È un compito difficile quello che consiste nel tornar sui propri passi.
Ricordo perfettamente i rimproveri di mia madre posta di fronte a tutti questi verbi elisi. "Tornar, ostentar, rinvenir, chi ti sembra di essere, Manzoni?" - mi diceva.
Da piccolo era dura sostenere posizioni mature e lucide come “Tutto può essere sacrificato in nome della musicalità. Se è esattamente un ritmo che voglio rendere, complesso e sincopato quanto mi pare, perché devo ritrovarmi ammanettato, spalle al muro, in nome di regole prive d'alcuna ragion d'essere?”
Perché le regole servono da scheletro, giovane Jack. Prima di violarne deliberatamente una, hai il dovere morale di conoscerne cento. Solo così un'indagine su fondatezza ed efficacia può essere giustificata. È un principio antico: nella Bibbia, il Messia s'incarna per avvicinarsi tangibilmente al creato, condividendone il dolore, quindi alleviandolo.
Può darsi che il suo mancato ritorno denoti un buon grado di riluttanza e snobismo, o solo cordiale indifferenza verso noi poveri mentecatti scagliadardi.
La reiterata contrapposizione di principi con la medesima efficacia meccanica ha la sgradevole tendenza a generare abomini insolubili.
Se ora fossi uno scrittore underground, mi fustigherei da solo, per la verbosità ossessiva e la stucchevole abbondanza di echi classici. Chissà dove gli ho attinti, poi, non ne conservo memoria! Di certo non da fonti di prima scelta.
I miei genitori ci tenevano. Che non fossi un fannullone.
Forse sono persino riusciti nell'intento di salvaguardarmi da tale atroce, riprovevole eventualità. Ma non scamperanno a una dolorosa obiezione: da quale pulpito?
Mi sono buttato in un ambito solipsistico e meschino, come la lotta-con-i-numeri, guadagnando persino rotoli di carta igienica attestanti capacità lievemente al di sopra della media. Ma la media di quale popolazione? Quella dei mentecatti? Capirete che vanto. Tanto per cambiare, dovrò buttare tutto all'aria, identificare delle motivazioni, spinte propulsive, plausibili, quindi farmene portavoce. Sarà questa la mia liberazione dal peccato originario, dai punti ciechi della mia educazione. Non certo una ridicola abluzione in un'acquasantiera.
Una strategia educativa improntata alla severità può essere fondata; perde, tuttavia, molta della sua ragion d'essere quando evita di mettere sui piatti della bilancia da una parte l'estensione delle ferita inferta, dall'altra la concreta portata delle opportunità aggiuntive garantite.
Certo, un didatta che volesse far continuamente fronte a tutti questi delicatissimi bilanciamenti vivrebbe una vita impossibile, avvertendo il desiderio di cambiare lavoro già al secondo giorno, al sorgere del sole. Ciò avvalora il noto motto every parent screw up every children.
Torno sui miei passi, commentando quanto scrivevo da giovane.
Erba cattiva spunta dalla cenere dal catrame, attraverso i mozziconi permea le fenditure della roccia. Blob schiumoso riempie le tubature e prorompe con getto ondata polverulenta giallastra. Stelo spunta secco germoglia. Fragile che si sgretola al tatto, ma germoglia.
Nel mio liceo, tra l'edificio della palestra e quello delle aule, c'era una sorta di camera di decompressione dalle pareti di vetro, comunemente denominata la serra, ed utilizzata da professori e studenti come smoking zone non regolamentata. Ci trascorrevo molto tempo. Quel giorno mi avevano dato una brutta notizia. Così me ne stavo, mesto e sfumacchiante, a contemplare la gramigna tra gli interstizi del cemento, in prossimità dello sbocco di un tubo che pescava dalla grondaia. [In attesa di Katy.]
Di traverso come fuggendo la luce del sole, infastidisce ciò che gli sta attorno, cemento grigio infissi laterizi. Consapevole, però, quasi fiero: è un canone inverso, differente, avverso, sostare sulle dissonanze per costruirsi austeri, inflessibili, rigidi. Solo la prima fase, perché l'interno è ancora ammorbidito dalla linfa, rifiuto verdastro marcescente, che lo spirito della corteccia e la potenza del tronco sono larvali, corrotti.
Mi balenò in testa l'idea che la mia condizione non fosse poi troppo diversa dalla condizione della spiga. Anch'io ero tutto storto, e non per mea culpa.
Sognavo di poterne uscire vincitore, con una spada da brandire. Ma quel che mi veniva concesso, nei giorni fortunati, era a malapena un caffellatte scadente. Così la mia costituzione rimase gracile, concedendomi di brandire solo argomentazioni flebili.
E' terribile vivere piegati su un fianco. Divertirsi, anzi gioire, scimmiottando il dolore che le foglie credono insormontabile, quando scricchiolano, poi si spezzano. Spazzate, prima di essere spazzate dimenticate dal netturbino di turno. Ma la spiga stava friabile su un fianco da secoli, inestirpabile. Nelle mattine ventose ascoltava le fibre allacciarsi, rafforzando i muscoli. "È pericoloso star piegati" ma non ci credeva minimamente "raddrizzatemi, allora" "sfilatemi le radici" tanto non se siete capaci idioti.
È l'attestazione della tendenza a sottovalutare le proprie capacità di sopravvivenza alle catastrofi. Immagino donnine in nero che si battono il petto, si fustigano, si strappano i capelli e riversano isterici fiumi di lacrime – rivolgo loro un interrogativo semplice: “come accidenti sono riusciti a convincervi che tutta questa farsa possa avere una qualche rilevanza nell'operare il Bene?”. Non avete capito un cazzo. Non avete idea di dove mettere le mani. Non abbiate paura di annuire, sono nero anch'io.
Vedete spiga e immaginate campi falci covoni. L'autentica ragione è solo tradizione orale arbitraria, deformabile. Nello star piegati certe corrispondenze svaniscono, muoiono. Fare a meno dell'anima di tutte le spighe, un campo nuovo dove serpeggia uno stelo.
Un richiamo alla soggettività e all'individualismo artistico, che non è disgiunto, anzi viaggia a braccetto, con l'etica.
Stelo che evita di soffrire per inseguire se stesso, solcare l'universo, invisibile. Eppure certe rinunce fanno ancora male, le hai connaturate dentro, nella linfa marcia, tagliano lo stomaco quando non si mangia. Te le iniettano dentro. Un farmaco quotidiano, prima e dopo i pasti, per non flettersi. La spiga non è esattamente piegata, non ci sono curve solo un netto angolo a qualche millimetro dal suolo. Te ne accorgi solo ora?
Arriva qui una riflessione sulla capacità di interpretazione delle guide, dei maestri.
Ricordo bene come la mia professoressa d'arte esclamò “Ah, allora mi ascoltavi!” durante il mio esame di stato. Quello di diverse dottrine è uno stratagemma astuto: sottolineare la centralità di alcuni valori, senza specificarne la prassi di attuazione. In tal modo, una volta dietro una cattedra si viene automaticamente rivestiti da un'aura di rispetto, che a priori non certifica alcuno sforzo, alcun sacrificio. Diviene possibile vendere una boccata di fumo per dogma, senza dover violare la cortina di incomprensione che ci separa da colleghi, amici o sottoposti.
E' tardi amico mio, le campane stanno per crollare. Quali saranno gli eredi di questi panorami alla Van Gogh, Arles-En-Provence, i portavoce di questa arte con la "a" minuscola URLATA a spatolate? Spiga vuole solo le tue mani e le ombre di Mondrian con tutti gli scorci con le porte socchiuse, il futuro annegato nella linfa. Ma si può drenare. Spiga sogna senza schiuma verdastra. Spiga spuntano le ali dopo la scarnificazione. Body Art tatuaggio sulla spalla profondo, sangue rosso, fulmini dalle scapole DIVING FLY dalle infiorescenze ai tunnel che sorreggono il brulicare delle anime. Come i vermi sorreggono la piramide alimentare. Spiga segue i contorni delle scatole cinesi, paese casa stanza finestra balcone giù dal balcone.
Il dono della lucidità è una spada a doppio taglio. Si apprende più rapidamente, ma ciò conduce prematuramente alla scoperta di molte, troppe incongruenze nel sistema. Non è detto che una volta scovato Golia, il giovane Davide avverta il desiderio, ed abbia le forze, di affrontarlo. Mi sembra anzi più naturale che si senta sopraffatto dalla stanchezza e dalla voglia di togliersi la vita.
Piazza poi gente, "g" minuscola. Spirale sulle onde che graffiano il cartone, pack in cellulosa grezza. Le onde ricordano coperture in amianto, ma di una ruvidezza più curata, carezzevole. Spiga non si aggrappa a nulla e non è sospesa sulle vostre geometrie. Indeformabile autosostentamento. Meraviglia quando da piccoli piegando una carta, jack di cuori, questa tollera il peso di libri e castelli. What Have I Seen? È una questione importante, tenersi pronti. Ma Spiga aveva già deciso. Sicura prima degli acquazzoni estivi. Mèssi, méssi, che importanza vuoi che abbia. Spiga drena il tempo PERSO ed è ancora sicura. Non è servito, we're sorry. Spiga vuole una corteccia.
Più che una composizione scorrevole munita di trama ed intreccio, è una sfida enigmistica. È come interrogare incessantemente il lettore – prova a capire perché mi esprimo così. Una richiesta d'attenzione disperata. Borbottare a mezza bocca “qui suona strano per effetto della disseminazione di una sola consonante, qui sto parafrasando un noto passo di un romanzo, qui una nota canzone, questa è una metafora, quest'altra una transizione semantica, poi un frase nominale, quindi un periodo retto da un infinito, per generare sospensione...” Venirne a capo è inumano, è cosa che appartiene al fumoso regno di ciò-che-può-essere-solo-sognato. È l'inquietante consustanziazione della speranza d'essere completamente compresi, a partire da un'imperfetta sintesi di un dolore. Non succede, mai. Perché non può succedere. A meno di non nascere in un corpo trasparente come quello di certi cavallucci marini. In generale, è pretendere troppo.
Si insinua qui il perverso, marcio desiderio d'essere contraddetto.
Si dipana così: “se non posso vincere, che possa almeno morire romanticamente in duello”.
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