22 giugno 2012

L'amore ai tempi del T-Max


Ieri tornavo a casa dopo aver dato un esame. 30. Non ho mai ricavato particolare soddisfazione dai successi della mia carriera studentesca. Però trovo siano importanti, sono i fatti che qualificano una persona, bisogna lasciare dei segni. Credo che sia impossibile valutare qualcuno soltanto per le sue aspirazioni, spesso si usa millantare sogni e aspettative solo per apparire più interessanti, o almeno così fanno gli adolescenti: amo New York, Skrillex, andrò a viverci e farò il dj, per i maschietti; amo Londra, Ed Sheeran, andrò a viverci e farò la pittrice, per le femminucce. I primi scopano nei bagni di discoteche di provincia, una volta o due al mese, fino ai 30, quando l'effetto del gel sulla cute inizia a diventare palese. Le seconde scopano ogni sabato sera il loro fidanzato storico, che è l'amore della loro vita, almeno fino a quando non s'accorgono di desiderare il cazzo di qualcun altro, contro questo ciclo giocano la cellulite, le rughe, e l'invidia per il bimbo appena fatto da qualche amica. Tutto sommato il concetto d'amore è una cosa molto elementare, per la gente semplice, ma, in fondo, anche per quella complicata.
Mentre ero in bus ho avuto modo di ascoltare una storia, dentro potreste vederci umanità, patetismo, e tante altre idee filosofiche molto colorate e belle, io mi limiterò a raccontarvela.
Ero seduto in fondo, mi piace sedermi in fondo, sul bus, così posso vedere tutti quanti. Davanti a me c'era un tizio, non saprei dire che età avesse, più di 20, meno di 30, aveva un tatuaggio dietro al collo. La penultima e la terzultima fila del bus sono composte da 2 posti l'una, queste file hanno la particolarità di non divergere, i passeggeri che usano sedersi lì sanno che dovranno guardare negli occhi chi deciderà di disporsi sull'altra fila, credo infastidisca molti, quei posti tendono a essere occupati per ultimi. Ben presto arrivarono a sedersi anche una signora anziana, i capelli tinti già da troppo, sbiaditi dal sole, vagamente biondi, un accenno di trucco, e una ragazzina non troppo bella, i capelli bruni, due seni prosperosi, la pelle diafana, due braccia grasse, sgradevoli, gli occhi chiari, di un colore che non sono riuscito a intendere, ma piccoli, atrocemente tondi.
Il tizio che sedeva dinanzi a me doveva essere abbastanza socievole, iniziò presto a conversare con la ragazzina, il suo accento era marcatamente dialettale, il modo di porsi semplice, ma efficace, di quella vivace leggerezza che spesso invidio agli altri, sono vittima di un'eccessiva verbosità, è fuori moda, di questi tempi.
Lei, la bruna, si chiamava Mena, Filomena, un nome abbastanza comune, almeno nei luoghi in cui vivo. 18 anni, 2° anno di Istituto alberghiero, doveva esser stata bocciata, un bel po' di volte. Fidanzata, da un paio di mesi, pareva contenta della sua nuova situazione sentimentale. Ma quando il tizio chiese informazioni sul suo ragazzo, la voce di Mena iniziò a farsi più bassa, feci uno sforzo considerevole per cercare di comprendere quello che stava dicendo, ero così impegnato a cercare di coglierne il segreto, che nemmeno mi meravigliavo della semplicità con cui quella ragazzina si stava avviando a raccontare la sua vita a uno sconosciuto.
Il ragazzo di Mena era in carcere da una settimana, furto, rapina, non ricordo con precisione il capo d'accusa. Aveva rubato uno Yamaha T-Max, uno scooter enorme, roba per camorristi, borghesi obesi e altre sottospecie di umanità, l'avevano arrestato mentre tentava il cosiddetto "cavallo 'e ritorno", pratica che consiste nel telefonare la vittima del furto, e sottoporla a un ricatto: i soldi per la restituzione della refurtiva. Nel luogo dello scambio, però, non c'era solo il derubato, c'erano pure i carabinieri, o la polizia, in Italia non si capisce mai bene chi è ad arrestarti, è un diritto che forse spetta a troppi.
Mena tornava dal carcere, era andata a trovarlo, quando enunciò questo fatto mi sovvenne una storia che sentii da qualche altra parte: si dice che durante i colloqui le mogli dei carcerati usino, entro certi limiti che il tempo non mi fa più ricordare, cercare di eccitare i propri mariti, mantenerne vivo l'appetito sessuale, per salvaguardarli forse dal rischio di una deriva omosessuale, credo, non lo so bene, tutti tendono alla perversione, e se c'è gente che cerca appagamento su chatroulette, non dovrebbe stupire se forme analoghe di espressione della libido si verifichino in situazioni sicuramente molto meno agevoli, rispetto a quelle di un'esistenza libera. Pensavo a questo e immaginavo lei che cercava di intrattenere allo stesso modo il suo amore criminale, provai un lieve senso di disgusto.
I suoi genitori erano contrari a quella relazione, che però lei perseguiva ostinatamente, come una giovane Penelope, avvinta al suo destino di sofferenze e solitudine, o come la dama di Fila la Lana, la canzone di de André, solo che per Penelope c'era Ulisse, e per la dama abbandonata il signore di Vly, per lei un niente.
Mena aveva le lacrime agli occhi, mentre raccontava queste cose, la signora bionda fu presa da un moto di compassione, e cercò di consolarla, nel farlo tentava di allontanarla da quel rapporto malato, ti stancherai di lui, le ripeteva.
Mena rispose che ora lo amava, e che non poteva farci niente, che purtroppo era così, poi aggiunse: a noi piacciono i ragazzi sbagliati. Quell'a noi mi fece parecchia impressione, perché quel plurale? Ci pensai tutto il pomeriggio, poi la sera andai a ubriacarmi per festeggiare i successi della mattina, mi è tornato in mente stanotte.

Quell'a noi significa che l'amore, come ogni altra cosa, è un fatto sociale, le persone sono così banali che possono essere raggruppate, i loro gusti oggettivati in patetiche funzioni d'utilità, e così può essere fatto persino con i loro sentimenti.
Razionalizzare funziona un po' ovunque, quando si può oltrepassare il limite del singolo, e le molteplicità si possono sempre soddisfare. Tuttavia ciò significa anche che l'amore di Mena non vale niente, perché è un amore qualunque, un amore collettivo, Mena è un dato statistico. Mena è numerario.
Ma chissà come funziona per chi cerca qualità che non valgono, in quest'età di mezzo.
Chissà.



12 giugno 2012

Riflessi


Sei tu,
immensa ed inesistente,
esigua e così consistente;
non sei tu,
soave e scostante,
nobile e ripugnante.
Sei tu e non lo sei
sei tutto e niente
sei tu a non avere identità.
Amo il tuo essere,
ma se questo è un attribuzione
derivante da un mio riflesso,
amo te solo in apparenza.

11 giugno 2012

La fiera


Cinquantasei giorni prima c'era stata la fiera.
I mercanti giungevano dalle valli più lontane del regno e portavano con loro le sete e i tessuti più preziosi, stoffe blu come cobalto e lini d'oro, lane morbide come nuvole e tinture luminose quanto le stelle meno lontane.
I signori del paese sarebbero stati contadinotti come tutti gli altri, non fosse stato per il loro essere così schifosamente ricchi. L'epoca dei re valorosi e dei nobili guerrieri era finita già da un po', con tutti gli eroi morti e sepolti in terra santa.
Così la nobiltà s'era trasformata in quel guazzabuglio di uomini grassocci e donnine prosperose e sgraziate che, una volta all'anno, s'inghirlandavano  per quella fiera dove compravano tante cose belle e luccicanti, solo per renderle brutte la Domenica successiva, quando per andare a messa le indossavano, trasformando le strade del paese in un orrendo carnevale in cui, da lerci bifolchi, giocavano a imitare le corti bizantine.
Alla fiera andavano tutti; signori, mezzadri, servi della gleba. I più vi si recavano solo per guardare, anche se, qualcuno di loro, preso dal desiderio, ogni tanto provava a rubar qualcosa. Succedeva spesso, almeno finché non tagliarono via la testa al mugnaio. Restarono tutti abbastanza colpiti da quell'evento. Più che la morte fu la solennità, il raduno in pubblica piazza, la condanna col sigillo reale, letta a gran voce, a destare terrore e timore nei ladruncoli, che prima infatti qualcuno era già morto, ma prendersi una schioppettata da un mercante era cosa da tutti i giorni; morire in piazza, con tutto quel rumore, non tanto, e i ladri - si sa - rubano di notte solo perché sono dei timidi.
Ai ragazzini però fregava poco dei panni colorati, tantopiù rubarli, e l'unico motivo per cui aspettavano la fiera erano gli zingari, e tutte le magie - o i trucchi? - che mettevano in scena per poche lire.
Quell'anno la loro carovana era più grande del solito, c'erano decine di carrozze e in esse le più meravigliose e orride stranezze di questo mondo.
Tra saltimbanchi, giocolieri, mangiafuoco, fachiri, nani, giganti, donne barbute, gemelle siamesi, uomini elefanti, gazze parlanti, gorilla fumatori, scimmie scrittrici, leoni addomesticati e tigri albine, solo una cosa attirò l'attenzione del nostro protagonista, a cui, in mancanza di idee migliori, affibieremo il nomignolo di Volpe.
C'era una carrozza, tra tutte, molto grande, decorata con disegni sottili e colorati, linee morbide che tracciavano steli, fiori, farfalle, foglie e rugiade, tanto da far sembrare che tutta la natura fosse stata schiacciata ed incollata sulla sua facciata. Era bellissima, ed era, inspiegabilmente, chiusa.
In mezzo a tutte quelle bizzarrie rumorose, era fin troppo silenziosa per poter attirare l'attenzione, il suo era un mistero pieno di discrezione, non lasciava a bocca aperta, richiedeva attenzione, e difficilmente un bambino preferisce una porta chiusa a un fuoco colorato. Così solo la nostra piccola volpe, in un momento in cui, per ragioni che non riesco a ricordare, tutti i suoni svanirono, si avvicinò ad essa, e, curioso, posò il suo orecchio sul legno verniciato.

Più gli occhi serro e più i miei occhi vedono,
ché il dì posando su futili oggetti
quando dormo, nel sonno guardan te,
e luci buie al buio in luce tendono.
Tu che con l'ombra l'ombre fai lucenti,
qual visione sarebbe al chiaro giorno,
più chiara assai, di tua ombra l'essenza,
se occhi ciechi tanto splendi in ombra:
quanta goia ai miei occhi, dico, quando
ti guardassero nel giorno vivente
se in morta notte sui chiusi occhi stai,
bella ombra imperfetta, e il sonno fendi.
Notte è ogni giorno finché io veda te,
la notte è luce se in sogno ti svela.

Dalla carrozza proveniva una voce di donna, pronunciava versi così dolci che pareva quasi intonasse una melodia, una musica bellissima, troppo, perché il nostro spione potesse smettere di ascoltarla, e così stette muto, muto anche quando la ragazza nascosta smise di parlare, muto fino a quando ogni suono o rumore potesse essere prodotto da quello spirito misterioso tacque.
Era calata la sera, Volpe decise di abbandonare il campo, all'epoca storie orribili si narravano sugli zingari, si diceva che usassero rapire i giovani distratti, e trasformarli in quei mostri che poi usavano come attrazioni, in pochi si avventuravano di notte quando c'era la fiera, ci credevano tutti, non sappiamo dire però se avessero ragione a farlo.
La mattina dopo nella mente del ragazzino faceva ancora eco quella voce, e così per altri 3 giorni tornò ad ascoltarla, fisso, in silenzio, pregando Iddio che prima o poi, chiunque fosse là dentro, si decidesse a uscir fuori, a mostrarsi, a farsi vedere. Non era curioso, sapeva che in qualsiasi modo lei fosse stata fatta le sarebbe piaciuta, cercava solo un volto per quel desiderio, ma non gli fu dato.
Era ormai l'ultimo giorno di fiera, ancora una volta un giovinotto se ne stava seduto poggiato sull'unica carrozza chiusa, senza folla, di quell'allegra festa. Il sole volgeva a mezzogiorno quando la voce cominciò a recitare di nuovo, e recitò gli stessi versi della prima volta. Lui, senza capir come, quando ormai la poesia volgeva al termine, la accompagnò.
"Notte è ogni giorno finché io veda te, la notte è luce se in sogno ti svela."
"chi... chi è?"
La ragazza nella carrozza si era accorta di lui, e pareva impaurita, lui lo era ancora di più, il suo cuore tremava, non sapeva che dire, balbettò:
"s-sono un ammiratore, ascolto le sue belle parole, signorina"
"Non sono mie, signore, è Shakespeare. Io le recito soltanto"
Un'attrice, in quella carrozza si nascondeva un'attrice, doveva essere bellissima, pensò il ragazzo, voleva vederla, doveva essere bellissima. Tre milioni di scuse attraversarono la sua testa in tre secondi, si decise per la più banale.
"Potrei forse entrare e sentir meglio questi magnifici versi? Sarebbe per me un gran piacere, signorina."
La voce dell'attrice si fece più incerta, pronunciò a fatica:
"Signore, le assicuro che sarebbe per me un piacere ancor più grande accontentarla, ma vede, vede io provo molta vergogna, son rinchiusa qua dentro perché quando so che qualcuno... quando so che qualcuno mi guarda io non riesco più a parlare."
Così la Volpe, cui non a caso abbiamo attribuito questo delizioso soprannome, scattò in piedi, e cominciò a bussare, con insistenza disperata, alla porticina di legno, urlando:
"E mi apra, mi apra allora, io sono un povero cieco, non posso vederla, non posso altro che immaginarla, mi dia almeno il privilegio della sua voce, chiara, senza il muro di questo legno, la prego, mi faccia ascoltare la sua voce".
La porta si aprì.
Cinquantasei giorni prima c'era stata la fiera.
In paese ricordavano solo che era un ragazzo vivace, molto intelligente.

10 giugno 2012

Identità


Quel momento
arriva sempre
ogni volta più lento,
ma veloce come una lepre.

Le identità sociali
cambiano,
non siamo più quelli
e tutto è stato invano.

Siamo qualcosa, lo sento,
ma non è presente
definizione per questo stato,
dunque non siamo niente.

Libero nell' aria è l' amore reale,
non di una persona sola,
che se fosse naturale
non esisterebbe questa parola.

A poco a poco
cresce il disgusto
per ciò che è normale,

per questo gioco
di ciò che è giusto
o solo convenzionale.

8 giugno 2012

Tanti auguri


Costruiremo ragioni di muratura
o getteremo la memoria in un fossato?
Incapaci di compatire l'altro
ci limiteremo a un "mai più"
in remissione dei nostri peccati.
Scarichiamo colpe su chi è stato
come si scaricano i rifiuti
nella campagna che non guardiamo.
Immersi in una livida contraddizione
ci diremo vittime dell'egoismo,
di grossolane valutazioni.
Siamo colpevoli, uguali a quelli
cui una volta dicevamo fieri:
"Noi non saremo come voi".
Ed ora cosa siamo?


3 giugno 2012

03/06/2012


Lo scheletro dell'acciaieria
lasciato a consumarsi sul mare
è un monito a quelli che saranno
i vostri piacevoli bagni tossici.

Come quando all'ombra di un albero
marcato dal piscio dei cani
ti troverai ad amare
solo per scoprire che essere felici
è tale e quale a sentirsi niente.

Come 30 righe di un foglio strappato
insozzato di versi mediocri
solo per scoprire che essere soli
è tale e quale a sentirsi tutto.

I fumi neri della campagna
fatti di impronunciabili tossine
colorano un cielo di carta sottile
per invitarmi ad avvelenarmi, ogni tanto,
di piacevoli, vuote, malinconie.

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