Sono stato in Calabria, a tenere una sorta di corso di aggiornamento per insegnanti. Sono stato tremendo, ho riversato sugli astanti tonnellate di informazioni. Ma sono stato anche onesto: i miei toni aspri servivano a disseppellire un preciso dovere morale. La tradizione non è solo conservazione delle superstizioni più imbecilli e contraddittorie. Il lavoro dei giganti che ci hanno preceduto va preservato, diffuso ed ampliato. Questo grazie alla collaborazione. Lo stilema del "lavoro fra pari", tanto diffuso nei testi di pedagogia alla moda, è una designazione vuota, tanto quanto "black bloc", per intenderci. Siamo tutti pari, è ovvio, anche se l'ovvio è soggettivo.
Durante il viaggio, alcune epifanie hanno riportato alla luce reperti mnemonici di un tempo che reputavo ormai alieno, defunto, decomposto. Una ragazza si abbandona ad una risata sguaiata, piegando la gamba destra e restando per un attimo in equilibrio sulla sinistra. Era un tratto distintivo di mia madre. Una responsabile provinciale ha il suo nome, un'altra il suo cognome.
In treno siedo accanto ad un donna attempata, ma molto ben curata. Al mio solito, taccio e dormicchio. Ciò, tuttavia, non mi impedisce di cogliere che si tratta di un'importante magistrato. Per tutta la tratta, discute animatamente con i suoi collaboratori, che le siedono di fronte. Uno è un azzimato ragazzotto romano, l'altra è una pressapoco-quarantenne di Lodi, il cui accento, di tanto in tanto, tradisce pesanti ascendenze calabresi. Sulle prime, è l'inestricabile caso giudiziario che fa da padrone. Facile cogliere abbondante riverenza nei confronti del magistrato, che dovrà presiedere una nutrita commissione. Poco dopo il tedio tecnico, è il gossip che fa da padrone alla scena. Pare che il futuro Presidente del *** sia un bell'uomo, sposato, non troppo anziano. E che quattro o cinque funzionarie o stagiste lo importunino di già con ripetuti inviti a cena e provocazioni soft-porno. Vengono apostrofate come "sgallettate". I collaboratori parafrasano a più riprese le considerazioni del magistrato. Immagino che tale prassi pappagallesca sia un consumato artificio retorico recante prostrazione e riverenza. Avverto un modico rigetto e un modico disgusto.
Poi arriva l'infinita tristezza del sud. Tale morsa è fatta di deserto, di scarse opportunità, di sporcizia, di gratuita ospitalità, di abissali dislivelli socio-culturali e di bellezze femminili che fanno quasi male agli occhi. La mia camera d'albergo è al piano più alto. Dalla terrazza antistante è quasi possibile toccare la sommità di un pino maestoso, sullo sfondo c'è un mare ritorto, inquieto ed enorme, pericoloso. Tra coppi e tegole, piccole piante grasse. Sembrano delle agavi in miniatura. Anche loro, piante con un destino infausto.
Al termine del mio primo intervento mi intrattengo a discutere con un professore, mio corregionale. È sorpreso del fatto che io non voglia intraprendere carriera accademica. Difendo la mia posizione, sottolineo che eviterò ad ogni costo di arrugginire. "Ma tra dieci anni potresti pentirti dell'opportunità mancata!" - "Tra dieci anni il mio potenziale d'innovatore sarà comunque esaurito. Per questo mi adopero a vivere, e consumarmi, più in fretta che posso."
Fumo, bevo, denigro la morale cattolica. Ritrovo la responsabile di Campobasso, che si ricorda di me per via di K. Travolto da un'indicibile nostalgia, metto al corrente K. d'ogni faccenda e pensiero.
1 commento:
Benvenuto tra i "noantri", Jack :D
Ottimo inizio.
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