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28 febbraio 2012

Credo mi occorra

una guida alla digestione del vuoto.
Che non contenga espressioni come "c'è tempo" -
- sto raccogliendo molto materiale a riguardo,
vorrei che una volta cucito, suscitasse
quell'esatta sensazione di apnea
che sto sperimentando ora -
o "ci spiace, ma è così" -
magari seguita da una dicotomia
d'opzioni egualmente castranti e impraticabili.
Quel che esiste, ha delle modalità storiche,
di affermazione e dibattito.
Il potenziale omicida che è nella bramosia
di ciò-che-non-esiste, invece, può essere
avvistato solo divincolandosi dall'accademia,
dalla coerenza, dall'empatia, dalla biochimica, dal branco,
e compiendo tre o quattro passi in direzione del baratro.
È per questo percorso in terra straniera e ostile,
che vorrei una guida.



Dedicato anche a Puccio e Mati di All90sLong,
che in teoria non avrebbero alcuna ragione per farlo, ma pare mi vogliano bene.

16 febbraio 2012

Post Graduation Party

Stamane sono entrato in ufficio con aria un po' mogia,
corrucciato dall'idea di aver innescato una bomba
all'interno del mio petto. Penso esploderà al
prossimo aperitivo tra colleghi, quando meno me lo aspetto,
tra la sedicesima e la diciassettesima oliva.
Un lieve scricchiolio della mandibola sarà l'unico,
tardivo ed osseo, segnale d'allarme.

" Le esperienze passate sono servite a comprendere cosa non voglio.
Sono molto esigente: analizzo e soppeso. Vuoi sapere come ho catalogato te?
Tu sei un omino basso, buffo e non bello. Insicuro, bisognoso,
incline alle dipendenze, emotivamente instabile: una checca isterica.
Per giunta possessivo, radicale, poco loquace e poco socievole.
Di te si salvano le mani, la voce e un bundle di cultura e abilità logiche.
Ammetto che la miscela di queste ultime cose fa abbastanza sesso,
ma il resto... Dio ce ne scampi e liberi. "

Bi pronuncerà tali parole, io ne loderò l'ammirevole, sacra sincerità
con impeccabile sorriso da truffatore professionista - c'è un giro
di scommesse molto attivo, in ufficio, è dura tener testa a Bi;
per non sfigurare e perdere è necessario "mostrarsi uomini"
(quando incontrerò il barbaro responsabile della creazione di tale locuzione,
giuro lo sevizierò con crudeltà inumana, inconcepibile),
ma mi mostrerò uomo una volta di troppo, per gli esigui margini garantiti
dal personale bonus vitale, e la bomba esploderà:
i miei polmoni marci andranno a decorare i cocktail dei partecipanti.

Dicevo: stamane sono entrato in ufficio.
F. mi ha salutato, carezzandomi la barba ispida,
e mi ha chiesto se mi fosse passata la sbornia.
Ma come poteva lei sapere che avevo trascorso
tutto il pomeriggio e la sera del giorno precedente
girovago (forse più "ondìvago") tra la cucina e il cesso,
in compagnia di diverse bottiglie di rhum?
Avevo staccato il citofono e spento il computer, il cellulare
e tutte le luci, tranne un faretto fioco, per strappare
alla totale oscurità giusto la strada dal frigo al bagno.
Nessuno poteva sapere dove fossi, cosa stessi facendo.
Liquefatto al punto di diventare trasparente? Improbabile.
Segni sotto gli occhi, sulle labbra, eccessivo pallore? Neppure.
L'ho allontanata maldestramente, bofonchiando:
"Nessuno strascico, per cui credo che rincarerò la dose, più tardi."
Ho preso a sfogliare distrattamente le solite carte,
in cerca di qualcosa da distruggere o da rinvigorire.
Ho pensato alle luci nell'autobus che mi aveva riportato
a casa, il pomeriggio prima. Di un blu elettrico, intensissimo,
che cozzando contro l'aria stanca dipingeva macchie inquietanti sui vetri,
e rendeva, di contrasto, ogni cosa all'esterno più rossa,
come in un primo speranzoso pomeriggio d'estate,
senza etichette da scrollarsi di dosso, nudo.

Alché, ho realizzato.

L'idea che qualcosa possa muoversi più veloce della luce
percorrendo per questo a ritroso il corso del tempo.
Non una particella, ma un frammento di empatia, di intuito,
che, nato oggi, possa recare nel passato un'immagine di
ciò che sarà - questa energia giunge a destinazione
quando viene colta, compresa. Nei casi in cui determini
un'effettiva svolta nel corso del tutto, da incentivo o deterrente,
un nuovo frammento inizia il suo percorso in senso inverso,
generando una biforcazione dell'intera linea temporale.
Ci siamo arrovellati per secoli circa l'esistenza
di civiltà extraterrestri, cullandoci con il pensiero
che queste fossero analoghe alla nostra, addirittura
geneticamente compatibili. Abbiamo indirizzato la nostra attenzione
verso la dimensione sbagliata! Sono venuto in possesso
di questo frammento del Grande Libro di Dio, ed ora mi è chiaro,
evidente, che ogni folgorazione, ogni eso-percezione,
è soltanto l'effetto della decodifica di un messaggio
proveniente da una zona inaccessibile: il futuro, appunto.
Dovrò trovare un modo di indagare sulla degradazione
dei segnali, per poter vivere più vite in una sola.

Vivere questo martirio, questo trambusto di ossa e pelle,
cambiare e stupire chiunque, per garantirmi umiliazione e dolore,
e, a millisecondi di distanza, salvezza e serenità.
Tener lontano il pensiero che esista una linea
entro la quale ogni impulso è del tutto impotente.
Questo farò.


6 febbraio 2012

Tristemente, trecento

Avrei voluto scrivere del languido ed annuvolato di candore cielo di Posillipo, con quel Vesuvio che ormai non è più una novità, attiguo, così tanto, alla landa di scatolette arancioni che rasentano moli, mari e vascelli; mi ritrovo, invece, a scrivere di peones immusoniti e vecchi rimbambiti, e coppiette improvvisate su strade disastrate, e clacson roboanti che infervorano l'aria e la colmano di grigio, qui nel rione. Il vano e coraggioso tentativo di evadere per qualche ora diviene appunto vano e di questi resta solo l'amara potenziale audacia lasciata lì ad avvizzire come una vecchia rosa ripudiata - diviene vano perché sbarrato, forse, dall'adattamento, che per quanto nocivo, criticato e nauseante, è tale, e la sua erculea potenza innesca fervidi meccanismi di pleonasmo, abitudine e, effetto più disastroso, imprescindibilità. Ricordo il tentativo di dieci minuti fa, quello di guidare in zone che a quest'ora palesano una nobile desolazione tutt'altro che greve, come invece è l'aria di qui. Ero solo avvolto da un alone d'illusione che chiedeva solamente che me ne stessi tutto solo lì, rabbuiato ed imbacuccato a contemplare la quiete, la pulizia e il silenzio dell'etere - ho deluso quest'alone, s'aspettava qualcosa in più da me, ma non è colpa mia. Eppure non c'è più tempo, sempre più angusto e grave, tempo maledetto che t'inviperisce con la sua frenesia e le sue soffocanti pretese. Intanto sono in mezzo ad un segmento, ai cui estremi vi sono due miei ex compagni delle elementari: uno, da dietro, urla guaiti come un asino che rantola, l'altro, davanti, col suo giubbotto alla moda s'appresta ad utilizzare la sua auto - funzionante, non come la mia, che mi inchioda su questo sedile e mi costringe a scrivere di loro e non del Vesuvio, o della ringhiera di via Orazio, o degli uccellini che salmodiano sui pomposi alberi di Posillipo, o di una cicca che rotola accidentalmente giù nell'inferno, loro, uno dietro e un altro avanti, in una nube, tutti senza esclusione, di camorra, reticenza, omertà, cespugli, carte, bambini tristi, pali della luce. Vivono la loro vita, anche gli esseri inanimati, così come io vivo la mia, disperata come la loro, angosciata, piuttosto gelida, e tetra. Tutti uguali sotto questo tetto di fumo acre - ed io che volevo solo starmene in pace a Posillipo.

12 gennaio 2012

Occhi cavi

C'era anche questo sogno, tra i lungamente presagiti.
Il nostro antieroe, il nostro tafano kafkiano,
si riprende rattrappito da un sonno troppo breve,
raggiunge il bagno a tentoni, accende la luce
(la sua prima parola, tra poco ogni pragmatica
verrà distrutta, ogni capriccio smobilitato)
e indaga, con l'ausilio dello specchio,
riguardo quel fastidioso prurito alle palpebre.
Nonostante le labbra riarse, da malato terminale,
la sete che lo consuma incessantemente,
ora sono le palpebre, sul prioritario piedistallo.

"Non puoi più evitare il problema.
Quando hai deciso di voler ammettere,
hai reso irreversibile la situazione."

Le orbite sono cave. Vuote. Buie.
Eppure egli vede!
Si precipita in strada, in cerca d'aiuto.
Corre disperato e veloce, con le mani sugli occhi,
o, per meglio dire, sul nulla che li ha sostituiti.
Non teme per la menomazione, dato che, per l'appunto,
egli vede.
Forse il danno estetico, ma neppure.
Dove ha origine, allora, questa frenesia?
Non ce n'è traccia, nel grande libro.
Egli si dimena come un ossesso.
Ci sono una casa, una strada e due individui,
le fondamenta del semplice plastico hanno le sembianze di un cuneo metallico,
il cui filo è delicatamente in equilibrio su una fune.
Ogni scossone può essere fatale:
si precipita in fretta, nel vuoto
dei secoli, nei secoli.


17 novembre 2011

Desiderio - Un Ideofono Per Due Righe Di Sfogo Finale


A volte scrivere è veramente una rottura di coglioni. Per quanto lo stream of consciousness sia stato per i miei ultimi due anni di liceo (quando iniziai a leggere Browning e Joyce, giusto per mettere due nomi altisonanti per fare i fighi) una figata paurosa, è tutto ancora troppo levigato, falso, opaco. Mi piacerebbe avere, installato sotto qualche forma di software o creato da un'industria di prodotti tecnologici che non sia Apple che, ahimé!, penso lo faranno prima di tutti gli altri, chiedendoci l'anima, il polmone sinistro e tre quarti di fegato come prezzo di lancio, un attrezzo che doveva risultare molto comodo ai protagonisti del libro che per tre anni(!!!, si: era abbastanza lungo) ha tenuto occupata la mia voglia di dormire: ne I Sovrani Dello Spazio c'erano questi enormi aggeggi chiamati ideofoni usati per registare e codificare ogni onda cerebrale e pensiero, per poi memorizzarli dentro bobine che potevano essere riutilizzate per memorizzare dati e/o risultati ottenuti tramite “pippa mentale”. Una roba simile penso possa essere paragonata al lavoro di hacking che si faceva nel film Matrix, ma la mia idea di questi attrezzi è sempre stata un'altra. Immaginate di riuscire a memorizzare ogni singola cazzata che vi passa per la testa, ogni commento alla troia che vi taglia la strada o al vecchio che vi blocca tre ore alle poste....

Lascio a voi tante altre possibili opzioni. Tanto lo so che vi limitereste a ricordare scopate epiche per segoni ultragalattici del sabato sera.

Il problema principale è che a scrivere, di solito, ci si rompe il cazzo. Spesso, l'errore che fanno i lettori è non immedesimarsi nello scrittore: provate a immaginare Tolstoj mentre getta le basi di Anna Karenina o Guerra e Pace. Spesso, il lettore medio che si limita a farsi quattro risate sui blog del cazzo che i loro amici fanno su Windows Live Spaces solo per pubblicare foto del cazzo scattate su una spiaggia della zona tirrenica della Calabria; oppure a continuare a farsi i segoni ultragalattici del sabato sera sulle foto delle loro amiche troie le cui considerazioni a proposito sono “La da a mezzo mondo, e io sto nell'altra metà” dice: “Ma a Tolstoj chi cazzo gliel'ha fatto fare? Ma non poteva farsi semplicemente una vita sto disagiato di merda?”

Spesso, il lettore medio che preferisce farsi le seghe (e nemmeno ultragalattiche, perché non ne vale la pena: provato personalmente) sulle scopate da ciclo carolingio di Melissa P. non sa nemmeno che vita abbia vissuto, il povero Lev. Capirebbe che la scrittura è un po' come quegli aggeggi infernali che c'erano in quel mattone gigantesco de I Sovrani Delle Stelle, solo materia più grezza. Una vita fatta di parole sudate, sofferte e ricercate, per dare anche un senso, un suono, una immagine anche al più banale dei ricordi che han dato all'autore un qualcosa; un'emozione. Egli cerca in tutti i modi di essere più cristallino possibile nei suoi viaggi attraverso le sue malate onde cerebrali, ma deve sempre scontrarsi con delle turbolenze che capitano una volta su una, ovvero la probabilità che Marsellus Wallace, ogni volta che vedrete Pulp Fiction, venga inculato a sangue [SPOILERONE!!!] da Zed. L'incomprensione altrui.

Qualcun'altro ha scritto “lo scrittore, che categoria insulsa”. Io rilancio con “lo scrittore, povero coglione”.

Qualche volta capita che a qualcuno venga la brillante idea di sbattersene il cazzo, e il risultato è sempre lo stesso: vengono considerati geni assoluti del loro tempo, dopo non esser stati cagati di striscio fino a quando il lettore medio che ora sta amorevolmente massaggiando il pene del trans Desiderio sulla strada che porta alle poste vecchie di Cosenza avrà un figlio che gli chiederà: “Scusa babbo, a scuola abbiamo studiato Petronio, posso vedere il Satyricon di Polidoro?”. Il lettore medio allora dirà al povero ragazzo: “Ora taci e và a massaggiare il pene a Desiderio: oggi mi ha fatto sudare sette camice e ancora non è stanco”.

Penso che così nascano la maggior parte dei serial killer e radical-chic in Italia.

Il succo della questione è semplice: Tolstoj aveva le palle per scrivere Anna Karenina e Guerra e Pace, voi avete solo il culo per Desiderio.

12 agosto 2011

Mi hanno detto che sono un camorrista

Mi hanno detto che sono un camorrista; e così mi chiamarono per un programma televisivo, un talk show dicono, su uno dei canali più celebri della tv. Era utopistico, ma d’altronde dovevo difendermi da quest’accusa infamante ed oltraggiosa – dovetti lasciare il mio lavoro per un paio di giorni (ed il mio lavoro non lo consente: faccio il barbiere, ho un piccolo negozietto in periferia, il guadagno è buono, buonissimo: con il negozio affollato il sabato sino alle ventuno riesco a racimolare una ventina di clienti, chi barba, chi capelli e mi parlano del più e del meno – suocere infami, mogli tradite, ragazze bramate e poi del lavoro che non decolla, i debiti, lo sport (il calcio, dai giornali al calciomercato), il tizio di fianco ossia il pizzaiolo che non vende più come una volta, senza trascurare argomenti di natura pseudo-filosofica, insomma un po’ di tutto – il mio guadagno, poi, si infittisce con i clienti del martedì, i ritardatari, quelli ancora malconci e straziati dal lavoro o dal week-end tumultuoso – e sono quindi quelli più pacati, calmi, parlano poco e solitamente sono miei amici d’infanzia o di gioventù oppure sconosciuti di cui spesso non ricordo il nome, non hanno nulla da dire riguardo il mondo (“il nostro”, si capisce) e preferiscono rilassarsi mentre le mie forbici fanno zigzag tra le loro ciocche nere e bionde e mentre la radio sentenzia news della città, della regione, dello stato, del pianeta (notizie tutte molto interessanti e coinvolgenti: l’altro giorno ascoltavo di un tizio che era riuscito a raggiungere il record per il corpo più tatuato del mondo – grandioso, oserei dire bizzarro, strambo) o mentre restano assorti nei loro infiniti pensieri, credo ugualmente interessanti; dal mercoledì al venerdì riempio la mia cassa polverosa con le altre dieci euro per il taglio normale, dodici per taglio normale + barba, e quindici per il taglio “complesso” con la barba in omaggio – se desiderata), lavoro che mi rende pienamente soddisfatto del guadagno talvolta molto prosperoso il quale mi consente di portare avanti la mia famiglia di due figli ed una moglie. Inutile dire quanto lo scandalo abbia riecheggiato nelle orecchie dei miei conoscenti: alcuni mi hanno chiesto spiegazioni, altri (evidentemente mai stati amici fidati) insinuavano che un mezzo sospetto l’avevano già, mia moglie è rimasta sconvolta e perplessa, i miei figli giocavano confusi e la mia reputazione di barbiere è calata vertiginosamente; dovevo difendermi, ristabilire l’ordine, ritornare ad essere il Principe dei Barbieri (del quartiere) – creare un solido scudo, insomma, per la mia reputazione – messa a rischio da cosa poi? Voci infami, da un’affermazione di qualcheduno che non ha potuto sopportare più determinate cose (ma quali cose, poi?) e che forse per invidia del mio guadagno (parlo di duemila euro mensili, mica spagnolette) ha osato ribellarsi a me ed alla mia superpotenza di barbiere rinsavito, giovane, birbante, talentuoso, con esperienza decennale, magistrale, da fare invidia a tutti e dunque pure al tizio che mi ha denunciato e diffamato all’intera popolazione del quartiere – che poi è credulona, ad una minima affermazione di un pivellino giovane frequentante un misero liceo del cazzo ci casca in pieno e crede, non pensa, ma crede a qualsiasi cosa possa esser detta e che possa scatenare un bellissimo polverone di litigi, pettegolezzi, dicerie insensate, davvero insensate – che vergogna, che schifo! Sarei dovuto essere io, proprio io, quello che afferma e denuncia lo schifo di chi denuncia altro schifo che però non è schifo (è schifo fare il barbiere?) ed insinuare, dunque, che io sarei un camorrista! Mi sono preparato un bel discorsetto da fare a quelli della televisione, cosicché tutti possano nuovamente rendersi conto del fatto che io, Pasquale Improta, non sono un camorrista – ma bensì un umile barbiere di periferia che di Camorra poco ne sa ma che di capelli è maestro da venticinque anni or sono. Ne ho scritte di tutti i colori, c’ho un foglio che è una perla, un canto dantesco sembra, che mi assolverà pienamente dall’infamia catapultatasi ferocemente su di me (no ma sono ancora indignato: cosa faccio io, dalla mattina alla sera, se non tagliare, rasare e perfezionare? Se venisse un cliente che sciaguratamente, malauguratamente, fa parte di un’associazione camorristica, cosa potrei farci io? Dovrei rifiutare il suo culo di merda sulla mia sedia? Non potrei, rinuncerei ad un guadagno importante senza trascurare il cliente che potrebbe ripresentarsi e raccomandarmi ad altri amici che verrebbero di buon occhio nel mio negozio e farmi intascare altri soldi, la mia famiglia ne resterebbe contenta, i miei figli potrebbero così assaggiare pasti ancor più buoni e costosi e viaggi ancor più lunghi ed affascinanti – è un reato? Forse è per questo che sono stato insultato così solennemente?) infamia che annullerò e che anzi cimenterò proprio su chi m’ha denunciato e denigrato – così impara!

“Cari amici telespettatori,

in questi giorni sono stato preso di mira da un giovane gruppo di studenti, ove a capo figura un certo C. M. di cui non conosco il nome e che per indignazione, dunque forse per aver riconosciuto il proprio peccato e la propria perfida ed ingiusta denigrazione verso il sottoscritto, non si sbilancia e non mostra il suo vero nome e cognome. Quest’ultimo, insieme appunto alla sua gang patetica e scriteriata che vuole cambiare il mondo da un giorno all’altro - come se le idee di democrazia e di lotta servissero a qualcosa – ha asserito che io sono un camorrista. La notizia ha fatto il giro del quartiere, della città e della nazione ed ora la trasmissione qui presente mi ha invitato nel proprio studio per permettermi di difendermi, e sono stato fortunato a trovare uno show così attrezzato e ben messo, così giusto e garantista, così amante della verità e della giustizia tanto da ospitare un modesto barbiere di periferia al vostro cospetto. Bene, ho deciso così di presentarmi con la seguente lettera: il mio semplice intento è quello di descrivere la mia vita, accuratamente, in ogni suo minimo particolare in modo che anche voi, perfetti oratori e giudici, possiate rendervi conto della mia innocenza e della colpevolezza di quel gruppo giovane e crudele autore dell’accusa nei miei confronti. Mi chiamo Pasquale Improta, sono nato a Napoli il 20 Dicembre 1966 e faccio il barbiere a Scampia, un celebre quartiere della periferia della città. La mia giornata è semplice, non ha troppi fronzoli, è talmente povera e discreta ma piena che talvolta non ho neanche il tempo per godere dei guadagni del mio lavoro; il mio unico premio è quello di poter effettuare una meritata e lunga (nemmeno così tanto) e risolutiva vacanza nel mese di Agosto così da poter riposare e giocare tranquillamente coi miei figli, di undici e sette anni. M’alzo presto dal letto, all’incirca verso le sette del mattino, per poter preparare la colazione a me ed i miei figli e rendere vivibile il mio negozio, con qualche pulizia di qua e di là e qualche accorgimento dovuto e necessario (la clientela è spinta a venire da me anche per l’igiene e la decorazione e la bellezza della mia bottega) – ed inoltre, prima, accompagno i bambini a scuola. Ho praticato vari mestieri prima di accorgermi della mia passione verso questo lavoro, a diciannove anni, e cimentarmi come apprendista prima e come barbiere professionista dopo in questo mondo. Il problema sta proprio nel descrivere la mia giornata – talmente pura e sobria da indurmi a chiedere ancora una volta: “perché sono stato accusato di tal infamia?”. Su di me non cala vendetta, sdegno o rabbia ma solo dubbi e la volontà di capire e fare chiarezza sul mio status. Non sono un camorrista, non lo sono mai stato e mi vergogno e rattristo talvolta nell’ascoltare in televisione o sui giornali o in radio della mia città annientata dalla Camorra – sapete, sono proprio uno di quelli che cerca di diffondere la Napoli bella, quella “dimenticata” che molti trascurano per convenienza o ignoranza o inconsapevolezza e che non mi va venga descritta sempre malignamente, spregiativamente. Nel mio quartiere di guai ne succedono non pochi, questo è vero: già, proprio vicino al mio negozio ogni mattina vedo il “chioschetto” segreto (ma non così segreto) e nascosto (ma non così nascosto) ed occulto (ma non così occulto) di spacciatori che vendono eroina e marijuana e tanti tipi di droga – davvero variegata, davvero unica – ad i tossico-dipendenti che senza pudore ma con bramosia estenuante si dirigono ogni benedetto giorno verso il “chioschetto” a spendere le ultime, povere fortune rimaste; ma beh io non dico niente, taccio, beh sì ma non posso essere biasimato! A capo di quel “chioschetto” nonc’èmicaunoqualunque! anche perché ragazzi simpatici, davvero simpatici, ogni mese vengono a chiedermi il pizzo – ma, seppur sappia che il loro sia un gesto immondo ed immorale, io lo pago volentieri, mi garantiscono sostegno, in fondo quel “chioschetto” mi da un senso di forte e serena protezione. Proprio di fronte alla mia occupazione ed al “chioschetto” magico (che vende però patatine, hot dog, pizzette, popcorn, roba genuina e varia, alla mano, una baracca attrezzata e dotata di tutti i comfort, comprese le sedie, i tavolini, mazzi di carte per trascorrere piacevolmente il tempo e pezzi di legno per accendere un fuoco nelle notti d’inverno gelide ed impetuose – coperture, insomma, per non dare troppo nell’occhio) figura una maestosa caserma di carabinieri – è simbolica, sapete, rappresenta una sicurezza nella zona, pare un fortino che dovrebbe (e da, sicuramente…) sicurezza, aiuto, apporto, insomma che da fiducia alla gente! Loro sanno tutto, beh sì certo, lo sanno che c’è il “chioschetto” che non è proprio adibito a simili corbellerie fatte di hot dog e pizzette… ma d’altronde, credo, aspettano il momento giusto per scaraventare tutto in aria e dare una bella ripulita alla zona… massima fiducia nello Stato. Nel frattempo però la Camorra, cattiva, lo ribadisco: perfida (oh sì, spesso e volentieri ho assistito ad omicidi belli e buoni nei luoghi più disparati e noti e comuni, eh! A sangue freddo, senza pietà, insomma regolamenti di conti che loro reputano indispensabili, valli a capire gli affari della Camorra! Però noi zitti, non abbiamo visto niente, ma poi perché avremmo dovuto vedere? Lavoriamo, umili e modesti e stakanovisti lavoratori, pensiamo naturalmente alla nostra famiglia, vogliamo stare quieti, in pace, e non credo possa convenire mettere voci insulse in mezzo – ho visto ammazzare, ma diciamo che ero di passaggio, mi sarò confuso!) dicevo, nel frattempo la Camorra ci protegge, ci conforta, simpatici loro! Pensate, amici telespettatori italiani, che uno dei rappresentanti di quel “chioschetto” poco fa ha già garantito un lavoro sicuro e pulito a mio figlio di undici anni! Insomma, dopo il diploma, andrà a lavorare per un’azienda… non ho capito bene di cosa si tratta, ma il tizio mi ha assicurato che col titolo di studio giusto e la pazienza ed il sangue freddo dopo i diciotto anni mio figlio avrà lavoro assicurato – sapete, lui ha molte conoscenze, conosce l’ambiente (non solo quello malavitoso, non siate pronti a giudicare male!) e di questi tempi ottenere un lavoro non è più così facile! Nel mio quartiere insomma si sta tranquilli: sono un lottatore convinto - contro la Camorra - l’ho sempre detto: se venisse promossa una rivoluzione od una battaglia od una campagna di firme che in un modo o nell’altro possa destabilizzare la Camorra, sarei il primo ad applicare il mio consenso! Ho sempre provato schifo e indignazione verso questi personaggi, non sia mai che in futuro riescano ancora a padroneggiare in questa città, in questa nazione, in questo mondo! E la vittoria contro il male di questi uomini passa anche attraverso queste mie parole e questi miei gesti. Or dunque, amici telespettatori, io credo che la mia storia vi abbia convinto del fatto che quel giovane disgraziato e la sua banda di teppisti intellettuali avessero torto – sono ora certo che anche voi siate in grado di essere d’accordo con me e di reputare quell’infamante accusa e denuncia dissennata come un atto di semplice e pura destabilizzazione contro un povero ed onesto cittadino italiano – poiché mi hanno detto che sono un camorrista, ma credo proprio mi abbiano confuso con qualcun altro!”

19 giugno 2011

Beati gli ignoranti, poiché essi vivono felici

Sul muro della mia classe campeggiavano tantissime scritte, colorate, sconce, banali. Le classiche scritte con insulti, dichiarazioni d'amore, giochi ed aulico nonsense. E poi ce n'era una vagamente isolata che recitava, senza orpelli nè ghirigori, semplicemente "beati gli ignoranti poichè essi vivono felici".

Questo è ciò che mi passa per la testa a sprazzi e che, nel successivo istante di lucidità, respingo fermamente. Io dico che, se consideriamo la felicità come sommo appagamento della nostra ambizione, allora quella frase è valida solo se l'ambizione più alta è sopravvivere e basta. Considerare lo star bene come una mutua esclusione non tanto della sofferenza, quanto della stessa capacità di provarla.

Beh, continuo a credere che possedere la sensibilità per soffrire, o anche solo per provare disagio o porsi degli interrogativi, sia forse la migliore strada per vivere lontani dalla felicità, ma al contempo l'unica strada per riconoscerla ed avvicinarvisi, per vivere in generale con una brama, un fuoco, una passione ad alimentare il senso dell'esistenza.

Goditi i tuoi doni. Goditi te stessa.

22 dicembre 2010

Filtri ed infiltrati

Sono ormai trascorse le 4 di notte, ed invece di dormire il sonno del giusto studente universitario sto infilando il casco nello zainetto che fra poco mi accompagnerà a Roma. Il mio presidente mi consiglia invece di darmi da fare con le ragazze.

Ho provato a dargli ascolto, così mi ha presentato una tipa fantastica, pensavo già di metter su famiglia con lei, anche perchè pratica dell'impareggiabile sesso orale. Poi ho scoperto che era un ottimo angelo del focolare, ma solo di quel focolare che si accende nottetempo sull'Aurelia. Infine è diventata ministro.

Non gliene faccio certo una colpa, intendiamoci, anche io una volta ho avuto due donne contemporaneamente fra le mani. E mi è andata bene, poi è entrato un fantastico full.

Ma torniamo al treno da prendere: questo fa di me un fannullone, un bamboccione, un violento ed un potenziale assassino. Non fingerò di non essere compiaciuto!

Se nessuno si chiede perchè un ragazzo di 22 anni senta la necessità di portare un casco ad una manifestazione, beh, provate a far cadere un'anguria da un metro di altezza. Ecco, immaginate ora di sostituire il pavimento con un manganello in mano ad un agente incazzato, che peraltro lo sfoggia con dantesco contrappasso insieme ad un fallo insignificante. Va bene, la smetto con le illazioni contro i poliziotti, in fondo sono esseri umani come noi, che come gli insegnanti sottopagati trovano una collocazione sicura da pochi euro al mese e come loro si sfogano sui malcapitati studenti. Certo, poi ci sono quelli che lo fanno per vocazione, e spero vivamente di non incontrarli mai. Ma se acchiappo quello che ha detto che la penna può più della spada gli pratico una rettoscopia con un una Bic. Nessuna immotivata insufficienza ha mai aperto la testa ad un ragazzo.

Che poi, a voler essere schietti, se ai cortei i poliziotti sono travestiti da black bloc ed i black bloc sono travestiti da studenti, gli studenti dove sono?

Forse sono a casa per Natale, intenti a guardare un televisore che li spia e gli dice cosa fare.
Forse non sono mai esistiti.

Fumo una sigaretta senza filtro: è amarissima. Forse ne guadagnerei se la accendessi, invece di masticarla, ma io non fumo. Mi dicono che il filtro va messo, che la merda che respiri non puoi aspirarla tutta, sennò stai male.

Ecco, forse è questo che mi potrebbe servire più tardi. Un casco in testa, per attutire i colpi. Un filtro all'anima, per respirare senza esser pervaso dalla nausea.

17 settembre 2010

Diventare l'Inter

Se dopo un pareggio in casa con tre gol subiti da una squadra polacca l'allenatore della Juventus non trova di meglio da dire che "abbiamo fatto il massimo" bisogna ammettere che la trasformazione ormai è completa. Siamo diventati l'Inter.

Il mercato e la competenza

Il primo punto di convergenza non può che essere questo: le astuzie estive dell'Inter anni '90 hanno fatto la storia del calcio. Una squadra rinnovata ogni 2 anni con brocchi selezionati accuratamente dai peggiori campionati del globo, allenatori improvvisati degni dei migliori circhi ed una dirigenza che conferma tutti i peggiori sospetti della fisiognomica.



(l'espressione compiaciuta di Massimo Moratti alla notizia dell'acquisto di Vampeta)

L'Inter è la squadra che ha ceduto Pirlo, Seedorf e Cannavaro per Domoraud, un buon muratore, Helveg, un ottimo barzellettiere nello spogliatoio, e Carini, modello di Dolce&Gabbana, la stessa squadra che ha puntato per dieci anni su Recoba per vederne in tutto 3 o 4 partite giocate decentemente (nelle altre indossava il pigiama).

Adesso tocca a noi. Immagino già le discussioni in sede per la campagna acquisti:
-Hai visto quel giovane? Mi sembra promettente..
-Rinaudo? Non so, io preferirei Pepe, si vede che è un giovane di talento.
-Purtroppo entrambi sono troppo costosi.
-Vendiamo Diego allora, mi da fastidio questa sua fissazione di voler fare passaggi precisi.
-Davvero! Ma chi si crede di essere? Nemmeno avessimo bisogno di una soubrette.

Così siamo riusciti ad indebolirci risultando contemporaneamente la squadra che ha speso di più sul mercato. Questo mentre al Milan si facevano regalare Ibrahimovic, però di questo non parlo, ho deciso che lascio perdere la politica.

Le ambizioni

Prima dell'inizio del campionato la squadra può vincere tutto, non ci sono limiti, puntiamo allo scudetto, alla Champions, ah, non giochiamo la Champions? Vogliamo vincerla ugualmente, i nuovi sono bravi, i nuovi si sono già integrati, la squadra gira, vedrete, torneremo al successo.
Abbandonate le amichevoli estive contro il Mezzocorona, inizia il campionato e già alla prima giornata veniamo legnati senza discussione. La squadra è giovane, dateci tempo per amalgamarci, uno stop può capitare a tutti, i muscoli sono freddi, era venerdì 17.
Alla seconda giornata si perde ancora e ad Agosto ti trovi già a -5 dal Chievo. Non puntiamo allo scudetto, ci sono squadre più forti, siamo un buon gruppo, dobbiamo lavorare, è un brutto periodo e ci gira tutto male, Del Piero ha il ciclo.
Arriveremo a metà campionato che l'obiettivo, accolto con gioia, sarà non retrocedere. E quando il prossimo anno affronteremo il Pizzighettone ed il Grosseto saremo ancora felici ed ottimisti. Ci divertiamo a giocare, siamo simpatici, Lanzafame prepara degli ottimi panini con la porchetta e Del Neri è il migliore imitatore di Hitler che imita Charlot. Sarà un grande anno, daremo spettacolo ovunque.

Lo zimbello

Esatto daremo spettacolo ovunque. Una sorte di tournée di cabarettisti, per la precisione. Tutte le squadre adesso sanno che possono esaltarsi contro di noi, e ci segnano davvero tutti: attaccanti rinati, difensori occasionali, guardalinee intraprendenti. La difesa è un colabrodo e giocare contro la Juve è diventato ormai sinonimo di divertimento garantito.
Persino fra tifosi gli sfottò del lunedì vanno scemando, perchè è stancante prendere in giro sempre gli stessi, che già ci pensano da soli a farsi ridere dietro da tutta Italia, con quelle loro magliette nerazzur.. ops, bianconere!

4 settembre 2010

Il senso della sensitività

"Ho scoperto di essere sensitivo".

Quando ho detto questa cosa i miei amici hanno iniziato a guardarmi con aria sospetta, come se avessi confessato di essere omosessuale o, peggio, di essere interista. D'altronde anche io resterei scioccato da una tale notizia se non poi opportunamente spiegata.
Io non intendo sensitivo alla Vanna Marchi, che magari finge di prevedere i numeri del lotto, vi legge le carte, vi dice se il vostro partner vi tradisce o vi ama alla follia.
Ed allora cosa diavolo faccio? Buona domanda.
Io "sento" quando sta per succedere qualcosa di particolare nella mia vita. Quando arriva, lo so già. Non sempre so dire se sarà qualcosa di buono o meno, anche se spesso lo intuisco, ma sento quando l'avvenimento è imminente, come una sorta di presagio.
Ad esempio so con buone 12 ore di anticipo quando vedrò o sentirò la mia ex. Se la sogno, il giorno successivo avrò un contatto perlomeno visivo con lei, se invece mi fa male lo stomaco come se avessi una ventosa all'interno, vuol dire che avrò un contatto telefonico con la sopracitata, o semplicemente che ho mangiato troppo pesante. Ormai è assodato, ed il margine di errore è pressocchè nullo (n.d.r. ultima conferma ieri). Poi l'incontro sarà ovviamente ultra-scenico, con diluvio continuo interrotto solo quando la si incontra per poi riprendere piu forte di prima una volta che ci siamo salutati. Come se anche le goccioline d'acqua non volessero perdersi lo spettacolo. Sì, ne vale la pena. Perchè io smetto di essere un essere pensante, mi stampo in viso una maschera fissa degna del miglior carnevale veneziano, e poi passo i 30 min successivi a darmi del coglione. Una volta mi ha addirittura avvicinato un ragazzo e ho rischiato la rissa, visto che credeva l'appellativo fosse per lui. Un'altra volta invece ad avvicinarsi è stata una vecchina che mi chiese: "caro, hai bisogno di qualcosa?" "no, ho bisogno di qualcuno".

Credo inoltre che a volte davanti ad un bicchierino di whiskey con tra le mani un buon sigaro si possano scoprire le piu grandi verità. Già, perchè se a me dovessero chiedere quale sia la condizione migliore per capire il senso della vita, forse consiglierei proprio una bella bevuta tra amici, o meglio da soli, più deprimente ma più introspettivo. Tutti i grandi passi si fanno da soli, senza compagni o intermediari. E ad ogni passo in avanti, si perde per qualche istante l'equilibrio.

ore 21:00 di qualche mese fa..

CM: "Ho capito di essere diventato adulto proprio stasera, quando ho dovuto condirmi l'insalata da solo in una casa vuota":
Hugo: "E' una frase di una tristezza infinita".


Oppure un viaggio a Malta. Il delirio.
Già, altro che sedute psicanalitiche, un viaggio a Malta ti apre nuovi mondi e prospettive. Dalai Lama? no grazie, Havana e Coyote (due discoteche maltesi). Ma è proprio in quei momenti che si capisce dove si è nella propria vita e dove si va, o perlomeno ci si prova. Sta qua la differenza.
Perchè a me non verrebbe in mente di pensare all'oceano, alla barriera corallina, ai pesci che ti nuotano intorno facendo ghirigori con le loro scie, ai cavallucci marini che ballano il waka waka. Io quando mi rilasso vedo cieli cupi e montagne da scalare, la cui unica flora è una stella alpina solitaria e a cui onestamente sono ghiacciati i coglioni a stare ferma a prendere tutto quel freddo. Forse perchè per me ogni traguardo è solo un intertempo di una corsa piu grande, o forse perchè non sono mai giunto a nessun traguardo.
Provateci su, mettetevi su una bella poltrona. Terzo o quarto superalcolico della serata in mano, una bella cannetta vecchio stampo e riflettete. Siete tipi che sognano delfini felici che mangiano caramelle gommose tra un salto e l'altro, o tigri della Malesya pronte a far saggiare i propri artigli aguzzi?

Credo che ho un buco grosso dentro, ma anche che il rock n' roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco me lo riempiono.

29 agosto 2010

Malebolge, here I come

Se vi è capitato nell'arco della vostra vita di prendere un treno a lunga percorrenza per la Sicilia, sapete bene che clima si respira nelle carrozze. Si tratta di una sorta di viaggio della speranza, che attraversa fusi orari, nazioni e lingue, cambi di data, cambio di stagione; per fortuna, tradizionalmente, le provviste di cibo non mancano, anche se constano quasi esclusivamente di dolci e alimenti piccanti, ma così piccanti, che si comprende benissimo come in certi posti l'acqua scarseggi. I tuoi compagni di viaggio, in parte per la nota tendenza alla conversazione dei meridionali, in parte per la durata dello spostamento, all'arrivo sono ormai diventati più cari degli amici d'infanzia.

Ma non starò qui a narrarvi di questo genere di impresa, perché un libro di Tolstoj non sarebbe sufficiente per scrivere tutto. E non ho intenzione nemmeno di raggranellare luoghi comuni sui treni, che sono di per sè un'accozzaglia di luoghi comuni e pure ben si presterebbero a questo ruolo. Tuttavia a me è capitato di fare quel viaggio e mi sono ripromesso che, per la mia natura schiva e riservata (leggi: in treno io voglio dormire, cazzo, dormire, non ascoltare i racconti delle vite di 15 emigrati e delle loro numerosissime famiglie in lingue assai dissimili dall'italiano), non l'avrei più fatto. A questo sommiamo la mia naturale predisposizione a beccare compagni di viaggio che definire insostenibili è una gentilezza che non voglio concedere.

Decido così di spezzare il viaggio: nella prima tratta, puntualmente, mi trovo in scompartimento con 5 membri di un'allegra famigliola calabrese appassionata di cibo all'aglio. O almeno questa è una mia personale interpretazione, sia dell'accento che dell'odore. Non so se nel piccolo borgo catanzarese nel quale mi piace immaginarli si pratichi la caccia alle streghe, o se fossero vittima di qualche scherzosa congiura, ma vi assicuro che lì dentro l'aria era pesante come se su di me si fosse seduto Giuliano Ferrara.
Mai come allora ho apprezzato la limpida e fresca aria di Roma, anche se c'erano 40°; avrebbe potuto essere anche quella di Milano, ma avrei ugualmente inspirato le polveri sottili con grande soddisfazione.

Fiducioso, che tanto peggio di così non poteva andare, cambio treno. La compagnia stavolta si preannuncia persino tollerabile: una ragazza carina e silenziosa ed una coppia piuttosto improbabile. Lui belloccio, con occhiali e barbetta da intellettuale e sguardo sveglio, lei un cesso di bibliche proporzioni con tanto di pulsante per lo scarico. Un condensato di malignità, ben visibile dietro i suoi piccoli occhi porcini, in un corpo basso, tozzo e peloso che serrava la mano al malcapitato in una morsa invincibile e lo puniva con schiaffi o pizzicotti qualora lui avesse osato rivolgere lo sguardo a qualsiasi entità diversa da lei. Forse non era poi così sveglio, ma non sono problemi miei. Pregustando qualche ora di sonno, nonostante il caldo mostruoso che però non induceva certo alla conversazione, inizio ad assopirmi quando la peggiore disgrazia che possa presentarsi su un treno prende forma sulla porta del nostro scompartimento: il compagno di viaggio peggiore che si possa immaginare, peggio di un leghista chiaccherone o di un evaso armato e maniaco.

Il DJ napoletano verifica il numero sulla porta, prepara un sorriso a 32 denti ed esclama con voce stentorea:
"Salve!"

Io e la ragazza, vagamente infastiditi e grondanti sudore, rispondiamo con un grugnito strascicato. Il ragazzo azzarda un "Ciao" a mezza voce, ma viene immediatamente castigato dalla fidanzata. Il DJ, per nulla turbato dall'accoglienza men che poco calorosa, continua imperterrito:
"Visto che bella giornata, ragazzi? Allegri, stiamo viaggiando. Vi voglio bene. Alzate le mani forza, su su su, ritmo"

Io e la ragazza ci scambiamo uno sguardo di puro terrore.

Non posso dirvi quale sorte è toccata al simpatico cacofonifero, ma dato che quello scompartimento era troppo piccolo per tutti e due ed io sono qui a scrivere, potete intuire come sia andata a finire senza farmi incorrere in denunce.

Finalmente arriviamo in Calabria, il treno inizia a svuotarsi e la temperatura diventa quasi civile. La speranza che il viaggio volga al termine aleggia nello scompartimento. Errore gravissimo.
E' infatti scientificamente dimostrato, che si provenga da Roma, da Milano o da Vladjvostok dopo 6 giorni di transiberiana, che attraversare la Calabria rappresenta il 90% del viaggio. Il treno comincia a fermarsi in tutte le più piccole e sperdute stazioni dell'entroterra, mostrando chiaramente che la Calabria è un po' come l'inferno dantesco, più ti addentri, più le creature che lo popolano sono bestiali.

Quando ormai si è del tutto rassegnati ad un'esistenza di privazioni da spendere su quel treno sudato e stanco (il treno, sì), nel buio della notte, proprio allora compare la Sicilia come un miraggio con tutte le luci di Messina che si sdraia sullo stretto.

Ed alfine uscii a riveder le stelle.

21 luglio 2010

Cronaca di uno schianto annunciato


Quando vedi il prof. uscire dall'ascensore con il piglio di chi vorrebbe trovarsi in qualsiasi altro posto nel mondo piuttosto che quello pensi che dovresti fuggire senza dare troppo nell'occhio ed andare ad iscriverti alla sessione successiva. Questo, se non fosse il 20 luglio. Una soluzione più radicalmente efficace potrebbe essere lasciare lì lo zaino e fuggire nel Metaponto a dedicarsi alla coltivazione delle fragole, come suggerito a più riprese dalla mia vecchia professoressa di greco, il cui divertimento era immaginarci chini per ore a spalare il letame su terreni notoriamente impervi ed infruttuosi.

Il prof. entra nella piccola aula destinata alla sevizia spalmata su due giorni altrimenti definita esame. Nella stanza ci sono almeno 45° ed un'umidità tale che sulle pareti stanno crescendo svariate specie di piante tropicali e sono solo le 9 del mattino. Il prof. comincia a sudare come un facocero, pezzando la sua camicia rigidamente stirata dentro i pantaloni. Ci guarda uno per uno come se fosse colpa nostra o, piuttosto, come se gli avessimo scopato la figlia a più riprese. E soprattutto, sia noi che lui sappiamo che sarà del tutto impossibile resistere anche solo un'ora lì dentro, il che ci mette dinnanzi a tre sole possibilità: cercare un'altra aula, farci bocciare tutti nel giro di un'ora (impresa tutt'altro che proibitiva, con la collaborazione del prof.), morire di sfinimento.

Nonostante queste premesse, il prof. conserva sprazzi di umanità e grazie ai suoi potenti agganci riesce ad ottenere un'aula che consenta la respirazione. A questo punto, evidentemente rilassato, fa l'elenco degli esaminandi ed io, componendo mentalmente una rima graziosa con tanto di epiteto indirizzata alla madre di nostro signore, scopro di essere immediatamente di seguito ad un noto provocatore.

Un provocatore è uno studente indisponente negli atteggiamenti e persino nell'abbigliamento (sandali, pantaloncini, maglietta sgargiante e barba mal fatta) che si presenta a tutte le sessioni d'esame con conoscenze inspiegabilmente sempre assai labili sino ad ottenere, spesso per sfinimento, un voto mai superiore a 20. E' tuttavia la causa principale di buona parte delle incazzature dei prof. e delle conseguenti bocciature successive. Tutto questo mediamente per 16 appelli a materia. E dire che in un esame con coefficiente di rimbalzo > 0.8 (ovvero, per ogni candidato ne vengono rimandati 0.8; cioè il candidato privato di un arto, scelto secondo l'umore del prof.) farei volentieri a meno del suo contributo è l'eufemismo di un eufemismo.

Il buon umore del prof. viene intaccato dal primo esaminando, che si prende la fantastica: "Lei è incredibile. Il suo rendimento di errore si avvicina considerevolmente ad 1. Non credo di aver mai visto una tale densità di stronzate in nessuno studente, ed io di esami ne ho fatti tanti". Difficile non credergli, visto che il prof. somiglia ad uno di quegli alberi secolari, anche come mobilità, intendo. Probabilmente anche Galileo ha dato il suo esame, ai tempi.

Si giunge al fatidico provocatore, liquidato con un: "Io esigo bignè alla crema, lei è un tozzo di pane e questa non è una sua colpa, ma è duro ed ammuffito e non ci posso ricavare nulla. Se ne vada, buone vacanze".

Tocca a me, mio malgrado sorrido per la storia del bignè. Il prof. mi guarda con una faccia complice, come se mi avesse trovato nel suo letto a scoparmi contemporaneamente sua moglie e sua figlia:
-E lei come mai sogghigna?
-Sono di buon umore perchè ho ancora tre vite prima dell'esecuzione.
-Spero vivamente che ne sappia più di me. Per lei.

12 luglio 2010

Ma lo zingaro è un trucco

Qualcuno ha detto che il cinema imita la vita reale. Eppure i film, anche quelli più riusciti e geniali e con i risvolti e le battute più imprevedibili hanno una caratteristica che, per fortuna, li colloca in un contesto ben diverso da quello delle esistenze di noi mortali.

I film hanno, sempre ed invariabilmente, una trama. Magari sciatta e prevedibile, ma c'è. In un paio d'ore si condensano ragioni sociali, lezioni di vita, espedienti d'amore, esaltazione del coraggio o quant'altro il regista voglia, ma non esiste un film che non abbia niente da dire. Forse la società moderna non è pronta a pagare svariati euro per entrare al cinema e guardare le riprese di una telecamera da città, che osserva il passeggio delle formiche ed il traffico delle auto e immortala incessantemente il nulla, a meno di improbabili eccezioni.

Nei film romantici c'è sempre qualche grande storia, un insieme di battute indimenticabili, emozioni trasmesse, coincidenze svelate e l'esaltazione dell'amore. Sembra che i personaggi abbiano in mano il loro destino e lo stiano tracciando, accelerato, sotto gli occhi di noi spettatori, che ridiamo o sogniamo alle loro spalle.

Il problema è che nella realtà non capita mai nulla del genere. Dunque accade che la vita vera crede davvero che il cinema, popolato da attori fantastici che recitano storie perfette, sia una proiezione in qualche modo veritiera. E così il cinema imita la vita reale che imita il cinema. O, possibilmente, imita la tv che a sua volta imita il cinema che imita la vita reale. In sostanza, la vita reale si imita, passando per vari livelli di squallore.

Ho visto tanti film con partite di poker, ad esempio. Ineluttabilmente, il nostro (perchè in ogni film c'è un nostro) ha in tutte le mani decisive di tutti i film con una partita a poker delle carte che io, in una vita spesa dietro i vecchi dei circoli di mezza Italia, non mi sono mai neppure vagamente sognato.
Scale reali servite, poker che entrano con facilità inverosimile, full, assi e cuori ovunque.

Nella mia vita, ma mi azzarderei a supporre anche in quella di troppi altri, non ci sono scale reali servite. Ci sono due carte in mano, magari un bellissimo A di cuori, che spunta come prima carta, per invogliarti a metterti in gioco, e poi un lurido 2 di fiori che ti guarda con sdegno. Quel due di fiori è la vita vera, e nella vita vera ci sono solo 4 assi in un mazzo di 52 carte. E si gioca in 5, magari, e devi avere la meglio sugli altri, su tutti loro.
Poi per terra ci sono altre 5 carte coperte, che si scoprono lentamente e che hanno già scritto il tuo destino. Magari ci sono gli altri 3 assi, ma non funziona mai così. Bisogna lottare, intuire, capire quando ritirarsi e quando invece affondare il colpo. Bisogna forzare il destino altrui per rendere migliore il proprio. E per vincere bisogna giocare, anche se sono notoriamente un pokerista prudente.

Adesso in mano ho una insolita coppia. Questo fantastico asso di cuori che mi spinge a continuare a vedere, scoprire una, poi due carte. Poi tre, quattro. Andare sino alla fine e puntare un sacco di soldi per cercare qualche altro asso, una corrispondenza meravigliosa ed invincibile.
E quell'insignificante due di fiori che mi farà compagnia sino alla fine, inutile. Anche se uscisse un altro 2, non sarebbe una coppia buona nemmeno con la polenta. E sono sicuro che vedremo qualche bel 2, magari di picche, come sommo sfregio.

Oppure potrei ritirarmi, invece di continuare a spendere tutte le mie fishes in questo gioco al massacro, nella speranza di trovare degli assi che non escono e di vincere una mano impossibile. Una mano talmente impossibile che mi sistemerebbe per tutta la vita. Una mano, purtroppo, solo da film.

Discografia essenziale:
Rimmel - Francesco De Gregori
Hey, that's no way to say goodbye - Leonard Cohen
You can't always get what you want - The Rolling Stones
Get Lucky - Mark Knopfler

25 giugno 2010

Grandfather's Cup!

Questo post potrebbe farmi apparire un po' come la volpe della famosa storiella dell'uva, bistrattata e snobbata solo quando ormai irraggiungibile. Correrò questo rischio, assicurandovi che quanto sto per dire era in realtà pronto da giorni; ammetto che non mi aspettavo che l'Italia riuscisse a farsi cacciare con tanta fermezza dal mondiale e me ne dispiaccio, perchè dovrò rinunciare ai pop-corn e le birre con i miei colleghi. Non solo non ero emotivamente coinvolto in modo particolare per questi mondiali, ma avendo l'Italia dall'epica vittoria a Berlino preso scoppole non solo dalle quotate Brasile, Olanda, Spagna e Francia, ma anche dalle assai meno invincibili armate Croazia, Ungheria e Messico e financo Egitto e Slovacchia, ecco, diciamo che mi aspettavo che non avremmo tinto nuovamente d'azzurro il cielo sudafricano.

Quello che voglio dire, non per difendere un senso nazionale che del resto non ho e di cui non mi importa nulla, anche perchè, ribadisco, l'Olanda ci avrebbe surclassato schierando giocatori bendati e con le mani legate dietro la schiena, è che in questa World Cup mi sembra che il livello e la cornice siano piuttosto scadenti.

A giudicare dall'allegro clima di chiassosa incompetenza che aleggia sugli spalti e soprattutto nei campi (perchè d'accordo, noi saremo anche scarsi, ma in giro non ho visto champagne) sembra una manifestazione sfiziosa come il lancio del palloncino nelle spiagge a ferragosto o la corsa dei sacchi durante le feste di compleanno, prima dei 12 anni perchè sono tutti piccoli e dopo i 20 perchè son tutti ubriachi.

D'altro canto, innegabile resta il dato di fatto che manca lo spettacolo: ci sono molti meno gol, effetto che imputo a due cause, fregandomene degli aspetti tecnici legati al pallone. La prima, banalmente, la mancanza di incentivi. Mancano Russia, Ucraina, Polonia, Svezia, Norvegia e Austria e questo chiaramente raffredda notevolmente gli spalti che in manifestazioni precedenti si riempivano di vistose bionde in abiti succinti. Non è lo stesso esultare davanti a centinaia di spogliarelliste piuttosto che con una folla folta di grossi sudafricani pelosi.

L'altra causa, ingiustamente sottovalutata, è riconducibile a quei diabolici strumenti noti come Vuvuzelas. Immaginate di giocare in un enorme alveare con decine di migliaia di trombette che suonano per 2 ore la stessa nota in modo reiterato e sfiancante. Adesso immaginate di fare un gol e di dover subito dopo resistere all'onda d'urto prodotta dal vibrare armonico di tutte le vuvuzelas dello stadio.


Capite bene che qualunque calciatore si inibisce di fronte a questa prospettiva. E per non correre il rischio di far gol le squadre addormentano il gioco e si danno a trame prive di spunti.
Fateci caso: le uniche squadre che han segnato molto sono un paio di sudamericane ed il Portogallo, nazioni storicamente chiassose ed abituate al casino come la Germania ai panzer. E difatti l'impegno comune è stato indirizzato nell'eliminare le squadre africane per dimezzare il numero di queste odiose trombette.

La verità è che disputare un mondiale di calcio in Africa, e non me ne vogliano i sostenitori del global-sport, ha senso come organizzare il festival della pizza margherita a Stoccolma. Ed il risultato è che, oltre a suonare un inno all'incompetenza, vedere le partite mi sta causando emicrania a forte sfondo razziale.
Ogni volta che inquadrano gli spalti pieni di neri che suonano allegri le vuvuzelas incuranti del risultato, i miei pensieri somigliano terribilmente a quelli di un leghista della val Brembana.

Ma non gliele infilerei in altri orifizi, come molti suggeriscono, se non altro per evitare che possano suonare con rinnovato vigore: personalmente, le avrei usate per picchiare i proprietari sulla testa ad ogni passaggio in campo, in una sorta di torello coi bernoccoli. Proprio come al mare, coi gavettoni di metà agosto, se non sei abbastanza bagnato ci pensa il fato ad inseguirti con un grosso bastone. Nodoso, ma silenzioso.


10 giugno 2010

Un taglio col passato

Litigare col barbiere alle porte dell'estate, rovinando così la propria estetica nel periodo in cui notoriamente gli umori della gioventù sono indirizzati all'accoppiamento, potrebbe essere visto come un dramma esistenziale.

In realtà non ho propriamente litigato col barbiere, ma indispettito dal suo ultimo taglio a "pene di segugio" nonchè sobillato da mia madre che mi esortava a mettere la testa a posto (più o meno letteralmente) da un parrucchiere che fosse in grado di fare il suo lavoro, l'ho tradito affidandomi appunto ai consigli del parentume.

Quello che mia madre non capisce, avvezza a sedute di ore in sale piene di signore truccate che sfogliano riviste con gente truccata che mostra i propri capelli con fierezza, è che sono abituato a rozzi barbieri di provincia che tagliano secondo la moda più tamarra del momento senza bisogno che tu dia loro indicazioni e che esercitano la loro attività in vecchi garage abusivi e sprovvisti di lavandini per lavare i capelli.

-Ok, siediti lì che ti faccio lo shampoo.
-Intende in ginocchio davanti a quella bacinella?
-Esatto.
-Ma non c'è il rubinetto.
-Non ti preoccupare che una soluzione la troviamo.
-Si potrebbe avere un po' più fredda l'acqua?
-Mi spiace, la temperatura è unica.
-Perchè l'acqua è gialla?
-Chiudi gli occhi, sta tranquillo.
-D'accordo. Ma non usa lo shampoo per lavare i capelli?
-Certo, un attimo che arriva anche quello.

Ecco, insomma, poi passano tutto il tempo a lamentarsi del governo e delle donne e alla fine ti fanno pagare 6 euro (peraltro il mio faceva anche la fattura).

Insomma, dopo aver appurato che la mia pettinatura è ogni giorno diversa ed arbitrariamente decisa dai miei capelli e non da me, decido che la cosa non può andare avanti e così vado in questo posto chic, con pavimenti di marmo bianco e decorazioni, ma nessun vecchio catarroso a chiaccherare col barbiere. Mi accoglie una ragazza carina e ben curata, mi fa uno shampoo con 12 creme, ciascuna con un'essenza diversa e alla fine mi fa accomodare su una comoda poltrona imbottita, ben diversa dallo sgabello a due gambe che mi ospitava dal vecchio barbiere.

-Allora, come li facciamo?
-Ecco, beh, vorrei un po' accorciarli, vede, si sparano a casaccio. Solo, dietro li vorrei lasciati un po' più lunghi.

La ragazza resta interdetta. Mi guarda con la faccia di una velina davanti ad una lavagna con formule di costruzioni meccaniche e mormora:

-Scusa, non ho capito.
-Beh, sì, li vorrei accorciare tutti, ma sopra di più.
-Ma in che senso?
-Nel senso che sopra me li fa lunghi così (mostrando due dita) e dietro lunghi così (mostrandone tre)

La ragazza arranca. Si percepisce distintamente il rumore delle rotelle nella sua testa. Alla fine esclama:

-Quindi sopra li lasciamo un po' più lunghi e te li taglio dietro e ai lati?

'Ma certo' penso io sconsolato. Il taglio tamarro in Toscana è questo, mica come in Sicilia, dove non è affatto raro imbattersi in personaggi rasati ma con la chioma dietro come i moicani.
Conscio che la ragazza non avrebbe mai capito, mi arrendo.

-Cominci a tagliare ai lati e poi accorciare dietro, a tagliare sopra siamo sempre in tempo.

La ragazza prende una macchinetta con rinnovato vigore e mi rasa completamente sia dietro che ai lati. Poi comincia a spuntare con le forbici i capelli sopra, lasciandoli sostanzialmente identici. Io la osservo basito ed interdetto.

Alla fine, terrorizzato dalla piega (ahahha) che stava prendendo la situazione, prendo il coraggio a quattro mani:

-Senta, sa che facciamo? E' estate e fa caldo, tagli tutto.

Prima morale: domani mi arruolo ed ho pagato più del doppio rispetto al barbiere tradizionale.

In serata vado al bar, incontro un mio amico che aveva appena fatto lo stesso (non andare al bar, rasarsi):

-Ah, anche tu hai la macchinetta?
-No, veramente sono andato da un parrucchiere.
-Se mi offrivi una birra te li tagliavo io a casa mia, pirla.

Seconda morale: quando vi fanno un danno, pensate subito che appostata all'angolo c'è anche la beffa.

4 giugno 2010

Abbandoni indolenti

*nonostante il titolo, non si tratta di una ficton di Rete4

"Se avessi voluto un lavoro facile sarei rimasto al Porto, con una bella poltrona blu, la Coppa dei Campioni, Dio e dopo di lui io".


Da piccolo amavo sollazzarmi a pensare come avrebbero risposto allenatori e giocatori alle domande scomode che gli venivano poste poco prima dei bigmatch: restavo deluso, rispondevano non rispondendo.
1) Giornalista: che partita si aspetta?
All: l’Inter è un avversario difficile, sarà dura ma penso potremo farcela. Li rispettiamo ma non temiamo nessuno.2) Giornalista: con quante punte giocherà?
All: l’Inter è un avversario difficile, sarà dura ma penso potremo farcela. Li rispettiamo ma non temiamo nessuno
3) Giornalista: senza 5 vostri titolari, il bomber, il massaggiatore e l’addetto stampa avete quale possibilità di vincere?
All: l’Inter è un avversario difficile, sarà dura ma penso potremo farcela. Li rispettiamo ma non temiamo nessuno
4) Giornalista: pare che Snejider e Cambiasso vadano dallo stesso tricologo, quanto inciderà sul match?All: l’Inter è un avversario difficile, sarà dura ma penso potremo farcela. Li rispettiamo ma non temiamo nessuno
5) Giornalista: ha visto l’ultimo film di woody allen?
All: l’Inter è un avversario difficile, sarà dura ma penso potremo farcela. Li rispettiamo ma non temiamo nessuno.
Poi arrivò lui, Mourinho. Una vera rivoluzione nel mondo del pallone, perchè Mourinho è come una bella gnocca in un locale per gay che ti si avvicina ammiccando: non sai mai se ti sta prendendo per il culo. Ma lasciando stare questo (i gay, non la gnocca né Mourinho) bisogna riconoscergli grandissimi meriti.

1) ha creato lo sfottò “zeru tituli” un tormentone che farà storia, un po’ come “ET, telefono casa” negli anni 90 o Mastrota che ti incita: "Alza la cornetta, Mondialcasa ti aspetta!”.
2) ha dimostrato che anni e anni passati a giocare a Scudetto o Football Manager potrebbero essere una risorsa utile per il futuro, sempre se dovesse fallire l’ambizione di diventare il padrone assoluto del mondo. Amo mou perchè è proprio come me, abbiamo la stessa preparazione calcistica da videogame. Se perdo o pareggio clicco su cambia tattica ed inserisco tutte le punte che ho in panca; se vinco invece imposto tieni possesso palla, e/o rallenta l’azione, e metto 2-3 difensori o centrocampisti incontristi negli ultimi 30-25 min.
3) ha gettato una pietra miliare del cabaret post-moderno adducendo il suo gesto della manette come una manifestazione non di protesta, ma di incitamento (alla protesta). Solo che forse si è dimenticato di dire la parte tra parentesi.
4) ha fatto vincere tutto all’Inter, non il Real o Barca o il Manchester..l’I-N-T-E-R, lo zimbello di tutta Italia da quando il calcio si chiama calcio, lo sbarco in Normandia ha avuto successo, è finita la guerra fredda, o semplicemente sono nato io.
5) ha dato prova che la fortuna non è importante nel calcio, è decisamente tutto.
Mourinho è un po’ come la mia ex (leggere “media donna comune”). Affascinante, seducente, pelosa al punto giusto.. ditelo che ci eravate cascati eh..
Davvero, è molto simile a lei, ma non fisicamente per quel che ormai ricordi. Cinico e intelligente come pochi, riesce a farsi dare ragione anche se palesemente in torto e ad evitare che qualcuno gli faccia notare le cazzate che va dicendo. E soprattutto, una volta ottenuto il massimo dai suoi ragazzi, li abbandona per cercare nuovi stimoli e portandosi dietro ciò che ritiene più utile alla causa. Ma il loro forte è decisamente la tempistica, roba da Guinness. Mou in lacrime per la vittoria e triste perchè sa che lascerà l’inter (scelta decisa non da lui , immagino, piange proprio per questo. Sarebbe stato assassinato altrimenti. Da chi? da ET, offeso per il suo tormentone scalzato?), tanto triste che la sera stessa resta a Madrid per brindare con Florentino Perez ed il giorno dopo, approfittando della ormai assodata e di lunghezza indefinita ebbrezza di Moratti, annuncia in mondovisione “Inter resterai per sempre l’unica nel mio cuore. Restiamo in buoni rapporti, se non mi metti i bastoni fra le ruote”. Lei, invece, in lacrime per quanto mi ama e triste perchè sa che mi lascerà (scelta a cui è stata costretta da mastro Geppetto), tanto triste che in 48 ore ne trova un altro e qualche giorno dopo mi confida candidamente: “Sei speciale, forse ho sbagliato tutto. Però sto bene adesso.”
Unica consolazione, almeno nel calcio non sono interista.
Anche se io non mi sono divertito per un anno intero, prima di essere abbandonato.

3 giugno 2010

Le vie dei canti

C'è stato un tempo in cui non sognavo mai. E non intendo dire che non mi ricordavo i sogni che facevo, perchè non è poi vero che nel sonno tutti hanno le loro belle visioni: è che proprio dal momento in cui cominciavo a dormire a quello in cui riaprivo gli occhi il pomeriggio successivo (questione di bioritmi) mi limitavo a vedere un enorme pannello nero. Il cervello si fermava, i pensieri evaporavano e quelle poche ore di sonno pesante come un mattone erano del tutto rigeneranti.

Certo, in realtà sognavo quando ero davvero piccolo. Ricordo che, quando iniziai le elementari, per diversi mesi venivo inseguito nel cortile di casa mia da un enorme quanto inetto tirannosauro e che per sfuggirgli con maggiore probabilità di successo entravo nella nostra macchina, che per l'occasione era gialla e senza tettuccio, e sgommavo con inevitabili partenze a razzo, risultato notevole per un'età nella quale le macchine notoriamente si azionano con una molla e si fermano schiacciandole con un piede, sino alla latteria all'angolo che, secondo il regolamento fra me ed il tirannosauro, era considerato limite invalicabile.

Era sempre lo stesso sogno, uguale in ogni dettaglio, forse per questo lo ricordo ancora perfettamente. Credo di dovere a Spielberg gran parte dei travagli della mia infanzia.

Invece, quando ero ancora più piccolo, in quel confuso dormiveglia che è la fase neonatale, non facevo altro che desiderare di succhiare tette, brama che del resto è tornata prepotentemente di moda alle superiori. E, sin qui, tutto normale.

Gli anni davvero imbarazzanti sono stati quelli successivi: la gente raccontava di sogni fantastici, faceva previsioni o sottili analisi psicologiche e riscontrava nei racconti degli altri similitudini ed analogie. Pare che tutti prima o poi sognino di cadere o scivolare, i miei compagni di classi raccontavano di mirabolanti avventure sessuali, le ragazze di principi venuti in sella ad un cavallo bianco. Io ascoltavo stando in disparte, pensando al mio bel 42" completamente nero che mi attendeva ogni notte.

Finchè una notte, in tempi assai recenti, sono caduto dal letto, ho messo le mani avanti per attutire il colpo e mi sono risvegliato dopo l'urto, ma ancora stabilmente sul mio letto.
Da allora sogno quasi tutte le notti: non voglio raccontarvi le storie e solo in parte perchè cercare di ricordare i sogni è come voler trattenere l'acqua con le mani. Scappa da tutti i pertugi e si resta inequivocabilmente all'asciutto. Però mi ricordo che vivo delle situazioni e che spesso mi sembrano talmente verosimili da sembrare vere.

Non ho ancora deciso se questo cambiamento repentino e radicale mi piaccia davvero. Da un lato riposo peggio, mi sveglio stanco e spesso con la fastidiosa sensazione di aver interrotto qualcosa di molto più bello della realtà. Dall'altro, i sogni sono l'unico espediente per ottenere quanto si desidera ardentemente e realizzare delle speranze inaccessibili, seppur in maniera aleatoria e fugace.

Adesso, pian piano, inizio addirittura a controllare i miei sogni, che del resto altro non sono che prodotti della mente. Non mi servono analisti, so perfettamente cosa voglio e perchè tutto questo compaia in modo ricorrente nelle mie notti. Arriva sempre uno stadio in cui mi rendo conto che si tratta solo di un sogno e, proprio mentre sto affondando nella delusione, il cervello si partiziona e si autoinganna, da una parte lasciando la ragione e la consapevolezza in attesa, dall'altra garantendo la prosecuzione del sogno su binari a me graditi.

Ed è davvero bellissimo autoingannarsi consapevolmente. In fondo, passiamo una larga fetta del nostro tempo dormendo. A me piace riuscire ad essere felice almeno per qualche ora. E' bello immaginare che la felicità semplice e genuina possa essere alla portata di tutti e garantita nient'altro che dalle scelte che facciamo.

Poi apro gli occhi e vedo che niente assomiglia ai mondi creati dalla mia immaginazione. Allora sopravvivo, in attesa di poter sognare di nuovo.

28 aprile 2010

Metodi improbabili di corteggiamento

Farsi respingere non è poi troppo difficile.
Essenzialmente perchè non esistono nè un insieme di caratteristiche fisiche e intellettive nè tantomeno una sequenza perfetta di gesti da compiere per riuscire ad essere certi di ingraziarsi una donzella. Meglio così, del resto, altrimenti la vita si ridurrebbe ad un insieme di banalità; mi piace pensare che un superuomo con l'aspetto di Brad Pitt, il cervello di Stephen Hawking e la brillantezza di Fiorello possa non riuscire a far cadere ai suoi piedi qualunque donna, è rassicurante.

Ma in effetti viene da pensare che se la combinazione vincente non esiste per definizione, una perdente (non so, diciamo l'aspetto di Sandro Bondi, il cervello di Paolo Brosio e la vitalità di Carlo Ancelotti) parte di per sè sufficientemente sconfitta.
Allora ci si potrebbe appellare all'arma cui tutte le donne dicono di non poter resistere: lo sfrenato romanticismo. Beh, non funziona neppure quello, per di più si fa la figura dei buffoni anacronistici. Non scordate del resto che il film che le vostre donne di casa insistono per vedere tutti gli anni, paralizzandosi in lacrime davanti al televisore e sognando una storia d'amore spensierata e spontanea come quella, si chiama Pretty Woman. Lo sapete tutti qual è la frase chiave grazie alla quale l'affascinante brizzolato uomo d'affari entra nelle grazie della bella Julia?
Esatto, "Quanto vuoi?"

In definitiva, quel che vedo in giro è una sequela di combinazioni vincenti e perdenti che ottengono successi in funzione del solo parametro F(c), che chiameremo Faccia di Culo. Grazie ad esso, e soprattutto alla legge dei grandi numeri, secondo la quale se ci provi con 1000, allora 100 mostreranno interesse, 10 accetteranno di uscire con te e una te la darà, tutto il resto se ne va amenamente, e con la buona compagnia di Richard Gere, a puttane.

Ma oggi, cari lettori, vi suggerisco in anteprima un metodo che sfiora il 10% di probabilità di successo. Il concetto alla base è molto semplice: la sindrome di Stoccolma.
Perchè spendere tempo e denaro per convincere una giovine ad uscire con voi? Tutto per ottenere, all'enorme costo di una cena o di un biglietto del cinema, uno stampino che la sollevi dai rimorsi per avervi indebitamente scroccato la serata.
Rapitela!
Perchè aspettare mesi per ottenere i favori sessuali di una fanciulla troppo pudica?
Violentatela.

Poi, qualche mese dopo, scendete nella cantina dove l'avete previdentemente rinchiusa e bendata, e raccontatele piangendo che avete passato un'infanzia terribile, che gli altri bambini vi sceglievano sempre per ultimo nelle partite di pallone e che le ragazzette vi prendevano in giro per i vostri vestiti lisi e consunti. Che vostro padre non veniva mai a guardare le vostre partite di baseball e vostra madre ha insistito perchè vi iscriveste in una facoltà della quale non vi importa nulla.
Giocatevi bene le vostre chances e lei sarà vostra!
Altrimenti, beh, potete sempre riprovare dieci anni dopo.

20 aprile 2010

Vendetta, tremenda vendetta!

Questa è una triste storia che inizia, così come molti altri racconti di eroiche imprese, nella città eterna.
Il primo dato di fatto è che a Roma ci sono molti piccioni e, probabilmente abbrutiti o piuttosto resi coraggiosi dall'abitudine ad incrociare molta gente di tutti i tipi, i colombi della capitale sono particolarmente coriacei.
La colonia di piccioni di cui andremo narrando si è insediata da tempo immemore sul tetto di un palazzo qualunque del centro della città. I precedenti inquilini avevano cercato di scacciarli facendo ricorso ai metodi più barbari, quali pistole a gas, tiro con arco infuocato e benzina. Ma questi colombi avevano resistito sempre stoicamente ad ogni tentativo di estirparli dalla zona.
Un secondo dato di fatto è che i piccioni tubano, e lo fanno incuranti dei passanti. Non volano via quasi mai, perlopiù, si limitano sempre a saltellare quanto basta per portare le loro insulse penne impregnate di batteri giusto pochi centimetri oltre l'ampiezza di un possibile calcio e poi riprendono a tubare con sommo fastidio.
Nella nostra storia, si accoppiano con inconfondibili versi gutturali sul davanzale della finestra del bagno, infastidendo non soltanto i bravi coinquilini intenti ad espletare le loro funzioni corporali, ma anche la signora del piano di sotto che protesta con foga contro gli escrementi che troppo spesso le appestano il terrazzino. E anche contro quelli dei piccioni.
L'unico ostacolo contro cui i volatili non avevano fatto i conti era costituito dal nuovo coinquilino, che dalla scorsa stagione degli amori cerca metodi per evitare di condividere l'appartamento con quelli che, a ragione, definisce niente più che topi alati.
Così l'anno scorso si è premurato con una certa cura di cestinare il nido che quegli animali sistemavano sul suo terrazzino, aggiungendo così la beffa di eleggere quel luogo a simbolo per la proliferazione dei piccioni. Il nostro li cacciava, ma questi tornavano con insistenza maniacale a depositare quei dannati rametti per allestire il loro nido. Ma se è vero che un piccione è tordo a tempo pieno, l'uomo è solo occasionalmente combattente di piccioni: per gran parte della sua esistenza è un figlio, uno studente, un cazzaro o quant'altro. Da cui si deduce che l'ostinazione dei piccioni è stata alla lunga fruttuosa.

Ma l'uomo è uomo perchè, talora, usa il cervello. Così quest'anno il nuovo coinquilino non si è fatto trovare impreparato. E, dopo aver permesso loro di nidificare indisturbati sul suo terrazzino, ha realizzato e documentato, in anteprima per voi, la tanto agognata vendetta:

Sguardo indagatore:


Perlustrazione di coppia:



Nido con dannatissimo topo alato in forma di uovo:


Covare pensando di non essere visti:



Covare sapendo di essere visti ma fingendosi oggetti inanimati:



Dannatissimo topo alato sotto forma di uovo


Tristezza per la scomparsa del dannatissimo topo alato sotto forma di uovo:


Tristezza finale con ritorno al nido per la ventesima volta senza ritrovare il dannatissimo uovo!

17 aprile 2010

Necrologi, Facebook della terza età.

Ho iniziato a notare le reazioni della gente comune su Facebook ogni volta che muore un VIP. Di solito si tratta di persone anziane e personaggi della televisione che svolgono nell'immaginario comune il ruolo di nonni adottivi o compagni di vita, in funzione dell'età.
Quando la grande consolatrice accoglie un altro volto noto fra le sue capienti braccia si scatena la nostalgia del popolo; ed è indipendente dallo spessore del personaggio che viene a mancare, molto spesso. Deriva piuttosto dai tormentoni che il defunto era riuscito a creare. E così bacheche popolate da gente affranta per la dipartita di Vianello, Mosca, del mitico giudice Licheri e via discorrendo..
E mi vengono in mente gli anziani che prendono in mano il giornale locale, danno una scorsa veloce ai titoli in prima pagina, ribadendo un "dove andremo a finire?" e poi corrono direttamente ai necrologi in cerca di vecchie conoscenze ed un barlume della giovinezza andata. Quando trovano qualcuno a loro noto dissimulano un dispiacere che lascia tuttavia intravedere un certo compiacimento per l'efficacia della loro memoria e soprattutto per aver superato qualcun altro, nella corsa contro la morte. C'è un "meglio lui che io" in ogni loro espressione, subito dopo. Quando al contrario, dopo aver accuratamente ispezionato ogni angolo della pagina, si rassegnano ad una mattinata senza commemorazioni chiosano con un sempreverde "e siamo qua".
Anziani non si nasce, ci si diventa. Ma il fatto che inevitabilmente lo diventino quasi tutti mi lascia intuire che nella natura umana ci sia una certa predisposizione a diventare vecchi nostalgici che vivono di basso pettegolezzo. D'altro canto è esattamente quello che capita ai miei coetanei che si intristiscono per la morte di Vianello (intendiamoci, non ce l'ho con lui, mi stava anche discretamente simpatico, sebbene interista e berlusconiano). Mi immagino quella stessa gente che spulcia fra le notizie degli altri e trema di belluino piacere nel sapere che qualcuno si fidanza, cambia città, ha figli, lavora, muore. Sono informazioni che non servono a nulla, se non magari a bullarsi con gli amici per la varietà delle proprie conoscenze, eppure la gente adora conoscere queste piccole cose. Voglio dire, anche io frequentavo una ragazza che ora lavora come modella, ma la cosa è del tutto ininfluente dato che a suo tempo rifiutò fermamente le mie patetiche avances. A voi importa?
Beh, se non altro adesso so perchè ho tutti questi amici, su Facebook. Stanno solo aspettando di sapere quando tirerò le cuoia.

(foto a caso, senza correlazione alcuna con il post)