25 gennaio 2012

La Questione Bombieri

L'origine del tremore basale è nel consolidato abuso di eccitanti.
La relativa importanza dell'aspetto sessuale sta nella contrapposizione
tra la "semplice ginnastica", dunque l'opinione,
propria anche di mia madre, per cui foia e foga
siano sopravvalutate, e il giunto tra Eros e Thanatos,
dove la necessità della violenza
è la necessità di provarsi in grado di sopravvivere,
alla numerosità e all'intensità degli shock.
Il mondo delle donne è sorretto da un titano di cartapesta:
tonnellate di richieste, cui è indispensabile prestare attenzione,
essere all'altezza. Certe gru dai colori sfavillanti
vorrebbero nascondere la testa sotto la sabbia,
o solo sfregare il proprio lungo collo contro un altro,
più morbido. Prevalgono invece, talora a distanza di lustri,
i biechi propositi meccanici per cui una gru nasce
solo per sorreggere carichi.
Tu, giovane, non puoi semplicemente ignorare la tecnica del tuo tempo.
Dovrai seguire la tecnica che delineerà l'età di tuo figlio,
non potrai semplicemente bollarlo come un inetto,
perché non sa giocare ai cavalli ed approfittare delle occasioni.
Maleducato, mi dice. Maleducato, irrispettoso, insensibile.
Chi mai mi avrebbe dovuto rendere conforme all'etichetta,
incline a prostarmi, empatico e facile alle lacrime?
Non le raccogli, tu, le parole? Lasci che fuggano impazzite
o anneghino in un bicchiere di whiskey?
Ora che sto per andarmene, le pareti di questo posto
mi sembrano i confini inviolati di un posto nuovo.
Me ne sto con la sigaretta al vento buio e gelido,
maturando propositi che non hanno possibilità di compimento,
ora. Non ridi mai, dice lei.
Penso alle occasioni in cui ho regalato una rosa,
o me ne hanno fatto dono. La simbologia dei fiori è semplice:
ciò che non sarà, il frutto, o che è appena stato reciso, il gambo.
Attorno a me si affollano i discorsi frivoli
di chi non ha ancora le spalle al muro.
"Cinque e mezzo, Ramirez, alla prossima. Eh, ma le gambe."
Ci sono le scale di casa tua
che mi infondono lo stesso senso di smarrimento
e totale dedizione.
Ci sono le parole "tua madre sarebbe fiera"
come pure una manifesta, inattesa approvazione
morale di un volto severo, che senza tremori
afferma "potresti essere sprecato, o pentirtene.
Non è semplice tornare sui propri passi.
Per istigarti a riflettere, ti porgerò ora un dono enorme."
Di nuovo in balia del vento.
Premurati di sincerare che chi lo conosce,
lo sappia interpretare davvero.
Nuova boccata di fumo.


Ti aspetto e ogni giorno
mi spengo poco per volta
e ho dimenticato il tuo volto.
Mi chiedono se la mia disperazione
sia pari alla tua assenza
no, è qualcosa di più:
è un gesto di morte fissa
che non ti so regalare.

(Alda Merini)


12 gennaio 2012

Occhi cavi

C'era anche questo sogno, tra i lungamente presagiti.
Il nostro antieroe, il nostro tafano kafkiano,
si riprende rattrappito da un sonno troppo breve,
raggiunge il bagno a tentoni, accende la luce
(la sua prima parola, tra poco ogni pragmatica
verrà distrutta, ogni capriccio smobilitato)
e indaga, con l'ausilio dello specchio,
riguardo quel fastidioso prurito alle palpebre.
Nonostante le labbra riarse, da malato terminale,
la sete che lo consuma incessantemente,
ora sono le palpebre, sul prioritario piedistallo.

"Non puoi più evitare il problema.
Quando hai deciso di voler ammettere,
hai reso irreversibile la situazione."

Le orbite sono cave. Vuote. Buie.
Eppure egli vede!
Si precipita in strada, in cerca d'aiuto.
Corre disperato e veloce, con le mani sugli occhi,
o, per meglio dire, sul nulla che li ha sostituiti.
Non teme per la menomazione, dato che, per l'appunto,
egli vede.
Forse il danno estetico, ma neppure.
Dove ha origine, allora, questa frenesia?
Non ce n'è traccia, nel grande libro.
Egli si dimena come un ossesso.
Ci sono una casa, una strada e due individui,
le fondamenta del semplice plastico hanno le sembianze di un cuneo metallico,
il cui filo è delicatamente in equilibrio su una fune.
Ogni scossone può essere fatale:
si precipita in fretta, nel vuoto
dei secoli, nei secoli.