23 aprile 2012

L'isola

Sull’isola di Niulakita governano altissime ed ancestrali palme: alcune di queste ripiegano sul mare un giorno piatto, l’altro irrequieto; altre sono indifferenti e stanno ritte tutt’il giorno a contemplare qualche gabbiano errante. Le sabbie che ospitano generosamente la prosperosa flora sono ocra, ma durante il tramonto si mimetizzano con l’amaranto del cielo. La quiete dell’isola è disturbata ogni giorno da alcuni rumori: è il vento, che smuove le fronde e s’abbatte contro i fusti. A questo lancinante mugolio gli abitanti ci hanno ormai fatto il callo: scoiattoli e tartarughe si barricano in tane all’aperto, immuni da ogni suono; lucertole e colibrì si sono alleate ed hanno edificato tuguri di legno e di paglia; i granchi ei pettirossi preferiscono, invece, essere scalfiti dalle folate. Ad ogni modo, flora e fauna dell’isola di Niulakita invidiano il preciso e al contempo semplice sistema dei pesci adiacenti, perché notevolmente efficace. Un noto esploratore francese, insieme alla sua troupe di palombari, decise di scandagliare le acque di Niulakita. Giù in profondità, si diceva, è retto un regno avviluppato in cristalli invisibili nel quale vivono e nuotano pesci d’ogni razza che coabitano popolando insieme lo stesso territorio. L’esploratore, con ineffabile calma e sagacia, navigò tra queste acque trasparenti e rimirò l’ingegnoso sistema di vita e di convivenza dei pesci. Tra questi figuravano remore, pesci palla, cernie, murene, aragoste, anguille che si scambiavano ogni giorno i ruoli e reggevano il regno. L’esploratore rimase stupefatto, ma allo stesso tempo pessimista sulla durevolezza del sistema. Redasse comunque un rapporto insieme ai colleghi, coi quali si consultò a fondo sulla terraferma.
Dopo un mese di solitudine e distensione, l’esploratore ha deciso di ritornare nelle acque.
Il regno dei pesci è rimasto in piedi: esso è ancora solido, con le aragoste a mo’ di custodi e le anguille addette al trasporto merci. Ogni supposizione dell’esploratore viene stroncata dal vacuo silenzio circostante, eterno ed insondabile. Ormai impazzito ed inerme, ha chiesto a un pesce pulitore la verità e la ricetta di quella perfezione. Ma non ha ricevuto risposta.
Sull’isola di Niulakita il silenzio ha disseccato le sabbie ed avvizzito la flora; o meglio, l’esploratore e la sua troupe sono persuasi che sia così. Ignari dell’inverno imminente. Hanno abbandonato l’isola che, tuttavia, continua a perdurare. Silente.


13 aprile 2012

Forget It, Jack. It's Harmony.


C'era una volta la classica coppia da romanzo Harmony.
Nel Capitolo Uno si conoscono per la prima volta e lui, che non era un tipo capace di conquistare il cuore di una donna, con uno stratagemma arrivò dritto dritto al Capitolo Sette, in cui per la prima volta fecero l'amore. Tuttavia l'uomo non considerò quello che successe nei capitoli precedenti, scatenando così l'ira del narratore che decise di far morire la sua amata al Capitolo Dieci in un incidente stradale. Non succederà nulla di particolare per altri dodici capitoli, fino a quando, al Capitolo Ventidue, composto da pochissime parole, l'uomo pronunciò le parole più belle che il narratore potesse sentire:
[per motivi di copyright non possono essere riportate]
Detto ciò, l'uomo si tolse la vita, lasciando da solo il narratore.
La morale: qualunque cosa possa essere scritta e qualunque sia il modo in cui possa finire, quello a rimetterci è sempre lo scrittore. L'unico che rimane in vita nelle sue fantasie.

6 aprile 2012

Caduto Nel Silenzio Del Cosmo Perduto


Voglio i toni, lo sguardo, la faccia. Ché tra i solchi di un cranio si intendono le parole.
Scorrono lentamente questi maledetti giorni,
io che ho viaggiato nei secoli come da una stanza a un’altra
io che ho avuto pieno controllo sul tempo e i suoi rami
potevo tagliarne il fusto, spezzarne le radici
ora non sono che una piccola parte
di un cumulo di polvere
fra miliardi di stelle.
Suona solo un violino:
fra questi colori stagliati nel cielo
è lui che allietava i miei tormenti
nutrendo le mie ambizioni;
tra le mute lacrime
e seduto fra questa erba selvaggia
mi chiedo per chi suonerai ancora
se il tuo nome è ancora una pietra miliare
o caduto nel silenzio del cosmo perduto.

5 aprile 2012

Venere e Marte

Una percezione alternativa dei contorni della vita può essere ottenuta disallineando gli occhi. Quando la distanza si fa troppo ridotta, la presenza ciclopica dell'Altro è tanto nitida da sfocare la semantica della parole. Ma se ci si ferma appena prima, sono i dettagli dell'iride a rivelare il nostro scorrere, e sobbalzare, in rami paralleli del tempo, ed è naturale interrogarsi su cosa fossimo, da entità ancora congiunte, quando la linfa scorreva in un unico tronco. Si era privi di sesso, e l'albero non manifestava alcuna pulsione a piegare il circondario ad una legislazione morale mutevole e contraddittoria. Si era nel corso principale della storia, quello dove ogni riflusso determina una biforcazione, ma non altera il destino.
Vi chiederete forse a chi spetti la corona, alla morte del corso principale. Io non ne ho idea. Ho solo percepito, attraverso gli occhi e il fremito dei tendini.
Alla giusta distanza, le pupille di Bi convergono verso l'apice del naso, conferendole un'aria spaurita, smarrita, fanciullescamente affettuosa, trepidante. Se ne può forzare la dolcezza lasciandola giocare. Ma si sa, non c'è niente di meglio di una partita a carte per rivangare vecchi rancori, come essersi impegnati, piegati e spezzati, ma recando ancora addosso segni e macchie di un lungo vizio. "Mi ricordo di quell'episodio" - mi ricordo anch'io, e vorrei non fosse parte di me. "Dobbiamo procedere adagio, perché giunti al termine, non ci sarà più nulla" - ma ciò è falso: lo testimonia la resurrezione di mille civiltà sulle ceneri e le macerie delle precedenti, nella stessa storia che sorride alla morte e attraverso le virili mani del coraggio scrive: "daccapo".
Ti tengo per mano col solo mignolo, disallineo gli occhi sull'orizzonte - il destro, appena più in alto del sinistro, all'affannosa ricerca del secondo, terzo, quarto passo in avanti, per strappare una certezza dai contorni e le rughe che il tempo non ha ancora scolpito - il sinistro bada: quanto sei vicina, quale dei mille tuoi sensi mi avvolge. Da bambino avevo un flipper, credo provenisse dallo stabilimento balneare dove mio padre e i suoi amici trascorrevano le estati della loro giovinezza. Una notte sognai che applicando la giusta forza sulle leve del flipper, e contraendo i muscoli della braccia, potessi staccarmi dal suolo per un tempo indefinito, in una sorta di volo condizionato unicamente dalla permanenza del contatto col gioco.
Quel sogno ha condizionato l'intera mia esistenza.
Più volte ho sospettato di essere effettivamente riuscito a sovvertire il naturale equilibrio gravitazionale: d'altronde, ho sempre avuto delle braccia piuttosto forti, anche quando sono stato gracile, anche quando ho trascorso sei mesi ubriaco. I processi di innovazione e sradicamento sono reciprocamente funzionali - è un verità millenaria, impressa nei piccoli cerchi dello Yin e dello Yang. Così, quando pochi giorni fa ho visto per strada una ragazza con un bastone da cieca - inconfondibile, bianco e rosso - che pur cieca non era, per il rapido incedere e l'abilità nello schivare i proiettili metallici del nervoso traffico cittadino, sono rimasto inquietato dalla parodia, e l'iperbole, di me stesso. Sognavo pure di vincere la timidezza, leggendo qualcosa di imprescindibile ad alta voce, dinanzi a tutti. Magari la domenica, nel prato vicino alla torre. Sono stato risoluto per tre volte e per tre volte ha piovuto, a dirotto, alché ho desistito.
Poco più tardi, il rovescio del mondo ha voluto che leggessi all'interno di una trasmissione radiofonica. Di domenica.
Questi numi hanno un senso dell'umorismo da squilibrati: mi piace, mi piace da impazzire.
Penso correrò a giocare con la mia Stella,
e mi riporterò sul podio dei vanagloriosi, a questuare attenzioni.