12 agosto 2014

Summer on a solitary garden

In questa settimana di ferragosto, la spiaggia si è popolata di sessantenni cadenti in bikini, che hanno relegato i più decorosi costumi interi alla memoria storica. I discorsi più in voga tra queste novelle parodie della sensualità sono perlopiù permeati da facili luoghi comuni (perché ciò che va male è sempre colpa di qualcun altro, mentre il tranquillo incedere di una vita borghese e ipocrita è un merito da ostentare) che portano con sé tutto il peso della banalità e di una mediocrità che vuol sentirsi per forza speciale, proprio come una puttana fragile. Nel ciarlare indistinto, l'argomento che di sicuro tiene di più è l'invasione di immigrati dall'Africa: ai noti e schifati commenti sulla puzza del ladro negro (imperdonabilmente colpevole di non voler cedere la preziosa borsetta cinese a 5€ invece che a 6), si è ora aggiunto un terrore più feroce che annichilente (di chi vuol darle all'untore) per il virus mietitore che infesta il continente nero. Non riesco a comprendere com'è che questa gente possa temere la morte, fossi in loro considererei l'ebola come un'opportunità da afferrare al volo, un nuovo e intrigante modo per togliersi finalmente di mezzo senza il timore delle malelingue (a loro care quanto un amore contrastato) che seguono un suicidio, piuttosto che un male. E, tuttavia, vogliono con tutta la volontà che possiedono soltanto continuare vivere. Ad ogni modo, finché non sparite, tramonti dell'occidente, regalandomi finalmente la notte, mi sa che piuttosto che andare in spiaggia resterò tutto il tempo nel giardino di casa. A far cosa? A preparare l'alba.

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