Quando ero piccolo adoravo andare in campagna da mio nonno. Sapeva tante cose, mio nonno, e me le mostrava infarcendole di proverbi calabresi da contadini, quelli semplici che sono sempre i migliori. Mi portava a vedere come l'uomo coltiva la terra e mi faceva assaggiare tutti i prodotti della campagna.
Mi piaceva giocare con gli animali, inseguirli fino ad ottenere versi di fastidio o esasperazione. In assoluto preferivo guardare le api: potevo fermarmi per ore a pochi metri da un alveare e osservare quell'incessante brulichio, immaginando questi piccoli insetti farsi largo dentro l'arnia per depositare il proprio polline mentre altri lo impastavano per regalarci il nettare della dolcezza. Non avevo paura delle api, ma il nonno mi sembrava sempre impensierito e, dopo aver cercato senza successo di distrarmi con qualche altra attrazione agricola, mi pregava di allontanarmi sempre un pò di più. Temeva che potessi irritarle o schiacciarne qualcuna inavvertitamente o per gioco e che i loro pungiglioni potessero vendicare terribilmente le loro compagne. Io avevo sentito dire che le api lasciavano il loro pungiglione dopo aver punto e che per questo ne morivano e non riuscivo a capire quindi perchè mai una di loro avrebbe dovuto sacrificare la propria vita per arrecarmi un danno tutto sommato contenuto. Mi sembrava che niente di dannoso potesse giungere da quel paradiso di verde sulla piana distesa sul golfo di Gioia Tauro. Il nonno cercava di spiegarmi allora che le api attaccano quando si sentono in pericolo e che non importa loro di morire, perchè per il bene dell'alveare, per il prosperare della propria comunità, sono disposte ad allontanare i pericoli con tutti i mezzi a loro disposizione. E che bisogna trattare le api con rispetto, perchè sono creature del Signore che ci aiutano e ci forniscono qualcosa che non siamo in grado di replicare. Ed in cambio noi ci limitiamo ad ospitarle a migliaia in sicure teche di legno. Mi diceva anche che non potremmo mai fare a meno delle api e che anche un famoso scienziato l'aveva sostenuto, che l'uomo senza le api non potrebbe sopravvivere che per poco tempo. Io non comprendevo perchè mai quelle insignificanti creature fossero così importanti, ma credevo al nonno anche senza capirlo.
Però gli chiedevo come mai le api non si infuriano quando sottraiamo loro il miele, frutto del loro lavoro e necessario per il loro sostentamento. Allora il nonno sospirava e scrutava in lontananza, verso il mare, ed il suo sguardo si perdeva fra gli aranceti che stanno qui, proprio sotto i suoi campi. Osservava per un po' tutti quegli alberi che non si capiva di chi fossero, e che nonostante questo sembravano sempre curati.
A questo punto, con un nuovo sospiro, mi prendeva per mano conducendomi lontano dagli alveari e mi diceva che probabilmente le api hanno ancora abbastanza da mangiare.
Mi piaceva giocare con gli animali, inseguirli fino ad ottenere versi di fastidio o esasperazione. In assoluto preferivo guardare le api: potevo fermarmi per ore a pochi metri da un alveare e osservare quell'incessante brulichio, immaginando questi piccoli insetti farsi largo dentro l'arnia per depositare il proprio polline mentre altri lo impastavano per regalarci il nettare della dolcezza. Non avevo paura delle api, ma il nonno mi sembrava sempre impensierito e, dopo aver cercato senza successo di distrarmi con qualche altra attrazione agricola, mi pregava di allontanarmi sempre un pò di più. Temeva che potessi irritarle o schiacciarne qualcuna inavvertitamente o per gioco e che i loro pungiglioni potessero vendicare terribilmente le loro compagne. Io avevo sentito dire che le api lasciavano il loro pungiglione dopo aver punto e che per questo ne morivano e non riuscivo a capire quindi perchè mai una di loro avrebbe dovuto sacrificare la propria vita per arrecarmi un danno tutto sommato contenuto. Mi sembrava che niente di dannoso potesse giungere da quel paradiso di verde sulla piana distesa sul golfo di Gioia Tauro. Il nonno cercava di spiegarmi allora che le api attaccano quando si sentono in pericolo e che non importa loro di morire, perchè per il bene dell'alveare, per il prosperare della propria comunità, sono disposte ad allontanare i pericoli con tutti i mezzi a loro disposizione. E che bisogna trattare le api con rispetto, perchè sono creature del Signore che ci aiutano e ci forniscono qualcosa che non siamo in grado di replicare. Ed in cambio noi ci limitiamo ad ospitarle a migliaia in sicure teche di legno. Mi diceva anche che non potremmo mai fare a meno delle api e che anche un famoso scienziato l'aveva sostenuto, che l'uomo senza le api non potrebbe sopravvivere che per poco tempo. Io non comprendevo perchè mai quelle insignificanti creature fossero così importanti, ma credevo al nonno anche senza capirlo.
Però gli chiedevo come mai le api non si infuriano quando sottraiamo loro il miele, frutto del loro lavoro e necessario per il loro sostentamento. Allora il nonno sospirava e scrutava in lontananza, verso il mare, ed il suo sguardo si perdeva fra gli aranceti che stanno qui, proprio sotto i suoi campi. Osservava per un po' tutti quegli alberi che non si capiva di chi fossero, e che nonostante questo sembravano sempre curati.
A questo punto, con un nuovo sospiro, mi prendeva per mano conducendomi lontano dagli alveari e mi diceva che probabilmente le api hanno ancora abbastanza da mangiare.
3 commenti:
Veramente bello, bellamente vero
L'apicoltore, in un certo senso, è fortunato per tanti motivi: le api non hanno il senso della misura, finché c'è da raccogliere e finché c'è spazio all'interno dell'alveare, non si fermano di raccoglere ed acumulare così se l'apicoltore sottrae il miele raccolto e concede altro spazio le api non si turbano per niente. Non dobbiamo commettere l'errore di attribuire alle api sentimenti umani, le api non riconoscono l'apicoltore invece è lui che impara a comportarsi in modo da non disturbare le api.
ti ringrazio per la puntualizzazione, ma temo che qui l'apicoltura fosse solo un mezzo per parlare di altro ;)
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