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10 maggio 2010

Coraggio, non c'è speranza

Gli spartani dicevano che il coraggio si insegna come si insegna ai fanciulli a leggere.

Ma ci sono varie forme di coraggio, e le persone davvero predisposte ad esso sono assai rare: perchè per avere un buon motivo per mettere da parte la ragione e sfidare il destino bisogna essere in grado di amare.

La forma di coraggio più diffusa è tuttavia quella degli orgogliosi: gente che affronta le avversità contando sulle proprie forze anche se disposta a perdere tutto, conscia di combattere un avversario troppo più forte ed inespugnabile, ma che può essere ferito con le poche armi a disposizione. Ettore che dà l'addio alla moglie prima di inseguire la morte, portando con sè molto achei, ed infine si schianta sull'invincibile Achille; trecento uomini che si schierano contro un esercito immenso e che capitolano solo dopo aver lasciato per terra il sangue di molti nemici; magistrati che prima di saltare in aria tentano di debellare il sistema e decapitare le cupole.

Poi c'è chi non ha neppure le armi, ma soltanto la voglia di combattere. Ed, appunto, il coraggio per farlo. Questi sono folli, persone che si possono eventualmente criticare, considerare del tutto dissennate o scriteriate, utopiche ai limiti della ridicolaggine. Ma, come le mosche che sbattono sul vetro di una stanza chiusa sino a morire, riescono a farsi sentire e disturbare, segnalare la propria presenza pur senza intaccare minimamente le venature di quel vetro.

Perché non c'è coraggio nell'andar via lasciando un mondo distrutto alle spalle; non c'è neppure nel tenersi ai margini delle fiamme mentre tutto brucia; e tutt'altro che coraggiosi sono coloro che restano perchè hanno semplicemente troppa paura per scappare o troppo fastidio al solo pensarci.

E tu, sciocco, illuso, sprovveduto provincialotto, hai ottenuto di saltare sui binari imbottito di tritolo, e null'altro. Ma, per dirla alla spartana, ci educhi al coraggio.

7 aprile 2010

Déjà Vu

E' passato un anno dalla sciagura che ha colpito la città. Si sente solo silenzio, mentre il vento che soffia imperterrito a queste latitudini spegne le candele che talora, accese ancora da un amico o un parente di una delle tante, troppe vittime, illuminano sporadiche finestre.

Le macerie sono in gran parte ancora dove quella violenta scossa le aveva destinate: per terra, su strade spaccate e polverose, rese ancora più impraticabili dai detriti, sul fondo dei torrenti. Nel centro sono state sgomberate le principali arterie e le piazze. Il duomo che non è più in grado, a mezzogiorno, di chiamare la città con il suo rituale di movimenti meccanici è stato rimpiazzato da grandi casse che in sua vece diffondo l'ave Maria al popolo, che fa eco per le strade altrimenti semideserte del centro storico. Appellarsi alla Madonna è stato l'unica soluzione con cui lo Stato ha cercato di restituire dignità a questo luogo martoriato.
Fuori si snodano i vialoni di periferia, che sono ormai diventati dei piccoli villaggi autonomi, non necessariamente dotati di acqua ed elettricità; ma quelli erano comfort non per tutti anche prima che la città saltasse all'occhio della nazione per questa devastante ecatombe. Fra i pochi che non sono rimasti schiacciati sotto le loro case ci sono proprio quelli che, alloggiati già in precedenza in dimore di legna e fango, si son limitati a tirar su come cartoni le mura delle loro vecchie abitazioni e continuare la propria esistenza da reietti. Adesso questa soluzione torna di moda e alle vecchie baracche superstiti ancora del vecchio terremoto di oltre un secolo fa si aggiungono le altre decine di migliaia che sorgono, come unico riparo.

Non ci sono tendopoli nè case appena costruite. l'80% degli edifici è completamente crollato, come era stato abbondantemente preventivato già da un decennio, e dopo la guerra ed i precedenti eventi sismici, questo potrebbe essere il colpo del KO per la città, completamente abbandonata al suo destino e priva di forza per ricostruire, ancora, sulle macerie.


In lontananza si scorgono gli scheletri delle opere che non saranno più compiute. Il raccordo autostradale, che ha visto l'uomo mettere piede sulla luna ma non mai una macchina gommare il suo asfalto. Ed in fondo, quell'enorme pilastro di cemento che risalta sul mare illuminato dalla luna e avrebbe dovuto rilanciare l'economia della zona ed è invece diventato il simbolo della distruzione, del non-senso degli investimenti e della città che, ferita, continua a morire ogni giorno, nel disinteresse.


12 ottobre 2009

No Surprises

Avrei voluto dedicare alla città che per tanti anni mi ha ospitato delle parole più precise e meno intrise di delusione e rammarico rispetto a quelle raccolte nel post precedente, ed avrei potuto farlo prima. Tuttavia stavolta ho preferito aspettare i funerali delle vittime del fango, non tanto perchè i morti di Messina siano per me più sentiti rispetto a quelli di Viareggio o dell'Abruzzo e certamente non per contribuire al silenzio di dolorosa partecipazione che tanta gente sbandiera come una nota di merito, ma che a mio parere troppo coincide con una abulica indifferenza. Oltretutto odio questi funerali massicci, con decine di bare disposte una accanto all'altra, col legno lucidato ricoperte dalla bandiera italiana che andrebbe riservata piuttosto ai veri eroi, e stavolta davvero Simone Neri avrebbe meritato non solo questa definizione, ma anche il ricordo sentito da parte di tutti. Mi infastidiscono la curiosità della partecipazione popolare in un momento che dovrebbe essere invece di esclusiva presenza degli intimi, le sfilate dei porporati, schierati come sciacalli a svolgere il loro inutile ruolo e pronunciare parole vuote ed inflazionate e soprattutto il presenziare annoiato delle istituzioni, che qualcun altro oltre i soliti accaniti anarchici o qualunquisti avventori da bar giudicava più che responsabili di quelle stesse esequie. Aborro il crescente impiego dell'applauso, tipico di un popolo dipendente dal piccolo schermo e pronto a spellarsi le mani ad ogni minima frase ad effetto per palesare il proprio godimento, come le scimmie ed i babbuini.
Diciamo che con questo studiato ritardo offro a Messina, nel mio piccolo, l'occasione di balzare all'occhio della cronaca ancora per qualche istante, dato che come avevo correttamente supposto la notizia è da tempo tutt'altro che prioritaria sui giornali nazionali, sovrastata da Lodi e premi Nobel. Non solo, ma metto in risalto l'abulìa di cui parlavo precedentemente: l'incapacità di una città di indignarsi davvero e di cercare delle cause e dei responsabili. Questo è davvero offendere i morti, limitarsi ad assistere al loro trapasso senza soffermarsi ad indagare sulle cause, perchè non può concepirsi la morte per della pioggia. E nemmeno, eventualmente, per molta pioggia. Esiste solo l'incuria dettata dall'indifferenza, la stessa che mantiene la Sicilia inalterata da decenni.
Ed ovviamente esistono anche delle responsabilità, e prima che perda tempo la magistratura in processi che, come sempre nel nostro paese, non avranno alcun seguito, cito degli esempi: si è parlato a lungo dell'abusivismo edilizio, storicamente fomentato dall'assoluta certezza che i governi locali e nazionali si affrettano, per guadagnare consensi o piuttosto per ripagare debiti alla criminalità organizzata, a riproporre con grande costanza condoni edilizi e per gli abusi. Il primo governo Berlusconi, nel 1994, approvava un condono per tutti gli abusi commessi nel decennio precedente. Il secondo governo Berlusconi, nel 2003, proponeva un'altra sanatoria, di semplicissimo impiego e larga applicazione. E sempre nel 2003, il governo regionale di Cuffaro ampliava il condono del 1994 garantendo l'immunità penale per abusivismo.
La storia recente, datata solo dicembre 2008, si riconduce all'attuale amministrazione Buzzanca, che con questa delibera rende effettivi i condoni proposti dal governo nazionale per snellire le pratiche. Potrei inoltre aggiungere che la finanziaria 2008 vanifica lo sforzo compiuto dal governo Prodi che aveva stanziato 730 milioni di euro in due anni per un programma di mitigazione dei rischi idrogeologici ed inoltre taglia i 510 milioni di euro destinati alla protezione del territorio dell'82%, portandoli a 93,2 per il 2011. Nonostante questo, alle elezioni provinciali messinesi del 2008 le liste collegate al candidato del Pdl hanno ottenuto il 78,03% e la Sicilia verrà sempre ricordata come una roccaforte dapprima democristiana ed ora berlusconiana.
Eppure adesso la gente si lamenta, come se nulla fosse possibile fare. E piange non per l'indignazione o per i propri defunti, ma perchè non si sente italiana. Questo dopo aver votato a larga maggioranza un uomo arrestato per tangenti, mafia e limpido come il fango che ha travolto le case e 35 vite, fondatore del Movimento per l'Autonomia ed alleato della Lega Nord, quel partito che alle sue riunioni vende magliette con scritto "la Sicilia non è Italia".
E sebbene tutte queste cifre sembrino nette e precise, a Messina nessuno ci pensa. Si giustificano addirittura le amministrazioni locali e nazionali, investite dalla crisi e che non avrebbero potuto finanziare la prevenzione dei disastri per mancanza di fondi. Che francamente mi fa un pò ridere, detto nella regione simbolo dell'evasione e che sostiene con il suo voto il federalismo fiscale e nella città che sceglie per la seconda volta un sindaco già decaduto per peculato d'uso.
In ultima analisi, vi chiedo se a voi verrebbe mai in mente di costruire in un posto come questo.

(foto tratta da Repubblica.it)

Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
(Antonio Gramsci, "Indifferenti")

6 ottobre 2009

La domenica del villaggio

Messina, pur col suo quarto di milione di abitanti, può essere definita un villaggio. D'accordo, un grosso villaggio, ma pur sempre un villaggio. Perchè di abitanti del villaggio i suoi cittadini conservano la forma mentis: l'adorazione per la propria cultura e per le tradizioni popolari, specie sfilate di matrice pagana se non persino falloforica riadattate a feste religiose, il gusto per una cucina casereccia e come tale esagerata, una certa diffidenza per i forestieri, dei quali si tende a rimarcare la diversità nei costumi e negli atteggiamenti. Intendiamoci, come tutti i villaggi, Messina non è inospitale, anzi è lieta che le sue bellezze di ogni forma possano essere apprezzate; tuttavia conserva lo scetticismo di fronte al nuovo, semplicemente perchè non vi è ragione che qualcosa o qualcuno di diverso dall'abituale alteri gli equilibri dettati dal canto del gallo del campanile a mezzogiorno e dalla risacca dei mari che la lambiscono. Nutre quindi un disperato bisogno di conoscere e controllare ogni aspetto della comunità; Messina vive del pettegolezzo, tanto che il dialetto peloritano è persino fornito di un verbo per esprimere questo affannoso scambio di informazioni, sdoganandolo dal rischio di classificarlo come morbosa curiosità o maldicenza gratuita. Il cuttigghio diventa arte ed attività comune, perchè tutti si conoscono fra loro ed ogni ghiotta novità o financo supposizione viene accolta con gaudio diventando nel giro di poche ore di pubblico dominio.
I villici, gente semplice abituata a schivare le avversità della vita, sono persone sostanzialmente buone, che vivono coltivando il proprio orticello e meditando su vecchi detti popolari, tramandati dai nonni e recitati rigorosamente e con orgoglio in dialetto locale. Ogni impedimento, o magari ogni tragedia, non ha delle colpe nè delle responsabilità. E' solo un argomento di conversazione o un ennesimo pretesto per lamentarsi contro il fato, il cielo, Dio oppure semplicemente contro sè stessi. Meglio ancora, un'esaltante pubblicità, il quarto d'ora di notorietà televisiva cui persino un abulico villaggio privo di note di merito ha diritto. Ho visto folle eccitate dalle prime pagine sui giornali ed attente prefiche preparare le lacrime di fronte alle telecamere spente. Ho visto l'orgoglio di chi si sente, ed è davvero, isolato dall'Italia e la delusione di chi adora crogiolarsi nell'autocommiserazione circondato dal mare e li ho trovati spaventosamente, inutilmente, simili; ho visto anche la rabbia dei rassegnati coincidere con la rassegnazione degli speranzosi.
Ma soprattutto ho visto una frangia di bucolica memoria crollare, riversando queste antiche limitazioni sulla vita di innocenti conniventi; ed ho visto coloro che guardano il futuro con la nuca specchiarsi in queste pozzanghere di sangue, sapendo forse cosa adesso c'è sepolto sotto, ma senza scorgere il riflesso di ciò che sempre c'è stato dietro.


... è uno specchio che passa per una via maestra e ora riflette al vostro occhio l'azzurro dei cieli ora il fango dei pantani. E l'uomo che porta lo specchio nella sua gerla sarà da voi accusato di essere immorale! Lo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada in cui è il pantano, e più ancora l'ispettore stradale che lascia ristagnar l'acqua e il formarsi di pozze.
(da "Il rosso e il nero", Stendhal)