3 giugno 2011

it's never enough

Trovo che il razionalismo sia un mio limite. La voglia di comprendere le cose, senza mai abbandonarsi ad un“è così” certe volte si risolve in inutili e disperate ricerche, che, per evidente mancanza di mezzi e di genio, non portano ad altro che alla frustrazione.

Di fronte a chi decide di annullarsi mi risulta difficile piangere come fanno i più, per poi dimenticarmene il giorno dopo in uno stupido pettegolezzo. La gente piange semplicemente per adattarsi, per non apparire fuori luogo. Io, per non apparire fuori luogo, uso farmi da parte.

Sono profondamente attaccato alla vita. La morte mi provoca terrore, la possibilità di non esserci annulla in me qualsiasi forma di slancio. Tra i motivi per cui non credo in un dio c’è anche la casualità del momento della fine. E’ peggio dell’eventualità che uno, in preda alla disperazione d’esser rimandato, ti rubi il compito,  ancor prima che tu avessi risolto il problema su cui giocavi. Sarà che sono un incoerente, o forse troppo giovane, ma morire ora renderebbe ancora più inconsistente quello che sono stato. Mi solleva sapere che non potrei più rendermene conto, in effetti.

Tuttavia non riesco a comprendere neanche il suicidio. Togliersi la vita, piuttosto che lasciarsela sottrarre dal caso, in linea di massima un senso ce l’ha. Il problema è che la vita non si esaurisce mai in una sola proposizione formalmente accettabile. Questa accezione, ad esempio, tralascia totalmente il fatto che il timore della morte non sia che una possibilità tra tante. E poi, in concreto, quante volte s’è sentito dire che uno si è ucciso per sfuggire ad una fine comune? E’ persino stupido, in fin dei conti. Ci si uccide, nella realtà, perché è fallito quello che si credeva essere il fine della vita che fin lì si era condotta. Spesso si muore per amore. Più raramente per un’ideale. Sempre, ci si uccide, quando di fronte non si ha più alcuna prospettiva, sia essa positiva o negativa. Credo che i sorrisi, le lacrime, l’amore, e pure tutta l’affezione e l’odio che nutriamo per la vita si possano ridurre e spiegare. Tuttavia, per quanto sia approfondita l’analisi che conduciamo, per quanto precise le cause che ritroviamo, non potremo mai esimerci dal pensare che non valgano abbastanza.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

filosofia molto più "alta" di quella dei procarioti

Jack ha detto...

Domandarsi quale sia lo scopo è un'attività tipica dei bambini (i loro "perché?" sono tutti sintomi di innocenza e slancio) e dei disperati (i loro "perché?" rappresentano la caduta di una carta dal castello). E molte transizioni sono indubbiamente traumatiche. Pensa ad un bambino troppo curioso nel momento in cui muta in un vecchio nichilista sdentato: è come se una farfalla tornasse nel suo bozzolo croccante e peloso. Un autentico orrore.


Nessuno aveva bisogno di questo commento. Io però trovo confortante essere seguito. Pensavo che per te, magari, vale (valga? valesse?) lo stesso.


A presto.

Gen ha detto...

Grazie. A dire il vero mi ha fatto piacere leggere quello che volevi dire. E poi... si, è vero. E' confortante essere seguiti.

A presto! ^^

premio petrolio ha detto...

quell'enough m'ha sempre spiazzata e delusa. Nel mio assoluto non c'è posto per i 'va bene così', 'potrebbe andar meglio', 'm'accontento'… anche se, e in un momento son stata molto, troppo, vicino alla fine, quelle parole in un certo senso hanno avuto un 'senso': potevo scegliere e ho scelto. Quello è importante, anche se, spesso, fonte di tristezza e fallimento. Un saluto.
p.s. le tue riflessioni sono molto gradite (seguite) -_-