31 dicembre 2011

Typical Situation

Sedeva sul sedile posteriore dell’auto. La città sembrava coperta da uno strato denso di metallo fluido, le nuvole passavano veloci, quasi come melma trasportata da qualche fiume, che quel giorno era interpretato da un vento rapido, rumoroso, fastidioso.

Leggeva una copia del New York Times, le solite stronzate: borse che crollavano a picco, persone orribili come muli, muli orribili come persone, il grande freddo che arrivava dalla Groenlandia, la fine della recessione rimandata all’anno venturo - dopo capodanno troveremo una soluzione - come se la recessione fosse poi una malattia, tra l’altro pronta ad attendere il ritorno del medico dalle ferie, e non il prodotto finale di un sistema evidentemente mal progettato, e lui poteva saperlo, lui l’aveva studiato. Vaffanculo.

Il tassista, un nero pesante quasi 400 libbre, una copia povera e sfigata di Berry White, nella sua Impala un vecchio stereo a nastro, la voce baritonale e suadente del suo fratello ricco, il tassametro meccanico, col ticchettio d’ogni miglio che passa, col ticchettio di ogni secondo che trascorre.

Lo sa che non ho ancora capito perché questo fottuto aggeggio faccia tutto ‘sto rumore, oggi?

L’uomo che sedeva sul sedile posteriore inarcò la schiena in avanti, avvicinò la sua testa a quella dell’autista, l’odore del suo profumo si mischiava alla puzza di sudore e grasso del nero, sospirò su quello che poteva sembrare un collo, il tassista tremò di paura, ed egli allora cominciò a ghignare, soddisfatto.

Lei è sicuro si tratti di quel coso?

30 dicembre 2011

Rapsodia anarchica

Tesi: nel primo movimento si manifesta la proprietà.
Si aggiungono strumenti e dissonanze,
fino a bearsi di ciò che si possiede,
di ciò che si ottiene e di ciò che si estorce.
Nel primo movimento si descrivono vita e passioni dei ladri.

Antitesi: il secondo movimento è la comparsa di un demone.
Questo si manifesta sulla via dell'ispirazione,
ai confini dell'empirico. È un ribaltamento.
Sbarazzarsi di ciò che si ha.
Per non esserne posseduti, o per cavarne piacere.
Il samaritano esaltava unicamente la propria grandezza,
accorciando le distanze tra atarassia ed edonismo,
nirvana e apocalisse. Nel secondo movimento si descrivono
vita e passioni dei martiri, nonché l'abbandono degli oggetti.

"... mi stimava, a tratti mi comprendeva, cercava di rendermi più socievole.
E avrei trascorso tutta la vita addosso a lei. È una motivazione sufficiente?
Non lo so, ma per me lo è."

Qui la necessità di aggiungere un paragrafo incidentale.
Assecondare quella inestinguibile bramosia ludica
di frugare tra le scartoffie - l'ordine è sopravvalutato,
so orientarmi alla perfezione nel caos da me generato,
o nello sconfinato e torrido deserto, costretto all'esilio
dal sangue del mio sangue. C'è un unico nemico.
La scala delle priorità, quando la biochimica è debitamente imbrigliata,
poggia sui propositi ritenuti adatti a travalicare la grettezza dell'avversario:
parlo del tempo, come sempre.
La frase musicale, ricca di pause, lo lascia ben intendere.

Sintesi: il terzo movimento - "Epoché" - si apre con un'interminabile apnea,
brusco risveglio tra sudori freddi. La terra non appartiene ai demoni.
La terra non appartiene a nessuno. Vi sono le labbra di una donna,
tutto quello che è inanimato è perso, il resto è rosso.
Ciò evidenzia la presenza di un cuore pulsante.
Ogni cosa è perciò, parallelamente, nera,
imbrattata dal lercio di troppe battaglie.
Il terzo movimento potrebbe avere come sottotitolo "Damage".

Vorremmo tutti mescolare poesia e prosa, zucchero e coltelli,
saper riconoscere i segni come Poe e dire "stavi pensando a questo",
"hai preso questa risoluzione per questa ragione"
non essere cuccioli rabbiosi e fradici in fondo ad una strettoia,
gravidi di risentimento, alla strenua ricerca di calore,
e di una mano che accudisca, nettata dal sangue dei martiri.

Ci donano un urlo, un pianto, un tetto, delle abitudini e dei pregiudizi.
Il processo di conversione dei colori natali può richiedere tutta la vita.
Che sia rossa o nera, una volta compiuta,
la liberazione non offre garanzie d'alcun genere.

All'opzione Bi non piace essere seconda nel cuore di un uomo.
Come biasimarla, se moriranno tutti.
Risuona un colpo di pistola, cala il sipario.


29 dicembre 2011

Ognuno conosce i suoi Pollock

Ogni tanto i critici d'arte fanno come i filosofi: s'incontrano e si mettono a discutere.
"Se prendiamo qualcuno a caso e lo spacciamo per grande artista, tutti tranne noi diranno: non abbiamo capito un cazzo di arte! Scegliamo un cialtrone e decidiamo che è sublime così la gente penserà che nell'arte c'è qualcosa che solo noi critici possiamo capire. Così avremo ancora un lavoro anziché andare a vendere fazzoletti agli incroci come dovrebbe fare chiunque non sia in grado di produrre arte ma sostenga di lavorare in campo artistico come noi parassiti!"

Pollock è l'emblema del frutto di un accordo acritico tra critici.

Rappresenta l'ultimo stadio della pittura: nel corso dei secoli siamo passati dal dipingere la realtà come dei bambini ritardati, che vivono in R^2, poi come delle persone brave col pennello. Poi ad esternizzare stati d'animo sulla tela, dopo ancora a tentare di dar vita alle idee. Pollock non dipinge nulla di tutto questo: il significato più profondo delle sue tele è che da qualche parte c'è un BRICO il cui reparto vernici ha fatto un sacco di soldi.

In realtà sono forse un po' troppo crudo: perlomeno gli va riconosciuto il grande merito di aver sdoganato la sborra come materiale artistico. Ecco infatti la sua celeberrima opera "Giovine donna dopo un bukkake":


Il suo stile è inconfondibile e si divide in due fasi: nella prima si dispiega con accortezza la tela sul pavimento. Nella seconda, la si cosparge di qualsiasi sostanza organica fino ad ottenerne un'equidistribuzione.

Il problema del consacrare con la critica gente del genere è che poi la faccenda degenera, la gente non capisce più nulla e non è in grado di riconoscere la vera arte.
Prendete ad esempio questo blog, era un posto rispettabile prima che tutti questi terroni molesti la trattassero come una tela di Pollock; l'hanno stesa per terra e poi cagato sopra, seppellendo i miei vecchi post!

Non è vero, ma mi serviva un paragone calzante. Tutto sommato il ciarpame che c'è qui sopra è arte vera, rispetto ad un'eiaculazione di Pollock: pensateci, se tutte le sue opere fossero date alle fiamme l'umanità non perderebbe in termini di arte, ma di sputacchiere.

In compenso è semplice poter organizzare mostre con le sue opere, basta un capannone, rigorosamente privo di servizi igienici. E' il concetto di arte che si evolve o, se preferite, di interazione con il pubblico.

La speranza è che Pollock fosse nient'altro che un gran burlone. Uno che passava il tempo a cagare sulle tele e poi, quando la critica lo trattava come un maestro della pittura, ridere segretamente. Il problema è che, stando alle sue dichiarazioni, era un idiota fiero, se davvero riteneva che i suoi quadri fossero prodotto del suo inconscio. A meno che "inconscio" in inglese non significhi "intestino".

Quello che accomuna Pollock ai grandi è una violenta morte precoce, in circostanze mai troppo gradite: si schiantò con la sua auto. Fu quella la sua ultima opera d'arte:


27 novembre 2011

Spiga

È un compito difficile quello che consiste nel tornar sui propri passi.

Ricordo perfettamente i rimproveri di mia madre posta di fronte a tutti questi verbi elisi. "Tornar, ostentar, rinvenir, chi ti sembra di essere, Manzoni?" - mi diceva.

Da piccolo era dura sostenere posizioni mature e lucide come “Tutto può essere sacrificato in nome della musicalità. Se è esattamente un ritmo che voglio rendere, complesso e sincopato quanto mi pare, perché devo ritrovarmi ammanettato, spalle al muro, in nome di regole prive d'alcuna ragion d'essere?

Perché le regole servono da scheletro, giovane Jack. Prima di violarne deliberatamente una, hai il dovere morale di conoscerne cento. Solo così un'indagine su fondatezza ed efficacia può essere giustificata. È un principio antico: nella Bibbia, il Messia s'incarna per avvicinarsi tangibilmente al creato, condividendone il dolore, quindi alleviandolo.

Può darsi che il suo mancato ritorno denoti un buon grado di riluttanza e snobismo, o solo cordiale indifferenza verso noi poveri mentecatti scagliadardi.

La reiterata contrapposizione di principi con la medesima efficacia meccanica ha la sgradevole tendenza a generare abomini insolubili.

Se ora fossi uno scrittore underground, mi fustigherei da solo, per la verbosità ossessiva e la stucchevole abbondanza di echi classici. Chissà dove gli ho attinti, poi, non ne conservo memoria! Di certo non da fonti di prima scelta.

I miei genitori ci tenevano. Che non fossi un fannullone.

Forse sono persino riusciti nell'intento di salvaguardarmi da tale atroce, riprovevole eventualità. Ma non scamperanno a una dolorosa obiezione: da quale pulpito?

Mi sono buttato in un ambito solipsistico e meschino, come la lotta-con-i-numeri, guadagnando persino rotoli di carta igienica attestanti capacità lievemente al di sopra della media. Ma la media di quale popolazione? Quella dei mentecatti? Capirete che vanto. Tanto per cambiare, dovrò buttare tutto all'aria, identificare delle motivazioni, spinte propulsive, plausibili, quindi farmene portavoce. Sarà questa la mia liberazione dal peccato originario, dai punti ciechi della mia educazione. Non certo una ridicola abluzione in un'acquasantiera.

Una strategia educativa improntata alla severità può essere fondata; perde, tuttavia, molta della sua ragion d'essere quando evita di mettere sui piatti della bilancia da una parte l'estensione delle ferita inferta, dall'altra la concreta portata delle opportunità aggiuntive garantite.

Certo, un didatta che volesse far continuamente fronte a tutti questi delicatissimi bilanciamenti vivrebbe una vita impossibile, avvertendo il desiderio di cambiare lavoro già al secondo giorno, al sorgere del sole. Ciò avvalora il noto motto every parent screw up every children.

Torno sui miei passi, commentando quanto scrivevo da giovane.

Erba cattiva spunta dalla cenere dal catrame, attraverso i mozziconi permea le fenditure della roccia. Blob schiumoso riempie le tubature e prorompe con getto ondata polverulenta giallastra. Stelo spunta secco germoglia. Fragile che si sgretola al tatto, ma germoglia.

Nel mio liceo, tra l'edificio della palestra e quello delle aule, c'era una sorta di camera di decompressione dalle pareti di vetro, comunemente denominata la serra, ed utilizzata da professori e studenti come smoking zone non regolamentata. Ci trascorrevo molto tempo. Quel giorno mi avevano dato una brutta notizia. Così me ne stavo, mesto e sfumacchiante, a contemplare la gramigna tra gli interstizi del cemento, in prossimità dello sbocco di un tubo che pescava dalla grondaia. [In attesa di Katy.]

Di traverso come fuggendo la luce del sole, infastidisce ciò che gli sta attorno, cemento grigio infissi laterizi. Consapevole, però, quasi fiero: è un canone inverso, differente, avverso, sostare sulle dissonanze per costruirsi austeri, inflessibili, rigidi. Solo la prima fase, perché l'interno è ancora ammorbidito dalla linfa, rifiuto verdastro marcescente, che lo spirito della corteccia e la potenza del tronco sono larvali, corrotti.

Mi balenò in testa l'idea che la mia condizione non fosse poi troppo diversa dalla condizione della spiga. Anch'io ero tutto storto, e non per mea culpa.

Sognavo di poterne uscire vincitore, con una spada da brandire. Ma quel che mi veniva concesso, nei giorni fortunati, era a malapena un caffellatte scadente. Così la mia costituzione rimase gracile, concedendomi di brandire solo argomentazioni flebili.

E' terribile vivere piegati su un fianco. Divertirsi, anzi gioire, scimmiottando il dolore che le foglie credono insormontabile, quando scricchiolano, poi si spezzano. Spazzate, prima di essere spazzate dimenticate dal netturbino di turno. Ma la spiga stava friabile su un fianco da secoli, inestirpabile. Nelle mattine ventose ascoltava le fibre allacciarsi, rafforzando i muscoli. "È pericoloso star piegati" ma non ci credeva minimamente "raddrizzatemi, allora" "sfilatemi le radici" tanto non se siete capaci idioti.

È l'attestazione della tendenza a sottovalutare le proprie capacità di sopravvivenza alle catastrofi. Immagino donnine in nero che si battono il petto, si fustigano, si strappano i capelli e riversano isterici fiumi di lacrime – rivolgo loro un interrogativo semplice: “come accidenti sono riusciti a convincervi che tutta questa farsa possa avere una qualche rilevanza nell'operare il Bene?”. Non avete capito un cazzo. Non avete idea di dove mettere le mani. Non abbiate paura di annuire, sono nero anch'io.

Vedete spiga e immaginate campi falci covoni. L'autentica ragione è solo tradizione orale arbitraria, deformabile. Nello star piegati certe corrispondenze svaniscono, muoiono. Fare a meno dell'anima di tutte le spighe, un campo nuovo dove serpeggia uno stelo.

Un richiamo alla soggettività e all'individualismo artistico, che non è disgiunto, anzi viaggia a braccetto, con l'etica.

Stelo che evita di soffrire per inseguire se stesso, solcare l'universo, invisibile. Eppure certe rinunce fanno ancora male, le hai connaturate dentro, nella linfa marcia, tagliano lo stomaco quando non si mangia. Te le iniettano dentro. Un farmaco quotidiano, prima e dopo i pasti, per non flettersi. La spiga non è esattamente piegata, non ci sono curve solo un netto angolo a qualche millimetro dal suolo. Te ne accorgi solo ora?

Arriva qui una riflessione sulla capacità di interpretazione delle guide, dei maestri.

Ricordo bene come la mia professoressa d'arte esclamò “Ah, allora mi ascoltavi!” durante il mio esame di stato. Quello di diverse dottrine è uno stratagemma astuto: sottolineare la centralità di alcuni valori, senza specificarne la prassi di attuazione. In tal modo, una volta dietro una cattedra si viene automaticamente rivestiti da un'aura di rispetto, che a priori non certifica alcuno sforzo, alcun sacrificio. Diviene possibile vendere una boccata di fumo per dogma, senza dover violare la cortina di incomprensione che ci separa da colleghi, amici o sottoposti.

E' tardi amico mio, le campane stanno per crollare. Quali saranno gli eredi di questi panorami alla Van Gogh, Arles-En-Provence, i portavoce di questa arte con la "a" minuscola URLATA a spatolate? Spiga vuole solo le tue mani e le ombre di Mondrian con tutti gli scorci con le porte socchiuse, il futuro annegato nella linfa. Ma si può drenare. Spiga sogna senza schiuma verdastra. Spiga spuntano le ali dopo la scarnificazione. Body Art tatuaggio sulla spalla profondo, sangue rosso, fulmini dalle scapole DIVING FLY dalle infiorescenze ai tunnel che sorreggono il brulicare delle anime. Come i vermi sorreggono la piramide alimentare. Spiga segue i contorni delle scatole cinesi, paese casa stanza finestra balcone giù dal balcone.

Il dono della lucidità è una spada a doppio taglio. Si apprende più rapidamente, ma ciò conduce prematuramente alla scoperta di molte, troppe incongruenze nel sistema. Non è detto che una volta scovato Golia, il giovane Davide avverta il desiderio, ed abbia le forze, di affrontarlo. Mi sembra anzi più naturale che si senta sopraffatto dalla stanchezza e dalla voglia di togliersi la vita.

Piazza poi gente, "g" minuscola. Spirale sulle onde che graffiano il cartone, pack in cellulosa grezza. Le onde ricordano coperture in amianto, ma di una ruvidezza più curata, carezzevole. Spiga non si aggrappa a nulla e non è sospesa sulle vostre geometrie. Indeformabile autosostentamento. Meraviglia quando da piccoli piegando una carta, jack di cuori, questa tollera il peso di libri e castelli. What Have I Seen? È una questione importante, tenersi pronti. Ma Spiga aveva già deciso. Sicura prima degli acquazzoni estivi. Mèssi, méssi, che importanza vuoi che abbia. Spiga drena il tempo PERSO ed è ancora sicura. Non è servito, we're sorry. Spiga vuole una corteccia.

Più che una composizione scorrevole munita di trama ed intreccio, è una sfida enigmistica. È come interrogare incessantemente il lettore – prova a capire perché mi esprimo così. Una richiesta d'attenzione disperata. Borbottare a mezza bocca “qui suona strano per effetto della disseminazione di una sola consonante, qui sto parafrasando un noto passo di un romanzo, qui una nota canzone, questa è una metafora, quest'altra una transizione semantica, poi un frase nominale, quindi un periodo retto da un infinito, per generare sospensione...” Venirne a capo è inumano, è cosa che appartiene al fumoso regno di ciò-che-può-essere-solo-sognato. È l'inquietante consustanziazione della speranza d'essere completamente compresi, a partire da un'imperfetta sintesi di un dolore. Non succede, mai. Perché non può succedere. A meno di non nascere in un corpo trasparente come quello di certi cavallucci marini. In generale, è pretendere troppo.

Si insinua qui il perverso, marcio desiderio d'essere contraddetto.

Si dipana così: “se non posso vincere, che possa almeno morire romanticamente in duello”.


20 novembre 2011

Zen

C: Word è doppiogiochista,
io ho un bel taccuino:
export,
che m ispira e mi fa scrivere queste stronzataggini
che comunque servono solo a farmi mangiare il cazzo.

G: Hahaha.
E perché?

C: perché non mi pare servano ad altro,
non credi?
Quindi mi mangio il cazzo.

G: mmm, certe volte la roba vecchia può tornare utile!
Metti che tieni una tra le mani e le dici:
io sono scrittore!
Beh, vuoi dimostrarglielo?

C: Sì, le mostro come uno scrittore sappia mangiarsi bene il cazzo.
hai ragione.

G: Esatto... e poi le dici: visto? Adesso prova tu!


.

17 novembre 2011

Desiderio - Un Ideofono Per Due Righe Di Sfogo Finale


A volte scrivere è veramente una rottura di coglioni. Per quanto lo stream of consciousness sia stato per i miei ultimi due anni di liceo (quando iniziai a leggere Browning e Joyce, giusto per mettere due nomi altisonanti per fare i fighi) una figata paurosa, è tutto ancora troppo levigato, falso, opaco. Mi piacerebbe avere, installato sotto qualche forma di software o creato da un'industria di prodotti tecnologici che non sia Apple che, ahimé!, penso lo faranno prima di tutti gli altri, chiedendoci l'anima, il polmone sinistro e tre quarti di fegato come prezzo di lancio, un attrezzo che doveva risultare molto comodo ai protagonisti del libro che per tre anni(!!!, si: era abbastanza lungo) ha tenuto occupata la mia voglia di dormire: ne I Sovrani Dello Spazio c'erano questi enormi aggeggi chiamati ideofoni usati per registare e codificare ogni onda cerebrale e pensiero, per poi memorizzarli dentro bobine che potevano essere riutilizzate per memorizzare dati e/o risultati ottenuti tramite “pippa mentale”. Una roba simile penso possa essere paragonata al lavoro di hacking che si faceva nel film Matrix, ma la mia idea di questi attrezzi è sempre stata un'altra. Immaginate di riuscire a memorizzare ogni singola cazzata che vi passa per la testa, ogni commento alla troia che vi taglia la strada o al vecchio che vi blocca tre ore alle poste....

Lascio a voi tante altre possibili opzioni. Tanto lo so che vi limitereste a ricordare scopate epiche per segoni ultragalattici del sabato sera.

Il problema principale è che a scrivere, di solito, ci si rompe il cazzo. Spesso, l'errore che fanno i lettori è non immedesimarsi nello scrittore: provate a immaginare Tolstoj mentre getta le basi di Anna Karenina o Guerra e Pace. Spesso, il lettore medio che si limita a farsi quattro risate sui blog del cazzo che i loro amici fanno su Windows Live Spaces solo per pubblicare foto del cazzo scattate su una spiaggia della zona tirrenica della Calabria; oppure a continuare a farsi i segoni ultragalattici del sabato sera sulle foto delle loro amiche troie le cui considerazioni a proposito sono “La da a mezzo mondo, e io sto nell'altra metà” dice: “Ma a Tolstoj chi cazzo gliel'ha fatto fare? Ma non poteva farsi semplicemente una vita sto disagiato di merda?”

Spesso, il lettore medio che preferisce farsi le seghe (e nemmeno ultragalattiche, perché non ne vale la pena: provato personalmente) sulle scopate da ciclo carolingio di Melissa P. non sa nemmeno che vita abbia vissuto, il povero Lev. Capirebbe che la scrittura è un po' come quegli aggeggi infernali che c'erano in quel mattone gigantesco de I Sovrani Delle Stelle, solo materia più grezza. Una vita fatta di parole sudate, sofferte e ricercate, per dare anche un senso, un suono, una immagine anche al più banale dei ricordi che han dato all'autore un qualcosa; un'emozione. Egli cerca in tutti i modi di essere più cristallino possibile nei suoi viaggi attraverso le sue malate onde cerebrali, ma deve sempre scontrarsi con delle turbolenze che capitano una volta su una, ovvero la probabilità che Marsellus Wallace, ogni volta che vedrete Pulp Fiction, venga inculato a sangue [SPOILERONE!!!] da Zed. L'incomprensione altrui.

Qualcun'altro ha scritto “lo scrittore, che categoria insulsa”. Io rilancio con “lo scrittore, povero coglione”.

Qualche volta capita che a qualcuno venga la brillante idea di sbattersene il cazzo, e il risultato è sempre lo stesso: vengono considerati geni assoluti del loro tempo, dopo non esser stati cagati di striscio fino a quando il lettore medio che ora sta amorevolmente massaggiando il pene del trans Desiderio sulla strada che porta alle poste vecchie di Cosenza avrà un figlio che gli chiederà: “Scusa babbo, a scuola abbiamo studiato Petronio, posso vedere il Satyricon di Polidoro?”. Il lettore medio allora dirà al povero ragazzo: “Ora taci e và a massaggiare il pene a Desiderio: oggi mi ha fatto sudare sette camice e ancora non è stanco”.

Penso che così nascano la maggior parte dei serial killer e radical-chic in Italia.

Il succo della questione è semplice: Tolstoj aveva le palle per scrivere Anna Karenina e Guerra e Pace, voi avete solo il culo per Desiderio.

14 novembre 2011

Il teorema della scatola cinese

La tierra giró para acercarnos,
giró sobre sí misma y en nosotros,

hasta juntarnos por fin en este sueño,
como fue escrito en el Simposio.
Pasaron noches, nieves y solsticios;
pasó el tiempo en minutos y milenios.
Una carreta que iba para Nínive
llegó a Nebraska.
Un gallo cantó lejos del mundo,

en la previda a menos mil de nuestros padres.

La tierra giró musicalmente
llevándonos a bordo;
no cesó de girar un solo instante,
como si tanto amor, tanto milagro
sólo fuera un adagio hace mucho ya escrito
entre las partituras del Simposio.
(E. Montejo)

- Ricordati di scrivere del tempo che si ripiega.
Nel sogno del ragazzino imberbe, questi si desta di soprassalto, preso da un gran prurito in volto. Sgattaiola nel gelido algido bagno del secondo piano, fa scattare l'interruttore con la nocca del dito medio. Nello specchio, due piccoli e sgraziati occhi rossi. Sulle gote, sul mento e sul collo chiazze irregolari di barba ispida, fulva, orribile, spaventosa. Un chiaro monito: un tempo deve compiersi.
Tra poche ore bisognerà tornare tra i banchi del liceo. Non fosse per le dottrine blaterate, sarebbe una quotidianità piacevole. Volta ad abbracciare G, K oppure E.
Ho bisogno di un rasoio. Non perché mi curi spasmodicamente del mio aspetto. Tutt'altro. Appaio genericamente trasandato, allo scopo di lasciar filtrare il solito messaggio: non è questo, il punto. Ho scarso successo.
- D'Aurizio, tu sei l'emblema del completo fallimento del nostro sistema educativo. Un elemento di grandi capacità ed ampli orizzonti, ma che nessuno si sognerebbe mai di definire "scolare" o "scolarizzato". Radicale (per non dire "criminale"), pazzo e violento, questo sei.
Trovo un rasoio, lo utilizzo con perizia ed elimino lo scempio facciale. Tornato giovane, ecco che angoscia si sovrappone ad angoscia. L'indomani dovrò prendere un treno all'alba, raggiungere Pisa e sostenere un esame, ossia compensare un'abissale ignoranza con una dose equivalente di faccia tosta ed abilità nell'improvvisazione. Questo so fare: spacciare metadone, glorificare surrogati.
Così quest'oggi non è un giorno qualunque, da contemplarsi con lentezza.
Dopo quest'oggi potrei non avere più alcun contatto con G, K o E.
Ogni melensa prospettiva futura è recisa da una ghigliottina.
Devo lasciare un segno eclatante. Che siano loro, ad avvertire il bisogno, se non di preservare intatte le potenzialità, quantomeno la memoria. Essere trovato, disseppellito, come un reperto del precambriano o un'ascia di guerra, è una delle migliori approssimazioni di felicità che io conosca. Venite a prendermi!
Come quello volta che la Prof e il suo cane mi scovarono a leggere e fumare nel parchetto cittadino.
Triste, scompagnato e nient'altro.

- E il grande progetto delle scelte sovrapposte?
I soggetti meno dotati non si interrogano in merito al tempo. Quelli più dotati arrivano a percepire la continuità. Ma sono le condizioni marginali le più interessanti. Nel caso del giovane, questi sembra avvertire la rottura e la ripresa di tre o quattro differenti linee temporali, concomitanti. Sembrerebbe, inoltre, che questi spezzoni posseggano un'origine comune, da individuarsi nella presa di coscienza della, senza inutili reticenze, grande tragedia personale: la malattia della madre. Mi sento perciò di datare al 1994 questa inconsueta "ramificazione": all'epoca, il soggetto aveva appena dieci anni.

I genitori si seccarono presto dell'eccessiva loquacità e della totale assenza di pudore del figlioletto. Fu così che le ultime bravate, un furto in un negozio di dischi e una truffa telematica ben più ingente, gli fruttarono il riformatorio attraverso un iter giudiziario quasi lapidario.
Il riformatorio era una struttura dalla facciata d'asilo, o di colonia estiva, e dai ritmi del carcere. Il processo di rieducazione era incentrato sull'etica del lavoro. E sulle botte, mai lesinate. D'altro canto, gli educatori erano ripescati, su base biennale, dall'ampio bacino di disoccupati che il recente fallimento di un colosso metalmeccanico aveva provveduto a rinverdire. Non era richiesta alcuna esperienza, non c'erano test di sbarramento. I muscoli andavano più che bene.

All'interno del riformatorio conobbi Z. Aveva la mia età, un fisico esile e degli occhi verde brillante, incessantemente guizzanti. Quando lo sguardo di Z si posava su qualcuno, questi ne risultava trapassato, quasi per effetto di una spada o di una impalpabile, inappellabile condanna.
Inutile dire che tutti mantenevano debite distanze. Pareva si trovasse lì per aver partecipato ad un assassinio politico; alcuni vociferavano fosse proprio lui l'esecutore materiale. Fatto sta che era esentato dalle ore di falegnameria. E trascorreva quasi tutto il suo tempo leggendo. Io, da parte mia, ero esentato dalle ore di informatica: temevano mi ficcassi in qualche altro pasticcio. E così, fu Z a prendermi in simpatia, percependo forse un'informe inquietudine, simile alla sua, il cui sintomo primo consisteva nel non dormire mai più di tre o quattro ore a notte. Mi illuminò sulle barriere tra percezione e realtà, individuo e sistema.
Ad un certo punto, nonostante fosse per me impossibile negare la sua grandezza e influenza spirituale, io me ne stancai. Avvertii rigetto. E compresi. Non l'attuabilità di un omicidio in conformità all'etica, ma qualcosa di basso e animalesco: che magari lo stesso era capitato a chi aveva conosciuto me. Z non meritava il mio tradimento, così come io non meritavo d'esser tradito. Ma non c'erano autentiche opzioni. Non c'era alcunché da ponderare o scegliere.
In simili occasioni, tutta la scienza della biblioteca d'Alessandria non eguaglia l'intuito di un singolo uomo. Optai per la fuga. Non era la prima volta, e non sarebbe stata l'ultima. Un fuga precipitosa e non pianificata: anche per questo, completamente imprevedibile, sottile come uno stiletto.
Abbandonare il riformatorio, per rifugiarmi proprio in casa mia, mi fu facile. Ero pur sempre un ladro. Mi premeva tuttavia non allarmare i miei genitori con la mia prematura dipartita. Trascorsi così un paio di giorni segregato in camera mia. Chiusi la porta dall'interno e cercai di non produrre alcun rumore.
Utilizzavo il bagno solo nelle ore durante le quali la casa era vuota, e approfittavo di queste occasioni anche per depredare la dispensa di poche cose da sgranocchiare. Trascorse quasi una settimana prima che mia madre mi scovasse.
Non parve minimamente sorpresa
.
Eppure avevo vissuto da parassita nella mia stessa vita, nella mia stessa casa.

Dalla raccolta del materiale onirico del soggetto emergono diversi elementi di rilievo. Copresenza latente di senso di colpa e tendenze autolesionistiche, emotività schizo-paranoide, sindrome da abbandono. Il soggetto, tuttavia, esibisce una inusuale cosciente consapevolezza delle proprie aberrazioni. Risponde spesso a domande con domande, non esita nell'esposizione. Nell'ultima seduta, è riuscito ad inquietarmi più del solito.

- Dottore, ha mai pensato a cosa potrebbe essere la sua vita, la mia vita, la vita di chiunque, se posti dinanzi ad un bivio potessimo imboccarne simultaneamente ogni biforcazione?
Il tempo è un vincolo rettilineo, unidirezionale, intollerabile.
Accetto l'esistenza della morte. L'ho pure tenuta in braccio.
Ma non poter tornare ad agire sulle cause, è questo che mi manda in bestia. E' come doversi accontentare di lenire i sintomi, piuttosto che curare, una malattia.

Quando mi crebbero i primi capelli bianchi, Z mi chiese: "E tutto il resto?"
Ma non esiste tutto il resto, non esiste più. Inaccessibile.
Leggo ridotto over 60 e mi chiedo
se riuscirò ancora ad essere qui,
custode di futili colonne d'Ercole, con la stessa compostezza
e la medesima rigidità negli addominali,
frutto di una disciplina marziale ormai interiorizzata.
Per sognare un mondo che muova i suoi passi all'unisono coi miei.
Trovo ci sia qualcosa di sacrilego nell'asciugarsi le scarpe sul simbolo della supremae dignitatis. E qualcosa di grandioso negli sterminati spazi che si aprono dal basso di una piazza, dal risvolto del cielo il cui peso grava sui tuoi denti e li spezza, giorno dopo giorno. Puoi avvertirne la ruvidezza mentre ingoi. E quel sapore metallico, è solo sangue.

Titolo: C'era una volta in piazza. Sottotitolo: il sangue freddo non ha portato fortuna.

Nonostante la bellezza della gran figa francese, la romantica risolutezza del killer sentimentale di Sépulveda, gli artisti poliedrici come Angela Baraldi.

Quo Vadis, Baby?


13 novembre 2011

1989

Diceva qualcuno, su un sito in cui passavo letteralmente le giornate, piuttosto che leggere testi del cazzo che mi portassero al 100 per gli esami di Stato: “Noi dell’89 siamo stati il limbo di una generazione: a metà fra il muro di Berlino e MySpace”.

Ne avremo di cose da raccontare, noi dell’89: cose come il Ciao e Piccoli Brividi, ma anche l’Euro e Facebook. Non per togliere nulla a chi venne prima (e, in misura minore, dopo) di noi. Abbiamo avuto una consapevolezza particolare già dopo aver varcato le soglie del nostro primo giorno di scuola, alle elementari, dal VII governo Andreotti a Tangentopoli. Abbiamo visto Hammamet varcata da ladri che non ridaranno i soldi ai nostri genitori per i prossimi cento anni; vaghi ricordi di due torri che tagliavano il cielo di una splendida, malinconica New York; l’incisione sempiterna di un Tardelli che urlava al mondo e di un Grosso in lacrime dopo un gol. Come Woody Allen. Abbiamo visto nani salire al potere e ricadere per delle zoccolette minorenni (le stesse che ci faremmo durante quelle notti da sbronzi); il lento declino della RAI, che da Pirandello e l’Almanacco passava a tette e culi dati aggratisse come neanche i trans dietro le nuove poste di Cosenza sanno fare.

Non è un post malinconico. Statene certi. Ho cambiato radicalmente la mia visione del mondo, in questi anni, per constatare che nulla cambia in brevi intervalli di tempo (sentite qua, “intervalli di tempo”: come se si parlasse di un esercizio del cazzo dato dal vostro docente di Fisica 1 per lo scritto di febbraio). Mi son reso conto che l’unico punto focalizzante sugli eventi che ci sovrastano è il tempo. Quello che sconquassa la memoria, che divora tutto; come un Crono che per paura di perdere il potere divora i figli. Quello che costruisce statue di bronzo che dureranno in secola seculorum, quelle che tutt’ora nutrono le nostre menti di fervidi viaggiatori nella cronologia altrui. Tanto da farci dire, magari scherzando, ma anche con una certa nota di tristezza: “Eh, se fossi nato prima…”

Noi dell’89 siamo nati quando Mario e Zelda erano già superstar, mentre alle porte del futuro nascevano Battlefield e Fallout. Abbiamo goduto delle opere di Pinter e Osborne, quando già questi erano Nobel o morti da chissà quanto tempo. Prima o poi qualcuno di noi avrà detto “Il Nobel della Letteratura non ha senso da quando Borges è morto”, senza renderci conto che in realtà Borges era già al di là dell’Aleph. Abbiamo criticato Mussolini, Cossiga, Andreotti e Berlusconi sempre dopo le loro disfatte ai danni dei nostri genitori, nonni e bisnonni. Abbiamo visto le impronte sulla Luna a 300.000 chilometri di distanza, e vent’anni luce dopo. Abbiamo anche avuto il coraggio di dire che “I Pink Floyd sono una cazzo di band brit-pop di merda”, quando i Radiohead pubblicavano Kid A e Amnesiac.

Eravamo già vecchi, quando la DDR contava ancora un agente dei Servizi Segreti per abitante; quando l’Islam era una delle tre religioni rivelate e non il nemico con gli ordigni nucleari, tanto cattivo da poterlo utilizzare sugli eroici, protestanti, americani. Eravamo già vecchi quando Gorbachov diede il via al lento progredire del sogno americano; quando Giovanni Paolo II fu graziato dalla Madonna di Lourdes per poter continuare il suo silenzio nei confronti di preti pedofili e campi di concentramento croati. Eravamo vecchi, quando la polvere di due torri e di un edificio pentagonale entrarono nei nostri polmoni, giusto il tempo di farci urlare “Ma che cazzo…?”, per poi ricordarci che la storia non era ancora finita. Siamo già vecchi, ora che il mondo sembra andare a rotoli, aspettando un 21 dicembre che, come i tanti monimenti di Geova ci hanno abituato nel corso degli anni, continua a turbare la nostra tranquillità.

Tra il muro di Berlino e MySpace. Abbiamo vissuto ogni singolo attimo presente e assorbito ogni evento passato come se ci fossimo figurati di essere popolo di un tempo che non aveva mai fine. Non avendone uno nostro. Chi è il vecchio ora?

11 novembre 2011

Dharma annebbiante

Tolti gli occhiali vedevo la verità e almeno non ingenuamente scorgevo ciò che di illusorio si riversava verso i miei occhi in quel momento languidi ma puri e anche con visuale pura del mondo, del cielo stellato e della pallida e fervida Luna e non una visuale ingannevole, non un’essenza ipocrita della natura, perché almeno osservavo le cose come realmente stavano ossia: poco nitide, sbiadite, senza congiunzioni e un filo conduttore e una verità e l’essenza reale ma soprattutto ingannevoli, camaleontiche: apparivano in modi e sembianze diverse e strane e continuamente mutevoli. Gli occhiali invece mi davano l’aria dell’intellettuale borghese savio borioso capace di conoscere l’inesplicabile e di individuarne i concetti più oscuri e misteriosi; ma i concetti oscuri e misteriosi cosa sono? È tutto nella mente, mi ripetevo. Non esiste nulla. Nemmeno l’essenza, forse, e nemmeno la X ignota kantiana e forse nemmeno Kant ed il suo pensiero trascendentale. Con gli occhiali con questi stupidi occhiali m’illudevo di scorgere tutto e m’illudevo di poter andare sempre oltre ciò che ho conosciuto, ho travisato, ho svelato, m’illudevo di esser capace come uomo e come materia di raggiungere non l’infinito di per sé eterno, irraggiungibile, essente o appunto forse inesistente bensì tante cose che propinavano un avvicinamento all’infinito stesso e divenivano in un modo o nell’altro ugualmente soddisfacenti. Senza le lenti era tutta una sfumatura di cose irreali o parzialmente reali quindi verosimili come tutto questo pazzo mondo invisibile ma che noi ci sforziamo a rendere visibile, giustificandone le sembianze, e cadevo dalla mia boria o presunta tale per ritornare coi piedi per terra ed accorgermi di tutta questa inverosimiglianza e parvenza e forse mi sentivo anche inadeguato, debole, indifeso ed incapace di reagire ed escluso in un certo senso dal circostante, e senza lenti, insomma, pareva tutta una storia fiabesca e contorta e insensata ma sicuramente e finalmente realistica senza l’illusione di poter scorgere qualcosa che avrei potuto e voluto approfondire all’infinito. Senza occhiali tornavo al primo passo della conoscenza: ignaro di tutto e voglioso solo di scoprire le apparenze e le materie utili per vivere bene; quindi bramoso di arrancare con le più basse conoscenze, che non avrei di certo reputato tali, accontentandomi di esse, senza sapere di essermi semplicemente accontentato, e vivere solo in funzione di esse incurante di possibili quintessenze celate dietro l’angolo che magari con gli occhiali avrei cercato altresì di scovare (e poi lì sarei diventato pazzo, come in effetti diventai poiché vivevo con gli occhiali e non senza, e dunque la visione delle cose non mi appariva approssimativa ma chiara e tonda e dunque da approfondire, da allargare, da discutere, controbattere e ritornare daccapo con l’approfondimento etc.).

Dio, la morte. La morte e la non-nascita sono le salvezze a cui può (avrebbe potuto, ma non ha potere, eccetto per la morte) aggrapparsi uno come me perché di quelli come me ce ne sono a bizzeffe su questo sporco mondo del cavolo assai diverso dall’Iperuranio platonico (o forse, invece, uguale? Pieno di idee, noi tutti, sembriamo proprio noi idee perfette che cercano di trovarne altre e relazionare con esse, è mai possibile?, no che non è possibile, non siamo perfetti, ma cos’è la perfezione e l’imperfezione? È tutto nella mente, siamo Idee e non lo siamo, l’Iperuranio non esiste oppure lo stiamo vivendo giorno dopo giorno e in realtà non esiste neppure il pensiero d’Iperuranio e non esiste nemmeno Platone); e poi c’è sempre quella storia della fuga la quale presenta sempre peculiarità interessanti e chissà se forse è quella la soluzione per non pensare e quindi non porsi un’idea su tutta questa faccenda aggrovigliata in un guazzabuglio di incertezze e dubbi e irrealtà e pseudo-significati. Insomma, mi giravano i coglioni e soprattutto questi pensieri assurdi per la testa. E tutto questo solo perché per un attimo tolsi gli occhiali e m’accorsi così che la miopia era più seria di quanto pensassi.

31 ottobre 2011

Metodi alternativi di rivoluzione

Il giorno successivo alla manifestazione di Roma spopolava in rete questa significativa vignetta di Marilungo:


L'avevo personalmente interpretata come una frecciata al giornalismo, o piuttosto all'assenza di esso, ma moltissimi l'hanno condivisa ponendo l'accento sulla rilevanza mediatica degli scontri piuttosto che degli argomenti del corteo e di come la violenza, termine che non metto fra virgolette solo perchè le considero un'aberrazione lessicale, abbia spostato i termini del confronto, qui ancora le virgolette non sarebbero parse poi fuori luogo, e soffocato la voce ai tanti pacifici passeggiatori.
Allora mi sono chiesto come sarebbe stata la vignetta sulla manifestazione degli indignati se non fosse degenerata ed il risultato è questo:














Insomma, la mia opinione è che, semplicemente, non se ne sarebbe parlato. Del resto qualcuno di voi ha forse sentito del corteo di ieri, sempre a Roma, con la stessa affluenza di quello del 15 ottobre? Sapete cosa reclamava quella gente? Qualcuno si è invece accorto che ho iniziato questo post parlando di una generica manifestazione e tutti avete capito a quale ci si stava riferendo? Così mi sono permesso di adattare la vignetta:



Non discuterò oltre delle violenze, del loro fine (perché, ebbene, temo che vada riconsiderata l'ipotesi che la guerriglia sia solo un mezzo). Mi permetto di suggerire alcune opzioni per cambiare il futuro di questa nazione così allo sbaraglio; tutti insieme, incuranti dei 15 milioni che da vent'anni votano ininterrottamente Berlusconi, ce la faremo:

i) la prima via è puramente democratica. Possiamo scegliere di votare il più grosso partito di opposizione dopo esser stati informati dai principali canali televisivi di quale esso sia. E' importante concentrarsi su quello, per estromettere tutti gli altri partiti più piccoli dal parlamento anche se ci rappresentano meglio, senza farsi demotivare dalle statistiche, secondo cui una larga fetta degli onorevoli cambia partito durante la legislatura.

ii) la seconda strada ricalca l'ostruzionismo economico. Basta reti Mediaset, possiamo guardare quelle RAI, capitanate da uomini asserviti ai partiti di governo o altre reti di imprenditori noti o emergenti. Basta spesa al supermarket, acquisti in libreria. Da adesso vivremo di sola aria, che è gratis!

iii) questa terza opzione spazia nell'innovativa opposizione psicologica. Gufiamo tutti intensamente il Milan, confidando che qualche sconfitta improvvisa dei rossoneri causi un colpo al re Silvio, risolvendo così d'un colpo gli annosi problemi della seconda repubblica.

iv) l'ultima proposta sembrerà la più semplice. Scendiamo in piazza, sfiliamo allegri, colorati, compagnoni. Beviamoci sopra, viviamo la giornata come una gita, passeggiamo per il centro di Roma bussando porta a porta per illustrare le nostre ragioni. Sull'esempio della Libia, dove la deposizione del tiranno è avvenuta al fatale grido di "chi non salta Gheddafi è".



ps: non c'è stata nessuna manifestazione ieri, è stata 3 giorni fa, ma avrei potuto dire qualsiasi cosa. Inoltre uno striscione della seconda vignetta inneggia alla figa, ma eravate troppo occupati a guardare Avetrana per accorgervene.

29 ottobre 2011

Come sbarazzarsi di un peso in due semplici mosse

Sono sufficientemente ubriaco, e la mia mente è aperta, perfetto.
Chiedo anzitempo scusa a Claudio Delicato per molte affinità tra il presente intervento e uno dei suoi ultimi su Ciclofrenia: ogni parallelo è del tutto accidentale. Sorprendente da scoprire, durante la stesura della bozza. Ma veniamo all'intento.

Volevo divulgare ulteriori dettagli, nuovi brandelli. La proficua collaborazione con Radiocicletta (approfitto dell'occasione per augurare un felice battesimo di fuoco a Dario e Gennaro) ha portato un taglio di luce sbilenco, inquietante, lynchano, sull'evoluzione dei miei gusti musicali. Dieci anni fa non mi sarei mai sbilanciato in favore del blues, dell'indie-rock o dello slow-core. Certo, gli unici a possedere convinzioni incrollabili sono gli imbecilli, ma mi preme sottolineare il marchio di fabbrica, piuttosto che le velleità etiche.
Lo stampo è femminile ("Tanto per cambiare!", direte) e il ferro battuto delinea una A, che pur non designa un'adultera: nell'ormai sepolta vicenda, il maggior carico di macchie e colpevoli omissioni grava sul sottoscritto. Era A perché mi surclassava, mi insegnava a star tra la gente (seppur si trattasse di mostri di una élite dalla erre moscia, privi di qualsivoglia aderenza al mondo dove la gente si dissangua e si lapida) e dimostrava una dose non trascurabile d'affetto e premura. Ma non ero un compagno, ero al più un satellite. Sul suo podio giaceva lei sola coi suoi viaggi. Così tutto Bob Dylan, la musica folk, Les Anarchistes e perfino i White Stripes un giorno mi vennero a noia. Lei volò in Germania per dare nuova linfa alla semantica delle altrui fave da un punto di vista statistico molto confuso ed arrabattato, finendo per reperire un carnoso esemplare di salsiccia americana.
Mi chiedo se il suo recente matrimonio abbia assistito alla fioritura di un certo senso di sacrificio, io credo (anzi temo) imprescindibile in un legame vitalizio, o se si tratti di un'arzigogolata sperimentazione legal-emotivo-burocratica. Già detto. Ormai, sono faccende che non mi riguardano. Not my business. I nostri sentieri si sono divisi. Per colpa di un Jack conteso da infatuazioni complementari. Dietro l'angolo, e tuttora lì, la pericolosa, travolgente, inopportuna, amorale ed incredibilmente arrapante K.
Non c'è un gran novero dei suoi lasciti musicali, ma quando attingo ad uno specifico album dei Radiohead mi delizia immaginare che lei faccia lo stesso. Ogni tanto me lo scrive, un "ti penso" o un "mi manchi": tuttavia, dai barbuti numi del dolore ho appreso la sovraumana diffidenza, assieme all'inutilità dei consigli. Così, non mi stupisce neppure la frase:
"Non compio questo gesto, perché so che sarebbe importante."
È una contraddizione in termini, o una velata ammissione di un basso profilo morale, statisticamente molto diffuso nell'universo femminile - anticipo il femminismo oltranzista chiarendo che non si tratta di un pregiudizio, ma di un giudizio a posteriori, per il quale solo una lentissima maturazione ha condotto ad una piena consapevolezza.

Ci sarebbe la bionda, certo. Ma che si accontenti di questa sterile menzione, la cretina. K la sovrasta di spanne nell'oculata tecnica di raggiro. K non è stupida, né maldestra, né prevedibile. Che cosa abbiano da spartire, codeste femmine, con le rispettive facce-di-scimmia, è un interrogativo aperto tanto quanto l'ottimalità del metodo di amplificazione di Vinogradov.
Solo il tempo può testimoniare quanto radicato, e radicale, è un amore, sotto l'ovvia ipotesi che queste cinque lettere possano essere effettivamente caricate di un senso compiuto.
Fatto sta che nel caso di K il desiderio di farmi a pezzi, o tagliuzzarmi con delle forbici affilate, non si è mai spento, mentre per la bionda D è stata sufficiente quella mezz'ora di totale deturpazione di una stanzetta nei pressi del lungarno pisano.

Ci sono poi le persone dissolte, come E. Era molto religiosa, pesantemente malcondizionata. In lei viveva una dolcezza grandiosa, che non ho più ritrovato in alcun essere senziente.
Si è trasferita a Roma e si è laureata. Qualcun altro si è divertito a immergerla nelle tentazioni; indiscrezioni affermano ne sia uscita malconcia. Mi dispiace per davvero, vorrei riabbracciarla. G mi ha imposto di non impicciarmi, ma dato che la disubbidienza è la vita, insisto con la prima persona singolare, e continuo a produrre vani appelli. Potremmo persino arrivare a scindere dottrina e fede, etica e dictat.

Ci sono le persone di cui non parlo per vergogna, come M.
Prendete qualcosa di potenzialmente duraturo, passatelo al tritacarne, quindi al tritacarte. Continuate a catalogare errori, da bravi.

Ci sono le persone con cui ho più-o-meno-accidentalmente copulato, come F ed F. Cui proporrei di replicare l'esperimento, per mere finalità scientifiche.

Ed arriva quel sogno ferocemente osceno. Non si tratta del sogno del maglione e delle VHS, è ben più recente. Sono in macchina con M, c'è anche la sorella, P, stiamo andando a Perugia ad assistere ad una mostra. La giornata procede placidamente; alla sera siamo tutti un po' stanchi e ci fermiamo in un locale a rifocillarci e sbevazzare. C'è un gruppo che suona dal vivo, un pezzo che ricorda "Sun is on my side" dei Gogol Bordello. Mi prodigo in inquietanti rivelazioni (un grande classico, proprio d'una ubriachezza aristocraticamente molesta); il buio cala presto sulla terra e sui nostri sorrisi. Dio, questa è dura da scrivere.
Torniamo in macchina, ma l'autista M è troppo sbronzo per guidare, e si appisola quasi immediatamente. P è su di giri, esuberante come non mai. Mi fa: "Guarda adesso!"
Afferra un braccio di M e lo allontana dal torso, lasciandolo ricadere a piombo. Sì, dorme profondamente. P sbottona la patta dei calzoni del fratello, tira fuori il cazzo.
Insiste: "Guarda!" - e prende a leccare con voluttà e gran tecnica.
M ha dei sussulti, ma non si desta completamente finché il suo membro non affonda ripetutamente nella gola di P. Un attimo, ed M è scosso da un orgasmo quasi esplosivo, che insozza il cruscotto e il viso della sorella, divertita, raggiante.

C'è un cambiamento di abitudini, notificatomi per la prima volta da K,
che evidenzia simultaneamente una maggiore insicurezza ed una acuita necessità di ispezione (più volte M mi ha dato dello sbirro): una forma di feticismo che si concretizza nel fissare insistentemente la bocca dell'interlocutore, piuttosto che gli occhi.

C'è quel che faccio quasi ogni sera: vagabondare, in rete, elemosinando informazioni su ognuna di queste maledette femmine. Mi avranno forse ostracizzato arrivando a comprendere, in un qualche momento d'alta ispirazione, che ero sincero, nella volontà di non arrendermi, lungo il breve corso della mia vita?

Chissà.

Penso alle parole di mia zia che convintamente asserisce:
"Prima o poi il sistema avrà la meglio anche su di te, povero pazzo!"
ma mia zia è femmina, ed ha torto marcio.

24 ottobre 2011

San Francisco, Scott McKenzie

Scritto di getto, come insegna Kerouac...

Mentre la stavo ascoltando, sì: ascoltavo la sconfinata beatitudine della sinfonia, dell’aria, di effluvi, d’olezzi provenienti dalle praterie a me adiacenti: oh sì, proprio così, adiacenti a me che navigavo in quel momento nella più arcaica Cadillac, chissà a quanti chilometri di velocità, chissà da quante pianure oltrepassate, soppiantate e declassate ormai dietro di me, come segni del passato, un passato ugualmente sublime perché di tutto un quadro di luci, barlumi, soli rossastri e praterie irruvidite dal grano secco, che comprendeva quello stesso passato d’asfalto grigio, quello stesso presente d’aria infocata sul mio viso, quello stesso futuro che, chissà, sarebbe stato ancora meglio: anzi, lo era, perché poi diveniva presente, ed il presente, come detto, non poteva che essere Eterno. Scott allungò la vocale “a” di San Francisco, nel ritornello, ed io correvo sempre di più, non v’era sosta, né ostacoli, solo strada, liscia, pura, elementare, enorme, luccicante strada. Ed eccolo, al secondo minuto, che strepitava, sì che strepitava: “be sure to were”, ma solo se “vado a San Francisco” incitava, dopo che avevo attraversato orizzonti sbiaditi dal calore… e continuava, continuava a cantare, ed io ero sempre lì come perpetuamente immobile ma in costante movimento verso altri orizzonti, sempre più vividi, sempre più vicini, sempre più miei, sempre più Vita.

Finalmente mi sentivo vivo. Non ero strafatto e neanche ubriaco: ero semplicemente da solo, mentre ascoltavo quella canzone, che al quarantacinquesimo secondo sembrava raggiungere le vette dell’Himalaya e portarmi insieme ad essa, naturalmente: ma successivamente non terminava, perché riascoltandola poi si evinceva la chitarra psichedelica che istigava, anzi invogliava a Stare, ad emigrare dalla vita per rientrare in un’altra cosa che andava, sì, aldilà della vita stessa: era sulla strada, sulla strada c’era la pozione che più di ogni altra cosa svelava l’Essenza per regalartela, per sempre, nella mente e nel cuore, nelle vene dove quindi sgorgava impavida fino a Renderti.

22 ottobre 2011

Trasloco

Tra le cose notevoli da fare nella vita, quali andare sul go-kart, fare sesso orale, dormire e lavare il cane, ecco che ne ho trovata una nuova: traslocare. È senza dubbio quella con più prerequisiti, essendo necessarie due case, una in partenza e una in arrivo, escludendo il caso banale che uno voglia traslocare da una casa nella stessa. Ma non finisce qui. Etimologicamente, per traslocare servono degli oggetti da locare. Ovviamente uno di questi oggetti è se stessi, ma considerando trasloco una semplice passeggiata dalla vecchia casa alla nuova casa l'attività perderebbe di interesse, l'accezione diverebbe troppo ampia e ci troveremmo a traslocare sempre, di modo che ognuno di noi potrebbe ragionevolmente dirsi capo di una ditta traslochi di successo. Invece no, il trasloco presuppone una fatica sisifea, sudore e problemi muscolari, stress, bestemmie. Tutto questo, a meno che non abbiate già gravi problemi motori (nel qual caso potete a buon diritto dire che ogni vostro spostamento è un trasloco), vi può essere facilmente procurato da qualche scatola ben piazzata.

Ma mentre l'osservatore superficiale potrebbe credere che la fatica maggiore di un trasloco sia quella muscolare, il veterano sa che il vero scoglio è concettuale. Per prima cosa, se non viviamo a Legolandia ci accorgeremo presto che pochi degli oggetti che possediamo hanno una forma parallelepipedica. Avete presente la spiacevole sensazione di una partita a tetris mal giocata? Ecco, aggiungete la terza dimensione e aumentate la gamma di forme possibili per i pezzi: otterrete una prima approssimazione di quell'inferno geometrico-combinatorio che è un trasloco. È a questo punto che scopriamo una delle grandi verità della vita, cioè che le scatole non servono per proteggere oggetti delicati, menzogna! La scatola serve esattamente a quello che fa, cioè racchiudere oggetti multiformi in un oggetto di una forma più rassicurante e controllabile. Perché non una sfera o una piramide direte? La ragione è che costruire una scatola sferica è molto più difficile, e le piramidi hanno almeno un angolo al vertice troppo acuminato per ispirare fiducia a qualsiasi persona sana di mente. E poi vi sfido a stimare il volume totale occupato dalle vostre fottute scatole non parallelepipede.

Ora che vi siete contesi coi clochard le scatole in avanzo della Coop, o peggio vi siete litigati l'ultima scatola gialla (gialla?) delle Poste Italiane (perché giallo poi?) prima di scoprire (non c'erano altri colori cazzo?) che la frequenza di quel colore (fa davvero schifo) è esattamente nel range giusto (cazzo) per procurarvi un attacco epilettico (imbavagliare l'impiegata delle poste con l'adesivo blu (blu?) antieffrazione) riportandovi così ai bei vecchi tempi in cui solo Super Mario (e chiederle divertito se pratica retrogaming) sapeva procurarvi certe emozioni. Ora che avete le scatole inizia la guerra.

Galvanizzati dall'efficienza concettuale delle vostre scatole, entrate in casa con aria beffarda ostentando una sicurezza ontologica delirante. In poco tempo nel vostro cervello si crea una gerarchia deterministica di categorie e frecce che assegna ad ogni cosa tangibile della vostra dimora un'unica, indiscutibile, classificazione universale ed eterna e la conseguente collocazione nella giusta scatola. A tenervi coi piedi per terra è il campo gravitazionale, che vi ricorda come ogni oggetto che decidete di trasportare ha un costo proporzionale alla sua massa. A questo punto iniziate a interrogarvi sul valore degli oggetti che possedete.

Il concetto stesso di valore è ampiamente mal definito. O meglio, non vi siete mai preoccupati di definirlo esplicitamente. Vi accorgete che ogni cosa che occupa la vostra futura-ex-casa ha guadagnato spazio nella vostra esistenza per cause contingenti in un momento che improvvisamente ricordate e ora, alla luce della vostra vita presente, dovete riesaminare la sentenza di primo grado e decidere se in effetti quel calzino a righe merita, se quel fornello antizanzare vale la pena, se quella tazza con le arance potrebbe anche, se quel koala imbalsamato sarebbe il caso di, se la collezione completa di soldatini in miniatura della seconda guerra mondiale servirebbe a. Oppure se quel cesto di vimini proprio non, se quella foto di lei è meglio che non, se questo foglio che state leggendo... che diavolo è questa roba?

Cestinato.

21 ottobre 2011

In Ricordo

D'un tratto la guerra ci rivela che procediamo ancora a quattro zampe e che non siamo ancora usciti dal grembo dell'era barbarica della nostra storia. - Lev Trockij, Le Guerre Balcaniche 1912-1913

Ricordami
quando la mia lingua
pronuncerà sangue;

quando ucciderò tuo fratello
per vedere i nostri figli
mano nella mano
senza paura alcuna;

quando il mio cranio
sarà matrice per manganelli
e il mio corpo
darà colore alle sbarre;

quando sulla mia bara
poseranno la bandiera
del mio assassino;

quando il mio nome
comparirà su muri
di vecchie strade
tra piscio e cemento;

quando il mio volto
conosciuto da tutti
verrà pensato da pochi.

Ricordami...

cresciuto tra i sogni
di chi mi ha ammazzato.

Non ho altro da chiedere.

17 ottobre 2011

Considerazioni sconnesse

Sono stato in Calabria, a tenere una sorta di corso di aggiornamento per insegnanti. Sono stato tremendo, ho riversato sugli astanti tonnellate di informazioni. Ma sono stato anche onesto: i miei toni aspri servivano a disseppellire un preciso dovere morale. La tradizione non è solo conservazione delle superstizioni più imbecilli e contraddittorie. Il lavoro dei giganti che ci hanno preceduto va preservato, diffuso ed ampliato. Questo grazie alla collaborazione. Lo stilema del "lavoro fra pari", tanto diffuso nei testi di pedagogia alla moda, è una designazione vuota, tanto quanto "black bloc", per intenderci. Siamo tutti pari, è ovvio, anche se l'ovvio è soggettivo.

Durante il viaggio, alcune epifanie hanno riportato alla luce reperti mnemonici di un tempo che reputavo ormai alieno, defunto, decomposto. Una ragazza si abbandona ad una risata sguaiata, piegando la gamba destra e restando per un attimo in equilibrio sulla sinistra. Era un tratto distintivo di mia madre. Una responsabile provinciale ha il suo nome, un'altra il suo cognome.

In treno siedo accanto ad un donna attempata, ma molto ben curata. Al mio solito, taccio e dormicchio. Ciò, tuttavia, non mi impedisce di cogliere che si tratta di un'importante magistrato. Per tutta la tratta, discute animatamente con i suoi collaboratori, che le siedono di fronte. Uno è un azzimato ragazzotto romano, l'altra è una pressapoco-quarantenne di Lodi, il cui accento, di tanto in tanto, tradisce pesanti ascendenze calabresi. Sulle prime, è l'inestricabile caso giudiziario che fa da padrone. Facile cogliere abbondante riverenza nei confronti del magistrato, che dovrà presiedere una nutrita commissione. Poco dopo il tedio tecnico, è il gossip che fa da padrone alla scena. Pare che il futuro Presidente del *** sia un bell'uomo, sposato, non troppo anziano. E che quattro o cinque funzionarie o stagiste lo importunino di già con ripetuti inviti a cena e provocazioni soft-porno. Vengono apostrofate come "sgallettate". I collaboratori parafrasano a più riprese le considerazioni del magistrato. Immagino che tale prassi pappagallesca sia un consumato artificio retorico recante prostrazione e riverenza. Avverto un modico rigetto e un modico disgusto.

Poi arriva l'infinita tristezza del sud. Tale morsa è fatta di deserto, di scarse opportunità, di sporcizia, di gratuita ospitalità, di abissali dislivelli socio-culturali e di bellezze femminili che fanno quasi male agli occhi. La mia camera d'albergo è al piano più alto. Dalla terrazza antistante è quasi possibile toccare la sommità di un pino maestoso, sullo sfondo c'è un mare ritorto, inquieto ed enorme, pericoloso. Tra coppi e tegole, piccole piante grasse. Sembrano delle agavi in miniatura. Anche loro, piante con un destino infausto.

Al termine del mio primo intervento mi intrattengo a discutere con un professore, mio corregionale. È sorpreso del fatto che io non voglia intraprendere carriera accademica. Difendo la mia posizione, sottolineo che eviterò ad ogni costo di arrugginire. "Ma tra dieci anni potresti pentirti dell'opportunità mancata!" - "Tra dieci anni il mio potenziale d'innovatore sarà comunque esaurito. Per questo mi adopero a vivere, e consumarmi, più in fretta che posso."
Fumo, bevo, denigro la morale cattolica. Ritrovo la responsabile di Campobasso, che si ricorda di me per via di K. Travolto da un'indicibile nostalgia, metto al corrente K. d'ogni faccenda e pensiero.

6 ottobre 2011

Morto Steve Jobs, Si Fa Un Altro Fiasco (Rossi)

Questo post è ispirato principalmente ad altri due post del blog di Wu Ming, per la precisione: questo e questo. Si consiglia di leggerli onde evitare vagonate di insulti da parte dell'autore.

Avevo intenzione di introdurre questo post con una frase zeppa di retorica che più retorica non si può, ovvero: Avevo intenzione di introdurre la mia carriera di blogger de "Le Saghe di Onan" partendo da qualche stupidata, tipo una serie di racconti brevi. Poi, dato gli ultimi avvenimenti di questi giorni, come la sospensione di Nonciclopedia prima, e Wikipedia poi, decorata con il trapasso di Steve Jobs, mi hanno fatto cambiare idea.

Ecco. Volevo iniziare così. Però, sapete, queste riflessioni da ciabattaro nerd che sente l'onnipotenza tastando come una scimmia i caratteri di una tastiera del computer sperando che ne esca un discorso serio e logico(cit.) mi stanno leggermente stufando. I tempi stanno cambiando e le modalità di scontro in una discussione sono rimasti sempre gli stessi: le strategie di combattimento sono immutate da secoli, cambiano solo i mezzi. Così ti capita, in un giorno di fine scuola media, sentirti dire da una professoressa di italiano "Le guerre oramai non sono più scontro corpo a corpo, che magari prima erano più meritevoli: ora basta premere un bottone per fare una quantità di danni che nel Medioevo impiegavano forse decenni". La questione non è questa, benché io preferisca il napalm all'ascia vichinga, basta saper usare entrambi con intelligenza; il problema fondamentale è la totale mancanza di voglia nel mettere in discussione le proprie opinioni e avvalorarle con idee di fondo e riferimenti al mondo esterno: aria fritta, insomma.

Ti ritrovi così a dover leggere vagonate di insulti sulla bacheca della pagina di Vasco Rossi privi di senso (sia chiaro, ho scritto anche io sulla bacheca di Vasco Rossi tre giorni fa, ma il mio commento era più un resoconto nostalgico e rassegnato per un artista che poteva dare tanto è ha preferito tornare in auge con minchiatine come bloccare Nonciclopedia o tirare fuori neologismi a caso presi in prestito da un inglese fatto di tre parole di quattro caratteri ciascuna come web-rocker) e constatare che la pagina Salviamo Nonciclopedia è stata aperta da un'agenzia di studio sulle nuove forme di comunicazione: in pratica ci studiano come fossimo macachi in cerca di un culo da pulire. La cosa inizia a puzzare subito dopo aver preso considerazione che il blocco non era proprio un blocco, ma una sospensione per protesta in risposta a una querela partita già un anno prima; inizia a puzzare quando la querela viene ritirata dopo due giorni di tafferugli su Internet che nemmeno le manifestazioni di destra a Reggio Calabria han saputo fare di meglio; inizia a puzzare talmente tanto da sentire il cadavere nascosto sotto il parquet quando, alla riapertura di Nonciclopedia, sussegue la sospensione a tempo indeterminato di Wikipedia per protesta sulla legge bavaglio che si, fa schifo al cazzo, ma il senso di questi eventi mi riporta al punto precedente: ci studiano come fossimo scimmie in cerca di un culo da pulire.

E in effetti un po' scimmie lo siamo. La comunità di Internet, che vorrebbero premiare col Nobel per la Pace, quella comunità multietnica e tollerante altro non è che la solita accozzaglia di bombardamenti informativi casuali e ingestibili, che spesso sfociano nella locura e nel turpiloquio. In Italia siamo zeppi di questi esempi, basti ricordare il video dove venivano raccolti i commenti presenti nella bacheca del gruppo "Lasciate lo zio di Sarah alla folla", una delle cose più atroci che ho visto negli ultimi anni. Non solo per la qualità dei commenti, ma anche per il geniale accostamento delle facce sorridenti degli autori di commenti come "Fiaccole e forconi. AL ROGOOO!"" oppure "Torturato ma sempre tenuto in vita, altrimenti gli farebbero solo un favore!".

Decantiamo tanto la nostra capacità di distinguerci dagli animali che saremmo capaci di scannare chiunque dica il contrario. Da questo punto di vista, anche Internet ha fallito: lo strumento che azzera le distanze e permette un bombardamento di informazione mai visto in precedenza nella storia dell'umanità, è ora ridotto a semplice bagarre e accozzaglia di inutili commenti dove gli autori non fanno altro che rimarcare le proprie opinioni senza nessuna voglia di sostenerle con basi accettabili e, magari, convincenti.

Ora sono veramente stufo di battere a caso, il mio discorso logico, da brava scimmia quale sono, l'ho fatto. Ora è tempo di tornare sull'albero a mangiare qualche pidocchio.

Perché una parola d'ordine così "innocua" e "naturale" come quella della "libertà di critica" è per noi un vero grido di guerra? - Vladimir Il'ič Lenin - Che Fare?

Mai frase, e titolo di un'opera, furono più azzeccati.

P.S.: E' morto Steve Jobs, evidentemente le reti anti-suicidio con lui non hanno funzionato alla grande.

29 settembre 2011

Neutrinity

Pensare che basti la misurazione accidentale della velocità di un fascio di neutrini, creature che non si capisce bene se siano più piccole o insignificanti, per stravolgere le leggi della fisica mi lascia vagamente perplesso. D'accordo, la fisica è spesso fondata su assiomi che per pura comodità o intuizione vengono supposti veri: duemila anni fa gli oggetti cadevano con accelerazioni proporzionali al loro peso, poi il calore si trasmetteva tramite fluido, poi la massa ha iniziato a cambiare in funzione della velocità e adesso, a quanto pare, il record non ce l'hanno più i fotoni, per cui bisognerà pensare a qualcos'altro, prendendo intanto per buono tutto questo, come sempre è stato. Mi piace pensare alle teorie della fisica come dei record mondiali che possano essere costantemente migliorati, instabili ed affascinanti; tuttavia, mi permetto di esprimere qualche riserva su questa vicenda dei neutrini; voglio dire, stiamo parlando di 60ns, un tempo che se fosse un milione di volte più grande sarebbe ancora ordini di grandezza al di sotto di un battito di ciglia. Pare un po' strano che questa supposta velocità limite venga superata in maniera così risicata; giusto per dare un'idea, la luce avrebbe impiegato

0.002435018 secondi

mentre questi eroici neutrini hanno tagliato il traguardo in

0.002434958 secondi

il che significa che la massima velocità raggiungibile, 299792458 m/s, diventa 299799845 m/s.
O, se vogliamo essere brutali, resta 300000 km/s, come sempre ci hanno insegnato.

La cosa che mi ha davvero colpito è come, tutto sommato, basti molto poco per sradicare le nostre convinzioni, per minare le fondamenta delle teorie su cui si basa il nostro modo di agire. E, cosa ancora più incredibile, piuttosto che ammettere di fronte all'evidenza sperimentale che tutto il nostro sistema di valutazione è fallace si preferisce affogare nella prudenza, nel conservatorismo, irritati dalla necessità di dover mutare opinione dinnanzi ai fatti, accogliendo con fastidio il cambiamento e la diversità di vedute. Ecco, è così che mi piace immaginare i neutrini, come lampi luminosi che possano spaccare l'inamovibilità di chi non ha mai dubbi.

22 settembre 2011

Dopo

Dopo la pioggia
c'è il sole.
Dopo l'oceano
c'è la terra.
Dopo la notte
c'è il giorno.


Dopo ci sono
sempre cose belle,
ma perché allora
dopo la stitichezza
c'è la diarrea?

16 settembre 2011

Una considerazione a freddo, dopo aver scattato questa foto


Talvolta le riesco a perdonare la sua poca indulgenza, il carattere coriaceo e la popolazione omertosa ai guai e gli sfaceli di chi comanda a testa alta celatamente tra i boschi e i palazzi e le ville, muti, perché loquaci solo le loro azioni meschine, basse, lerce, vili. A volte le perdono l’ignoranza, e la grazia mal gestita o mai gestita e mal distribuita e mal rilevata e gradita e mai sopravvalutata. Ne intravedo visi ombrosi ma anche radiosi e speranzosi o forse illusi. Ne scorgo una varietà d’elementi che la distinguono, la variegano, che mescolano l’orrore alla maestria formando un favoloso mosaico prosperoso ma caduco. Talvolta a Scampia riesco a perdonare la concomitanza tra la sua nascita e la sua morte.

14 settembre 2011

Stupidi Romantici /2

Quella dello scrittore, che categoria insulsa. Gente che si crede chissà cosa. Talmente unica da trovare le proprie emozioni scritte sul dizionario, talmente speciale da riconoscersi in roba scritta da trecento altri diversi. Eppure, convinta d'essere il centro di tutto. Cosa differenzia, in fondo, uno scrittore da una persona comune? Cosa differenzia uno scrittore da uno che invece nella vita fa il pompiere, il medico, l'ingegnere? Che crede più nei suoi sogni che in quello che già ha, che vive e morirebbe per i suoi domani, che si lascerebbe senza troppo fastidio rubare tutto ciò che possiede, e lotterebbe invece fino allo stremo per un'idea valida, forse, solo in testa sua. Perché una prospettiva lucente, pura, come un diamante, vale più di qualsiasi passato invadente, vale più di qualsiasi presente sicuro, si, come un porto, ma meno intrigante, appena soddisfacente, addirittura decadente nelle premesse, confrontato a tutte le promesse e le scommesse di una convinzione felicemente annunciata e dagli altri mai creduta, capita, compresa. Perché lo scrittore è solo una prospettiva di sé stesso, perché vive dei propri sogni, della propria immaginazione, del proprio genio, e a questi giura fedeltà eterna, dovesse soffrire per un' esistenza intera, trovare soddisfazione solo tra le righe bianche di un foglio ancora da riempire. Perché uno scrittore non tradisce mai la propria parola, perché uno scrittore è la sua parola, perché lo scrittore è uno che non s'accontenta, un perfezionista, e così fa d'ogni sua azione una ragione, e d'ogni sua scelta una prigione. Perché pompieri, medici, ingegneri, vivono di quello che gli è dato, e aspettano solo un treno migliore per essere meno ac e più contentati. Perché uno scrittore non accetta compromessi, passaggi di ripiego, biglietti rimborsati pur di non star soli, e resta sempre là, fermo alla stazione, a fingere che il suo treno alla fine stia per passare, consapevole che per gli altri, sempre pronti a ogni occasione: pompieri, medici, ingegneri, lui è solo un gran coglione. Lo scrittore, sebbene sia suadente, fine, impertinente, giocoso (e, non neghiamolo, anche un po' noioso), insomma un vero dandy! sta sempre fisso a disperarsi, perché cerca, inutilmente, di convincere qualcuno, ancora un po' borghese, che per lui vale più d'ogni altra cosa un niente, se quel niente è il suo vero sogno.

29 agosto 2011

Memories

Quando ricevette quella telefonata una frazione di allucinazione scheggiò la sua mente annebbiata, riposata, in quel momento raccolta verso altre mete e orizzonti, ancorata coi piedi saldi per terra e spesso sui pedali del suo camion veicolo adibito al suo lavoro, mai stato soddisfacente e gratificante bensì solamente una scappatoia ragionevole per arrangiarsi ed arrangiare i suoi genitori. Marion Keisker gli comunicò il lieto avviso ossia quello di presentarsi il giorno seguente alla stessa ora, allo stesso luogo e magari pure con lo stesso entusiasmo con cui si propose giorni prima; una visione, dunque, nei suoi pensieri: per un attimo riuscì a prevedere con la perfezione più assoluta tutto ciò di cui sarebbe stato riempito, adorato, osannato e fu capace di predire un futuro e una vita la quale forse neanche un vecchio uomo, prossimo al decesso, sarebbe stato in grado di scorgere; quella telefonata significò per lui questi pensieri preveggenti e probabilmente in quel momento assurdi o forse presuntuosi, esagerati e già troppo tracotanti; ma lui ebbe l’allucinazione, il sogno, che lo portava ad essere ciò che poi fu, che lo indirizzò verso quella gloriosa via e che assunse le sembianze di profetica e motivante guida se non quelle di un manuale già scritto e predestinato dal principio, da Dio, e di cui lui, in quella frazione misera e piccola di miraggio, ne era pienamente a conoscenza. In quell’abbaglio conobbe il suo futuro: la telefonata sarebbe stato un primo passo verso l’immortalità tra la folla; s’interruppe il moto terrestre e senza alcun senno di logica la popolazione mondiale si paralizzò proprio mentre la visione gli decantava tutte le sue avventure e fame e lodi che saranno e della sua perpetuità che sarà, come segno divino o forse come semplicemente pura autocoscienza giunta in sopravvento su egli stesso tanto brava da essere in grado di fornirgli nozioni e informazioni giuste e azzeccate su quello che sarebbe poi stato. Seppe dei fan che a squarciagola avrebbero salmodiato il suo nome, della loro follia o forse crepacuore o forse suggestione, della svincolata devozione incondizionata irrazionale imparziale e del numero cospicuo di “adepti al suo cospetto”; scorse le pillole, gli umori grigi e radiosi, le liti e i falsi amici, la madre amata più di ogni altra cosa e morta mentre lui sarebbe risieduto lontano chilometri dalla sua patria, le donne, il successo, e anche la sua stessa morte. L’attimo d’allucinazione che lo colse alla sprovvista gli saltò addosso come un caimano e forse fu l’istante più bello della sua vita ancor più della vita stessa rivelatagli proprio da quell’attimo per questo motivo eccezionale; ebbe nozione che sarebbe stato il più grande di tutti i tempi, l’uomo ribelle eversivo sovversivo alla società del tempo ma sempre inconsciamente, perché dalla sua inconsapevolezza nacque la sua abilità e la sua verve e la sua passione estrema e la bravura e un’illimitata bellezza; seppe dei due miliardi di popolazione che un giorno di gennaio si sarebbe accinta ad osservarlo muovere gambe e grinta in ogni sillaba gorgheggiata dalla bocca spalancata sempre più, impressionante ed esosa e stratosferica proprio come la sua celebrità, il suo charme e la sua eccellenza di primo, primissimo piano nell’universo; venne a conoscenza della sua lenta ascesa e del suo sequenziale declino e proprio in quella minifrazione di attimo in ipnosi, millesimo di istante parte di un batter di ciglia intero anch’esso impercettibile, gli sfuggì meccanicamente, ancora ipnotizzato, una lacrima nella quale veniva racchiuso il suo esorbitante peso degli ultimi anni, ormai inerte dopo non esserlo stato per vent’anni di amori, gloria, dopo vent’anni sul trono del pianeta. Il baleno stava per terminare e nell’ultima minifrazione di attimo in trance ci fu posto anche per le considerazioni a freddo: la sua spropositata grandezza gli venne in sogno mentre era ad occhi aperti, questo è vero, ma la sua mente la quale momentaneamente aveva posseduto la sua anima e tutte le sue forze comandò anche di chiudere quell’allucinazione con un infausto finale: la morte, perché sarebbe stato proprio l’ultimo sonno a rompere quella grandezza e renderla degna d’immortalità, consacrarla, definirla per darle un nome e cognome ed omaggiarla del premio maggiore possibile, seppur con sacrificio appunto, ossia la riconoscenza assoluta dal genere umano. Ma in quel momento l’inconscio ormai suo padrone capii che non sarebbe stata la riconoscenza dal genere umano il premio maggiore: solo la morte e la fine di quell’illusione lunga quarantadue anni avrebbe messo fine a quello strazio di notorietà suprema, gli avrebbe regalato finalmente la prima vera beatitudine e pienezza, il primo effettivo premio. L’istante finì ed Elvis Presley ritornò cosciente come poco prima: - La ringrazio sig.ra Keisker, sarò puntualissimo e ben lieto di sfruttare quest’opportunità! Questo mio primo disco vorrei regalarlo a mia madre, mi auguro che il sig. Phillips potrà apprezzare il mio talento! –

26 agosto 2011

Se sei Gesù e tu lo sai batti le mani


Il rinomato "Cristo perculato", volgarmente "non solo ebreo, pure negro", del santuario di Vergate sul Membro.


-Gesù, andiamo a farci un giro.
-Vieni con noi?
-...
-Sei proprio un guastafeste.
-Già, non ti sganci mai, eh?
-...
-Su, non prenderlo in giro. E' orfano di padre.
-Bella forza, è lui suo padre!
-Quindi si dà la paghetta da solo?
-Certi hanno tutte le fortune!
-Comunque Gesù, noi andiamo a pescare per farci la grigliata, ci accompagni?
-Sai che una volta ho preso un pesce grande così?
-Io ne ho preso uno anche più grande. E tu, Gesù?
-...
-Che spaccone!
-Sarà per quella storia della moltiplicazione dei pesci. Siamo tutti bravi così.
-La tua ironia è desolante, fai cascare le braccia.
-Beh, lui non ha di questi problemi.
-...
-La smetti di deriderlo? Non sai che lui ti ama?
-Ah! Ebreo, negro e ora pure ricchione? Non c'è da stupirsi che si sia fatto un sacco di nemici.
-Andiamo a pescare?
-E basta, ma c'hai il chiodo fisso!
-...
-Insomma, non gli va di andare a pescare, finisce sempre col pescare uomini, deve essere piuttosto scocciante. Facciamo una partita a poker, piuttosto.
-No, io non gioco con lui a poker, sa già le mie carte.
-Gesù non bara, come puoi non fidarti?
-Non dico questo. Però non sa giocare, ha le mani bucate.
-...
-Davvero, l'ultima volta che ho puntato 30 denari ha dato di matto.
-Va bene. Allora diamoci a qualcosa di più classico. Nascondino?
-Facciamo la conta.
-Tu non tiri il tuo numero, Gesù?
-...
-Ti hanno mai detto che sei un asociale, Gesù?
-E' vero. Vai in giro a lavare i piedi e poi tante storie per giocare a nascondino.
-Comincia tu a contare, Gesù.
-Però copriti gli occhi.
-Con le mani, così non bari.
-...
-Gesù, sei proprio di scarsa compagnia.
-Già, una vera spina nel fianco.
-...
-Piuttosto, Gesù, avrei una domanda. Ma se un ricco deve spogliarsi di tutte le sue sostanze per ambire alla felicità eterna, non condanna il povero cui regala tutto alla dannazione?
-Ma no, bisogna dividere equamente con tutti i poveri.
-...
-Gesù, ebreo, negro, ricchione e si scopre che sei pure comunista?
-Dai, andiamo via. E' solo un povero cristo.

12 agosto 2011

Mi hanno detto che sono un camorrista

Mi hanno detto che sono un camorrista; e così mi chiamarono per un programma televisivo, un talk show dicono, su uno dei canali più celebri della tv. Era utopistico, ma d’altronde dovevo difendermi da quest’accusa infamante ed oltraggiosa – dovetti lasciare il mio lavoro per un paio di giorni (ed il mio lavoro non lo consente: faccio il barbiere, ho un piccolo negozietto in periferia, il guadagno è buono, buonissimo: con il negozio affollato il sabato sino alle ventuno riesco a racimolare una ventina di clienti, chi barba, chi capelli e mi parlano del più e del meno – suocere infami, mogli tradite, ragazze bramate e poi del lavoro che non decolla, i debiti, lo sport (il calcio, dai giornali al calciomercato), il tizio di fianco ossia il pizzaiolo che non vende più come una volta, senza trascurare argomenti di natura pseudo-filosofica, insomma un po’ di tutto – il mio guadagno, poi, si infittisce con i clienti del martedì, i ritardatari, quelli ancora malconci e straziati dal lavoro o dal week-end tumultuoso – e sono quindi quelli più pacati, calmi, parlano poco e solitamente sono miei amici d’infanzia o di gioventù oppure sconosciuti di cui spesso non ricordo il nome, non hanno nulla da dire riguardo il mondo (“il nostro”, si capisce) e preferiscono rilassarsi mentre le mie forbici fanno zigzag tra le loro ciocche nere e bionde e mentre la radio sentenzia news della città, della regione, dello stato, del pianeta (notizie tutte molto interessanti e coinvolgenti: l’altro giorno ascoltavo di un tizio che era riuscito a raggiungere il record per il corpo più tatuato del mondo – grandioso, oserei dire bizzarro, strambo) o mentre restano assorti nei loro infiniti pensieri, credo ugualmente interessanti; dal mercoledì al venerdì riempio la mia cassa polverosa con le altre dieci euro per il taglio normale, dodici per taglio normale + barba, e quindici per il taglio “complesso” con la barba in omaggio – se desiderata), lavoro che mi rende pienamente soddisfatto del guadagno talvolta molto prosperoso il quale mi consente di portare avanti la mia famiglia di due figli ed una moglie. Inutile dire quanto lo scandalo abbia riecheggiato nelle orecchie dei miei conoscenti: alcuni mi hanno chiesto spiegazioni, altri (evidentemente mai stati amici fidati) insinuavano che un mezzo sospetto l’avevano già, mia moglie è rimasta sconvolta e perplessa, i miei figli giocavano confusi e la mia reputazione di barbiere è calata vertiginosamente; dovevo difendermi, ristabilire l’ordine, ritornare ad essere il Principe dei Barbieri (del quartiere) – creare un solido scudo, insomma, per la mia reputazione – messa a rischio da cosa poi? Voci infami, da un’affermazione di qualcheduno che non ha potuto sopportare più determinate cose (ma quali cose, poi?) e che forse per invidia del mio guadagno (parlo di duemila euro mensili, mica spagnolette) ha osato ribellarsi a me ed alla mia superpotenza di barbiere rinsavito, giovane, birbante, talentuoso, con esperienza decennale, magistrale, da fare invidia a tutti e dunque pure al tizio che mi ha denunciato e diffamato all’intera popolazione del quartiere – che poi è credulona, ad una minima affermazione di un pivellino giovane frequentante un misero liceo del cazzo ci casca in pieno e crede, non pensa, ma crede a qualsiasi cosa possa esser detta e che possa scatenare un bellissimo polverone di litigi, pettegolezzi, dicerie insensate, davvero insensate – che vergogna, che schifo! Sarei dovuto essere io, proprio io, quello che afferma e denuncia lo schifo di chi denuncia altro schifo che però non è schifo (è schifo fare il barbiere?) ed insinuare, dunque, che io sarei un camorrista! Mi sono preparato un bel discorsetto da fare a quelli della televisione, cosicché tutti possano nuovamente rendersi conto del fatto che io, Pasquale Improta, non sono un camorrista – ma bensì un umile barbiere di periferia che di Camorra poco ne sa ma che di capelli è maestro da venticinque anni or sono. Ne ho scritte di tutti i colori, c’ho un foglio che è una perla, un canto dantesco sembra, che mi assolverà pienamente dall’infamia catapultatasi ferocemente su di me (no ma sono ancora indignato: cosa faccio io, dalla mattina alla sera, se non tagliare, rasare e perfezionare? Se venisse un cliente che sciaguratamente, malauguratamente, fa parte di un’associazione camorristica, cosa potrei farci io? Dovrei rifiutare il suo culo di merda sulla mia sedia? Non potrei, rinuncerei ad un guadagno importante senza trascurare il cliente che potrebbe ripresentarsi e raccomandarmi ad altri amici che verrebbero di buon occhio nel mio negozio e farmi intascare altri soldi, la mia famiglia ne resterebbe contenta, i miei figli potrebbero così assaggiare pasti ancor più buoni e costosi e viaggi ancor più lunghi ed affascinanti – è un reato? Forse è per questo che sono stato insultato così solennemente?) infamia che annullerò e che anzi cimenterò proprio su chi m’ha denunciato e denigrato – così impara!

“Cari amici telespettatori,

in questi giorni sono stato preso di mira da un giovane gruppo di studenti, ove a capo figura un certo C. M. di cui non conosco il nome e che per indignazione, dunque forse per aver riconosciuto il proprio peccato e la propria perfida ed ingiusta denigrazione verso il sottoscritto, non si sbilancia e non mostra il suo vero nome e cognome. Quest’ultimo, insieme appunto alla sua gang patetica e scriteriata che vuole cambiare il mondo da un giorno all’altro - come se le idee di democrazia e di lotta servissero a qualcosa – ha asserito che io sono un camorrista. La notizia ha fatto il giro del quartiere, della città e della nazione ed ora la trasmissione qui presente mi ha invitato nel proprio studio per permettermi di difendermi, e sono stato fortunato a trovare uno show così attrezzato e ben messo, così giusto e garantista, così amante della verità e della giustizia tanto da ospitare un modesto barbiere di periferia al vostro cospetto. Bene, ho deciso così di presentarmi con la seguente lettera: il mio semplice intento è quello di descrivere la mia vita, accuratamente, in ogni suo minimo particolare in modo che anche voi, perfetti oratori e giudici, possiate rendervi conto della mia innocenza e della colpevolezza di quel gruppo giovane e crudele autore dell’accusa nei miei confronti. Mi chiamo Pasquale Improta, sono nato a Napoli il 20 Dicembre 1966 e faccio il barbiere a Scampia, un celebre quartiere della periferia della città. La mia giornata è semplice, non ha troppi fronzoli, è talmente povera e discreta ma piena che talvolta non ho neanche il tempo per godere dei guadagni del mio lavoro; il mio unico premio è quello di poter effettuare una meritata e lunga (nemmeno così tanto) e risolutiva vacanza nel mese di Agosto così da poter riposare e giocare tranquillamente coi miei figli, di undici e sette anni. M’alzo presto dal letto, all’incirca verso le sette del mattino, per poter preparare la colazione a me ed i miei figli e rendere vivibile il mio negozio, con qualche pulizia di qua e di là e qualche accorgimento dovuto e necessario (la clientela è spinta a venire da me anche per l’igiene e la decorazione e la bellezza della mia bottega) – ed inoltre, prima, accompagno i bambini a scuola. Ho praticato vari mestieri prima di accorgermi della mia passione verso questo lavoro, a diciannove anni, e cimentarmi come apprendista prima e come barbiere professionista dopo in questo mondo. Il problema sta proprio nel descrivere la mia giornata – talmente pura e sobria da indurmi a chiedere ancora una volta: “perché sono stato accusato di tal infamia?”. Su di me non cala vendetta, sdegno o rabbia ma solo dubbi e la volontà di capire e fare chiarezza sul mio status. Non sono un camorrista, non lo sono mai stato e mi vergogno e rattristo talvolta nell’ascoltare in televisione o sui giornali o in radio della mia città annientata dalla Camorra – sapete, sono proprio uno di quelli che cerca di diffondere la Napoli bella, quella “dimenticata” che molti trascurano per convenienza o ignoranza o inconsapevolezza e che non mi va venga descritta sempre malignamente, spregiativamente. Nel mio quartiere di guai ne succedono non pochi, questo è vero: già, proprio vicino al mio negozio ogni mattina vedo il “chioschetto” segreto (ma non così segreto) e nascosto (ma non così nascosto) ed occulto (ma non così occulto) di spacciatori che vendono eroina e marijuana e tanti tipi di droga – davvero variegata, davvero unica – ad i tossico-dipendenti che senza pudore ma con bramosia estenuante si dirigono ogni benedetto giorno verso il “chioschetto” a spendere le ultime, povere fortune rimaste; ma beh io non dico niente, taccio, beh sì ma non posso essere biasimato! A capo di quel “chioschetto” nonc’èmicaunoqualunque! anche perché ragazzi simpatici, davvero simpatici, ogni mese vengono a chiedermi il pizzo – ma, seppur sappia che il loro sia un gesto immondo ed immorale, io lo pago volentieri, mi garantiscono sostegno, in fondo quel “chioschetto” mi da un senso di forte e serena protezione. Proprio di fronte alla mia occupazione ed al “chioschetto” magico (che vende però patatine, hot dog, pizzette, popcorn, roba genuina e varia, alla mano, una baracca attrezzata e dotata di tutti i comfort, comprese le sedie, i tavolini, mazzi di carte per trascorrere piacevolmente il tempo e pezzi di legno per accendere un fuoco nelle notti d’inverno gelide ed impetuose – coperture, insomma, per non dare troppo nell’occhio) figura una maestosa caserma di carabinieri – è simbolica, sapete, rappresenta una sicurezza nella zona, pare un fortino che dovrebbe (e da, sicuramente…) sicurezza, aiuto, apporto, insomma che da fiducia alla gente! Loro sanno tutto, beh sì certo, lo sanno che c’è il “chioschetto” che non è proprio adibito a simili corbellerie fatte di hot dog e pizzette… ma d’altronde, credo, aspettano il momento giusto per scaraventare tutto in aria e dare una bella ripulita alla zona… massima fiducia nello Stato. Nel frattempo però la Camorra, cattiva, lo ribadisco: perfida (oh sì, spesso e volentieri ho assistito ad omicidi belli e buoni nei luoghi più disparati e noti e comuni, eh! A sangue freddo, senza pietà, insomma regolamenti di conti che loro reputano indispensabili, valli a capire gli affari della Camorra! Però noi zitti, non abbiamo visto niente, ma poi perché avremmo dovuto vedere? Lavoriamo, umili e modesti e stakanovisti lavoratori, pensiamo naturalmente alla nostra famiglia, vogliamo stare quieti, in pace, e non credo possa convenire mettere voci insulse in mezzo – ho visto ammazzare, ma diciamo che ero di passaggio, mi sarò confuso!) dicevo, nel frattempo la Camorra ci protegge, ci conforta, simpatici loro! Pensate, amici telespettatori italiani, che uno dei rappresentanti di quel “chioschetto” poco fa ha già garantito un lavoro sicuro e pulito a mio figlio di undici anni! Insomma, dopo il diploma, andrà a lavorare per un’azienda… non ho capito bene di cosa si tratta, ma il tizio mi ha assicurato che col titolo di studio giusto e la pazienza ed il sangue freddo dopo i diciotto anni mio figlio avrà lavoro assicurato – sapete, lui ha molte conoscenze, conosce l’ambiente (non solo quello malavitoso, non siate pronti a giudicare male!) e di questi tempi ottenere un lavoro non è più così facile! Nel mio quartiere insomma si sta tranquilli: sono un lottatore convinto - contro la Camorra - l’ho sempre detto: se venisse promossa una rivoluzione od una battaglia od una campagna di firme che in un modo o nell’altro possa destabilizzare la Camorra, sarei il primo ad applicare il mio consenso! Ho sempre provato schifo e indignazione verso questi personaggi, non sia mai che in futuro riescano ancora a padroneggiare in questa città, in questa nazione, in questo mondo! E la vittoria contro il male di questi uomini passa anche attraverso queste mie parole e questi miei gesti. Or dunque, amici telespettatori, io credo che la mia storia vi abbia convinto del fatto che quel giovane disgraziato e la sua banda di teppisti intellettuali avessero torto – sono ora certo che anche voi siate in grado di essere d’accordo con me e di reputare quell’infamante accusa e denuncia dissennata come un atto di semplice e pura destabilizzazione contro un povero ed onesto cittadino italiano – poiché mi hanno detto che sono un camorrista, ma credo proprio mi abbiano confuso con qualcun altro!”