Sedeva sul sedile posteriore dell’auto. La città sembrava coperta da uno strato denso di metallo fluido, le nuvole passavano veloci, quasi come melma trasportata da qualche fiume, che quel giorno era interpretato da un vento rapido, rumoroso, fastidioso.
Leggeva una copia del New York Times, le solite stronzate: borse che crollavano a picco, persone orribili come muli, muli orribili come persone, il grande freddo che arrivava dalla Groenlandia, la fine della recessione rimandata all’anno venturo - dopo capodanno troveremo una soluzione - come se la recessione fosse poi una malattia, tra l’altro pronta ad attendere il ritorno del medico dalle ferie, e non il prodotto finale di un sistema evidentemente mal progettato, e lui poteva saperlo, lui l’aveva studiato. Vaffanculo.
Il tassista, un nero pesante quasi 400 libbre, una copia povera e sfigata di Berry White, nella sua Impala un vecchio stereo a nastro, la voce baritonale e suadente del suo fratello ricco, il tassametro meccanico, col ticchettio d’ogni miglio che passa, col ticchettio di ogni secondo che trascorre.
Lo sa che non ho ancora capito perché questo fottuto aggeggio faccia tutto ‘sto rumore, oggi?
L’uomo che sedeva sul sedile posteriore inarcò la schiena in avanti, avvicinò la sua testa a quella dell’autista, l’odore del suo profumo si mischiava alla puzza di sudore e grasso del nero, sospirò su quello che poteva sembrare un collo, il tassista tremò di paura, ed egli allora cominciò a ghignare, soddisfatto.
Lei è sicuro si tratti di quel coso?
Nessun commento:
Posta un commento