7 aprile 2010

Déjà Vu

E' passato un anno dalla sciagura che ha colpito la città. Si sente solo silenzio, mentre il vento che soffia imperterrito a queste latitudini spegne le candele che talora, accese ancora da un amico o un parente di una delle tante, troppe vittime, illuminano sporadiche finestre.

Le macerie sono in gran parte ancora dove quella violenta scossa le aveva destinate: per terra, su strade spaccate e polverose, rese ancora più impraticabili dai detriti, sul fondo dei torrenti. Nel centro sono state sgomberate le principali arterie e le piazze. Il duomo che non è più in grado, a mezzogiorno, di chiamare la città con il suo rituale di movimenti meccanici è stato rimpiazzato da grandi casse che in sua vece diffondo l'ave Maria al popolo, che fa eco per le strade altrimenti semideserte del centro storico. Appellarsi alla Madonna è stato l'unica soluzione con cui lo Stato ha cercato di restituire dignità a questo luogo martoriato.
Fuori si snodano i vialoni di periferia, che sono ormai diventati dei piccoli villaggi autonomi, non necessariamente dotati di acqua ed elettricità; ma quelli erano comfort non per tutti anche prima che la città saltasse all'occhio della nazione per questa devastante ecatombe. Fra i pochi che non sono rimasti schiacciati sotto le loro case ci sono proprio quelli che, alloggiati già in precedenza in dimore di legna e fango, si son limitati a tirar su come cartoni le mura delle loro vecchie abitazioni e continuare la propria esistenza da reietti. Adesso questa soluzione torna di moda e alle vecchie baracche superstiti ancora del vecchio terremoto di oltre un secolo fa si aggiungono le altre decine di migliaia che sorgono, come unico riparo.

Non ci sono tendopoli nè case appena costruite. l'80% degli edifici è completamente crollato, come era stato abbondantemente preventivato già da un decennio, e dopo la guerra ed i precedenti eventi sismici, questo potrebbe essere il colpo del KO per la città, completamente abbandonata al suo destino e priva di forza per ricostruire, ancora, sulle macerie.


In lontananza si scorgono gli scheletri delle opere che non saranno più compiute. Il raccordo autostradale, che ha visto l'uomo mettere piede sulla luna ma non mai una macchina gommare il suo asfalto. Ed in fondo, quell'enorme pilastro di cemento che risalta sul mare illuminato dalla luna e avrebbe dovuto rilanciare l'economia della zona ed è invece diventato il simbolo della distruzione, del non-senso degli investimenti e della città che, ferita, continua a morire ogni giorno, nel disinteresse.


6 commenti:

Giovanni Mirabile ha detto...

Questo commento potrebbe stare sullo scaffale di una libreria. Bravo!
E, come sempre, condivido.

SCIUSCIA ha detto...

Cazzo.

Arguzia ha detto...

Bellissimo.

Cinna ha detto...

Bravo Marco. Le tue parole mi hanno commosso. Cosa ne sarà di questa città, martoriata dal terremoto e sbranata dagli squali ?

Cinna ha detto...

E io mio pensiero corre veloce a...Messina dove ancora, dopo più di un secolo, le baracche testimoniano l'assenza dello stato.

Anonimo ha detto...

Dopo un anno con i riflettori spenti. Dopo un anno con la propaganda dei tg. Dopo un anno la realtà è molto meno rosea per noi.
Andiamo avanti, lotteremo, non ci arrenderemo mai