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Oggi prendo sempre il bus, ma non a causa sua. L'anno scorso, mi pare fosse in inverno, a Febbraio, tornavo a casa. Ero da solo e decisi di usufruire del bus, una volta tanto. Salire sull'autobus, col sole che brillava, era per me insolito, era un tradimento. Tradivo un atteggiamento alternativo. Anche se oramai l'usare i piedi non aveva più quel suo valore differente, era comune prassi. Prendere l'autobus col sole era un taglio alla normalità. Un altro taglio fu quello di non pagare il biglietto. Non lo faccio neanche adesso. C'è un motivo a tutto questo, ma lo teorizzerò pienamente solo quando sarò costretto a farlo in tribunale. Se mai mi beccheranno. E se questo genere di infrazioni richiede anche un processo. Non sono un avvocato. Non sono niente. Non voglio teorizzare la ragione per cui non bisogna pagare un biglietto. Iniziò già a intravederla ed è enorme, implica lo stato, il comunismo, la privatizzazione, il capitalismo, Pippo Baudo. Ma non Berlusconi, almeno direttamente. Potrei farci un saggio, diventare filosofo e poltrire per il resto dei miei anni nei salotti dell'Italia che conta. La mia opera si intitolerebbe: "Sul non pagare il biglietto, analisi del servizio comune". O potrei farci un post tra qualche giorno. O niente.
Sul bus c'erano poche persone. Alcune vecchie obese gracidavano dei loro reumatismi, che non so cosa siano, ma mi ucciderò prima di diventare vecchio pur di non averli. Ragazzetti di 12 anni giocherellavano coi loro Iphone da 700 euro, mentre i loro padri marcivano in galera, o in qualche miniera di amianto pur di pagare le rate del giocattolo. E in mezzo a tutta quella schiera di inetti, di inutili rappresentanti di un popolo che soccombe sotto il grave peso della sua leggerezza, c'era lei. Aveva gli occhi azzurri. Capelli sinuosi che sfumavano come cioccolato. Pelle liscia e morbida come pesca, accarezzata da un pullover di lana blu. Leggeva un libro, si chiamava "La solitudine dei numeri primi". Un libro che avevo amato anch'io, che m'aveva introdotto a letture molto più complesse, a quel Franz Kafka, autore dei miei incubi, che oggi tanto mi inquieta. Non poteva essere vera. Era troppo diversa, superiore. Durante quei 10 minuti di tragitto avrei voluto parlarle, conoscere qualcosa di lei. E magari sorprendermi di quanto fossimo uguali. Magari dirle che l'avevo solo vista e già l'amavo. Ma non lo feci. Non feci niente. Restai lì a guardarla bloccato dalla paura. Paura della dolcezza con la quale sfogliava le pagine di quel libro. E poi paura di restarne deluso. E paura di essere felice. Scese qualche fermata prima di me.
Dentro mi cadeva il cuore.
Non l'avrei più rivista.
Oggi continuo ancora a prendere l'autobus perchè spero di rincontrarla.
7 commenti:
Gennarobat,
se ti dico che dopo sedici anni spesi bene scrivi da dio e hai materia grigia da regalare sei contento? Beh, l'ho appena fatto.
Tu, invece, quando hai intenzione di scrivere un post nuovo..?!
:(
a me è capitata una cosa simile.
poi sono riuscito a conoscerla, usando ogni mezzo a mia disposizione, anche immorale, e spremendo i neuroni come non avevo mai fatto.
non ne valeva la pena.
@Luca & Sciuscia: ho visto il tuo blog! Sarebbe bello se pubblicassi qualcosa di nuovo.
@Hugo: se un giorno dovessi rincontrarla, spero ne valga la pena. Comunque il tuo commento mi sta facendo sorgere un dubbio, e se quella avesse letto quel libro solo perchè era il bestseller del momento, e non per suo piacere, tipo quelli che comprano i libri di Vespa?
Non sapremo mai se le opportunità che perdiamo ci avrebbero dato la felicità più grande della nostra vita o lasciati in un abisso di delusione...
Aspetto il trattato sul non pagare il biglietto visto che anch'io sono un fan ;-)
Leggerti è un piacere e una sorpresa.
Continua così, che ti leggo volentieri.
sul non pagare biglietti prova a sostenere che il tuo credo te lo impedisce: la discriminazione religiosa fa miracoli, oggigiorno.
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