Babbo Natale è morto.
Ne danno il triste annuncio le renne e il primo ministro della Lapponia. Per l'occasione Coca Cola realizzerà delle lattine commemorative nere. La Befana ha dichiarato alla stampa: "Con Babbo Natale se ne va un amico, un amante, un collega". Le circostanze della morte sono ancora poco chiare, pare che il vecchio abbia deciso di togliersi la vita dopo aver letto la lettera furente di un bambino che sosteneva la sua non esistenza, anche se i genitori assicurano di aver sempre protetto il piccolo dal cinismo consumistico e non si spiegano il gesto eversivo.
Il barbone vestito di rosso avrebbe tentato prima di gettarsi dalla slitta in corsa cadendo su un pino che gli ha reciso l'arteria femorale. Sconvolto dal dolore avrebbe poi cambiato idea e cercato disperatamente di mettersi in salvo in un vicino rifugio. Lì avrebbe incontrato Elton John che cantava "Imagine" e si sarebbe nuovamente convinto, questa volta definitivamente, a lasciarsi morire dissanguato, cavandosi inoltre un occhio.
Il Papa ha commentato "La morte di Babbo Natale ci riempie di rammarico, ma abbiamo già mandato Gesù in palestra per sostituirlo l'anno prossimo e ci aspettiamo che questo migliori l'immagine della Chiesa nel mondo, specie presso i bambini vittime di preti pedofili. Inoltre Gesù ha già i buchi alle mani per attaccare le briglie delle renne". Voci di corridoio rivelano che gli animali non abbiano reagito positivamente alla notizia, temono infatti strumentalizzazioni ideologiche e sessuali. Tuttavia sembra che il sindacato delle renne sia disposto al dialogo con San Francesco, che con gli uccelli aveva già fatto un ottimo lavoro.
24 dicembre 2012
5 agosto 2012
Love Is All
[Se siete capaci di fare più di una cosa mentre leggete, ascoltate questa durante la lettura.]
Non rimase altro che riprendere la chitarra in spalle e camminare per la lunga, noiosa quasi quanto l'estate che si presentò davanti, salita che ogni notte percorreva per tornare a casa. Sperò in un minimo d'interesse: i suoi occhi lo guardavano, mentre cantava, come un qualsiasi telespettatore annoiato durante l'ennesimo spettacolo di seconda serata prima di andare a letto. E poi quel maledetto telefono e le chiamate di lui. Le urla di lei. Un rapporto di coppia è sempre una gran rottura di coglioni, quando rimani il terzo incomodo. Colui che imbraccia la chitarra e fa da colonna sonora. All'amore degli altri, alla salute di chi non c'è (più) e alla disperazione propria. Fu talmente stufo dell'andazzo della serata che rifiutò il passaggio in macchina e preferì i trenta minuti di salita che lo portavano a casa. Senza fiato, così come rimaneva ogni volta a guardarla – senza fiato – così come rimaneva per la rabbia quando ella non dava nemmeno un consenso simbolico a quello che faceva. Sei solo un paranoico del cazzo continuavano a dirgli. Dai tempi del liceo erano finite le ipocondrie e dai tempi dell'università quelli delle paranoie economiche e delle situazioni familiari. Presi i due stracci, con il massimo dei voti per pulire il culo in cambio di pochi spiccioli a chi di soldi ne ha fatti senza sapere nemmeno cosa sta scritto nella propria firma, dopo anni sofferti, altro non gli rimaneva se non suonare la chitarra, gli occhi di lei una volta all'anno nel periodo più caldo e le paranoie a un livello superiore.
Da qualche settimana, camminando verso casa a orari notturni, si era costruita l'idea nella sua mente di possibili allucinazioni dovute forse allo stress e alla stanchezza. Suoni lontani e rumori silenziosi disturbavano la sua mente durante il tragitto. Il più delle volte non ci faceva caso; fischiettando come un mantra, per quei trenta minuti, lo stesso pezzo – e anche come resoconto della serata passata con lei – che della melodia oramai sapeva qualsiasi struttura armonica. Non ebbe mai il coraggio di suonarla o provare a studiare il pezzo per paura di fare un'incredibile flop per via della sua orribile pronuncia inglese. Fu un modo tutto suo di celare la realtà ai suoi occhi e a quelli degli altri. Le paranoie erano solo l'inizio di tutta quella messinscena costruita a puntino per nascondere il male migliore di tutti. Le illusioni ottiche e sonore altre non erano se non i suoni e le immagini ampliate e distorte del mondo che lo circondava: il russare nelle case altrui; i gechi sui muri; le ombre delle farfalle sui lampioni, i treni notturni in transito vicino casa erano diventati versi di esseri dall'oltretomba; draghi millenari; vampiri assetati di sangue e lunghe, interminabili file di carri armati in guerra. Molti animali aumentano la percezione dell'esterno quando si sentono minacciati da qualcosa. Per gli esseri umani, solitamente è la stessa presenza di loro stessi a essere un pericolo.
Appena imboccata l'entrata che terminava la piazza e introduceva al lungo cammino iniziò a fischiettare, e anche a biascicare qualche parola del testo, quella canzone che tanto gli dava sollievo.
Si fermò e girò la testa di scatto. Due occhi, che illuminavano il fondo scuro, sembravano fissarlo dall'altra parte della piazza. Nonostante non avesse gli occhiali riconobbe la forma di uno scooter. La miopia è una ferita e la depressione un'arma del nemico. La cosa che più lo impressionò era il muso di quel mezzo, troppo somigliante alla testa di un demone, e quelle dannate luci sembravano accendersi e spegnersi in un movimento simile a quello delle palpebre che si aprono e chiudono. Scrutato immobile per qualche scarso minuto, e con una vena di divertimento il macabro gioco di ombre e miopia, si rigirò ridendo tra sé e sé pensando Cazzo, son finito in un libro di Stephen King!
Lui che era abituato a vedere cose strane da quando era ritornato in paese, continuò a pensare alla visione avuta poco prima, e iniziò a ipotizzare sul chi o cosa fosse. Di sicuro saranno i soliti idioti delle quattro del mattino, ubriachi e senza un cazzo da fare, che ti seguono per il semplice gusto di dar fastidio alle persone. Era ormai giunto alla fine della salita che riposò due minuti nel tentativo di accendersi una sigaretta. Cosa che più che ristorarlo dalla fatica appena compiuta, lo innervosì ancora di più: aveva perso il terzo accendino in quattro serate. Diede un'occhiata alla salita appena percorsa e, complici la sigaretta proibitiva, il fiato corto e il nervosismo, ripensò alle luci, di quanto fossero simili a degli occhi incavati in quel cranio demoniaco. A lei.
L'unica parola che sussurrò, come sfogo prima di andare a dormire, fu Puttana.
4 luglio 2012
Le vite degli alberi
Mettiamoci qui, sai, questo non è mica un albero come tutti gli altri.
E cos'è?
Chiese lei, decisamente perplessa, forse non sarebbe dovuta uscire con quel tipo strano, ma come poteva dir di no a quei due occhioni blu.
Quest'albero, un tempo, era un ragazzo.
Ah, davvero?
Si, un giovane filosofo, che sedeva proprio qui a studiare il pensiero degli antichi. Un dì cominciò a tradurre alcuni testi provenienti dall'India, fu talmente preso da quegli scritti che per settimane e settimane non si mosse di un millimetro, impegnava giorno e notte a decifrarne il significato, restò così a lungo immobile che le sue gambe cominciarono a sprofondare nel terreno, e i suoi piedi divennero radici, la sua pelle si fece corteccia, i capelli si colorarono di verde, finché nessuno riuscì più a distinguere tra lui e gli altri alberi.
Wow, e il libro?
Il libro, durante i primi tempi, giaceva incastrato tra uno dei rami più alti, poi sparì. Li vedi quei due buchi?
...Si.
Ecco, quelle cavità, una volta, ospitavano i suoi occhi.
Ah, capisco, penso di non volerci stare qui - Disse, mentre continuava a osservare gli occhi cavi - non mi sento tranquilla. - volse il suo sguardo agli occhi blu - Andiamo via.
Nel frattempo all'albero si avvicinavano due ragazzotti dalle barbe folte, uno indossava un paio di occhiali da sole tondi, come quelli che s'usavano negli anni 60, l'altro invece un più discreto, e rettangolare, paio di occhiali da vista.
E sai com'è, io la amavo, la amavo così tanto. Non doveva abbandonarmi così.
Tu la seguivi anche al cesso, era ovvio che si sarebbe stufata.
Ma io volevo solo esserle vicino!
Si, ma non puoi attendere alla porta del bagno che una finisca di cagare, così le metti ansia.
Sai, nell'ultimo periodo soffriva di stitichezza.
Appunto!
Non puoi capire...
Si, vabbe', ci vediamo domani.
I due si allontanavano dall'albero, quando giunse il funzionario statale addetto al controllo delle forme di vita vegetali, accompagnato dal suo staff. Era un omino magro, il volto scavato, arrossato da una cravatta forse eccessivamente stretta, anche per quel collo smilzo. Puntava l'albero con uno speciale apparecchio dotato di una curiosa sonda elicoidale. Dopo che questa emise alcuni suoni, scarabocchiò poche righe su un foglio prestampato, e ordinò a uno degli operai di preparare la motosega. Posò una mano sul tronco antico, e gli sussurrò:
Mi dispiace, ma i benefici che offri alla società sono più bassi dei costi di cui necessita la tua cura, spero tu possa capire che siamo costretti a farlo.
Al quarto albero a sinistra, intanto, un uomo con gli occhiali da sole tondi aveva attaccato una corda a un ramo molto spesso, e s'era impiccato. Una coppia che era impegnata a capire come ci si amasse, nascosta nel cespuglio appena sotto, vide frantumarsi la possibilità di approfondire quello studio, nelle urla isteriche di lei, su cui gravavano gli occhi blu e il peso di lui, e più in su i piedi penzolanti di un hipster morto. Il ragazzo, turbato dall'isterismo della compagna, fece per girarsi, e quando vide il cadavere appeso sulla sua testa non poté che maledire il destino.
Accesa la motosega, dopo due tiri di corda andati a vuoto, il funzionario e gli altri radunati lì poterono chiaramente udire nell'aria lo spandersi di un terribile urlo.
"MANNAGGIACCRISTO!"
Il pubblico ufficiale, sbigottito, osservava a bocca aperta l'albero. Ritrovò le parole solo dopo alcuni lunghissimi secondi.
Pure un albero che parla, e parla a sproposito, doveva capitarci, noi lavoriamo per loro, per il loro bene, e loro cosa fanno? ci ripagano con una bestemmia! Taglialo, taglialo in fretta a questo fenomeno da baraccone, che non merita niente. Niente merita. Taglialo!
E cos'è?
Chiese lei, decisamente perplessa, forse non sarebbe dovuta uscire con quel tipo strano, ma come poteva dir di no a quei due occhioni blu.
Quest'albero, un tempo, era un ragazzo.
Ah, davvero?
Si, un giovane filosofo, che sedeva proprio qui a studiare il pensiero degli antichi. Un dì cominciò a tradurre alcuni testi provenienti dall'India, fu talmente preso da quegli scritti che per settimane e settimane non si mosse di un millimetro, impegnava giorno e notte a decifrarne il significato, restò così a lungo immobile che le sue gambe cominciarono a sprofondare nel terreno, e i suoi piedi divennero radici, la sua pelle si fece corteccia, i capelli si colorarono di verde, finché nessuno riuscì più a distinguere tra lui e gli altri alberi.
Wow, e il libro?
Il libro, durante i primi tempi, giaceva incastrato tra uno dei rami più alti, poi sparì. Li vedi quei due buchi?
...Si.
Ecco, quelle cavità, una volta, ospitavano i suoi occhi.
Ah, capisco, penso di non volerci stare qui - Disse, mentre continuava a osservare gli occhi cavi - non mi sento tranquilla. - volse il suo sguardo agli occhi blu - Andiamo via.
Nel frattempo all'albero si avvicinavano due ragazzotti dalle barbe folte, uno indossava un paio di occhiali da sole tondi, come quelli che s'usavano negli anni 60, l'altro invece un più discreto, e rettangolare, paio di occhiali da vista.
E sai com'è, io la amavo, la amavo così tanto. Non doveva abbandonarmi così.
Tu la seguivi anche al cesso, era ovvio che si sarebbe stufata.
Ma io volevo solo esserle vicino!
Si, ma non puoi attendere alla porta del bagno che una finisca di cagare, così le metti ansia.
Sai, nell'ultimo periodo soffriva di stitichezza.
Appunto!
Non puoi capire...
Si, vabbe', ci vediamo domani.
I due si allontanavano dall'albero, quando giunse il funzionario statale addetto al controllo delle forme di vita vegetali, accompagnato dal suo staff. Era un omino magro, il volto scavato, arrossato da una cravatta forse eccessivamente stretta, anche per quel collo smilzo. Puntava l'albero con uno speciale apparecchio dotato di una curiosa sonda elicoidale. Dopo che questa emise alcuni suoni, scarabocchiò poche righe su un foglio prestampato, e ordinò a uno degli operai di preparare la motosega. Posò una mano sul tronco antico, e gli sussurrò:
Mi dispiace, ma i benefici che offri alla società sono più bassi dei costi di cui necessita la tua cura, spero tu possa capire che siamo costretti a farlo.
Al quarto albero a sinistra, intanto, un uomo con gli occhiali da sole tondi aveva attaccato una corda a un ramo molto spesso, e s'era impiccato. Una coppia che era impegnata a capire come ci si amasse, nascosta nel cespuglio appena sotto, vide frantumarsi la possibilità di approfondire quello studio, nelle urla isteriche di lei, su cui gravavano gli occhi blu e il peso di lui, e più in su i piedi penzolanti di un hipster morto. Il ragazzo, turbato dall'isterismo della compagna, fece per girarsi, e quando vide il cadavere appeso sulla sua testa non poté che maledire il destino.
Accesa la motosega, dopo due tiri di corda andati a vuoto, il funzionario e gli altri radunati lì poterono chiaramente udire nell'aria lo spandersi di un terribile urlo.
"MANNAGGIACCRISTO!"
Il pubblico ufficiale, sbigottito, osservava a bocca aperta l'albero. Ritrovò le parole solo dopo alcuni lunghissimi secondi.
Pure un albero che parla, e parla a sproposito, doveva capitarci, noi lavoriamo per loro, per il loro bene, e loro cosa fanno? ci ripagano con una bestemmia! Taglialo, taglialo in fretta a questo fenomeno da baraccone, che non merita niente. Niente merita. Taglialo!
22 giugno 2012
L'amore ai tempi del T-Max
Ieri tornavo a casa dopo aver dato un esame. 30. Non ho mai ricavato particolare soddisfazione dai successi della mia carriera studentesca. Però trovo siano importanti, sono i fatti che qualificano una persona, bisogna lasciare dei segni. Credo che sia impossibile valutare qualcuno soltanto per le sue aspirazioni, spesso si usa millantare sogni e aspettative solo per apparire più interessanti, o almeno così fanno gli adolescenti: amo New York, Skrillex, andrò a viverci e farò il dj, per i maschietti; amo Londra, Ed Sheeran, andrò a viverci e farò la pittrice, per le femminucce. I primi scopano nei bagni di discoteche di provincia, una volta o due al mese, fino ai 30, quando l'effetto del gel sulla cute inizia a diventare palese. Le seconde scopano ogni sabato sera il loro fidanzato storico, che è l'amore della loro vita, almeno fino a quando non s'accorgono di desiderare il cazzo di qualcun altro, contro questo ciclo giocano la cellulite, le rughe, e l'invidia per il bimbo appena fatto da qualche amica. Tutto sommato il concetto d'amore è una cosa molto elementare, per la gente semplice, ma, in fondo, anche per quella complicata.
Mentre ero in bus ho avuto modo di ascoltare una storia, dentro potreste vederci umanità, patetismo, e tante altre idee filosofiche molto colorate e belle, io mi limiterò a raccontarvela.
Ero seduto in fondo, mi piace sedermi in fondo, sul bus, così posso vedere tutti quanti. Davanti a me c'era un tizio, non saprei dire che età avesse, più di 20, meno di 30, aveva un tatuaggio dietro al collo. La penultima e la terzultima fila del bus sono composte da 2 posti l'una, queste file hanno la particolarità di non divergere, i passeggeri che usano sedersi lì sanno che dovranno guardare negli occhi chi deciderà di disporsi sull'altra fila, credo infastidisca molti, quei posti tendono a essere occupati per ultimi. Ben presto arrivarono a sedersi anche una signora anziana, i capelli tinti già da troppo, sbiaditi dal sole, vagamente biondi, un accenno di trucco, e una ragazzina non troppo bella, i capelli bruni, due seni prosperosi, la pelle diafana, due braccia grasse, sgradevoli, gli occhi chiari, di un colore che non sono riuscito a intendere, ma piccoli, atrocemente tondi.
Il tizio che sedeva dinanzi a me doveva essere abbastanza socievole, iniziò presto a conversare con la ragazzina, il suo accento era marcatamente dialettale, il modo di porsi semplice, ma efficace, di quella vivace leggerezza che spesso invidio agli altri, sono vittima di un'eccessiva verbosità, è fuori moda, di questi tempi.
Lei, la bruna, si chiamava Mena, Filomena, un nome abbastanza comune, almeno nei luoghi in cui vivo. 18 anni, 2° anno di Istituto alberghiero, doveva esser stata bocciata, un bel po' di volte. Fidanzata, da un paio di mesi, pareva contenta della sua nuova situazione sentimentale. Ma quando il tizio chiese informazioni sul suo ragazzo, la voce di Mena iniziò a farsi più bassa, feci uno sforzo considerevole per cercare di comprendere quello che stava dicendo, ero così impegnato a cercare di coglierne il segreto, che nemmeno mi meravigliavo della semplicità con cui quella ragazzina si stava avviando a raccontare la sua vita a uno sconosciuto.
Il ragazzo di Mena era in carcere da una settimana, furto, rapina, non ricordo con precisione il capo d'accusa. Aveva rubato uno Yamaha T-Max, uno scooter enorme, roba per camorristi, borghesi obesi e altre sottospecie di umanità, l'avevano arrestato mentre tentava il cosiddetto "cavallo 'e ritorno", pratica che consiste nel telefonare la vittima del furto, e sottoporla a un ricatto: i soldi per la restituzione della refurtiva. Nel luogo dello scambio, però, non c'era solo il derubato, c'erano pure i carabinieri, o la polizia, in Italia non si capisce mai bene chi è ad arrestarti, è un diritto che forse spetta a troppi.
Mena tornava dal carcere, era andata a trovarlo, quando enunciò questo fatto mi sovvenne una storia che sentii da qualche altra parte: si dice che durante i colloqui le mogli dei carcerati usino, entro certi limiti che il tempo non mi fa più ricordare, cercare di eccitare i propri mariti, mantenerne vivo l'appetito sessuale, per salvaguardarli forse dal rischio di una deriva omosessuale, credo, non lo so bene, tutti tendono alla perversione, e se c'è gente che cerca appagamento su chatroulette, non dovrebbe stupire se forme analoghe di espressione della libido si verifichino in situazioni sicuramente molto meno agevoli, rispetto a quelle di un'esistenza libera. Pensavo a questo e immaginavo lei che cercava di intrattenere allo stesso modo il suo amore criminale, provai un lieve senso di disgusto.
I suoi genitori erano contrari a quella relazione, che però lei perseguiva ostinatamente, come una giovane Penelope, avvinta al suo destino di sofferenze e solitudine, o come la dama di Fila la Lana, la canzone di de André, solo che per Penelope c'era Ulisse, e per la dama abbandonata il signore di Vly, per lei un niente.
Mena aveva le lacrime agli occhi, mentre raccontava queste cose, la signora bionda fu presa da un moto di compassione, e cercò di consolarla, nel farlo tentava di allontanarla da quel rapporto malato, ti stancherai di lui, le ripeteva.
Mena rispose che ora lo amava, e che non poteva farci niente, che purtroppo era così, poi aggiunse: a noi piacciono i ragazzi sbagliati. Quell'a noi mi fece parecchia impressione, perché quel plurale? Ci pensai tutto il pomeriggio, poi la sera andai a ubriacarmi per festeggiare i successi della mattina, mi è tornato in mente stanotte.
Quell'a noi significa che l'amore, come ogni altra cosa, è un fatto sociale, le persone sono così banali che possono essere raggruppate, i loro gusti oggettivati in patetiche funzioni d'utilità, e così può essere fatto persino con i loro sentimenti.
Razionalizzare funziona un po' ovunque, quando si può oltrepassare il limite del singolo, e le molteplicità si possono sempre soddisfare. Tuttavia ciò significa anche che l'amore di Mena non vale niente, perché è un amore qualunque, un amore collettivo, Mena è un dato statistico. Mena è numerario.
Ma chissà come funziona per chi cerca qualità che non valgono, in quest'età di mezzo.
Chissà.
12 giugno 2012
Riflessi
Sei tu,
immensa ed inesistente,
esigua e così consistente;
non sei tu,
soave e scostante,
nobile e ripugnante.
Sei tu e non lo sei
sei tutto e niente
sei tu a non avere identità.
Amo il tuo essere,
ma se questo è un attribuzione
derivante da un mio riflesso,
amo te solo in apparenza.
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