28 febbraio 2012

Credo mi occorra

una guida alla digestione del vuoto.
Che non contenga espressioni come "c'è tempo" -
- sto raccogliendo molto materiale a riguardo,
vorrei che una volta cucito, suscitasse
quell'esatta sensazione di apnea
che sto sperimentando ora -
o "ci spiace, ma è così" -
magari seguita da una dicotomia
d'opzioni egualmente castranti e impraticabili.
Quel che esiste, ha delle modalità storiche,
di affermazione e dibattito.
Il potenziale omicida che è nella bramosia
di ciò-che-non-esiste, invece, può essere
avvistato solo divincolandosi dall'accademia,
dalla coerenza, dall'empatia, dalla biochimica, dal branco,
e compiendo tre o quattro passi in direzione del baratro.
È per questo percorso in terra straniera e ostile,
che vorrei una guida.



Dedicato anche a Puccio e Mati di All90sLong,
che in teoria non avrebbero alcuna ragione per farlo, ma pare mi vogliano bene.

21 febbraio 2012

Jammece a durmì

Alcuni giorni fa giravo con un compagno di liceo in Fiat Uno, cercando un posto dove andare a perdere qualche ora del pomeriggio. Perché ci sono pomeriggi nati per passare, e giacché nessuno esiste per fare quello per cui è nato, non passano mai.

La Fiat Uno appartiene a mio nonno, è una bella macchina nonostante i 20 anni, molto spaziosa. Il motore, sebbene sia un 1.2, tira parecchio, perché l’auto è leggera. Questo significa anche che, a saper usare il cambio, consuma davvero poco, e si può stare con la spia della riserva accesa per chilometri e chilometri. Tra l'altro la mia ha anche il tettuccio in vetro (un optional che fa la differenza), gli alzavetri elettrici e il lettore CD.

I pomeriggi di noia sono la peggior cosa che possa capitare, a chi non è un soggetto adatto alla domanda. Rendersi conto della vacuità della vita e delle proprie azioni, cercare spasmodicamente un’idea che possa portare subito alla salvezza, o che almeno lo faccia entro i prossimi 3 anni, cosicché uno ci possa pensare su tutto il tempo, e nel pensiero trovare le ragioni per cui esiste e per cui, nel seguirle, sarà stato degno d’esistere. Perché l’esistenza deve essere anche degna, non siamo certo animali, siamo uomini!

Spiegavo più o meno questo al mio compagno di liceo, mentre eravamo nella Uno, quando lui mi rispose: 

No, secondo me, quand’uno non sa che fa’, è meglio che se ne va' a dormi'.


Mi spiazzò, la mia idea crollava miseramente sotto quel colpo di genio, una perla di terribile innocenza oscurava la lucentezza di tutte le mie parole, ogni mio intendimento idealistico sprofondava in un gorgo di nichilismo e praticità. Ma tenace e arguto come al solito, fui presto pronto a ribattere:

E quando si sveglia che cambia poi, scusa?

Eh, dipende da che deve fare, se non deve fare niente, meglio che va' a dormi' di nuovo.

Ahimé, la mia osservazione non costituiva certo un problema, la sua teoria assorbiva tutto, ogni asperità era stata già studiata e levigata, non potevo far altro che alzare bandiera bianca.

Ah, giusto, altrimenti si sprecherebbero  preziose energie.

Esatto, hai capito l'essenza.


Ossia: noi non siamo certo uomini, noi siamo batterie! (e neppure al litio) La domanda corretta, al massimo, potrebbe essere: cosa alimenteremmo mai?


17 febbraio 2012

Belen di giorno

Ho fatto vedere a mia madre il video porno di Belen. E' rimasta pietrificata.

Mia madre invece si è messa a battere sul computer credendo che si fosse inceppato.

Mi incuriosisce la gente che ha bisogno di guardare il festival, ma come spaccato della società, è chiaro. Nessuno di loro guarda mai un consiglio dei ministri, eppure anche lì ci sono delle troie inette circondate da unticci vecchi imbalsamati.

E, anche lì, quello che tira le redini è coprofago.

Ma mentre questo freddo pungente metteva in ginocchio l'Italia e quindi io perdevo tempo a scegliere la migliore battuta possibile sui pompini per aprire un post su Alemanno, magari sfruttando anche la mancata convergenza dei suoi occhi per insinuare dubbi sulle sue attività, QdG, o come minchia si chiama adesso, postava il suo semestrale concentrato di sagacia comica con il tempismo di una scossa sismica, soprattutto mentre qualcuno sta praticando il coito interrotto.

Pensateci, statisticamente deve pur essere accaduto: "Terremoto a L'Aquila. 12 nati"

Il solito dissacrante post denso di fine umorismo, come disse qualcuno a proposito dell'umorismo che non c'è; se non aizzasse a pisciare sui calabresi ormai non varrebbe neppure più la pena leggerlo.

Immagino questo viscido non troppo ragazzo che aspetta quella sera ogni 6 mesi in cui non è tenuto per le palle dalla sua donna o non sta aggiornando il suo personale database di youporn per partorire qualche battuta nel suo stile sperando di concupire una troietta 14enne. E tutto questo solo perché mi ha preceduto per una stupida battuta sui pompini. Di Alemanno.

In realtà mi piace QdG, ma ho la sensazione che a lui piaccia essere insultato. E' come quelle che godono gridando "dimmi che sono la tua troia, baby". Sto solo cercando di accontentarlo.

Non so cosa ne pensiate voi, ma credo che per praticare del buon sesso orale occorrano sensibilità e perspicacia: e Alemanno ha l'aria di uno che non saprebbe risolvere un sudoku neppure in codice binario.

Tale personale convinzione è maturata dai racconti svogliati del nostro compagno che riuscì a farsi la bella del liceo; tutti, con molto tatto, gli chiedemmo se, come le premesse estetiche lasciavano intuire, i di lei soffoconi fossero effettivamente memorabili. Lui smentì, probabilmente per sfoggiare un'esperienza che nessuno di noi aveva, dicendo: "Macchè, è troppo stupida, non capisce cosa deve fare". Questo non bastò a liberarla dal suo soprannome storico, "11 settembre": era pratica di doppie penetrazioni.

Insomma, da allora sono felice di credere che ricevere del pessimo sesso orale sia la punizione per i buzzurri cui si appigliano le soubrette dello star-system.

E che perdere 20 minuti con un pessimo video porno sia la giusta punizione per chi guarda il festival di Sanremo.

16 febbraio 2012

Post Graduation Party

Stamane sono entrato in ufficio con aria un po' mogia,
corrucciato dall'idea di aver innescato una bomba
all'interno del mio petto. Penso esploderà al
prossimo aperitivo tra colleghi, quando meno me lo aspetto,
tra la sedicesima e la diciassettesima oliva.
Un lieve scricchiolio della mandibola sarà l'unico,
tardivo ed osseo, segnale d'allarme.

" Le esperienze passate sono servite a comprendere cosa non voglio.
Sono molto esigente: analizzo e soppeso. Vuoi sapere come ho catalogato te?
Tu sei un omino basso, buffo e non bello. Insicuro, bisognoso,
incline alle dipendenze, emotivamente instabile: una checca isterica.
Per giunta possessivo, radicale, poco loquace e poco socievole.
Di te si salvano le mani, la voce e un bundle di cultura e abilità logiche.
Ammetto che la miscela di queste ultime cose fa abbastanza sesso,
ma il resto... Dio ce ne scampi e liberi. "

Bi pronuncerà tali parole, io ne loderò l'ammirevole, sacra sincerità
con impeccabile sorriso da truffatore professionista - c'è un giro
di scommesse molto attivo, in ufficio, è dura tener testa a Bi;
per non sfigurare e perdere è necessario "mostrarsi uomini"
(quando incontrerò il barbaro responsabile della creazione di tale locuzione,
giuro lo sevizierò con crudeltà inumana, inconcepibile),
ma mi mostrerò uomo una volta di troppo, per gli esigui margini garantiti
dal personale bonus vitale, e la bomba esploderà:
i miei polmoni marci andranno a decorare i cocktail dei partecipanti.

Dicevo: stamane sono entrato in ufficio.
F. mi ha salutato, carezzandomi la barba ispida,
e mi ha chiesto se mi fosse passata la sbornia.
Ma come poteva lei sapere che avevo trascorso
tutto il pomeriggio e la sera del giorno precedente
girovago (forse più "ondìvago") tra la cucina e il cesso,
in compagnia di diverse bottiglie di rhum?
Avevo staccato il citofono e spento il computer, il cellulare
e tutte le luci, tranne un faretto fioco, per strappare
alla totale oscurità giusto la strada dal frigo al bagno.
Nessuno poteva sapere dove fossi, cosa stessi facendo.
Liquefatto al punto di diventare trasparente? Improbabile.
Segni sotto gli occhi, sulle labbra, eccessivo pallore? Neppure.
L'ho allontanata maldestramente, bofonchiando:
"Nessuno strascico, per cui credo che rincarerò la dose, più tardi."
Ho preso a sfogliare distrattamente le solite carte,
in cerca di qualcosa da distruggere o da rinvigorire.
Ho pensato alle luci nell'autobus che mi aveva riportato
a casa, il pomeriggio prima. Di un blu elettrico, intensissimo,
che cozzando contro l'aria stanca dipingeva macchie inquietanti sui vetri,
e rendeva, di contrasto, ogni cosa all'esterno più rossa,
come in un primo speranzoso pomeriggio d'estate,
senza etichette da scrollarsi di dosso, nudo.

Alché, ho realizzato.

L'idea che qualcosa possa muoversi più veloce della luce
percorrendo per questo a ritroso il corso del tempo.
Non una particella, ma un frammento di empatia, di intuito,
che, nato oggi, possa recare nel passato un'immagine di
ciò che sarà - questa energia giunge a destinazione
quando viene colta, compresa. Nei casi in cui determini
un'effettiva svolta nel corso del tutto, da incentivo o deterrente,
un nuovo frammento inizia il suo percorso in senso inverso,
generando una biforcazione dell'intera linea temporale.
Ci siamo arrovellati per secoli circa l'esistenza
di civiltà extraterrestri, cullandoci con il pensiero
che queste fossero analoghe alla nostra, addirittura
geneticamente compatibili. Abbiamo indirizzato la nostra attenzione
verso la dimensione sbagliata! Sono venuto in possesso
di questo frammento del Grande Libro di Dio, ed ora mi è chiaro,
evidente, che ogni folgorazione, ogni eso-percezione,
è soltanto l'effetto della decodifica di un messaggio
proveniente da una zona inaccessibile: il futuro, appunto.
Dovrò trovare un modo di indagare sulla degradazione
dei segnali, per poter vivere più vite in una sola.

Vivere questo martirio, questo trambusto di ossa e pelle,
cambiare e stupire chiunque, per garantirmi umiliazione e dolore,
e, a millisecondi di distanza, salvezza e serenità.
Tener lontano il pensiero che esista una linea
entro la quale ogni impulso è del tutto impotente.
Questo farò.


11 febbraio 2012

300 giorni di Sole

Quando la mia età era compresa tra i 16 e i 17 anni, nell’assenza di miti generazionali che uno che s’esaltava a leggere Kant potesse venerare, feci dell’impavido Marco Travaglio - o era Roberto Saviano? - il mio idolo, e mi decisi a intraprendere la carriera di giornalista.

E’ facile intraprendere la carriera giornalistica: cominciate a tampinare un giornalista qualsiasi - se non avete alcun contatto fisico col mondo non vi amareggiate, ne trovate a pacchi anche su facebook - e prima o poi egli vi darà qualcosa da fare. Poi pubblicherà il vostro articolo col suo nome, voi non guadagnerete né la gloria né una lira, ma intanto avrete compiuto il primo passo verso un futuro di merda.

Un dì il mio vate mi chiese d’andare a fare un giro a Castelvolturno, per scriverci su una storia, e così il giorno dopo partii per la provincia sud di Caserta. Non è necessario che vi spieghi quanto faccia schifo il luogo, ci pensa già la fazione rossa dei giornalisti Rai; in loop più o meno tutti i martedì, i giovedì e le domeniche sera. Una cosa che mi preme raccontarvi, però, perché nessuno la dice ed è vergognoso, è che all’entrata del famigerato Villaggio Coppola si trova un decadente e inquietante cartello arrugginito, stile Silent Hill, che vi dà il benvenuto a Fontana Bleu: la città con 300 giorni di sole all’anno. Una vera chicca per tutti gli hipster con una reflex; se appartenete alla categoria andateci, mi raccomando! (spero che una tribù di nordafricani locali vi stupri mentre vi accingete a fingere di far dell’arte).

Ai giovani: sono molti i motivi per cui vi sconsiglio anche solo di tentare di fare i giornalisti, troppi perché possa risultarmi piacevole elencarli, vi basti dunque sapere soltanto che il sito de Il Fatto Quotidiano, che mi pare sia l’unico a non esser controllato da qualche potente lobby, dunque l’unico dove potreste, forse, scrivere quello che cazzo vi pare, sempre che vogliate fare del giornalismo per qualche nobile ideale e non perché siete degli inetti in qualsiasi espressione dell'intelletto umano che trascenda la capacità di scrivere - in quel caso andate a zappare, vi donerà ispirazione per deliziosi componimenti bucolici - titola le varie sezioni con esilaranti tag quali Politica e Palazzo, Giustizia e Impunità, Media e Regime e così via. Io, purtroppo, come dice *, sono ironico-leso, e dunque invece di compiacermi, a leggerli, mi faccio triste e penso: “che populismo”.

L'altro giorno, * mi ha detto che dobbiamo assolutamente andare in Spagna, “perché sulla costa del sol ci sono 300 giorni di sole all’anno!” Le ho proposto di andare a Castelvolturno; mi ha guardato in tralice. Se n’è andata via indispettita, non lo trovava divertente.

9 febbraio 2012

Ogni cosa al suo posto ed ogni posto nel gorgo, muto.

Subito dopo la proclamazione e il bando tutti mi chiesero
quale dovesse essere il pubblico. Io risposi nel mio metro,
dalle ventuno alle ventiquattro sillabe, che diviene musicale
solo ripensandolo, sezionandolo, spingendolo in profondità
parentetiche da cui riemergere affamati d'aria,
lungo i tappeti di spine che si srotolano implacabili
e dividono dagli appuntamenti con la carne dei sogni.
Il pubblico sarà quello più esigente, che squadra in un guizzo
i risvolti nauseabondi e cestina, senza pietà. Il pubblico
sarà il tempo, il tempo lungi da venire.
Il generale chiese agli astanti di scegliere tra lui
e la terra d'Atlantide: seguì le indicazioni fornite
da un'unica voce, tonante, nella compatta disarmonia del coro.
Disarmante manifestazione di un disordine rosso, rossissimo,
inconfutabile. Pensare che da piccolo mi sentivo confortato
dal sapere che, a tavola, il posto in prossimità della finestra
spettava a mia madre, quello centrale era mio e quello
vicino alla porta era per mio padre. Ricordo ancora
quanto spiazzante, forse persino umiliante, fu, alla sera,
trovare il letto sfatto, quando alla mattina mi ero destato
accanto a un amico. "Come puoi violare così quanto predichi,
e sbraiti?" rivolsi a mio padre, solo attraverso gli occhi.
Egli si voltò, e andò via. La prima colazione a letto
me la portò A., circa dieci anni più tardi.
Fui sorpreso e incapace di gratitudine. Un evento del genere
avrebbe ben figurato nel novero dei miei primordiali slanci
d'architettura del mondo: tutti dettagli nitidi, unici e incausali.
Ogni mattoncino poteva giustapporsi ad uno analogo in almeno
quattordici modi: ciò garantiva margini apparentemente buoni
di riuscita dell'iniziativa. Nei momenti di smarrimento,
era sufficiente una rapida occhiata alle figure,
un destro calco dal Libro della conoscenza.
Per il bambino, ciò non era né forzare, né barare.
Passò sotto silenzio, rimase così.

Crebbi perciò ignobile, freddo, mostruoso,
ebbro di ambizioni che credevo esistenti, tangibili,
ebbro di contatto fisico con la carne dei sogni.

Sulla strada che divideva da uno svago geometrico e dal caffè
mi imbattei in A., che fremeva, per un bacio.
Glielo diedi, quello e molti altri. Troppo freddo, inumano,
negarsi, di fronte ad un palpito così puro.
Alla prima folata di vento che ci divise per più di un palmo,
realizzai di trovarmi sull'orlo di un baratro.
Qualcuno urlò: "La leggerezza è un crimine!"
ed io la rincondussi alla sua città, fornendole indicazioni
per distinguere i mostri ed i ladri, specie quelli che,
contro la loro stessa natura, si reputano abili e santi.
Le raccontai poi del taglio sulla mano, così come feci con Bi,
ma ad A. lo raccontai per incutere timore. Ebbi successo.
Il giorno dopo mi scrisse "tu non hai amore, hai solo morte"
donandomi questa immagine funebre di me che depongo a terra
un trofeo senza vita, candido e delicatamente agghindato.
Promise di non far menzione del nostro incontro
ma disattese la promessa.

Mi sento vile! - per aver scientemente sovrapposto, limato
e confuso le iniziali e i percorsi di due donne diverse.
Non i luoghi, no: per gli architetti del tempo, i luoghi sono sacri.
La scappatoia che mi salva dalla totale abiezione è che per i morti
ogni luogo, ed ogni tempo, è il medesimo.
Mi incammino così verso casa di Bi, anch'essa prossima al greto,
gravando con tutto il peso sul piede sinistro,
debilitato da un bruciante senso di colpa.
Il paesaggio è spoglio, privo di costruzioni, silenzioso.
Le parole "scegli me" giacciono spente sul fondo del mio stomaco.


8 febbraio 2012

Mano


A F. - il ricordo che più di tutti
ha cambiato il mio essere.
Non mi stancherò mai di dedicarti
ogni cosa, bella o cattiva, 
importante o futile,
possa uscire da queste mani
e da questa testa marcia.

Eri, sei e sarai,
in ognuno di noi, sempre. 

La mano trema, da sempre. L'unico segno di una debolezza e paura verso l'ignoto e l'oscuro. La paura di entrare in un qualcosa che è troppo grande da gestire, talmente grande da non poterne tracciare i confini, di sentirsi ancora fuori da esso. La debolezza di non riuscire a gestire questa immensità, di guidare il timone in mari lontani senza finire in maelstrom fatali.

La mia mano tremante è il sintomo di una insicurezza nutrita e accudita con pochi anni di sofferenze e misero autocontrollo. Quello vistoso e scarno, da filosofeggiante fruttivendolo. Difficile parlare di esperienza: l'esperienza è come la storia, è un marchio che rimane a fuoco sulla pelle, ma ne vedi le cicatrici dopo molti, di anni.

Le esperienze sono figlie dei ricordi. Sono troppe le righe, i versi, i pensieri in cui do importanza ai ricordi. Non voglio dimenticare, eppure continuo a inebriarmi di ricordi in ogni istante. Non cerco la felicità, neanche in un possibile universo parallelo il mio altro cercherebbe la felicità: la felicità è diventata per il mio essere una banalità per pochi adepti. Quelli che una mattina, la mattina delle loro banali esistenze, si svegliano e rendono le loro vite banali nella felicità propria e altrui.

Non saprei nemmeno descrivervi il mio concetto di ricordo, né tanto meno descriverne uno. Sono parole che senti una volta nella vita durante le lezioni di filosofia al liceo di cui ignori il significato esatto che ne dava l'autore, ma che ti davano in un contesto una sensazione di granitica universalità, come Arché o Apeiron. Sono acque già navigate da milioni e milioni di anni: mai uguali nella sostanza, sempre simili nella forma.

Marchi indelebili che regolano processi neurochimici in un circuito sinaptico che determina il nostro dormire e il nostro mangiare, l'amare e l'odiare, il pianto e il sorriso, la carezza e il pugno.
E io, che continuo a rifiutare il sonno e il cibo, l'odio e l'amore, la serenità (non si è mai felici quando si sorride, vi è solo il sentore che per qualche breve lasso di tempo, sia esso un secondo o una vita intera, qualcosa può cambiare leggermente per il meglio) e la tristezza, la violenza e la delicatezza, adoro affondare ogni singolo essere del mio corpo in queste sensazioni. Un tempo familiari, oggi tappe di un viaggio di cui ci si è dimenticati la mappa del sentiero in qualche casa.

Vivo di passati e remoti futuri cercando di nascondere ogni singola traccia di questa mia debolezza, di questa mia paura. Tranne la mano tremante, forse l'ultimo barlume di umanità e "banalità" rimastami.

6 febbraio 2012

Tristemente, trecento

Avrei voluto scrivere del languido ed annuvolato di candore cielo di Posillipo, con quel Vesuvio che ormai non è più una novità, attiguo, così tanto, alla landa di scatolette arancioni che rasentano moli, mari e vascelli; mi ritrovo, invece, a scrivere di peones immusoniti e vecchi rimbambiti, e coppiette improvvisate su strade disastrate, e clacson roboanti che infervorano l'aria e la colmano di grigio, qui nel rione. Il vano e coraggioso tentativo di evadere per qualche ora diviene appunto vano e di questi resta solo l'amara potenziale audacia lasciata lì ad avvizzire come una vecchia rosa ripudiata - diviene vano perché sbarrato, forse, dall'adattamento, che per quanto nocivo, criticato e nauseante, è tale, e la sua erculea potenza innesca fervidi meccanismi di pleonasmo, abitudine e, effetto più disastroso, imprescindibilità. Ricordo il tentativo di dieci minuti fa, quello di guidare in zone che a quest'ora palesano una nobile desolazione tutt'altro che greve, come invece è l'aria di qui. Ero solo avvolto da un alone d'illusione che chiedeva solamente che me ne stessi tutto solo lì, rabbuiato ed imbacuccato a contemplare la quiete, la pulizia e il silenzio dell'etere - ho deluso quest'alone, s'aspettava qualcosa in più da me, ma non è colpa mia. Eppure non c'è più tempo, sempre più angusto e grave, tempo maledetto che t'inviperisce con la sua frenesia e le sue soffocanti pretese. Intanto sono in mezzo ad un segmento, ai cui estremi vi sono due miei ex compagni delle elementari: uno, da dietro, urla guaiti come un asino che rantola, l'altro, davanti, col suo giubbotto alla moda s'appresta ad utilizzare la sua auto - funzionante, non come la mia, che mi inchioda su questo sedile e mi costringe a scrivere di loro e non del Vesuvio, o della ringhiera di via Orazio, o degli uccellini che salmodiano sui pomposi alberi di Posillipo, o di una cicca che rotola accidentalmente giù nell'inferno, loro, uno dietro e un altro avanti, in una nube, tutti senza esclusione, di camorra, reticenza, omertà, cespugli, carte, bambini tristi, pali della luce. Vivono la loro vita, anche gli esseri inanimati, così come io vivo la mia, disperata come la loro, angosciata, piuttosto gelida, e tetra. Tutti uguali sotto questo tetto di fumo acre - ed io che volevo solo starmene in pace a Posillipo.

5 febbraio 2012

La Crisi

Hanno detto che era assurdo
tutto quello che avevamo da dire
(la pretesa di cambiare strada,
d’un figlio che abbandona la via del padre,
mette in moto la solita annosa questione:
l’ignoto sarà bene o male?
Tra la risposta di chi non è felice di ciò che sa,
e chi non è infelice di ciò che sa, passa lo scontro
di dieci, cento generazioni).
E ci hanno regalato un libro di risposte,
tutte giuste, approvate da una commissione d’esperti,
colmo di regole da seguire, infallibili, per averla vinta.
Ci hanno regalato un libro da seguire
quando tutto quello che volevamo era partire.
Ci hanno regalato un libro per il successo,
migliaia di pagine debordanti saggezza antica,
e noi volevamo soltanto scriverne una nuova.

1 febbraio 2012

Neve Mind (the Bollocks)

Piace a tutti l'immagine della neve che si ferma silenziosa sui tetti e sulle strade, come se invece che un addensato casuale di frattali ghiacciati fosse una calda coperta per l'anima.

Stronzate, Lucio.

Quando cade, la neve, fa un sacco di rumore, invece: si accumula fra folate di vento, cigolii, tonfi. Come la tristezza, che trova nel freddo circostante il terreno più fertile sul quale depositarsi e quindi si condensa in dolorose scaglie.

E' un fastidio, è il disagio dei fiocchi che si infilano nelle maniche, nelle orecchie, negli occhi e nel naso: è la strada ormai inspessita da una lastra di ghiaccio scivoloso, è il guanto inzuppato con cui hai pulito il parabrezza, è l'impossibilità di muoversi.

E' la folla che condivide pessime foto sfocate di strade di suburbana miseria nelle quali ci riduciamo a vivere, trattando la normalità come una festa, pascendoci di quotidianità priva di slanci, idee e novità.
E' la moltitudine di stati su facebook che esulta per la neve, quella che si lamenta di quelli che esultano per la neve, quella che invoca il caldo e fra 6 mesi aspetterà di nuovo l'inverno, in un costante modaiolo desiderio di inadattamento e pervicace inflazionata autocommiserazione.

Sono io che su facebook stanotte ho ritrovato me stesso, e mi sono rifiutato l'amicizia.