
Era trascorso solo un quarto d'ora da quando il treno aveva lasciato l'enorme stazione di Milano, immersa nel grigio del cemento e del cielo, praticamente dello stesso colore. Eppure già filava per campi sterminati, distese variopinte di fiori, prati immensi di erba verdissima interrotti soltanto da qualche albero che bucava la luce del sole nella speranza di offrire un ombroso luogo di ristoro ai passanti.
Ma non c'era nessuno ad osservare tutto questo a parte noi. Soprattutto te, così splendida in quel vestito di seta che lasciava intravedere le tue forme sublimi. E ad un tratto non c'era più il vagone, non c'era più neppure il treno, c'eravamo solo noi due a rincorrerci in silenzio, ma stranamente immobili, e ricordo ancora la tua risata che suonava come un tintinnio, in quel vorticare di emozioni, di luci, di battiti.
Fu allora che, tenendoti per mano, chiusi gli occhi cercando di stampare nella mia memoria ogni profumo, ogni vibrazione di quel momento, immaginando me e te visti dall'esterno, come del resto avevo sempre fatto. Mi sembra ancora di sentire quell'esplosione di emozioni, vampate di caldo, folate di aria fresca che ti scompigliavano i capelli, la sensazione che da un attimo all'altro le nostre labbra si sarebbero toccate.
Mi sfiorasti delicatamente la spalla, ancora non aprii gli occhi nell'attesa di quel magico contatto.
Mi carezzasti il viso con infinita dolcezza ed io strinsi il collo alla ricerca di quell'inebriante mano aggraziata come cristallo trasparente.
Mi sussurrasti all'orecchio parole che non compresi, ma tutto questo non aveva più senso. Non sapevo cosa fare.
Mi chiamasti allora con voce gentile e ferma.
"Scusa..?"
Aprii gli occhi e vidi una splendida ragazza con lunghi e liscissimi capelli biondi che le ricadevano sulle spalle ed occhi luminosi e sorridenti vestita di un'elegante giacca verde vicinissima a me, che mi fissava in un misto di curiosità e malcelata ilarità. Eri splendida, ma non eri tu.
"Io.. cosa..?"
"Va tutto bene?"
Accanto a me correvano i profili di palazzi tutti uguali, dominati da un cielo con lo stesso animo plumbeo delle strade e delle macchine e delle persone che camminavano a testa bassa. Del prato e del sole non c'era traccia, eppure erano stati così vicini..
"Sì, certo, grazie.. credo, solo.. credo di essermi addormentato"
"Non per colpa di quello, l'ho letto anche io e non sei affatto giustificato"
La ragazza indicava la copia de "L'ombra del vento" che mi aveva accompagnato nel viaggio docilmente appoggiato sul sedile accanto al mio. Mi sentivo quasi in colpa per averlo abbandonato dopo che lui aveva riversato in me la sua anima.
"No, infatti. Stanotte non ho dormito per finirlo ed ecco il risultato"
"Non mi stupisce allora aver impiegato 5 minuti buoni a svegliarti"
"Davvero? Mi spiace, stavo sognando, non mi sono reso conto di niente, sai.."
La ragazza mi fissava sempre più divertita, come se aspettasse un mio passo. Era slanciata, determinata, ironica e bellissima. Fu lei a rompere il silenzio per prima:
"Beh.."
"Sì?"
"Ora che ne pensi di farmi vedere il biglietto?"
"Il biglietto?"
"Sai, quel foglio di carta che ti dà il diritto di dormire su quel sedile. Al giorno d'oggi tutto ha un prezzo"
Solo allora vidi a lato della sua giacchetta verde il tesserino di riconoscimento, con un tipico cognome in -òn che giustificava il suo chiarissimo accento veneto.
"Oh, già, certo.. credevo.. no, ecco, tieni"
"Grazie, tesoro, alla prossima"
Sorridendo si allontanò con un occhiolino furbetto e canticchiando un motivo che non riconobbi. E mi sentii anche io, come il mio libro, vagamente abbandonato, perchè aveva rotto un incantesimo e sembrava che dovesse espiare la sua colpa conducendomi per mano verso un mondo ancora più incantato. Ma non stavo più sognando.
E, mentre mi sembrava di avere ancora addosso il tuo odore e di poter chiudere gli occhi e ritrovarti abbracciata a me su un prato assolato, mi resi conto con violenza che non c'eri, e non eri mai stata. E probabilmente non saresti stata mai.