11 marzo 2012

Zahir

Potresti anche provare a saltarci, su quella cupola, tanto è vicina. Dal ponte si scorge una enorme depressione, incastonata tra due colline, straziate dalla speculazione edilizia. La moda di far passare fenomeni lunghi eoni come mali del nostro tempo. Quanto potrà esser vecchia la cupola? E le case costruite su altre case? Le pietre di cui sono fatte non sono mai nate, e questo significa che sono anteriori alla nostra cultura, e che sopravvivranno ad essa. Si narra che sotto tutte le costruzioni che vedi ve ne siano altre, appartenenti almeno ad altri due popoli, oggi estinti, di cui permane solo la memoria che ne abbiamo. Una memoria talmente straziata e corrotta dal futuro che ha preceduto il nostro presente, da esser buia, logora, spenta come le catacombe che non ti porterò a vedere, sebbene te ne stia parlando. Ciò che è tanto antico da risultare diverso, è anche incomprensibile, poiché la sua ricchezza è stata saccheggiata e adoperata per costruire la gloria del nuovo; della verità dei miti resta solo il cadavere, spoglio d’ornamenti, seppellito e dimenticato.
Il ponte su cui ora siamo sospesi un giorno sarà sommerso e sopra di esso ne verrà eretto uno nuovo. E la bellezza di questo sole basso, che cade sulle case, le chiese, i vicoli che ora noi osserviamo dall’alto, come regnanti che ammirano il proprio feudo, o un mastro che osserva il presepe che ha fatto, sarà dimenticata. Irrecuperabile è tutto ciò che è prezioso, tra la vita intera e il sogno di una notte agitata non vi è alcuna differenza, e questo significa che non ve n’è alcuna neanche tra il dormire e l’esser svegli, tra l’esser vivi o morti, solo la casualità dona a tutto un senso: siamo eroi, siamo mostri, siamo dio, solo perché conosceremo la rovina. L’oblio è il nostro presente, il nostro futuro, e la nostra fine. Non vedremo mai più questo cielo di arancioni tristi solcato dalle scie dei jet, né lo vedrà chi avrà già dimenticato cosa significava questo luogo, né lo vede, persino, chi ci è ora vicino. In lontananza, si possono osservare delle palme altissime, straniere, eppure così chiare, armoniche, perfette. L’arancione, la calca dei palazzi, le palme extracomunitarie, mi ricordano le sere d’oriente, e certi giardini di Baghdad, che in qualche sogno devo aver visitato. I mussulmani chiamano Zahir gli esseri o le cose che hanno la terribile virtù d’essere indimenticabili, la cui immagine finisce per render folli gli uomini. Sbaglieresti a pensare, però, che io non riesca a dimenticare questa atmosfera, sebbene professi di conoscerla già da prima d’averla mai vista. Sbaglieresti perché adesso che cerco di capire dove cadrà il sole e ti spiego tutte queste cose, io spiego tutte queste cose a un fantasma, a te che non ci sei, a te che sei solo un pensiero, a te che non riesco a dimenticare, a te che sei la mia ossessione, il mio oblio, la mia rovina, il mio... A te che mi hai dimenticato, a te che sei il mio Zahir.