7 settembre 2010

Il cielo non esiste

Tramonti rossi colorivano file infinite di palazzi tutti uguali. Un quartiere popolare come tanti altri, di quelli dove il cielo può essere osservato in tutte le sue sfumature, ma privato della forza di un sole che nasce, della consolazione del sole che muore. I raggi rossi del tramonto colorivano mura vuote, dietro il quale esistevano persone. Dell’universo si intravedeva solo l’esistenza, il tutto pareva seppellito dall’insanabile pazzia di un malato. Non c’era spazio alla bellezza in quel luogo, tutto sorgeva per interesse, e tutto l’interesse che gravava sul cemento e dilagava nel nero del catrame ingoiava la bellezza che, forse, un tempo, aveva in qualche modo abitato quel luogo. Di certo, ora, l’unica cosa che avrebbe voluto vedere era il rosso del sole, e ingorde strutture coprivano la stella.

Il sole che tramonta, ricordava, doveva essere la cosa più bella che si potesse vedere, come un bambino idealizzava ciò a cui non poteva assistere e dimenticava l’essenza reale di quella visione a cui tanto ambiva. Dimenticava che il tramonto è solo la fine di una percezione, l’inizio di una nuova più chiara visione.
Ma neanche di quella lucida visione dell’universo che è la notte egli poteva prender coscienza, tanto le luci elettriche che intermittenti iniziavano ad accendersi ravvivavano i colori sulla sua testa, lontani dal nero del vuoto cosmico, dall’azzurro degli astri lontani.

Gli uomini stentano a comprendere cosa sia davvero importante perché hanno smesso di guardare il cielo. Un ammasso informe di luce grava sulla loro testa, senza che esso abbia altro valore, oltre che regolare il ciclo delle attività di cui riempiono le vite. Si dedicano ai propri interessi come fosse in loro il senso di tutto ciò che esiste, senza rendersi conto della ridicola dimensione, e del ridicolo tempo, che occupano in tutta la realtà che s’estende oltre il tetto che inconsapevolmente hanno fatto del cielo. E nella stupidità di credersi re della piccola zolla di terra che calpestano tentano invano di aumentare ancora di più la loro ricchezza per soddisfare bisogni assurdi che non hanno, di masticare e sputare ogni pecora innocente posta sulla loro stessa via, di consumare ogni singolo dono che il caso gli porga, di surclassare gli altri stupidi maiali che frequentano, cercando di vivere in eterno nel ricordo, pensando che possa sopperire alla loro cronica insoddisfazione, senza rendersi conto del fatto che il cielo che hanno in testa neanche esiste, che la loro fama è vana quanto il soffio di un matto sul granaio in fiamme, breve quanto il tempo che impiegano a chiedersi se sono felici.

Non sapeva ancora cosa fosse, o non fosse, il cielo, ma in quel momento amava il tramonto. Lo amava perché gli ricordava lei, quando gli chiese di non pensare tanto a cosa sarebbe accaduto, di cosa avrebbe fatto, quanto di quello che avrebbe desiderato, di quello che c’era di bello da vivere ora, come il sole che cade, per non finire come il sole che cade anzitempo. Amava il tramonto perché in esso vedeva lei, le sue parole, e sentiva nel cuore il desiderio di vederla, anche solo per parlarle ancora, anche solo per vederla sorridere. Capiva che l’unica cosa per cui valeva fermarsi fosse ciò che è bello, ciò che si ama, che si è troppo piccoli nell’infinito che ci circonda per poter solo immaginare di dover dimostrare qualcosa ai cani di questa fattoria.

Discografia essenziale.


2 commenti:

Hugo88 ha detto...

sai, di recente mi sono chiesto se fosse possibile, per una volta, guardare il cielo completamente nel buio, senza l'interferenza di altre luci. forse per questo ci si rifugia nel tramonto, è quanto di più autentico possiamo ottenere.

ah, con la splendida discografia sotto si completa il post. e stiamo diventando anche vagamente empatici.

Luce ha detto...

La parte centrale è la cosa più vera che abbia mai letto. Bravo Gennaro.