9 febbraio 2012

Ogni cosa al suo posto ed ogni posto nel gorgo, muto.

Subito dopo la proclamazione e il bando tutti mi chiesero
quale dovesse essere il pubblico. Io risposi nel mio metro,
dalle ventuno alle ventiquattro sillabe, che diviene musicale
solo ripensandolo, sezionandolo, spingendolo in profondità
parentetiche da cui riemergere affamati d'aria,
lungo i tappeti di spine che si srotolano implacabili
e dividono dagli appuntamenti con la carne dei sogni.
Il pubblico sarà quello più esigente, che squadra in un guizzo
i risvolti nauseabondi e cestina, senza pietà. Il pubblico
sarà il tempo, il tempo lungi da venire.
Il generale chiese agli astanti di scegliere tra lui
e la terra d'Atlantide: seguì le indicazioni fornite
da un'unica voce, tonante, nella compatta disarmonia del coro.
Disarmante manifestazione di un disordine rosso, rossissimo,
inconfutabile. Pensare che da piccolo mi sentivo confortato
dal sapere che, a tavola, il posto in prossimità della finestra
spettava a mia madre, quello centrale era mio e quello
vicino alla porta era per mio padre. Ricordo ancora
quanto spiazzante, forse persino umiliante, fu, alla sera,
trovare il letto sfatto, quando alla mattina mi ero destato
accanto a un amico. "Come puoi violare così quanto predichi,
e sbraiti?" rivolsi a mio padre, solo attraverso gli occhi.
Egli si voltò, e andò via. La prima colazione a letto
me la portò A., circa dieci anni più tardi.
Fui sorpreso e incapace di gratitudine. Un evento del genere
avrebbe ben figurato nel novero dei miei primordiali slanci
d'architettura del mondo: tutti dettagli nitidi, unici e incausali.
Ogni mattoncino poteva giustapporsi ad uno analogo in almeno
quattordici modi: ciò garantiva margini apparentemente buoni
di riuscita dell'iniziativa. Nei momenti di smarrimento,
era sufficiente una rapida occhiata alle figure,
un destro calco dal Libro della conoscenza.
Per il bambino, ciò non era né forzare, né barare.
Passò sotto silenzio, rimase così.

Crebbi perciò ignobile, freddo, mostruoso,
ebbro di ambizioni che credevo esistenti, tangibili,
ebbro di contatto fisico con la carne dei sogni.

Sulla strada che divideva da uno svago geometrico e dal caffè
mi imbattei in A., che fremeva, per un bacio.
Glielo diedi, quello e molti altri. Troppo freddo, inumano,
negarsi, di fronte ad un palpito così puro.
Alla prima folata di vento che ci divise per più di un palmo,
realizzai di trovarmi sull'orlo di un baratro.
Qualcuno urlò: "La leggerezza è un crimine!"
ed io la rincondussi alla sua città, fornendole indicazioni
per distinguere i mostri ed i ladri, specie quelli che,
contro la loro stessa natura, si reputano abili e santi.
Le raccontai poi del taglio sulla mano, così come feci con Bi,
ma ad A. lo raccontai per incutere timore. Ebbi successo.
Il giorno dopo mi scrisse "tu non hai amore, hai solo morte"
donandomi questa immagine funebre di me che depongo a terra
un trofeo senza vita, candido e delicatamente agghindato.
Promise di non far menzione del nostro incontro
ma disattese la promessa.

Mi sento vile! - per aver scientemente sovrapposto, limato
e confuso le iniziali e i percorsi di due donne diverse.
Non i luoghi, no: per gli architetti del tempo, i luoghi sono sacri.
La scappatoia che mi salva dalla totale abiezione è che per i morti
ogni luogo, ed ogni tempo, è il medesimo.
Mi incammino così verso casa di Bi, anch'essa prossima al greto,
gravando con tutto il peso sul piede sinistro,
debilitato da un bruciante senso di colpa.
Il paesaggio è spoglio, privo di costruzioni, silenzioso.
Le parole "scegli me" giacciono spente sul fondo del mio stomaco.


8 febbraio 2012

Mano


A F. - il ricordo che più di tutti
ha cambiato il mio essere.
Non mi stancherò mai di dedicarti
ogni cosa, bella o cattiva, 
importante o futile,
possa uscire da queste mani
e da questa testa marcia.

Eri, sei e sarai,
in ognuno di noi, sempre. 

La mano trema, da sempre. L'unico segno di una debolezza e paura verso l'ignoto e l'oscuro. La paura di entrare in un qualcosa che è troppo grande da gestire, talmente grande da non poterne tracciare i confini, di sentirsi ancora fuori da esso. La debolezza di non riuscire a gestire questa immensità, di guidare il timone in mari lontani senza finire in maelstrom fatali.

La mia mano tremante è il sintomo di una insicurezza nutrita e accudita con pochi anni di sofferenze e misero autocontrollo. Quello vistoso e scarno, da filosofeggiante fruttivendolo. Difficile parlare di esperienza: l'esperienza è come la storia, è un marchio che rimane a fuoco sulla pelle, ma ne vedi le cicatrici dopo molti, di anni.

Le esperienze sono figlie dei ricordi. Sono troppe le righe, i versi, i pensieri in cui do importanza ai ricordi. Non voglio dimenticare, eppure continuo a inebriarmi di ricordi in ogni istante. Non cerco la felicità, neanche in un possibile universo parallelo il mio altro cercherebbe la felicità: la felicità è diventata per il mio essere una banalità per pochi adepti. Quelli che una mattina, la mattina delle loro banali esistenze, si svegliano e rendono le loro vite banali nella felicità propria e altrui.

Non saprei nemmeno descrivervi il mio concetto di ricordo, né tanto meno descriverne uno. Sono parole che senti una volta nella vita durante le lezioni di filosofia al liceo di cui ignori il significato esatto che ne dava l'autore, ma che ti davano in un contesto una sensazione di granitica universalità, come Arché o Apeiron. Sono acque già navigate da milioni e milioni di anni: mai uguali nella sostanza, sempre simili nella forma.

Marchi indelebili che regolano processi neurochimici in un circuito sinaptico che determina il nostro dormire e il nostro mangiare, l'amare e l'odiare, il pianto e il sorriso, la carezza e il pugno.
E io, che continuo a rifiutare il sonno e il cibo, l'odio e l'amore, la serenità (non si è mai felici quando si sorride, vi è solo il sentore che per qualche breve lasso di tempo, sia esso un secondo o una vita intera, qualcosa può cambiare leggermente per il meglio) e la tristezza, la violenza e la delicatezza, adoro affondare ogni singolo essere del mio corpo in queste sensazioni. Un tempo familiari, oggi tappe di un viaggio di cui ci si è dimenticati la mappa del sentiero in qualche casa.

Vivo di passati e remoti futuri cercando di nascondere ogni singola traccia di questa mia debolezza, di questa mia paura. Tranne la mano tremante, forse l'ultimo barlume di umanità e "banalità" rimastami.

6 febbraio 2012

Tristemente, trecento

Avrei voluto scrivere del languido ed annuvolato di candore cielo di Posillipo, con quel Vesuvio che ormai non è più una novità, attiguo, così tanto, alla landa di scatolette arancioni che rasentano moli, mari e vascelli; mi ritrovo, invece, a scrivere di peones immusoniti e vecchi rimbambiti, e coppiette improvvisate su strade disastrate, e clacson roboanti che infervorano l'aria e la colmano di grigio, qui nel rione. Il vano e coraggioso tentativo di evadere per qualche ora diviene appunto vano e di questi resta solo l'amara potenziale audacia lasciata lì ad avvizzire come una vecchia rosa ripudiata - diviene vano perché sbarrato, forse, dall'adattamento, che per quanto nocivo, criticato e nauseante, è tale, e la sua erculea potenza innesca fervidi meccanismi di pleonasmo, abitudine e, effetto più disastroso, imprescindibilità. Ricordo il tentativo di dieci minuti fa, quello di guidare in zone che a quest'ora palesano una nobile desolazione tutt'altro che greve, come invece è l'aria di qui. Ero solo avvolto da un alone d'illusione che chiedeva solamente che me ne stessi tutto solo lì, rabbuiato ed imbacuccato a contemplare la quiete, la pulizia e il silenzio dell'etere - ho deluso quest'alone, s'aspettava qualcosa in più da me, ma non è colpa mia. Eppure non c'è più tempo, sempre più angusto e grave, tempo maledetto che t'inviperisce con la sua frenesia e le sue soffocanti pretese. Intanto sono in mezzo ad un segmento, ai cui estremi vi sono due miei ex compagni delle elementari: uno, da dietro, urla guaiti come un asino che rantola, l'altro, davanti, col suo giubbotto alla moda s'appresta ad utilizzare la sua auto - funzionante, non come la mia, che mi inchioda su questo sedile e mi costringe a scrivere di loro e non del Vesuvio, o della ringhiera di via Orazio, o degli uccellini che salmodiano sui pomposi alberi di Posillipo, o di una cicca che rotola accidentalmente giù nell'inferno, loro, uno dietro e un altro avanti, in una nube, tutti senza esclusione, di camorra, reticenza, omertà, cespugli, carte, bambini tristi, pali della luce. Vivono la loro vita, anche gli esseri inanimati, così come io vivo la mia, disperata come la loro, angosciata, piuttosto gelida, e tetra. Tutti uguali sotto questo tetto di fumo acre - ed io che volevo solo starmene in pace a Posillipo.

5 febbraio 2012

La Crisi

Hanno detto che era assurdo
tutto quello che avevamo da dire
(la pretesa di cambiare strada,
d’un figlio che abbandona la via del padre,
mette in moto la solita annosa questione:
l’ignoto sarà bene o male?
Tra la risposta di chi non è felice di ciò che sa,
e chi non è infelice di ciò che sa, passa lo scontro
di dieci, cento generazioni).
E ci hanno regalato un libro di risposte,
tutte giuste, approvate da una commissione d’esperti,
colmo di regole da seguire, infallibili, per averla vinta.
Ci hanno regalato un libro da seguire
quando tutto quello che volevamo era partire.
Ci hanno regalato un libro per il successo,
migliaia di pagine debordanti saggezza antica,
e noi volevamo soltanto scriverne una nuova.

1 febbraio 2012

Neve Mind (the Bollocks)

Piace a tutti l'immagine della neve che si ferma silenziosa sui tetti e sulle strade, come se invece che un addensato casuale di frattali ghiacciati fosse una calda coperta per l'anima.

Stronzate, Lucio.

Quando cade, la neve, fa un sacco di rumore, invece: si accumula fra folate di vento, cigolii, tonfi. Come la tristezza, che trova nel freddo circostante il terreno più fertile sul quale depositarsi e quindi si condensa in dolorose scaglie.

E' un fastidio, è il disagio dei fiocchi che si infilano nelle maniche, nelle orecchie, negli occhi e nel naso: è la strada ormai inspessita da una lastra di ghiaccio scivoloso, è il guanto inzuppato con cui hai pulito il parabrezza, è l'impossibilità di muoversi.

E' la folla che condivide pessime foto sfocate di strade di suburbana miseria nelle quali ci riduciamo a vivere, trattando la normalità come una festa, pascendoci di quotidianità priva di slanci, idee e novità.
E' la moltitudine di stati su facebook che esulta per la neve, quella che si lamenta di quelli che esultano per la neve, quella che invoca il caldo e fra 6 mesi aspetterà di nuovo l'inverno, in un costante modaiolo desiderio di inadattamento e pervicace inflazionata autocommiserazione.

Sono io che su facebook stanotte ho ritrovato me stesso, e mi sono rifiutato l'amicizia.