11 giugno 2012
La fiera
Cinquantasei giorni prima c'era stata la fiera.
I mercanti giungevano dalle valli più lontane del regno e portavano con loro le sete e i tessuti più preziosi, stoffe blu come cobalto e lini d'oro, lane morbide come nuvole e tinture luminose quanto le stelle meno lontane.
I signori del paese sarebbero stati contadinotti come tutti gli altri, non fosse stato per il loro essere così schifosamente ricchi. L'epoca dei re valorosi e dei nobili guerrieri era finita già da un po', con tutti gli eroi morti e sepolti in terra santa.
Così la nobiltà s'era trasformata in quel guazzabuglio di uomini grassocci e donnine prosperose e sgraziate che, una volta all'anno, s'inghirlandavano per quella fiera dove compravano tante cose belle e luccicanti, solo per renderle brutte la Domenica successiva, quando per andare a messa le indossavano, trasformando le strade del paese in un orrendo carnevale in cui, da lerci bifolchi, giocavano a imitare le corti bizantine.
Alla fiera andavano tutti; signori, mezzadri, servi della gleba. I più vi si recavano solo per guardare, anche se, qualcuno di loro, preso dal desiderio, ogni tanto provava a rubar qualcosa. Succedeva spesso, almeno finché non tagliarono via la testa al mugnaio. Restarono tutti abbastanza colpiti da quell'evento. Più che la morte fu la solennità, il raduno in pubblica piazza, la condanna col sigillo reale, letta a gran voce, a destare terrore e timore nei ladruncoli, che prima infatti qualcuno era già morto, ma prendersi una schioppettata da un mercante era cosa da tutti i giorni; morire in piazza, con tutto quel rumore, non tanto, e i ladri - si sa - rubano di notte solo perché sono dei timidi.
Ai ragazzini però fregava poco dei panni colorati, tantopiù rubarli, e l'unico motivo per cui aspettavano la fiera erano gli zingari, e tutte le magie - o i trucchi? - che mettevano in scena per poche lire.
Quell'anno la loro carovana era più grande del solito, c'erano decine di carrozze e in esse le più meravigliose e orride stranezze di questo mondo.
Tra saltimbanchi, giocolieri, mangiafuoco, fachiri, nani, giganti, donne barbute, gemelle siamesi, uomini elefanti, gazze parlanti, gorilla fumatori, scimmie scrittrici, leoni addomesticati e tigri albine, solo una cosa attirò l'attenzione del nostro protagonista, a cui, in mancanza di idee migliori, affibieremo il nomignolo di Volpe.
C'era una carrozza, tra tutte, molto grande, decorata con disegni sottili e colorati, linee morbide che tracciavano steli, fiori, farfalle, foglie e rugiade, tanto da far sembrare che tutta la natura fosse stata schiacciata ed incollata sulla sua facciata. Era bellissima, ed era, inspiegabilmente, chiusa.
In mezzo a tutte quelle bizzarrie rumorose, era fin troppo silenziosa per poter attirare l'attenzione, il suo era un mistero pieno di discrezione, non lasciava a bocca aperta, richiedeva attenzione, e difficilmente un bambino preferisce una porta chiusa a un fuoco colorato. Così solo la nostra piccola volpe, in un momento in cui, per ragioni che non riesco a ricordare, tutti i suoni svanirono, si avvicinò ad essa, e, curioso, posò il suo orecchio sul legno verniciato.
Più gli occhi serro e più i miei occhi vedono,
ché il dì posando su futili oggetti
quando dormo, nel sonno guardan te,
e luci buie al buio in luce tendono.
Tu che con l'ombra l'ombre fai lucenti,
qual visione sarebbe al chiaro giorno,
più chiara assai, di tua ombra l'essenza,
se occhi ciechi tanto splendi in ombra:
quanta goia ai miei occhi, dico, quando
ti guardassero nel giorno vivente
se in morta notte sui chiusi occhi stai,
bella ombra imperfetta, e il sonno fendi.
Notte è ogni giorno finché io veda te,
la notte è luce se in sogno ti svela.
Dalla carrozza proveniva una voce di donna, pronunciava versi così dolci che pareva quasi intonasse una melodia, una musica bellissima, troppo, perché il nostro spione potesse smettere di ascoltarla, e così stette muto, muto anche quando la ragazza nascosta smise di parlare, muto fino a quando ogni suono o rumore potesse essere prodotto da quello spirito misterioso tacque.
Era calata la sera, Volpe decise di abbandonare il campo, all'epoca storie orribili si narravano sugli zingari, si diceva che usassero rapire i giovani distratti, e trasformarli in quei mostri che poi usavano come attrazioni, in pochi si avventuravano di notte quando c'era la fiera, ci credevano tutti, non sappiamo dire però se avessero ragione a farlo.
La mattina dopo nella mente del ragazzino faceva ancora eco quella voce, e così per altri 3 giorni tornò ad ascoltarla, fisso, in silenzio, pregando Iddio che prima o poi, chiunque fosse là dentro, si decidesse a uscir fuori, a mostrarsi, a farsi vedere. Non era curioso, sapeva che in qualsiasi modo lei fosse stata fatta le sarebbe piaciuta, cercava solo un volto per quel desiderio, ma non gli fu dato.
Era ormai l'ultimo giorno di fiera, ancora una volta un giovinotto se ne stava seduto poggiato sull'unica carrozza chiusa, senza folla, di quell'allegra festa. Il sole volgeva a mezzogiorno quando la voce cominciò a recitare di nuovo, e recitò gli stessi versi della prima volta. Lui, senza capir come, quando ormai la poesia volgeva al termine, la accompagnò.
"Notte è ogni giorno finché io veda te, la notte è luce se in sogno ti svela."
"chi... chi è?"
La ragazza nella carrozza si era accorta di lui, e pareva impaurita, lui lo era ancora di più, il suo cuore tremava, non sapeva che dire, balbettò:
"s-sono un ammiratore, ascolto le sue belle parole, signorina"
"Non sono mie, signore, è Shakespeare. Io le recito soltanto"
Un'attrice, in quella carrozza si nascondeva un'attrice, doveva essere bellissima, pensò il ragazzo, voleva vederla, doveva essere bellissima. Tre milioni di scuse attraversarono la sua testa in tre secondi, si decise per la più banale.
"Potrei forse entrare e sentir meglio questi magnifici versi? Sarebbe per me un gran piacere, signorina."
La voce dell'attrice si fece più incerta, pronunciò a fatica:
"Signore, le assicuro che sarebbe per me un piacere ancor più grande accontentarla, ma vede, vede io provo molta vergogna, son rinchiusa qua dentro perché quando so che qualcuno... quando so che qualcuno mi guarda io non riesco più a parlare."
Così la Volpe, cui non a caso abbiamo attribuito questo delizioso soprannome, scattò in piedi, e cominciò a bussare, con insistenza disperata, alla porticina di legno, urlando:
"E mi apra, mi apra allora, io sono un povero cieco, non posso vederla, non posso altro che immaginarla, mi dia almeno il privilegio della sua voce, chiara, senza il muro di questo legno, la prego, mi faccia ascoltare la sua voce".
La porta si aprì.
Cinquantasei giorni prima c'era stata la fiera.
In paese ricordavano solo che era un ragazzo vivace, molto intelligente.
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