo.
E difatti, il nostro inglese, non si rende conto che attaccando un blogger qualunque dalla prima pagina del suo giornale e facendolo peraltro con un articolo ulteriormente mediocre ed invitando i suoi lettori a difenderlo dai comunisti, contribuisce a rafforzare l'immagine di sè come di un clown che scrive, probabilmente coadiuvato dal Sangiovese a lui tanto caro, sull'impeto di emozioni non ragionate, senza riflettere inoltre sul rapporto di forze in campo, che lo ridicolizza ulteriormente. E, ne sono certo, continuerà a scrivere altri fantastici articoli senza nessun dubbio sulla bontà delle proprie opinioni.
Farrell incarna perfettamente il prototipo dell'uomo di destra privo di qualsiasi spunto culturale, ma sostanzialmente non cattivo. Sembra credere profondamente a quello che dice e non pare viziato dalla malafede che invece traspare con evidenza dalle parole di gente come Feltri e Facci, per citarne un paio. Al contrario Farrell, persino nei limiti del proprio italiano palesemente sgrammaticato, parzialmente giustificabile data la sua nazionalità, esprime concetti molto chiari nella loro semplicità: sembra di assistere ad una discussione dal barbiere, col tassista o in qualche bar di periferia, in circostanze in cui i problemi si liquidano con massime e frasi fatte, sordità e manifestazioni di assoluta ignoranza.
Farrell trasferisce appunto la politica da bar, farcita di "i neri puzzano e stuprano", "i terroni rubano il lavoro", "le donne non devono lavorare", "la colpa è del comunismo", nel quotidiano con più contributi politici d'Italia e da oltre 100mila copie vendute al giorno, un pò come Biscardi trasferisce in televisione le discussioni da bar sul calcio: c'è chi si esalta guardandolo, immedesimandosi nei suoi interventi tanto inutili quanto sobillatori e nella cagnara di sottofondo, chi lo osserva divertito come si fa coi pagliacci e chi invece, nauseato, si limita a considerarlo un danno per lo sport. E come lui Farrell colleziona, piuttosto che degli ammiratori sinceri, dei fans delle sue grottesche abitudini; diventa, in sostanza, un personaggio popolare di una commedia plautina, goffo, prevedibile e ridicolo.
E difatti, il nostro inglese, non si rende conto che attaccando un blogger qualunque dalla prima pagina del suo giornale e facendolo peraltro con un articolo ulteriormente mediocre ed invitando i suoi lettori a difenderlo dai comunisti, contribuisce a rafforzare l'immagine di sè come di un clown che scrive, probabilmente coadiuvato dal Sangiovese a lui tanto caro, sull'impeto di emozioni non ragionate, senza riflettere inoltre sul rapporto di forze in campo, che lo ridicolizza ulteriormente. E, ne sono certo, continuerà a scrivere altri fantastici articoli senza nessun dubbio sulla bontà delle proprie opinioni.
15 ottobre 2009
Il piacere della conquista
Il Times ha accusato stamani i nostri servizi segreti di aver pagato i guerriglieri talebani per evitare attacchi alle truppe italiane. Secca la replica del Ministro della Difesa, La Russa: "Spazzatura! Non abbiamo mai dato denaro ai Taliban. Li pagavamo in natura." Dall'Afghanistan si affretta a chiarire un capo talebano: "Non sapevo che fossero prostitute. Non ho mai pagato una donna. Non ho mai capito che soddisfazione ci sia se non c'è il piacere della conquista."
Pare che l'intermediario fosse un tale G. Tarantini.
Pare che l'intermediario fosse un tale G. Tarantini.
18 settembre 2009
Rischi del mestiere
Se studi a Pisa puoi beccarti l'acqua, se guidi una formula uno ti può arrivare in testa una molla a 300 km/h, se fai il calciatore puoi trovarti in un contrasto tra Materazzi e Muntari e spezzarti tibia e perone (se sei fortunato), se fai l'idraulico puoi essere preso a cornate da qualche marito incazzato, se fai il testimone di Geova e rompi i coglioni la mattina all'alba puoi, anzi devi, essere insultato.
Se fai una guerra puoi morire. Lasciamo perdere gli eroi.
17 settembre 2009
La grande valorizzatrice
Il vero dramma umano quando muoiono dei soldati italiani è il mio. Mi ci incazzo, il mio fegato secerne bile ed il cervello partorisce foschi pensieri che spaziano da un civile e rassegnato "ma amme che mmè fotte?" ad un più cinicamente insensibile "sei fascistelli non potranno più starnazzare canti fascisti per le strade della mia città, ma il prezzo da pagare sono 2 giorni di titoli di giornale che tolgono spazio a notizie che andrebbero davvero diffuse".
Dal 2002, sono morti 52 militari italiani in missioni all'estero. Circa la metà per incidenti stradali o aerei, errori in fase d'addestramento, fuoco amico o faccende che esulano dai compiti di guerra. 19 a Nassiriya e 6 oggi, in due diversi attentati. Se consideriamo che sono o sono stati impiegati circa 9500 militari ogni anno, in media, la mortalità è di circa 7 su 10000, i 1300 morti l'anno sul lavoro in Italia, quasi tutti compresi negli 8 milioni dei settori primario e secondario, con mortalità annua di 1,6 su 10000, a me non sembrano cifre da capogiro, da indignazione, da cordoglio nazionale.
Non mi sento di chiamarli eroi, ma forse non per la mia insensibilità. Magari davvero non sono eroi. Che coraggio dimostrano dei militari che occupano due nazioni che non influiscono sulla nostra solidità e pace sociale, in missioni unilaterali di matrice statunitense, per un totale di oltre 200.000 morti?
Si chiama "guerra", ed entrare in territori altrui per fini pubblicitari e ritorni economici si chiama "invasione". Questo lo sanno tutti, anche chi ce li spedisce regolarmente.
Il problema vero è che la morte restituisce dignità alle persone, lava ogni loro peccato, ogni loro errore e li etichetta come martiri, ovviamente a prescindere dal fatto che siano soldati, anche se questo aiuta. I morti non si criticano, si rispettano in silenzio ed esaltando le loro gesta passate e dove non vi sono gesta si inventano. La morte innalza baluardi di mediocrità a simboli dell'Italia operaia e solidale, e dove fa notizia non può mai essere banale cronaca. La morte raccontata non ha una causa, ma soltanto un fine, sia esso mostrare la generosa solidarietà di un governo verso i suoi figli o piuttosto vituperare popoli, razze, etnie nel nome di esigenze politiche.
La settimana scorsa è scomparso Mike Bongiorno, un uomo la cui proverbiale ignoranza, nonchè la triste caratteristica di essere sostanzialmente privo di qualsiasi dote, ha contribuito ad affossare la nostra nazione sotto la spinta di un tubo catodico caricato a banalità. Un personaggio che non capiva le domande che poneva quando esse esulavano appena dalle conoscenze elementari o dalla vox populi è diventato il nonno di tutti. Che ha sostenuto Berlusconi dagli albori sulla base della sua posizione lavorativa e che è finito appiedato dal padrone stesso, come accaduto a milioni di italiani, nel loro piccolo e nella loro inutile esistenza, che non finiranno sui rotocalchi. Il rappresentante principe della mediocrità italiana ha svolto il suo ruolo, scomparendo in allegria, dopo averci insegnato che il discernimento critico nel nostro paese non ha prezzo, semplicemente perchè non lo compra nessuno.
Non mi sento di chiamarli eroi, ma forse non per la mia insensibilità. Magari davvero non sono eroi. Che coraggio dimostrano dei militari che occupano due nazioni che non influiscono sulla nostra solidità e pace sociale, in missioni unilaterali di matrice statunitense, per un totale di oltre 200.000 morti?
Si chiama "guerra", ed entrare in territori altrui per fini pubblicitari e ritorni economici si chiama "invasione". Questo lo sanno tutti, anche chi ce li spedisce regolarmente.
Il problema vero è che la morte restituisce dignità alle persone, lava ogni loro peccato, ogni loro errore e li etichetta come martiri, ovviamente a prescindere dal fatto che siano soldati, anche se questo aiuta. I morti non si criticano, si rispettano in silenzio ed esaltando le loro gesta passate e dove non vi sono gesta si inventano. La morte innalza baluardi di mediocrità a simboli dell'Italia operaia e solidale, e dove fa notizia non può mai essere banale cronaca. La morte raccontata non ha una causa, ma soltanto un fine, sia esso mostrare la generosa solidarietà di un governo verso i suoi figli o piuttosto vituperare popoli, razze, etnie nel nome di esigenze politiche.
La settimana scorsa è scomparso Mike Bongiorno, un uomo la cui proverbiale ignoranza, nonchè la triste caratteristica di essere sostanzialmente privo di qualsiasi dote, ha contribuito ad affossare la nostra nazione sotto la spinta di un tubo catodico caricato a banalità. Un personaggio che non capiva le domande che poneva quando esse esulavano appena dalle conoscenze elementari o dalla vox populi è diventato il nonno di tutti. Che ha sostenuto Berlusconi dagli albori sulla base della sua posizione lavorativa e che è finito appiedato dal padrone stesso, come accaduto a milioni di italiani, nel loro piccolo e nella loro inutile esistenza, che non finiranno sui rotocalchi. Il rappresentante principe della mediocrità italiana ha svolto il suo ruolo, scomparendo in allegria, dopo averci insegnato che il discernimento critico nel nostro paese non ha prezzo, semplicemente perchè non lo compra nessuno.
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