10 settembre 2010

Il treno ha fischiato




Era trascorso solo un quarto d'ora da quando il treno aveva lasciato l'enorme stazione di Milano, immersa nel grigio del cemento e del cielo, praticamente dello stesso colore. Eppure già filava per campi sterminati, distese variopinte di fiori, prati immensi di erba verdissima interrotti soltanto da qualche albero che bucava la luce del sole nella speranza di offrire un ombroso luogo di ristoro ai passanti.

Ma non c'era nessuno ad osservare tutto questo a parte noi. Soprattutto te, così splendida in quel vestito di seta che lasciava intravedere le tue forme sublimi. E ad un tratto non c'era più il vagone, non c'era più neppure il treno, c'eravamo solo noi due a rincorrerci in silenzio, ma stranamente immobili, e ricordo ancora la tua risata che suonava come un tintinnio, in quel vorticare di emozioni, di luci, di battiti.

Fu allora che, tenendoti per mano, chiusi gli occhi cercando di stampare nella mia memoria ogni profumo, ogni vibrazione di quel momento, immaginando me e te visti dall'esterno, come del resto avevo sempre fatto. Mi sembra ancora di sentire quell'esplosione di emozioni, vampate di caldo, folate di aria fresca che ti scompigliavano i capelli, la sensazione che da un attimo all'altro le nostre labbra si sarebbero toccate.

Mi sfiorasti delicatamente la spalla, ancora non aprii gli occhi nell'attesa di quel magico contatto.
Mi carezzasti il viso con infinita dolcezza ed io strinsi il collo alla ricerca di quell'inebriante mano aggraziata come cristallo trasparente.
Mi sussurrasti all'orecchio parole che non compresi, ma tutto questo non aveva più senso. Non sapevo cosa fare.
Mi chiamasti allora con voce gentile e ferma.

"Scusa..?"

Aprii gli occhi e vidi una splendida ragazza con lunghi e liscissimi capelli biondi che le ricadevano sulle spalle ed occhi luminosi e sorridenti vestita di un'elegante giacca verde vicinissima a me, che mi fissava in un misto di curiosità e malcelata ilarità. Eri splendida, ma non eri tu.

"Io.. cosa..?"
"Va tutto bene?"

Accanto a me correvano i profili di palazzi tutti uguali, dominati da un cielo con lo stesso animo plumbeo delle strade e delle macchine e delle persone che camminavano a testa bassa. Del prato e del sole non c'era traccia, eppure erano stati così vicini..

"Sì, certo, grazie.. credo, solo.. credo di essermi addormentato"
"Non per colpa di quello, l'ho letto anche io e non sei affatto giustificato"

La ragazza indicava la copia de "L'ombra del vento" che mi aveva accompagnato nel viaggio docilmente appoggiato sul sedile accanto al mio. Mi sentivo quasi in colpa per averlo abbandonato dopo che lui aveva riversato in me la sua anima.

"No, infatti. Stanotte non ho dormito per finirlo ed ecco il risultato"
"Non mi stupisce allora aver impiegato 5 minuti buoni a svegliarti"
"Davvero? Mi spiace, stavo sognando, non mi sono reso conto di niente, sai.."

La ragazza mi fissava sempre più divertita, come se aspettasse un mio passo. Era slanciata, determinata, ironica e bellissima. Fu lei a rompere il silenzio per prima:

"Beh.."
"Sì?"
"Ora che ne pensi di farmi vedere il biglietto?"
"Il biglietto?"
"Sai, quel foglio di carta che ti dà il diritto di dormire su quel sedile. Al giorno d'oggi tutto ha un prezzo"

Solo allora vidi a lato della sua giacchetta verde il tesserino di riconoscimento, con un tipico cognome in -òn che giustificava il suo chiarissimo accento veneto.

"Oh, già, certo.. credevo.. no, ecco, tieni"
"Grazie, tesoro, alla prossima"

Sorridendo si allontanò con un occhiolino furbetto e canticchiando un motivo che non riconobbi. E mi sentii anche io, come il mio libro, vagamente abbandonato, perchè aveva rotto un incantesimo e sembrava che dovesse espiare la sua colpa conducendomi per mano verso un mondo ancora più incantato. Ma non stavo più sognando.

E, mentre mi sembrava di avere ancora addosso il tuo odore e di poter chiudere gli occhi e ritrovarti abbracciata a me su un prato assolato, mi resi conto con violenza che non c'eri, e non eri mai stata. E probabilmente non saresti stata mai.

7 settembre 2010

Il cielo non esiste

Tramonti rossi colorivano file infinite di palazzi tutti uguali. Un quartiere popolare come tanti altri, di quelli dove il cielo può essere osservato in tutte le sue sfumature, ma privato della forza di un sole che nasce, della consolazione del sole che muore. I raggi rossi del tramonto colorivano mura vuote, dietro il quale esistevano persone. Dell’universo si intravedeva solo l’esistenza, il tutto pareva seppellito dall’insanabile pazzia di un malato. Non c’era spazio alla bellezza in quel luogo, tutto sorgeva per interesse, e tutto l’interesse che gravava sul cemento e dilagava nel nero del catrame ingoiava la bellezza che, forse, un tempo, aveva in qualche modo abitato quel luogo. Di certo, ora, l’unica cosa che avrebbe voluto vedere era il rosso del sole, e ingorde strutture coprivano la stella.

Il sole che tramonta, ricordava, doveva essere la cosa più bella che si potesse vedere, come un bambino idealizzava ciò a cui non poteva assistere e dimenticava l’essenza reale di quella visione a cui tanto ambiva. Dimenticava che il tramonto è solo la fine di una percezione, l’inizio di una nuova più chiara visione.
Ma neanche di quella lucida visione dell’universo che è la notte egli poteva prender coscienza, tanto le luci elettriche che intermittenti iniziavano ad accendersi ravvivavano i colori sulla sua testa, lontani dal nero del vuoto cosmico, dall’azzurro degli astri lontani.

Gli uomini stentano a comprendere cosa sia davvero importante perché hanno smesso di guardare il cielo. Un ammasso informe di luce grava sulla loro testa, senza che esso abbia altro valore, oltre che regolare il ciclo delle attività di cui riempiono le vite. Si dedicano ai propri interessi come fosse in loro il senso di tutto ciò che esiste, senza rendersi conto della ridicola dimensione, e del ridicolo tempo, che occupano in tutta la realtà che s’estende oltre il tetto che inconsapevolmente hanno fatto del cielo. E nella stupidità di credersi re della piccola zolla di terra che calpestano tentano invano di aumentare ancora di più la loro ricchezza per soddisfare bisogni assurdi che non hanno, di masticare e sputare ogni pecora innocente posta sulla loro stessa via, di consumare ogni singolo dono che il caso gli porga, di surclassare gli altri stupidi maiali che frequentano, cercando di vivere in eterno nel ricordo, pensando che possa sopperire alla loro cronica insoddisfazione, senza rendersi conto del fatto che il cielo che hanno in testa neanche esiste, che la loro fama è vana quanto il soffio di un matto sul granaio in fiamme, breve quanto il tempo che impiegano a chiedersi se sono felici.

Non sapeva ancora cosa fosse, o non fosse, il cielo, ma in quel momento amava il tramonto. Lo amava perché gli ricordava lei, quando gli chiese di non pensare tanto a cosa sarebbe accaduto, di cosa avrebbe fatto, quanto di quello che avrebbe desiderato, di quello che c’era di bello da vivere ora, come il sole che cade, per non finire come il sole che cade anzitempo. Amava il tramonto perché in esso vedeva lei, le sue parole, e sentiva nel cuore il desiderio di vederla, anche solo per parlarle ancora, anche solo per vederla sorridere. Capiva che l’unica cosa per cui valeva fermarsi fosse ciò che è bello, ciò che si ama, che si è troppo piccoli nell’infinito che ci circonda per poter solo immaginare di dover dimostrare qualcosa ai cani di questa fattoria.

Discografia essenziale.


4 settembre 2010

Il senso della sensitività

"Ho scoperto di essere sensitivo".

Quando ho detto questa cosa i miei amici hanno iniziato a guardarmi con aria sospetta, come se avessi confessato di essere omosessuale o, peggio, di essere interista. D'altronde anche io resterei scioccato da una tale notizia se non poi opportunamente spiegata.
Io non intendo sensitivo alla Vanna Marchi, che magari finge di prevedere i numeri del lotto, vi legge le carte, vi dice se il vostro partner vi tradisce o vi ama alla follia.
Ed allora cosa diavolo faccio? Buona domanda.
Io "sento" quando sta per succedere qualcosa di particolare nella mia vita. Quando arriva, lo so già. Non sempre so dire se sarà qualcosa di buono o meno, anche se spesso lo intuisco, ma sento quando l'avvenimento è imminente, come una sorta di presagio.
Ad esempio so con buone 12 ore di anticipo quando vedrò o sentirò la mia ex. Se la sogno, il giorno successivo avrò un contatto perlomeno visivo con lei, se invece mi fa male lo stomaco come se avessi una ventosa all'interno, vuol dire che avrò un contatto telefonico con la sopracitata, o semplicemente che ho mangiato troppo pesante. Ormai è assodato, ed il margine di errore è pressocchè nullo (n.d.r. ultima conferma ieri). Poi l'incontro sarà ovviamente ultra-scenico, con diluvio continuo interrotto solo quando la si incontra per poi riprendere piu forte di prima una volta che ci siamo salutati. Come se anche le goccioline d'acqua non volessero perdersi lo spettacolo. Sì, ne vale la pena. Perchè io smetto di essere un essere pensante, mi stampo in viso una maschera fissa degna del miglior carnevale veneziano, e poi passo i 30 min successivi a darmi del coglione. Una volta mi ha addirittura avvicinato un ragazzo e ho rischiato la rissa, visto che credeva l'appellativo fosse per lui. Un'altra volta invece ad avvicinarsi è stata una vecchina che mi chiese: "caro, hai bisogno di qualcosa?" "no, ho bisogno di qualcuno".

Credo inoltre che a volte davanti ad un bicchierino di whiskey con tra le mani un buon sigaro si possano scoprire le piu grandi verità. Già, perchè se a me dovessero chiedere quale sia la condizione migliore per capire il senso della vita, forse consiglierei proprio una bella bevuta tra amici, o meglio da soli, più deprimente ma più introspettivo. Tutti i grandi passi si fanno da soli, senza compagni o intermediari. E ad ogni passo in avanti, si perde per qualche istante l'equilibrio.

ore 21:00 di qualche mese fa..

CM: "Ho capito di essere diventato adulto proprio stasera, quando ho dovuto condirmi l'insalata da solo in una casa vuota":
Hugo: "E' una frase di una tristezza infinita".


Oppure un viaggio a Malta. Il delirio.
Già, altro che sedute psicanalitiche, un viaggio a Malta ti apre nuovi mondi e prospettive. Dalai Lama? no grazie, Havana e Coyote (due discoteche maltesi). Ma è proprio in quei momenti che si capisce dove si è nella propria vita e dove si va, o perlomeno ci si prova. Sta qua la differenza.
Perchè a me non verrebbe in mente di pensare all'oceano, alla barriera corallina, ai pesci che ti nuotano intorno facendo ghirigori con le loro scie, ai cavallucci marini che ballano il waka waka. Io quando mi rilasso vedo cieli cupi e montagne da scalare, la cui unica flora è una stella alpina solitaria e a cui onestamente sono ghiacciati i coglioni a stare ferma a prendere tutto quel freddo. Forse perchè per me ogni traguardo è solo un intertempo di una corsa piu grande, o forse perchè non sono mai giunto a nessun traguardo.
Provateci su, mettetevi su una bella poltrona. Terzo o quarto superalcolico della serata in mano, una bella cannetta vecchio stampo e riflettete. Siete tipi che sognano delfini felici che mangiano caramelle gommose tra un salto e l'altro, o tigri della Malesya pronte a far saggiare i propri artigli aguzzi?

Credo che ho un buco grosso dentro, ma anche che il rock n' roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco me lo riempiono.

29 agosto 2010

Malebolge, here I come

Se vi è capitato nell'arco della vostra vita di prendere un treno a lunga percorrenza per la Sicilia, sapete bene che clima si respira nelle carrozze. Si tratta di una sorta di viaggio della speranza, che attraversa fusi orari, nazioni e lingue, cambi di data, cambio di stagione; per fortuna, tradizionalmente, le provviste di cibo non mancano, anche se constano quasi esclusivamente di dolci e alimenti piccanti, ma così piccanti, che si comprende benissimo come in certi posti l'acqua scarseggi. I tuoi compagni di viaggio, in parte per la nota tendenza alla conversazione dei meridionali, in parte per la durata dello spostamento, all'arrivo sono ormai diventati più cari degli amici d'infanzia.

Ma non starò qui a narrarvi di questo genere di impresa, perché un libro di Tolstoj non sarebbe sufficiente per scrivere tutto. E non ho intenzione nemmeno di raggranellare luoghi comuni sui treni, che sono di per sè un'accozzaglia di luoghi comuni e pure ben si presterebbero a questo ruolo. Tuttavia a me è capitato di fare quel viaggio e mi sono ripromesso che, per la mia natura schiva e riservata (leggi: in treno io voglio dormire, cazzo, dormire, non ascoltare i racconti delle vite di 15 emigrati e delle loro numerosissime famiglie in lingue assai dissimili dall'italiano), non l'avrei più fatto. A questo sommiamo la mia naturale predisposizione a beccare compagni di viaggio che definire insostenibili è una gentilezza che non voglio concedere.

Decido così di spezzare il viaggio: nella prima tratta, puntualmente, mi trovo in scompartimento con 5 membri di un'allegra famigliola calabrese appassionata di cibo all'aglio. O almeno questa è una mia personale interpretazione, sia dell'accento che dell'odore. Non so se nel piccolo borgo catanzarese nel quale mi piace immaginarli si pratichi la caccia alle streghe, o se fossero vittima di qualche scherzosa congiura, ma vi assicuro che lì dentro l'aria era pesante come se su di me si fosse seduto Giuliano Ferrara.
Mai come allora ho apprezzato la limpida e fresca aria di Roma, anche se c'erano 40°; avrebbe potuto essere anche quella di Milano, ma avrei ugualmente inspirato le polveri sottili con grande soddisfazione.

Fiducioso, che tanto peggio di così non poteva andare, cambio treno. La compagnia stavolta si preannuncia persino tollerabile: una ragazza carina e silenziosa ed una coppia piuttosto improbabile. Lui belloccio, con occhiali e barbetta da intellettuale e sguardo sveglio, lei un cesso di bibliche proporzioni con tanto di pulsante per lo scarico. Un condensato di malignità, ben visibile dietro i suoi piccoli occhi porcini, in un corpo basso, tozzo e peloso che serrava la mano al malcapitato in una morsa invincibile e lo puniva con schiaffi o pizzicotti qualora lui avesse osato rivolgere lo sguardo a qualsiasi entità diversa da lei. Forse non era poi così sveglio, ma non sono problemi miei. Pregustando qualche ora di sonno, nonostante il caldo mostruoso che però non induceva certo alla conversazione, inizio ad assopirmi quando la peggiore disgrazia che possa presentarsi su un treno prende forma sulla porta del nostro scompartimento: il compagno di viaggio peggiore che si possa immaginare, peggio di un leghista chiaccherone o di un evaso armato e maniaco.

Il DJ napoletano verifica il numero sulla porta, prepara un sorriso a 32 denti ed esclama con voce stentorea:
"Salve!"

Io e la ragazza, vagamente infastiditi e grondanti sudore, rispondiamo con un grugnito strascicato. Il ragazzo azzarda un "Ciao" a mezza voce, ma viene immediatamente castigato dalla fidanzata. Il DJ, per nulla turbato dall'accoglienza men che poco calorosa, continua imperterrito:
"Visto che bella giornata, ragazzi? Allegri, stiamo viaggiando. Vi voglio bene. Alzate le mani forza, su su su, ritmo"

Io e la ragazza ci scambiamo uno sguardo di puro terrore.

Non posso dirvi quale sorte è toccata al simpatico cacofonifero, ma dato che quello scompartimento era troppo piccolo per tutti e due ed io sono qui a scrivere, potete intuire come sia andata a finire senza farmi incorrere in denunce.

Finalmente arriviamo in Calabria, il treno inizia a svuotarsi e la temperatura diventa quasi civile. La speranza che il viaggio volga al termine aleggia nello scompartimento. Errore gravissimo.
E' infatti scientificamente dimostrato, che si provenga da Roma, da Milano o da Vladjvostok dopo 6 giorni di transiberiana, che attraversare la Calabria rappresenta il 90% del viaggio. Il treno comincia a fermarsi in tutte le più piccole e sperdute stazioni dell'entroterra, mostrando chiaramente che la Calabria è un po' come l'inferno dantesco, più ti addentri, più le creature che lo popolano sono bestiali.

Quando ormai si è del tutto rassegnati ad un'esistenza di privazioni da spendere su quel treno sudato e stanco (il treno, sì), nel buio della notte, proprio allora compare la Sicilia come un miraggio con tutte le luci di Messina che si sdraia sullo stretto.

Ed alfine uscii a riveder le stelle.

12 agosto 2010

Il paradosso della sicura

Nel paradosso del gatto di Schrodinger si cerca di illustrare con un semplice esempio come sia impossibile determinare la condizione di un certo sistema senza osservarlo. In sostanza, nulla conosciamo dello stato delle cose sino al momento in cui non ci sbattiamo le corna per sapere come sono fatte. Questo semplice paradosso (e qualcos'altro, ok) procurò a Schrodinger il nobel per la fisica, grazie al cui premio in denaro riuscì a fronteggiare le spese processuali per le querele delle associazioni animaliste.

C'è però uno stadio successivo a questo esperimento che non solo ci mostra come sia impossibile conoscere la condizione di un sistema, ma persino che siamo noi stessi, con la nostra osservazione e solo con essa, a determinarla.

Il paradosso che sto per esporvi non si limita a spostare verso l'alto la frontiera delle conoscenze scientifiche, ma tenta persino di dare risposta all'ultima fra le domande fondamentali dell'essere umano:

-Chi siamo?
-Dove andiamo?
-Ho chiuso la macchina?

Come tutti voi certamente saprete, non appena la porta dell'ascensore si chiude alle vostre spalle, verrà in mente l'atavica questione. Ora, vi sono due strade percorribili: ignorare la domanda, aprirsi una birra e sedersi sul divano a guardare la televisione, oppure, ancora armati di pacchi e con quel fastidioso bisogno di urinare trascinatosi ormai da un'ora, tornare indietro a controllare la macchina.

Nel primo caso, è scientificamente dimostrato che la macchina era aperta. Il caso vuole che a questa combinazione faccia seguito la presenza del frontalino della radio in bella vista e del cellulare dimenticato sul sedile. Altrimenti, tornando indietro a controllare, si noterà la sicura ben abbassata e le portiere ben sigillate.

Il paradosso della sicura non è banale: la posizione della sicura risulta effettivamente determinata dal nostro agire e come corollario possiamo affermare che tornando alla macchina in un tempo breve avremo la certezza che questa era chiusa.

Altrimenti, la realtà si prefigura simile a quella del paradosso del gatto: esso è contemporaneamente vivo o morto e così la sicura sarà sospesa in un limbo fra un parcheggio tranquillo ed un'ecatombe di bestemmie.

Notiamo anche come nel caso in cui la domanda non venga in mente la macchina risulterà regolarmente chiusa. Ricordate tuttavia che non è possibile ingannare la scienza fingendo di non averci pensato o abbozzando un dietrofront solo per qualche istante: nell'esatto istante in cui ci si pensa la sicura scatta verso l'alto per poi abbassarsi docilmente al nostro arrivo.

Adesso beh, per vincere un nobel dovrei capire a cosa serve questo paradosso.