24 dicembre 2012

Babbo Natale è morto

Babbo Natale è morto.

Ne danno il triste annuncio le renne e il primo ministro della Lapponia. Per l'occasione Coca Cola realizzerà delle lattine commemorative nere. La Befana ha dichiarato alla stampa: "Con Babbo Natale se ne va un amico, un amante, un collega". Le circostanze della morte sono ancora poco chiare, pare che il vecchio abbia deciso di togliersi la vita dopo aver letto la lettera furente di un bambino che sosteneva la sua non esistenza, anche se i genitori assicurano di aver sempre protetto il piccolo dal cinismo consumistico e non si spiegano il gesto eversivo.

Il barbone vestito di rosso avrebbe tentato prima di gettarsi dalla slitta in corsa cadendo su un pino che gli ha reciso l'arteria femorale. Sconvolto dal dolore avrebbe poi cambiato idea e cercato disperatamente di mettersi in salvo in un vicino rifugio. Lì avrebbe incontrato Elton John che cantava "Imagine" e si sarebbe nuovamente convinto, questa volta definitivamente, a lasciarsi morire dissanguato, cavandosi inoltre un occhio.

Il Papa ha commentato "La morte di Babbo Natale ci riempie di rammarico, ma abbiamo già mandato Gesù in palestra per sostituirlo l'anno prossimo e ci aspettiamo che questo migliori l'immagine della Chiesa nel mondo, specie presso i bambini vittime di preti pedofili. Inoltre Gesù ha già i buchi alle mani per attaccare le briglie delle renne". Voci di corridoio rivelano che gli animali non abbiano reagito positivamente alla notizia, temono infatti strumentalizzazioni ideologiche e sessuali. Tuttavia sembra che il sindacato delle renne sia disposto al dialogo con San Francesco, che con gli uccelli aveva già fatto un ottimo lavoro.

5 agosto 2012

Love Is All


[Se siete capaci di fare più di una cosa mentre leggete, ascoltate questa durante la lettura.]
Non rimase altro che riprendere la chitarra in spalle e camminare per la lunga, noiosa quasi quanto l'estate che si presentò davanti, salita che ogni notte percorreva per tornare a casa. Sperò in un minimo d'interesse: i suoi occhi lo guardavano, mentre cantava, come un qualsiasi telespettatore annoiato durante l'ennesimo spettacolo di seconda serata prima di andare a letto. E poi quel maledetto telefono e le chiamate di lui. Le urla di lei. Un rapporto di coppia è sempre una gran rottura di coglioni, quando rimani il terzo incomodo. Colui che imbraccia la chitarra e fa da colonna sonora. All'amore degli altri, alla salute di chi non c'è (più) e alla disperazione propria. Fu talmente stufo dell'andazzo della serata che rifiutò il passaggio in macchina e preferì i trenta minuti di salita che lo portavano a casa. Senza fiato, così come rimaneva ogni volta a guardarla – senza fiato – così come rimaneva per la rabbia quando ella non dava nemmeno un consenso simbolico a quello che faceva. Sei solo un paranoico del cazzo continuavano a dirgli. Dai tempi del liceo erano finite le ipocondrie e dai tempi dell'università quelli delle paranoie economiche e delle situazioni familiari. Presi i due stracci, con il massimo dei voti per pulire il culo in cambio di pochi spiccioli a chi di soldi ne ha fatti senza sapere nemmeno cosa sta scritto nella propria firma, dopo anni sofferti, altro non gli rimaneva se non suonare la chitarra, gli occhi di lei una volta all'anno nel periodo più caldo e le paranoie a un livello superiore.
Da qualche settimana, camminando verso casa a orari notturni, si era costruita l'idea nella sua mente di possibili allucinazioni dovute forse allo stress e alla stanchezza. Suoni lontani e rumori silenziosi disturbavano la sua mente durante il tragitto. Il più delle volte non ci faceva caso; fischiettando come un mantra, per quei trenta minuti, lo stesso pezzo – e anche come resoconto della serata passata con lei – che della melodia oramai sapeva qualsiasi struttura armonica. Non ebbe mai il coraggio di suonarla o provare a studiare il pezzo per paura di fare un'incredibile flop per via della sua orribile pronuncia inglese. Fu un modo tutto suo di celare la realtà ai suoi occhi e a quelli degli altri. Le paranoie erano solo l'inizio di tutta quella messinscena costruita a puntino per nascondere il male migliore di tutti. Le illusioni ottiche e sonore altre non erano se non i suoni e le immagini ampliate e distorte del mondo che lo circondava: il russare nelle case altrui; i gechi sui muri; le ombre delle farfalle sui lampioni, i treni notturni in transito vicino casa erano diventati versi di esseri dall'oltretomba; draghi millenari; vampiri assetati di sangue e lunghe, interminabili file di carri armati in guerra. Molti animali aumentano la percezione dell'esterno quando si sentono minacciati da qualcosa. Per gli esseri umani, solitamente è la stessa presenza di loro stessi a essere un pericolo.
Appena imboccata l'entrata che terminava la piazza e introduceva al lungo cammino iniziò a fischiettare, e anche a biascicare qualche parola del testo, quella canzone che tanto gli dava sollievo.
Si fermò e girò la testa di scatto. Due occhi, che illuminavano il fondo scuro, sembravano fissarlo dall'altra parte della piazza. Nonostante non avesse gli occhiali riconobbe la forma di uno scooter. La miopia è una ferita e la depressione un'arma del nemico. La cosa che più lo impressionò era il muso di quel mezzo, troppo somigliante alla testa di un demone, e quelle dannate luci sembravano accendersi e spegnersi in un movimento simile a quello delle palpebre che si aprono e chiudono. Scrutato immobile per qualche scarso minuto, e con una vena di divertimento il macabro gioco di ombre e miopia, si rigirò ridendo tra sé e sé pensando Cazzo, son finito in un libro di Stephen King!
Lui che era abituato a vedere cose strane da quando era ritornato in paese, continuò a pensare alla visione avuta poco prima, e iniziò a ipotizzare sul chi o cosa fosse. Di sicuro saranno i soliti idioti delle quattro del mattino, ubriachi e senza un cazzo da fare, che ti seguono per il semplice gusto di dar fastidio alle persone. Era ormai giunto alla fine della salita che riposò due minuti nel tentativo di accendersi una sigaretta. Cosa che più che ristorarlo dalla fatica appena compiuta, lo innervosì ancora di più: aveva perso il terzo accendino in quattro serate. Diede un'occhiata alla salita appena percorsa e, complici la sigaretta proibitiva, il fiato corto e il nervosismo, ripensò alle luci, di quanto fossero simili a degli occhi incavati in quel cranio demoniaco. A lei.
L'unica parola che sussurrò, come sfogo prima di andare a dormire, fu Puttana.

4 luglio 2012

Le vite degli alberi

Mettiamoci qui, sai, questo non è mica un albero come tutti gli altri.
E cos'è?
Chiese lei, decisamente perplessa, forse non sarebbe dovuta uscire con quel tipo strano, ma come poteva dir di no a quei due occhioni blu.
Quest'albero, un tempo, era un ragazzo.
Ah, davvero?
Si, un giovane filosofo, che sedeva proprio qui a studiare il pensiero degli antichi. Un dì cominciò a tradurre alcuni testi provenienti dall'India, fu talmente preso da quegli scritti che per settimane e settimane non si mosse di un millimetro, impegnava giorno e notte a decifrarne il significato, restò così a lungo immobile che le sue gambe cominciarono a sprofondare nel terreno, e i suoi piedi divennero radici, la sua pelle si fece corteccia, i capelli si colorarono di verde, finché nessuno riuscì più a distinguere tra lui e gli altri alberi.
Wow, e il libro?
Il libro, durante i primi tempi, giaceva incastrato tra uno dei rami più alti, poi sparì. Li vedi quei due buchi?
...Si.
Ecco, quelle cavità, una volta, ospitavano i suoi occhi.
Ah, capisco, penso di non volerci stare qui - Disse, mentre continuava a osservare gli occhi cavi - non mi sento tranquilla. - volse il suo sguardo agli occhi blu - Andiamo via.
Nel frattempo all'albero si avvicinavano due ragazzotti dalle barbe folte, uno indossava un paio di occhiali da sole tondi, come quelli che s'usavano negli anni 60, l'altro invece un più discreto, e rettangolare, paio di occhiali da vista.
E sai com'è, io la amavo, la amavo così tanto. Non doveva abbandonarmi così.
Tu la seguivi anche al cesso, era ovvio che si sarebbe stufata.
Ma io volevo solo esserle vicino!
Si, ma non puoi attendere alla porta del bagno che una finisca di cagare, così le metti ansia.
Sai, nell'ultimo periodo soffriva di stitichezza.
Appunto!
Non puoi capire...
Si, vabbe', ci vediamo domani.
I due si allontanavano dall'albero, quando giunse il funzionario statale addetto al controllo delle forme di vita vegetali, accompagnato dal suo staff. Era un omino magro, il volto scavato, arrossato da una cravatta forse eccessivamente stretta, anche per quel collo smilzo. Puntava l'albero con uno speciale apparecchio dotato di una curiosa sonda elicoidale. Dopo che questa emise alcuni suoni, scarabocchiò poche righe su un foglio prestampato, e ordinò a uno degli operai di preparare la motosega. Posò una mano sul tronco antico, e gli sussurrò:
Mi dispiace, ma i benefici che offri alla società sono più bassi dei costi di cui necessita la tua cura, spero tu possa capire che siamo costretti a farlo.
Al quarto albero a sinistra, intanto, un uomo con gli occhiali da sole tondi aveva attaccato una corda a un ramo molto spesso, e s'era impiccato. Una coppia che era impegnata a capire come ci si amasse, nascosta nel cespuglio appena sotto, vide frantumarsi la possibilità di approfondire quello studio, nelle urla isteriche di lei, su cui gravavano gli occhi blu e il peso di lui, e più in su i piedi penzolanti di un hipster morto. Il ragazzo, turbato dall'isterismo della compagna, fece per girarsi, e quando vide il cadavere appeso sulla sua testa non poté che maledire il destino.
Accesa la motosega, dopo due tiri di corda andati a vuoto, il funzionario e gli altri radunati lì poterono chiaramente udire nell'aria lo spandersi di un terribile urlo.
"MANNAGGIACCRISTO!"
Il pubblico ufficiale, sbigottito, osservava a bocca aperta l'albero. Ritrovò le parole solo dopo alcuni lunghissimi secondi.
Pure un albero che parla, e parla a sproposito, doveva capitarci, noi lavoriamo per loro, per il loro bene, e loro cosa fanno? ci ripagano con una bestemmia! Taglialo, taglialo in fretta a questo fenomeno da baraccone, che non merita niente. Niente merita. Taglialo!

22 giugno 2012

L'amore ai tempi del T-Max


Ieri tornavo a casa dopo aver dato un esame. 30. Non ho mai ricavato particolare soddisfazione dai successi della mia carriera studentesca. Però trovo siano importanti, sono i fatti che qualificano una persona, bisogna lasciare dei segni. Credo che sia impossibile valutare qualcuno soltanto per le sue aspirazioni, spesso si usa millantare sogni e aspettative solo per apparire più interessanti, o almeno così fanno gli adolescenti: amo New York, Skrillex, andrò a viverci e farò il dj, per i maschietti; amo Londra, Ed Sheeran, andrò a viverci e farò la pittrice, per le femminucce. I primi scopano nei bagni di discoteche di provincia, una volta o due al mese, fino ai 30, quando l'effetto del gel sulla cute inizia a diventare palese. Le seconde scopano ogni sabato sera il loro fidanzato storico, che è l'amore della loro vita, almeno fino a quando non s'accorgono di desiderare il cazzo di qualcun altro, contro questo ciclo giocano la cellulite, le rughe, e l'invidia per il bimbo appena fatto da qualche amica. Tutto sommato il concetto d'amore è una cosa molto elementare, per la gente semplice, ma, in fondo, anche per quella complicata.
Mentre ero in bus ho avuto modo di ascoltare una storia, dentro potreste vederci umanità, patetismo, e tante altre idee filosofiche molto colorate e belle, io mi limiterò a raccontarvela.
Ero seduto in fondo, mi piace sedermi in fondo, sul bus, così posso vedere tutti quanti. Davanti a me c'era un tizio, non saprei dire che età avesse, più di 20, meno di 30, aveva un tatuaggio dietro al collo. La penultima e la terzultima fila del bus sono composte da 2 posti l'una, queste file hanno la particolarità di non divergere, i passeggeri che usano sedersi lì sanno che dovranno guardare negli occhi chi deciderà di disporsi sull'altra fila, credo infastidisca molti, quei posti tendono a essere occupati per ultimi. Ben presto arrivarono a sedersi anche una signora anziana, i capelli tinti già da troppo, sbiaditi dal sole, vagamente biondi, un accenno di trucco, e una ragazzina non troppo bella, i capelli bruni, due seni prosperosi, la pelle diafana, due braccia grasse, sgradevoli, gli occhi chiari, di un colore che non sono riuscito a intendere, ma piccoli, atrocemente tondi.
Il tizio che sedeva dinanzi a me doveva essere abbastanza socievole, iniziò presto a conversare con la ragazzina, il suo accento era marcatamente dialettale, il modo di porsi semplice, ma efficace, di quella vivace leggerezza che spesso invidio agli altri, sono vittima di un'eccessiva verbosità, è fuori moda, di questi tempi.
Lei, la bruna, si chiamava Mena, Filomena, un nome abbastanza comune, almeno nei luoghi in cui vivo. 18 anni, 2° anno di Istituto alberghiero, doveva esser stata bocciata, un bel po' di volte. Fidanzata, da un paio di mesi, pareva contenta della sua nuova situazione sentimentale. Ma quando il tizio chiese informazioni sul suo ragazzo, la voce di Mena iniziò a farsi più bassa, feci uno sforzo considerevole per cercare di comprendere quello che stava dicendo, ero così impegnato a cercare di coglierne il segreto, che nemmeno mi meravigliavo della semplicità con cui quella ragazzina si stava avviando a raccontare la sua vita a uno sconosciuto.
Il ragazzo di Mena era in carcere da una settimana, furto, rapina, non ricordo con precisione il capo d'accusa. Aveva rubato uno Yamaha T-Max, uno scooter enorme, roba per camorristi, borghesi obesi e altre sottospecie di umanità, l'avevano arrestato mentre tentava il cosiddetto "cavallo 'e ritorno", pratica che consiste nel telefonare la vittima del furto, e sottoporla a un ricatto: i soldi per la restituzione della refurtiva. Nel luogo dello scambio, però, non c'era solo il derubato, c'erano pure i carabinieri, o la polizia, in Italia non si capisce mai bene chi è ad arrestarti, è un diritto che forse spetta a troppi.
Mena tornava dal carcere, era andata a trovarlo, quando enunciò questo fatto mi sovvenne una storia che sentii da qualche altra parte: si dice che durante i colloqui le mogli dei carcerati usino, entro certi limiti che il tempo non mi fa più ricordare, cercare di eccitare i propri mariti, mantenerne vivo l'appetito sessuale, per salvaguardarli forse dal rischio di una deriva omosessuale, credo, non lo so bene, tutti tendono alla perversione, e se c'è gente che cerca appagamento su chatroulette, non dovrebbe stupire se forme analoghe di espressione della libido si verifichino in situazioni sicuramente molto meno agevoli, rispetto a quelle di un'esistenza libera. Pensavo a questo e immaginavo lei che cercava di intrattenere allo stesso modo il suo amore criminale, provai un lieve senso di disgusto.
I suoi genitori erano contrari a quella relazione, che però lei perseguiva ostinatamente, come una giovane Penelope, avvinta al suo destino di sofferenze e solitudine, o come la dama di Fila la Lana, la canzone di de André, solo che per Penelope c'era Ulisse, e per la dama abbandonata il signore di Vly, per lei un niente.
Mena aveva le lacrime agli occhi, mentre raccontava queste cose, la signora bionda fu presa da un moto di compassione, e cercò di consolarla, nel farlo tentava di allontanarla da quel rapporto malato, ti stancherai di lui, le ripeteva.
Mena rispose che ora lo amava, e che non poteva farci niente, che purtroppo era così, poi aggiunse: a noi piacciono i ragazzi sbagliati. Quell'a noi mi fece parecchia impressione, perché quel plurale? Ci pensai tutto il pomeriggio, poi la sera andai a ubriacarmi per festeggiare i successi della mattina, mi è tornato in mente stanotte.

Quell'a noi significa che l'amore, come ogni altra cosa, è un fatto sociale, le persone sono così banali che possono essere raggruppate, i loro gusti oggettivati in patetiche funzioni d'utilità, e così può essere fatto persino con i loro sentimenti.
Razionalizzare funziona un po' ovunque, quando si può oltrepassare il limite del singolo, e le molteplicità si possono sempre soddisfare. Tuttavia ciò significa anche che l'amore di Mena non vale niente, perché è un amore qualunque, un amore collettivo, Mena è un dato statistico. Mena è numerario.
Ma chissà come funziona per chi cerca qualità che non valgono, in quest'età di mezzo.
Chissà.



12 giugno 2012

Riflessi


Sei tu,
immensa ed inesistente,
esigua e così consistente;
non sei tu,
soave e scostante,
nobile e ripugnante.
Sei tu e non lo sei
sei tutto e niente
sei tu a non avere identità.
Amo il tuo essere,
ma se questo è un attribuzione
derivante da un mio riflesso,
amo te solo in apparenza.

11 giugno 2012

La fiera


Cinquantasei giorni prima c'era stata la fiera.
I mercanti giungevano dalle valli più lontane del regno e portavano con loro le sete e i tessuti più preziosi, stoffe blu come cobalto e lini d'oro, lane morbide come nuvole e tinture luminose quanto le stelle meno lontane.
I signori del paese sarebbero stati contadinotti come tutti gli altri, non fosse stato per il loro essere così schifosamente ricchi. L'epoca dei re valorosi e dei nobili guerrieri era finita già da un po', con tutti gli eroi morti e sepolti in terra santa.
Così la nobiltà s'era trasformata in quel guazzabuglio di uomini grassocci e donnine prosperose e sgraziate che, una volta all'anno, s'inghirlandavano  per quella fiera dove compravano tante cose belle e luccicanti, solo per renderle brutte la Domenica successiva, quando per andare a messa le indossavano, trasformando le strade del paese in un orrendo carnevale in cui, da lerci bifolchi, giocavano a imitare le corti bizantine.
Alla fiera andavano tutti; signori, mezzadri, servi della gleba. I più vi si recavano solo per guardare, anche se, qualcuno di loro, preso dal desiderio, ogni tanto provava a rubar qualcosa. Succedeva spesso, almeno finché non tagliarono via la testa al mugnaio. Restarono tutti abbastanza colpiti da quell'evento. Più che la morte fu la solennità, il raduno in pubblica piazza, la condanna col sigillo reale, letta a gran voce, a destare terrore e timore nei ladruncoli, che prima infatti qualcuno era già morto, ma prendersi una schioppettata da un mercante era cosa da tutti i giorni; morire in piazza, con tutto quel rumore, non tanto, e i ladri - si sa - rubano di notte solo perché sono dei timidi.
Ai ragazzini però fregava poco dei panni colorati, tantopiù rubarli, e l'unico motivo per cui aspettavano la fiera erano gli zingari, e tutte le magie - o i trucchi? - che mettevano in scena per poche lire.
Quell'anno la loro carovana era più grande del solito, c'erano decine di carrozze e in esse le più meravigliose e orride stranezze di questo mondo.
Tra saltimbanchi, giocolieri, mangiafuoco, fachiri, nani, giganti, donne barbute, gemelle siamesi, uomini elefanti, gazze parlanti, gorilla fumatori, scimmie scrittrici, leoni addomesticati e tigri albine, solo una cosa attirò l'attenzione del nostro protagonista, a cui, in mancanza di idee migliori, affibieremo il nomignolo di Volpe.
C'era una carrozza, tra tutte, molto grande, decorata con disegni sottili e colorati, linee morbide che tracciavano steli, fiori, farfalle, foglie e rugiade, tanto da far sembrare che tutta la natura fosse stata schiacciata ed incollata sulla sua facciata. Era bellissima, ed era, inspiegabilmente, chiusa.
In mezzo a tutte quelle bizzarrie rumorose, era fin troppo silenziosa per poter attirare l'attenzione, il suo era un mistero pieno di discrezione, non lasciava a bocca aperta, richiedeva attenzione, e difficilmente un bambino preferisce una porta chiusa a un fuoco colorato. Così solo la nostra piccola volpe, in un momento in cui, per ragioni che non riesco a ricordare, tutti i suoni svanirono, si avvicinò ad essa, e, curioso, posò il suo orecchio sul legno verniciato.

Più gli occhi serro e più i miei occhi vedono,
ché il dì posando su futili oggetti
quando dormo, nel sonno guardan te,
e luci buie al buio in luce tendono.
Tu che con l'ombra l'ombre fai lucenti,
qual visione sarebbe al chiaro giorno,
più chiara assai, di tua ombra l'essenza,
se occhi ciechi tanto splendi in ombra:
quanta goia ai miei occhi, dico, quando
ti guardassero nel giorno vivente
se in morta notte sui chiusi occhi stai,
bella ombra imperfetta, e il sonno fendi.
Notte è ogni giorno finché io veda te,
la notte è luce se in sogno ti svela.

Dalla carrozza proveniva una voce di donna, pronunciava versi così dolci che pareva quasi intonasse una melodia, una musica bellissima, troppo, perché il nostro spione potesse smettere di ascoltarla, e così stette muto, muto anche quando la ragazza nascosta smise di parlare, muto fino a quando ogni suono o rumore potesse essere prodotto da quello spirito misterioso tacque.
Era calata la sera, Volpe decise di abbandonare il campo, all'epoca storie orribili si narravano sugli zingari, si diceva che usassero rapire i giovani distratti, e trasformarli in quei mostri che poi usavano come attrazioni, in pochi si avventuravano di notte quando c'era la fiera, ci credevano tutti, non sappiamo dire però se avessero ragione a farlo.
La mattina dopo nella mente del ragazzino faceva ancora eco quella voce, e così per altri 3 giorni tornò ad ascoltarla, fisso, in silenzio, pregando Iddio che prima o poi, chiunque fosse là dentro, si decidesse a uscir fuori, a mostrarsi, a farsi vedere. Non era curioso, sapeva che in qualsiasi modo lei fosse stata fatta le sarebbe piaciuta, cercava solo un volto per quel desiderio, ma non gli fu dato.
Era ormai l'ultimo giorno di fiera, ancora una volta un giovinotto se ne stava seduto poggiato sull'unica carrozza chiusa, senza folla, di quell'allegra festa. Il sole volgeva a mezzogiorno quando la voce cominciò a recitare di nuovo, e recitò gli stessi versi della prima volta. Lui, senza capir come, quando ormai la poesia volgeva al termine, la accompagnò.
"Notte è ogni giorno finché io veda te, la notte è luce se in sogno ti svela."
"chi... chi è?"
La ragazza nella carrozza si era accorta di lui, e pareva impaurita, lui lo era ancora di più, il suo cuore tremava, non sapeva che dire, balbettò:
"s-sono un ammiratore, ascolto le sue belle parole, signorina"
"Non sono mie, signore, è Shakespeare. Io le recito soltanto"
Un'attrice, in quella carrozza si nascondeva un'attrice, doveva essere bellissima, pensò il ragazzo, voleva vederla, doveva essere bellissima. Tre milioni di scuse attraversarono la sua testa in tre secondi, si decise per la più banale.
"Potrei forse entrare e sentir meglio questi magnifici versi? Sarebbe per me un gran piacere, signorina."
La voce dell'attrice si fece più incerta, pronunciò a fatica:
"Signore, le assicuro che sarebbe per me un piacere ancor più grande accontentarla, ma vede, vede io provo molta vergogna, son rinchiusa qua dentro perché quando so che qualcuno... quando so che qualcuno mi guarda io non riesco più a parlare."
Così la Volpe, cui non a caso abbiamo attribuito questo delizioso soprannome, scattò in piedi, e cominciò a bussare, con insistenza disperata, alla porticina di legno, urlando:
"E mi apra, mi apra allora, io sono un povero cieco, non posso vederla, non posso altro che immaginarla, mi dia almeno il privilegio della sua voce, chiara, senza il muro di questo legno, la prego, mi faccia ascoltare la sua voce".
La porta si aprì.
Cinquantasei giorni prima c'era stata la fiera.
In paese ricordavano solo che era un ragazzo vivace, molto intelligente.

10 giugno 2012

Identità


Quel momento
arriva sempre
ogni volta più lento,
ma veloce come una lepre.

Le identità sociali
cambiano,
non siamo più quelli
e tutto è stato invano.

Siamo qualcosa, lo sento,
ma non è presente
definizione per questo stato,
dunque non siamo niente.

Libero nell' aria è l' amore reale,
non di una persona sola,
che se fosse naturale
non esisterebbe questa parola.

A poco a poco
cresce il disgusto
per ciò che è normale,

per questo gioco
di ciò che è giusto
o solo convenzionale.

8 giugno 2012

Tanti auguri


Costruiremo ragioni di muratura
o getteremo la memoria in un fossato?
Incapaci di compatire l'altro
ci limiteremo a un "mai più"
in remissione dei nostri peccati.
Scarichiamo colpe su chi è stato
come si scaricano i rifiuti
nella campagna che non guardiamo.
Immersi in una livida contraddizione
ci diremo vittime dell'egoismo,
di grossolane valutazioni.
Siamo colpevoli, uguali a quelli
cui una volta dicevamo fieri:
"Noi non saremo come voi".
Ed ora cosa siamo?


3 giugno 2012

03/06/2012


Lo scheletro dell'acciaieria
lasciato a consumarsi sul mare
è un monito a quelli che saranno
i vostri piacevoli bagni tossici.

Come quando all'ombra di un albero
marcato dal piscio dei cani
ti troverai ad amare
solo per scoprire che essere felici
è tale e quale a sentirsi niente.

Come 30 righe di un foglio strappato
insozzato di versi mediocri
solo per scoprire che essere soli
è tale e quale a sentirsi tutto.

I fumi neri della campagna
fatti di impronunciabili tossine
colorano un cielo di carta sottile
per invitarmi ad avvelenarmi, ogni tanto,
di piacevoli, vuote, malinconie.

.

6 maggio 2012

Satelliti


La luna in perigeo
illumina i silenzi di bianche armonie
e tinge le nuvole come lane preziose
che scioglierei in un filo infinito
per disegnare il tuo volto
mentre sorridi, felice.

Gli ottomila secondi di un semaforo rosso
I tuoi si sì. I tuoi no. Io che non so.
Il verde che brilla, speranza inattesa
mentre già bussa, la fretta di te.


23 aprile 2012

L'isola

Sull’isola di Niulakita governano altissime ed ancestrali palme: alcune di queste ripiegano sul mare un giorno piatto, l’altro irrequieto; altre sono indifferenti e stanno ritte tutt’il giorno a contemplare qualche gabbiano errante. Le sabbie che ospitano generosamente la prosperosa flora sono ocra, ma durante il tramonto si mimetizzano con l’amaranto del cielo. La quiete dell’isola è disturbata ogni giorno da alcuni rumori: è il vento, che smuove le fronde e s’abbatte contro i fusti. A questo lancinante mugolio gli abitanti ci hanno ormai fatto il callo: scoiattoli e tartarughe si barricano in tane all’aperto, immuni da ogni suono; lucertole e colibrì si sono alleate ed hanno edificato tuguri di legno e di paglia; i granchi ei pettirossi preferiscono, invece, essere scalfiti dalle folate. Ad ogni modo, flora e fauna dell’isola di Niulakita invidiano il preciso e al contempo semplice sistema dei pesci adiacenti, perché notevolmente efficace. Un noto esploratore francese, insieme alla sua troupe di palombari, decise di scandagliare le acque di Niulakita. Giù in profondità, si diceva, è retto un regno avviluppato in cristalli invisibili nel quale vivono e nuotano pesci d’ogni razza che coabitano popolando insieme lo stesso territorio. L’esploratore, con ineffabile calma e sagacia, navigò tra queste acque trasparenti e rimirò l’ingegnoso sistema di vita e di convivenza dei pesci. Tra questi figuravano remore, pesci palla, cernie, murene, aragoste, anguille che si scambiavano ogni giorno i ruoli e reggevano il regno. L’esploratore rimase stupefatto, ma allo stesso tempo pessimista sulla durevolezza del sistema. Redasse comunque un rapporto insieme ai colleghi, coi quali si consultò a fondo sulla terraferma.
Dopo un mese di solitudine e distensione, l’esploratore ha deciso di ritornare nelle acque.
Il regno dei pesci è rimasto in piedi: esso è ancora solido, con le aragoste a mo’ di custodi e le anguille addette al trasporto merci. Ogni supposizione dell’esploratore viene stroncata dal vacuo silenzio circostante, eterno ed insondabile. Ormai impazzito ed inerme, ha chiesto a un pesce pulitore la verità e la ricetta di quella perfezione. Ma non ha ricevuto risposta.
Sull’isola di Niulakita il silenzio ha disseccato le sabbie ed avvizzito la flora; o meglio, l’esploratore e la sua troupe sono persuasi che sia così. Ignari dell’inverno imminente. Hanno abbandonato l’isola che, tuttavia, continua a perdurare. Silente.


13 aprile 2012

Forget It, Jack. It's Harmony.


C'era una volta la classica coppia da romanzo Harmony.
Nel Capitolo Uno si conoscono per la prima volta e lui, che non era un tipo capace di conquistare il cuore di una donna, con uno stratagemma arrivò dritto dritto al Capitolo Sette, in cui per la prima volta fecero l'amore. Tuttavia l'uomo non considerò quello che successe nei capitoli precedenti, scatenando così l'ira del narratore che decise di far morire la sua amata al Capitolo Dieci in un incidente stradale. Non succederà nulla di particolare per altri dodici capitoli, fino a quando, al Capitolo Ventidue, composto da pochissime parole, l'uomo pronunciò le parole più belle che il narratore potesse sentire:
[per motivi di copyright non possono essere riportate]
Detto ciò, l'uomo si tolse la vita, lasciando da solo il narratore.
La morale: qualunque cosa possa essere scritta e qualunque sia il modo in cui possa finire, quello a rimetterci è sempre lo scrittore. L'unico che rimane in vita nelle sue fantasie.

6 aprile 2012

Caduto Nel Silenzio Del Cosmo Perduto


Voglio i toni, lo sguardo, la faccia. Ché tra i solchi di un cranio si intendono le parole.
Scorrono lentamente questi maledetti giorni,
io che ho viaggiato nei secoli come da una stanza a un’altra
io che ho avuto pieno controllo sul tempo e i suoi rami
potevo tagliarne il fusto, spezzarne le radici
ora non sono che una piccola parte
di un cumulo di polvere
fra miliardi di stelle.
Suona solo un violino:
fra questi colori stagliati nel cielo
è lui che allietava i miei tormenti
nutrendo le mie ambizioni;
tra le mute lacrime
e seduto fra questa erba selvaggia
mi chiedo per chi suonerai ancora
se il tuo nome è ancora una pietra miliare
o caduto nel silenzio del cosmo perduto.

5 aprile 2012

Venere e Marte

Una percezione alternativa dei contorni della vita può essere ottenuta disallineando gli occhi. Quando la distanza si fa troppo ridotta, la presenza ciclopica dell'Altro è tanto nitida da sfocare la semantica della parole. Ma se ci si ferma appena prima, sono i dettagli dell'iride a rivelare il nostro scorrere, e sobbalzare, in rami paralleli del tempo, ed è naturale interrogarsi su cosa fossimo, da entità ancora congiunte, quando la linfa scorreva in un unico tronco. Si era privi di sesso, e l'albero non manifestava alcuna pulsione a piegare il circondario ad una legislazione morale mutevole e contraddittoria. Si era nel corso principale della storia, quello dove ogni riflusso determina una biforcazione, ma non altera il destino.
Vi chiederete forse a chi spetti la corona, alla morte del corso principale. Io non ne ho idea. Ho solo percepito, attraverso gli occhi e il fremito dei tendini.
Alla giusta distanza, le pupille di Bi convergono verso l'apice del naso, conferendole un'aria spaurita, smarrita, fanciullescamente affettuosa, trepidante. Se ne può forzare la dolcezza lasciandola giocare. Ma si sa, non c'è niente di meglio di una partita a carte per rivangare vecchi rancori, come essersi impegnati, piegati e spezzati, ma recando ancora addosso segni e macchie di un lungo vizio. "Mi ricordo di quell'episodio" - mi ricordo anch'io, e vorrei non fosse parte di me. "Dobbiamo procedere adagio, perché giunti al termine, non ci sarà più nulla" - ma ciò è falso: lo testimonia la resurrezione di mille civiltà sulle ceneri e le macerie delle precedenti, nella stessa storia che sorride alla morte e attraverso le virili mani del coraggio scrive: "daccapo".
Ti tengo per mano col solo mignolo, disallineo gli occhi sull'orizzonte - il destro, appena più in alto del sinistro, all'affannosa ricerca del secondo, terzo, quarto passo in avanti, per strappare una certezza dai contorni e le rughe che il tempo non ha ancora scolpito - il sinistro bada: quanto sei vicina, quale dei mille tuoi sensi mi avvolge. Da bambino avevo un flipper, credo provenisse dallo stabilimento balneare dove mio padre e i suoi amici trascorrevano le estati della loro giovinezza. Una notte sognai che applicando la giusta forza sulle leve del flipper, e contraendo i muscoli della braccia, potessi staccarmi dal suolo per un tempo indefinito, in una sorta di volo condizionato unicamente dalla permanenza del contatto col gioco.
Quel sogno ha condizionato l'intera mia esistenza.
Più volte ho sospettato di essere effettivamente riuscito a sovvertire il naturale equilibrio gravitazionale: d'altronde, ho sempre avuto delle braccia piuttosto forti, anche quando sono stato gracile, anche quando ho trascorso sei mesi ubriaco. I processi di innovazione e sradicamento sono reciprocamente funzionali - è un verità millenaria, impressa nei piccoli cerchi dello Yin e dello Yang. Così, quando pochi giorni fa ho visto per strada una ragazza con un bastone da cieca - inconfondibile, bianco e rosso - che pur cieca non era, per il rapido incedere e l'abilità nello schivare i proiettili metallici del nervoso traffico cittadino, sono rimasto inquietato dalla parodia, e l'iperbole, di me stesso. Sognavo pure di vincere la timidezza, leggendo qualcosa di imprescindibile ad alta voce, dinanzi a tutti. Magari la domenica, nel prato vicino alla torre. Sono stato risoluto per tre volte e per tre volte ha piovuto, a dirotto, alché ho desistito.
Poco più tardi, il rovescio del mondo ha voluto che leggessi all'interno di una trasmissione radiofonica. Di domenica.
Questi numi hanno un senso dell'umorismo da squilibrati: mi piace, mi piace da impazzire.
Penso correrò a giocare con la mia Stella,
e mi riporterò sul podio dei vanagloriosi, a questuare attenzioni.


11 marzo 2012

Zahir

Potresti anche provare a saltarci, su quella cupola, tanto è vicina. Dal ponte si scorge una enorme depressione, incastonata tra due colline, straziate dalla speculazione edilizia. La moda di far passare fenomeni lunghi eoni come mali del nostro tempo. Quanto potrà esser vecchia la cupola? E le case costruite su altre case? Le pietre di cui sono fatte non sono mai nate, e questo significa che sono anteriori alla nostra cultura, e che sopravvivranno ad essa. Si narra che sotto tutte le costruzioni che vedi ve ne siano altre, appartenenti almeno ad altri due popoli, oggi estinti, di cui permane solo la memoria che ne abbiamo. Una memoria talmente straziata e corrotta dal futuro che ha preceduto il nostro presente, da esser buia, logora, spenta come le catacombe che non ti porterò a vedere, sebbene te ne stia parlando. Ciò che è tanto antico da risultare diverso, è anche incomprensibile, poiché la sua ricchezza è stata saccheggiata e adoperata per costruire la gloria del nuovo; della verità dei miti resta solo il cadavere, spoglio d’ornamenti, seppellito e dimenticato.
Il ponte su cui ora siamo sospesi un giorno sarà sommerso e sopra di esso ne verrà eretto uno nuovo. E la bellezza di questo sole basso, che cade sulle case, le chiese, i vicoli che ora noi osserviamo dall’alto, come regnanti che ammirano il proprio feudo, o un mastro che osserva il presepe che ha fatto, sarà dimenticata. Irrecuperabile è tutto ciò che è prezioso, tra la vita intera e il sogno di una notte agitata non vi è alcuna differenza, e questo significa che non ve n’è alcuna neanche tra il dormire e l’esser svegli, tra l’esser vivi o morti, solo la casualità dona a tutto un senso: siamo eroi, siamo mostri, siamo dio, solo perché conosceremo la rovina. L’oblio è il nostro presente, il nostro futuro, e la nostra fine. Non vedremo mai più questo cielo di arancioni tristi solcato dalle scie dei jet, né lo vedrà chi avrà già dimenticato cosa significava questo luogo, né lo vede, persino, chi ci è ora vicino. In lontananza, si possono osservare delle palme altissime, straniere, eppure così chiare, armoniche, perfette. L’arancione, la calca dei palazzi, le palme extracomunitarie, mi ricordano le sere d’oriente, e certi giardini di Baghdad, che in qualche sogno devo aver visitato. I mussulmani chiamano Zahir gli esseri o le cose che hanno la terribile virtù d’essere indimenticabili, la cui immagine finisce per render folli gli uomini. Sbaglieresti a pensare, però, che io non riesca a dimenticare questa atmosfera, sebbene professi di conoscerla già da prima d’averla mai vista. Sbaglieresti perché adesso che cerco di capire dove cadrà il sole e ti spiego tutte queste cose, io spiego tutte queste cose a un fantasma, a te che non ci sei, a te che sei solo un pensiero, a te che non riesco a dimenticare, a te che sei la mia ossessione, il mio oblio, la mia rovina, il mio... A te che mi hai dimenticato, a te che sei il mio Zahir.

28 febbraio 2012

Credo mi occorra

una guida alla digestione del vuoto.
Che non contenga espressioni come "c'è tempo" -
- sto raccogliendo molto materiale a riguardo,
vorrei che una volta cucito, suscitasse
quell'esatta sensazione di apnea
che sto sperimentando ora -
o "ci spiace, ma è così" -
magari seguita da una dicotomia
d'opzioni egualmente castranti e impraticabili.
Quel che esiste, ha delle modalità storiche,
di affermazione e dibattito.
Il potenziale omicida che è nella bramosia
di ciò-che-non-esiste, invece, può essere
avvistato solo divincolandosi dall'accademia,
dalla coerenza, dall'empatia, dalla biochimica, dal branco,
e compiendo tre o quattro passi in direzione del baratro.
È per questo percorso in terra straniera e ostile,
che vorrei una guida.



Dedicato anche a Puccio e Mati di All90sLong,
che in teoria non avrebbero alcuna ragione per farlo, ma pare mi vogliano bene.

21 febbraio 2012

Jammece a durmì

Alcuni giorni fa giravo con un compagno di liceo in Fiat Uno, cercando un posto dove andare a perdere qualche ora del pomeriggio. Perché ci sono pomeriggi nati per passare, e giacché nessuno esiste per fare quello per cui è nato, non passano mai.

La Fiat Uno appartiene a mio nonno, è una bella macchina nonostante i 20 anni, molto spaziosa. Il motore, sebbene sia un 1.2, tira parecchio, perché l’auto è leggera. Questo significa anche che, a saper usare il cambio, consuma davvero poco, e si può stare con la spia della riserva accesa per chilometri e chilometri. Tra l'altro la mia ha anche il tettuccio in vetro (un optional che fa la differenza), gli alzavetri elettrici e il lettore CD.

I pomeriggi di noia sono la peggior cosa che possa capitare, a chi non è un soggetto adatto alla domanda. Rendersi conto della vacuità della vita e delle proprie azioni, cercare spasmodicamente un’idea che possa portare subito alla salvezza, o che almeno lo faccia entro i prossimi 3 anni, cosicché uno ci possa pensare su tutto il tempo, e nel pensiero trovare le ragioni per cui esiste e per cui, nel seguirle, sarà stato degno d’esistere. Perché l’esistenza deve essere anche degna, non siamo certo animali, siamo uomini!

Spiegavo più o meno questo al mio compagno di liceo, mentre eravamo nella Uno, quando lui mi rispose: 

No, secondo me, quand’uno non sa che fa’, è meglio che se ne va' a dormi'.


Mi spiazzò, la mia idea crollava miseramente sotto quel colpo di genio, una perla di terribile innocenza oscurava la lucentezza di tutte le mie parole, ogni mio intendimento idealistico sprofondava in un gorgo di nichilismo e praticità. Ma tenace e arguto come al solito, fui presto pronto a ribattere:

E quando si sveglia che cambia poi, scusa?

Eh, dipende da che deve fare, se non deve fare niente, meglio che va' a dormi' di nuovo.

Ahimé, la mia osservazione non costituiva certo un problema, la sua teoria assorbiva tutto, ogni asperità era stata già studiata e levigata, non potevo far altro che alzare bandiera bianca.

Ah, giusto, altrimenti si sprecherebbero  preziose energie.

Esatto, hai capito l'essenza.


Ossia: noi non siamo certo uomini, noi siamo batterie! (e neppure al litio) La domanda corretta, al massimo, potrebbe essere: cosa alimenteremmo mai?


17 febbraio 2012

Belen di giorno

Ho fatto vedere a mia madre il video porno di Belen. E' rimasta pietrificata.

Mia madre invece si è messa a battere sul computer credendo che si fosse inceppato.

Mi incuriosisce la gente che ha bisogno di guardare il festival, ma come spaccato della società, è chiaro. Nessuno di loro guarda mai un consiglio dei ministri, eppure anche lì ci sono delle troie inette circondate da unticci vecchi imbalsamati.

E, anche lì, quello che tira le redini è coprofago.

Ma mentre questo freddo pungente metteva in ginocchio l'Italia e quindi io perdevo tempo a scegliere la migliore battuta possibile sui pompini per aprire un post su Alemanno, magari sfruttando anche la mancata convergenza dei suoi occhi per insinuare dubbi sulle sue attività, QdG, o come minchia si chiama adesso, postava il suo semestrale concentrato di sagacia comica con il tempismo di una scossa sismica, soprattutto mentre qualcuno sta praticando il coito interrotto.

Pensateci, statisticamente deve pur essere accaduto: "Terremoto a L'Aquila. 12 nati"

Il solito dissacrante post denso di fine umorismo, come disse qualcuno a proposito dell'umorismo che non c'è; se non aizzasse a pisciare sui calabresi ormai non varrebbe neppure più la pena leggerlo.

Immagino questo viscido non troppo ragazzo che aspetta quella sera ogni 6 mesi in cui non è tenuto per le palle dalla sua donna o non sta aggiornando il suo personale database di youporn per partorire qualche battuta nel suo stile sperando di concupire una troietta 14enne. E tutto questo solo perché mi ha preceduto per una stupida battuta sui pompini. Di Alemanno.

In realtà mi piace QdG, ma ho la sensazione che a lui piaccia essere insultato. E' come quelle che godono gridando "dimmi che sono la tua troia, baby". Sto solo cercando di accontentarlo.

Non so cosa ne pensiate voi, ma credo che per praticare del buon sesso orale occorrano sensibilità e perspicacia: e Alemanno ha l'aria di uno che non saprebbe risolvere un sudoku neppure in codice binario.

Tale personale convinzione è maturata dai racconti svogliati del nostro compagno che riuscì a farsi la bella del liceo; tutti, con molto tatto, gli chiedemmo se, come le premesse estetiche lasciavano intuire, i di lei soffoconi fossero effettivamente memorabili. Lui smentì, probabilmente per sfoggiare un'esperienza che nessuno di noi aveva, dicendo: "Macchè, è troppo stupida, non capisce cosa deve fare". Questo non bastò a liberarla dal suo soprannome storico, "11 settembre": era pratica di doppie penetrazioni.

Insomma, da allora sono felice di credere che ricevere del pessimo sesso orale sia la punizione per i buzzurri cui si appigliano le soubrette dello star-system.

E che perdere 20 minuti con un pessimo video porno sia la giusta punizione per chi guarda il festival di Sanremo.

16 febbraio 2012

Post Graduation Party

Stamane sono entrato in ufficio con aria un po' mogia,
corrucciato dall'idea di aver innescato una bomba
all'interno del mio petto. Penso esploderà al
prossimo aperitivo tra colleghi, quando meno me lo aspetto,
tra la sedicesima e la diciassettesima oliva.
Un lieve scricchiolio della mandibola sarà l'unico,
tardivo ed osseo, segnale d'allarme.

" Le esperienze passate sono servite a comprendere cosa non voglio.
Sono molto esigente: analizzo e soppeso. Vuoi sapere come ho catalogato te?
Tu sei un omino basso, buffo e non bello. Insicuro, bisognoso,
incline alle dipendenze, emotivamente instabile: una checca isterica.
Per giunta possessivo, radicale, poco loquace e poco socievole.
Di te si salvano le mani, la voce e un bundle di cultura e abilità logiche.
Ammetto che la miscela di queste ultime cose fa abbastanza sesso,
ma il resto... Dio ce ne scampi e liberi. "

Bi pronuncerà tali parole, io ne loderò l'ammirevole, sacra sincerità
con impeccabile sorriso da truffatore professionista - c'è un giro
di scommesse molto attivo, in ufficio, è dura tener testa a Bi;
per non sfigurare e perdere è necessario "mostrarsi uomini"
(quando incontrerò il barbaro responsabile della creazione di tale locuzione,
giuro lo sevizierò con crudeltà inumana, inconcepibile),
ma mi mostrerò uomo una volta di troppo, per gli esigui margini garantiti
dal personale bonus vitale, e la bomba esploderà:
i miei polmoni marci andranno a decorare i cocktail dei partecipanti.

Dicevo: stamane sono entrato in ufficio.
F. mi ha salutato, carezzandomi la barba ispida,
e mi ha chiesto se mi fosse passata la sbornia.
Ma come poteva lei sapere che avevo trascorso
tutto il pomeriggio e la sera del giorno precedente
girovago (forse più "ondìvago") tra la cucina e il cesso,
in compagnia di diverse bottiglie di rhum?
Avevo staccato il citofono e spento il computer, il cellulare
e tutte le luci, tranne un faretto fioco, per strappare
alla totale oscurità giusto la strada dal frigo al bagno.
Nessuno poteva sapere dove fossi, cosa stessi facendo.
Liquefatto al punto di diventare trasparente? Improbabile.
Segni sotto gli occhi, sulle labbra, eccessivo pallore? Neppure.
L'ho allontanata maldestramente, bofonchiando:
"Nessuno strascico, per cui credo che rincarerò la dose, più tardi."
Ho preso a sfogliare distrattamente le solite carte,
in cerca di qualcosa da distruggere o da rinvigorire.
Ho pensato alle luci nell'autobus che mi aveva riportato
a casa, il pomeriggio prima. Di un blu elettrico, intensissimo,
che cozzando contro l'aria stanca dipingeva macchie inquietanti sui vetri,
e rendeva, di contrasto, ogni cosa all'esterno più rossa,
come in un primo speranzoso pomeriggio d'estate,
senza etichette da scrollarsi di dosso, nudo.

Alché, ho realizzato.

L'idea che qualcosa possa muoversi più veloce della luce
percorrendo per questo a ritroso il corso del tempo.
Non una particella, ma un frammento di empatia, di intuito,
che, nato oggi, possa recare nel passato un'immagine di
ciò che sarà - questa energia giunge a destinazione
quando viene colta, compresa. Nei casi in cui determini
un'effettiva svolta nel corso del tutto, da incentivo o deterrente,
un nuovo frammento inizia il suo percorso in senso inverso,
generando una biforcazione dell'intera linea temporale.
Ci siamo arrovellati per secoli circa l'esistenza
di civiltà extraterrestri, cullandoci con il pensiero
che queste fossero analoghe alla nostra, addirittura
geneticamente compatibili. Abbiamo indirizzato la nostra attenzione
verso la dimensione sbagliata! Sono venuto in possesso
di questo frammento del Grande Libro di Dio, ed ora mi è chiaro,
evidente, che ogni folgorazione, ogni eso-percezione,
è soltanto l'effetto della decodifica di un messaggio
proveniente da una zona inaccessibile: il futuro, appunto.
Dovrò trovare un modo di indagare sulla degradazione
dei segnali, per poter vivere più vite in una sola.

Vivere questo martirio, questo trambusto di ossa e pelle,
cambiare e stupire chiunque, per garantirmi umiliazione e dolore,
e, a millisecondi di distanza, salvezza e serenità.
Tener lontano il pensiero che esista una linea
entro la quale ogni impulso è del tutto impotente.
Questo farò.


11 febbraio 2012

300 giorni di Sole

Quando la mia età era compresa tra i 16 e i 17 anni, nell’assenza di miti generazionali che uno che s’esaltava a leggere Kant potesse venerare, feci dell’impavido Marco Travaglio - o era Roberto Saviano? - il mio idolo, e mi decisi a intraprendere la carriera di giornalista.

E’ facile intraprendere la carriera giornalistica: cominciate a tampinare un giornalista qualsiasi - se non avete alcun contatto fisico col mondo non vi amareggiate, ne trovate a pacchi anche su facebook - e prima o poi egli vi darà qualcosa da fare. Poi pubblicherà il vostro articolo col suo nome, voi non guadagnerete né la gloria né una lira, ma intanto avrete compiuto il primo passo verso un futuro di merda.

Un dì il mio vate mi chiese d’andare a fare un giro a Castelvolturno, per scriverci su una storia, e così il giorno dopo partii per la provincia sud di Caserta. Non è necessario che vi spieghi quanto faccia schifo il luogo, ci pensa già la fazione rossa dei giornalisti Rai; in loop più o meno tutti i martedì, i giovedì e le domeniche sera. Una cosa che mi preme raccontarvi, però, perché nessuno la dice ed è vergognoso, è che all’entrata del famigerato Villaggio Coppola si trova un decadente e inquietante cartello arrugginito, stile Silent Hill, che vi dà il benvenuto a Fontana Bleu: la città con 300 giorni di sole all’anno. Una vera chicca per tutti gli hipster con una reflex; se appartenete alla categoria andateci, mi raccomando! (spero che una tribù di nordafricani locali vi stupri mentre vi accingete a fingere di far dell’arte).

Ai giovani: sono molti i motivi per cui vi sconsiglio anche solo di tentare di fare i giornalisti, troppi perché possa risultarmi piacevole elencarli, vi basti dunque sapere soltanto che il sito de Il Fatto Quotidiano, che mi pare sia l’unico a non esser controllato da qualche potente lobby, dunque l’unico dove potreste, forse, scrivere quello che cazzo vi pare, sempre che vogliate fare del giornalismo per qualche nobile ideale e non perché siete degli inetti in qualsiasi espressione dell'intelletto umano che trascenda la capacità di scrivere - in quel caso andate a zappare, vi donerà ispirazione per deliziosi componimenti bucolici - titola le varie sezioni con esilaranti tag quali Politica e Palazzo, Giustizia e Impunità, Media e Regime e così via. Io, purtroppo, come dice *, sono ironico-leso, e dunque invece di compiacermi, a leggerli, mi faccio triste e penso: “che populismo”.

L'altro giorno, * mi ha detto che dobbiamo assolutamente andare in Spagna, “perché sulla costa del sol ci sono 300 giorni di sole all’anno!” Le ho proposto di andare a Castelvolturno; mi ha guardato in tralice. Se n’è andata via indispettita, non lo trovava divertente.

9 febbraio 2012

Ogni cosa al suo posto ed ogni posto nel gorgo, muto.

Subito dopo la proclamazione e il bando tutti mi chiesero
quale dovesse essere il pubblico. Io risposi nel mio metro,
dalle ventuno alle ventiquattro sillabe, che diviene musicale
solo ripensandolo, sezionandolo, spingendolo in profondità
parentetiche da cui riemergere affamati d'aria,
lungo i tappeti di spine che si srotolano implacabili
e dividono dagli appuntamenti con la carne dei sogni.
Il pubblico sarà quello più esigente, che squadra in un guizzo
i risvolti nauseabondi e cestina, senza pietà. Il pubblico
sarà il tempo, il tempo lungi da venire.
Il generale chiese agli astanti di scegliere tra lui
e la terra d'Atlantide: seguì le indicazioni fornite
da un'unica voce, tonante, nella compatta disarmonia del coro.
Disarmante manifestazione di un disordine rosso, rossissimo,
inconfutabile. Pensare che da piccolo mi sentivo confortato
dal sapere che, a tavola, il posto in prossimità della finestra
spettava a mia madre, quello centrale era mio e quello
vicino alla porta era per mio padre. Ricordo ancora
quanto spiazzante, forse persino umiliante, fu, alla sera,
trovare il letto sfatto, quando alla mattina mi ero destato
accanto a un amico. "Come puoi violare così quanto predichi,
e sbraiti?" rivolsi a mio padre, solo attraverso gli occhi.
Egli si voltò, e andò via. La prima colazione a letto
me la portò A., circa dieci anni più tardi.
Fui sorpreso e incapace di gratitudine. Un evento del genere
avrebbe ben figurato nel novero dei miei primordiali slanci
d'architettura del mondo: tutti dettagli nitidi, unici e incausali.
Ogni mattoncino poteva giustapporsi ad uno analogo in almeno
quattordici modi: ciò garantiva margini apparentemente buoni
di riuscita dell'iniziativa. Nei momenti di smarrimento,
era sufficiente una rapida occhiata alle figure,
un destro calco dal Libro della conoscenza.
Per il bambino, ciò non era né forzare, né barare.
Passò sotto silenzio, rimase così.

Crebbi perciò ignobile, freddo, mostruoso,
ebbro di ambizioni che credevo esistenti, tangibili,
ebbro di contatto fisico con la carne dei sogni.

Sulla strada che divideva da uno svago geometrico e dal caffè
mi imbattei in A., che fremeva, per un bacio.
Glielo diedi, quello e molti altri. Troppo freddo, inumano,
negarsi, di fronte ad un palpito così puro.
Alla prima folata di vento che ci divise per più di un palmo,
realizzai di trovarmi sull'orlo di un baratro.
Qualcuno urlò: "La leggerezza è un crimine!"
ed io la rincondussi alla sua città, fornendole indicazioni
per distinguere i mostri ed i ladri, specie quelli che,
contro la loro stessa natura, si reputano abili e santi.
Le raccontai poi del taglio sulla mano, così come feci con Bi,
ma ad A. lo raccontai per incutere timore. Ebbi successo.
Il giorno dopo mi scrisse "tu non hai amore, hai solo morte"
donandomi questa immagine funebre di me che depongo a terra
un trofeo senza vita, candido e delicatamente agghindato.
Promise di non far menzione del nostro incontro
ma disattese la promessa.

Mi sento vile! - per aver scientemente sovrapposto, limato
e confuso le iniziali e i percorsi di due donne diverse.
Non i luoghi, no: per gli architetti del tempo, i luoghi sono sacri.
La scappatoia che mi salva dalla totale abiezione è che per i morti
ogni luogo, ed ogni tempo, è il medesimo.
Mi incammino così verso casa di Bi, anch'essa prossima al greto,
gravando con tutto il peso sul piede sinistro,
debilitato da un bruciante senso di colpa.
Il paesaggio è spoglio, privo di costruzioni, silenzioso.
Le parole "scegli me" giacciono spente sul fondo del mio stomaco.


8 febbraio 2012

Mano


A F. - il ricordo che più di tutti
ha cambiato il mio essere.
Non mi stancherò mai di dedicarti
ogni cosa, bella o cattiva, 
importante o futile,
possa uscire da queste mani
e da questa testa marcia.

Eri, sei e sarai,
in ognuno di noi, sempre. 

La mano trema, da sempre. L'unico segno di una debolezza e paura verso l'ignoto e l'oscuro. La paura di entrare in un qualcosa che è troppo grande da gestire, talmente grande da non poterne tracciare i confini, di sentirsi ancora fuori da esso. La debolezza di non riuscire a gestire questa immensità, di guidare il timone in mari lontani senza finire in maelstrom fatali.

La mia mano tremante è il sintomo di una insicurezza nutrita e accudita con pochi anni di sofferenze e misero autocontrollo. Quello vistoso e scarno, da filosofeggiante fruttivendolo. Difficile parlare di esperienza: l'esperienza è come la storia, è un marchio che rimane a fuoco sulla pelle, ma ne vedi le cicatrici dopo molti, di anni.

Le esperienze sono figlie dei ricordi. Sono troppe le righe, i versi, i pensieri in cui do importanza ai ricordi. Non voglio dimenticare, eppure continuo a inebriarmi di ricordi in ogni istante. Non cerco la felicità, neanche in un possibile universo parallelo il mio altro cercherebbe la felicità: la felicità è diventata per il mio essere una banalità per pochi adepti. Quelli che una mattina, la mattina delle loro banali esistenze, si svegliano e rendono le loro vite banali nella felicità propria e altrui.

Non saprei nemmeno descrivervi il mio concetto di ricordo, né tanto meno descriverne uno. Sono parole che senti una volta nella vita durante le lezioni di filosofia al liceo di cui ignori il significato esatto che ne dava l'autore, ma che ti davano in un contesto una sensazione di granitica universalità, come Arché o Apeiron. Sono acque già navigate da milioni e milioni di anni: mai uguali nella sostanza, sempre simili nella forma.

Marchi indelebili che regolano processi neurochimici in un circuito sinaptico che determina il nostro dormire e il nostro mangiare, l'amare e l'odiare, il pianto e il sorriso, la carezza e il pugno.
E io, che continuo a rifiutare il sonno e il cibo, l'odio e l'amore, la serenità (non si è mai felici quando si sorride, vi è solo il sentore che per qualche breve lasso di tempo, sia esso un secondo o una vita intera, qualcosa può cambiare leggermente per il meglio) e la tristezza, la violenza e la delicatezza, adoro affondare ogni singolo essere del mio corpo in queste sensazioni. Un tempo familiari, oggi tappe di un viaggio di cui ci si è dimenticati la mappa del sentiero in qualche casa.

Vivo di passati e remoti futuri cercando di nascondere ogni singola traccia di questa mia debolezza, di questa mia paura. Tranne la mano tremante, forse l'ultimo barlume di umanità e "banalità" rimastami.

6 febbraio 2012

Tristemente, trecento

Avrei voluto scrivere del languido ed annuvolato di candore cielo di Posillipo, con quel Vesuvio che ormai non è più una novità, attiguo, così tanto, alla landa di scatolette arancioni che rasentano moli, mari e vascelli; mi ritrovo, invece, a scrivere di peones immusoniti e vecchi rimbambiti, e coppiette improvvisate su strade disastrate, e clacson roboanti che infervorano l'aria e la colmano di grigio, qui nel rione. Il vano e coraggioso tentativo di evadere per qualche ora diviene appunto vano e di questi resta solo l'amara potenziale audacia lasciata lì ad avvizzire come una vecchia rosa ripudiata - diviene vano perché sbarrato, forse, dall'adattamento, che per quanto nocivo, criticato e nauseante, è tale, e la sua erculea potenza innesca fervidi meccanismi di pleonasmo, abitudine e, effetto più disastroso, imprescindibilità. Ricordo il tentativo di dieci minuti fa, quello di guidare in zone che a quest'ora palesano una nobile desolazione tutt'altro che greve, come invece è l'aria di qui. Ero solo avvolto da un alone d'illusione che chiedeva solamente che me ne stessi tutto solo lì, rabbuiato ed imbacuccato a contemplare la quiete, la pulizia e il silenzio dell'etere - ho deluso quest'alone, s'aspettava qualcosa in più da me, ma non è colpa mia. Eppure non c'è più tempo, sempre più angusto e grave, tempo maledetto che t'inviperisce con la sua frenesia e le sue soffocanti pretese. Intanto sono in mezzo ad un segmento, ai cui estremi vi sono due miei ex compagni delle elementari: uno, da dietro, urla guaiti come un asino che rantola, l'altro, davanti, col suo giubbotto alla moda s'appresta ad utilizzare la sua auto - funzionante, non come la mia, che mi inchioda su questo sedile e mi costringe a scrivere di loro e non del Vesuvio, o della ringhiera di via Orazio, o degli uccellini che salmodiano sui pomposi alberi di Posillipo, o di una cicca che rotola accidentalmente giù nell'inferno, loro, uno dietro e un altro avanti, in una nube, tutti senza esclusione, di camorra, reticenza, omertà, cespugli, carte, bambini tristi, pali della luce. Vivono la loro vita, anche gli esseri inanimati, così come io vivo la mia, disperata come la loro, angosciata, piuttosto gelida, e tetra. Tutti uguali sotto questo tetto di fumo acre - ed io che volevo solo starmene in pace a Posillipo.

5 febbraio 2012

La Crisi

Hanno detto che era assurdo
tutto quello che avevamo da dire
(la pretesa di cambiare strada,
d’un figlio che abbandona la via del padre,
mette in moto la solita annosa questione:
l’ignoto sarà bene o male?
Tra la risposta di chi non è felice di ciò che sa,
e chi non è infelice di ciò che sa, passa lo scontro
di dieci, cento generazioni).
E ci hanno regalato un libro di risposte,
tutte giuste, approvate da una commissione d’esperti,
colmo di regole da seguire, infallibili, per averla vinta.
Ci hanno regalato un libro da seguire
quando tutto quello che volevamo era partire.
Ci hanno regalato un libro per il successo,
migliaia di pagine debordanti saggezza antica,
e noi volevamo soltanto scriverne una nuova.

1 febbraio 2012

Neve Mind (the Bollocks)

Piace a tutti l'immagine della neve che si ferma silenziosa sui tetti e sulle strade, come se invece che un addensato casuale di frattali ghiacciati fosse una calda coperta per l'anima.

Stronzate, Lucio.

Quando cade, la neve, fa un sacco di rumore, invece: si accumula fra folate di vento, cigolii, tonfi. Come la tristezza, che trova nel freddo circostante il terreno più fertile sul quale depositarsi e quindi si condensa in dolorose scaglie.

E' un fastidio, è il disagio dei fiocchi che si infilano nelle maniche, nelle orecchie, negli occhi e nel naso: è la strada ormai inspessita da una lastra di ghiaccio scivoloso, è il guanto inzuppato con cui hai pulito il parabrezza, è l'impossibilità di muoversi.

E' la folla che condivide pessime foto sfocate di strade di suburbana miseria nelle quali ci riduciamo a vivere, trattando la normalità come una festa, pascendoci di quotidianità priva di slanci, idee e novità.
E' la moltitudine di stati su facebook che esulta per la neve, quella che si lamenta di quelli che esultano per la neve, quella che invoca il caldo e fra 6 mesi aspetterà di nuovo l'inverno, in un costante modaiolo desiderio di inadattamento e pervicace inflazionata autocommiserazione.

Sono io che su facebook stanotte ho ritrovato me stesso, e mi sono rifiutato l'amicizia.

25 gennaio 2012

La Questione Bombieri

L'origine del tremore basale è nel consolidato abuso di eccitanti.
La relativa importanza dell'aspetto sessuale sta nella contrapposizione
tra la "semplice ginnastica", dunque l'opinione,
propria anche di mia madre, per cui foia e foga
siano sopravvalutate, e il giunto tra Eros e Thanatos,
dove la necessità della violenza
è la necessità di provarsi in grado di sopravvivere,
alla numerosità e all'intensità degli shock.
Il mondo delle donne è sorretto da un titano di cartapesta:
tonnellate di richieste, cui è indispensabile prestare attenzione,
essere all'altezza. Certe gru dai colori sfavillanti
vorrebbero nascondere la testa sotto la sabbia,
o solo sfregare il proprio lungo collo contro un altro,
più morbido. Prevalgono invece, talora a distanza di lustri,
i biechi propositi meccanici per cui una gru nasce
solo per sorreggere carichi.
Tu, giovane, non puoi semplicemente ignorare la tecnica del tuo tempo.
Dovrai seguire la tecnica che delineerà l'età di tuo figlio,
non potrai semplicemente bollarlo come un inetto,
perché non sa giocare ai cavalli ed approfittare delle occasioni.
Maleducato, mi dice. Maleducato, irrispettoso, insensibile.
Chi mai mi avrebbe dovuto rendere conforme all'etichetta,
incline a prostarmi, empatico e facile alle lacrime?
Non le raccogli, tu, le parole? Lasci che fuggano impazzite
o anneghino in un bicchiere di whiskey?
Ora che sto per andarmene, le pareti di questo posto
mi sembrano i confini inviolati di un posto nuovo.
Me ne sto con la sigaretta al vento buio e gelido,
maturando propositi che non hanno possibilità di compimento,
ora. Non ridi mai, dice lei.
Penso alle occasioni in cui ho regalato una rosa,
o me ne hanno fatto dono. La simbologia dei fiori è semplice:
ciò che non sarà, il frutto, o che è appena stato reciso, il gambo.
Attorno a me si affollano i discorsi frivoli
di chi non ha ancora le spalle al muro.
"Cinque e mezzo, Ramirez, alla prossima. Eh, ma le gambe."
Ci sono le scale di casa tua
che mi infondono lo stesso senso di smarrimento
e totale dedizione.
Ci sono le parole "tua madre sarebbe fiera"
come pure una manifesta, inattesa approvazione
morale di un volto severo, che senza tremori
afferma "potresti essere sprecato, o pentirtene.
Non è semplice tornare sui propri passi.
Per istigarti a riflettere, ti porgerò ora un dono enorme."
Di nuovo in balia del vento.
Premurati di sincerare che chi lo conosce,
lo sappia interpretare davvero.
Nuova boccata di fumo.


Ti aspetto e ogni giorno
mi spengo poco per volta
e ho dimenticato il tuo volto.
Mi chiedono se la mia disperazione
sia pari alla tua assenza
no, è qualcosa di più:
è un gesto di morte fissa
che non ti so regalare.

(Alda Merini)


12 gennaio 2012

Occhi cavi

C'era anche questo sogno, tra i lungamente presagiti.
Il nostro antieroe, il nostro tafano kafkiano,
si riprende rattrappito da un sonno troppo breve,
raggiunge il bagno a tentoni, accende la luce
(la sua prima parola, tra poco ogni pragmatica
verrà distrutta, ogni capriccio smobilitato)
e indaga, con l'ausilio dello specchio,
riguardo quel fastidioso prurito alle palpebre.
Nonostante le labbra riarse, da malato terminale,
la sete che lo consuma incessantemente,
ora sono le palpebre, sul prioritario piedistallo.

"Non puoi più evitare il problema.
Quando hai deciso di voler ammettere,
hai reso irreversibile la situazione."

Le orbite sono cave. Vuote. Buie.
Eppure egli vede!
Si precipita in strada, in cerca d'aiuto.
Corre disperato e veloce, con le mani sugli occhi,
o, per meglio dire, sul nulla che li ha sostituiti.
Non teme per la menomazione, dato che, per l'appunto,
egli vede.
Forse il danno estetico, ma neppure.
Dove ha origine, allora, questa frenesia?
Non ce n'è traccia, nel grande libro.
Egli si dimena come un ossesso.
Ci sono una casa, una strada e due individui,
le fondamenta del semplice plastico hanno le sembianze di un cuneo metallico,
il cui filo è delicatamente in equilibrio su una fune.
Ogni scossone può essere fatale:
si precipita in fretta, nel vuoto
dei secoli, nei secoli.