27 novembre 2011

Spiga

È un compito difficile quello che consiste nel tornar sui propri passi.

Ricordo perfettamente i rimproveri di mia madre posta di fronte a tutti questi verbi elisi. "Tornar, ostentar, rinvenir, chi ti sembra di essere, Manzoni?" - mi diceva.

Da piccolo era dura sostenere posizioni mature e lucide come “Tutto può essere sacrificato in nome della musicalità. Se è esattamente un ritmo che voglio rendere, complesso e sincopato quanto mi pare, perché devo ritrovarmi ammanettato, spalle al muro, in nome di regole prive d'alcuna ragion d'essere?

Perché le regole servono da scheletro, giovane Jack. Prima di violarne deliberatamente una, hai il dovere morale di conoscerne cento. Solo così un'indagine su fondatezza ed efficacia può essere giustificata. È un principio antico: nella Bibbia, il Messia s'incarna per avvicinarsi tangibilmente al creato, condividendone il dolore, quindi alleviandolo.

Può darsi che il suo mancato ritorno denoti un buon grado di riluttanza e snobismo, o solo cordiale indifferenza verso noi poveri mentecatti scagliadardi.

La reiterata contrapposizione di principi con la medesima efficacia meccanica ha la sgradevole tendenza a generare abomini insolubili.

Se ora fossi uno scrittore underground, mi fustigherei da solo, per la verbosità ossessiva e la stucchevole abbondanza di echi classici. Chissà dove gli ho attinti, poi, non ne conservo memoria! Di certo non da fonti di prima scelta.

I miei genitori ci tenevano. Che non fossi un fannullone.

Forse sono persino riusciti nell'intento di salvaguardarmi da tale atroce, riprovevole eventualità. Ma non scamperanno a una dolorosa obiezione: da quale pulpito?

Mi sono buttato in un ambito solipsistico e meschino, come la lotta-con-i-numeri, guadagnando persino rotoli di carta igienica attestanti capacità lievemente al di sopra della media. Ma la media di quale popolazione? Quella dei mentecatti? Capirete che vanto. Tanto per cambiare, dovrò buttare tutto all'aria, identificare delle motivazioni, spinte propulsive, plausibili, quindi farmene portavoce. Sarà questa la mia liberazione dal peccato originario, dai punti ciechi della mia educazione. Non certo una ridicola abluzione in un'acquasantiera.

Una strategia educativa improntata alla severità può essere fondata; perde, tuttavia, molta della sua ragion d'essere quando evita di mettere sui piatti della bilancia da una parte l'estensione delle ferita inferta, dall'altra la concreta portata delle opportunità aggiuntive garantite.

Certo, un didatta che volesse far continuamente fronte a tutti questi delicatissimi bilanciamenti vivrebbe una vita impossibile, avvertendo il desiderio di cambiare lavoro già al secondo giorno, al sorgere del sole. Ciò avvalora il noto motto every parent screw up every children.

Torno sui miei passi, commentando quanto scrivevo da giovane.

Erba cattiva spunta dalla cenere dal catrame, attraverso i mozziconi permea le fenditure della roccia. Blob schiumoso riempie le tubature e prorompe con getto ondata polverulenta giallastra. Stelo spunta secco germoglia. Fragile che si sgretola al tatto, ma germoglia.

Nel mio liceo, tra l'edificio della palestra e quello delle aule, c'era una sorta di camera di decompressione dalle pareti di vetro, comunemente denominata la serra, ed utilizzata da professori e studenti come smoking zone non regolamentata. Ci trascorrevo molto tempo. Quel giorno mi avevano dato una brutta notizia. Così me ne stavo, mesto e sfumacchiante, a contemplare la gramigna tra gli interstizi del cemento, in prossimità dello sbocco di un tubo che pescava dalla grondaia. [In attesa di Katy.]

Di traverso come fuggendo la luce del sole, infastidisce ciò che gli sta attorno, cemento grigio infissi laterizi. Consapevole, però, quasi fiero: è un canone inverso, differente, avverso, sostare sulle dissonanze per costruirsi austeri, inflessibili, rigidi. Solo la prima fase, perché l'interno è ancora ammorbidito dalla linfa, rifiuto verdastro marcescente, che lo spirito della corteccia e la potenza del tronco sono larvali, corrotti.

Mi balenò in testa l'idea che la mia condizione non fosse poi troppo diversa dalla condizione della spiga. Anch'io ero tutto storto, e non per mea culpa.

Sognavo di poterne uscire vincitore, con una spada da brandire. Ma quel che mi veniva concesso, nei giorni fortunati, era a malapena un caffellatte scadente. Così la mia costituzione rimase gracile, concedendomi di brandire solo argomentazioni flebili.

E' terribile vivere piegati su un fianco. Divertirsi, anzi gioire, scimmiottando il dolore che le foglie credono insormontabile, quando scricchiolano, poi si spezzano. Spazzate, prima di essere spazzate dimenticate dal netturbino di turno. Ma la spiga stava friabile su un fianco da secoli, inestirpabile. Nelle mattine ventose ascoltava le fibre allacciarsi, rafforzando i muscoli. "È pericoloso star piegati" ma non ci credeva minimamente "raddrizzatemi, allora" "sfilatemi le radici" tanto non se siete capaci idioti.

È l'attestazione della tendenza a sottovalutare le proprie capacità di sopravvivenza alle catastrofi. Immagino donnine in nero che si battono il petto, si fustigano, si strappano i capelli e riversano isterici fiumi di lacrime – rivolgo loro un interrogativo semplice: “come accidenti sono riusciti a convincervi che tutta questa farsa possa avere una qualche rilevanza nell'operare il Bene?”. Non avete capito un cazzo. Non avete idea di dove mettere le mani. Non abbiate paura di annuire, sono nero anch'io.

Vedete spiga e immaginate campi falci covoni. L'autentica ragione è solo tradizione orale arbitraria, deformabile. Nello star piegati certe corrispondenze svaniscono, muoiono. Fare a meno dell'anima di tutte le spighe, un campo nuovo dove serpeggia uno stelo.

Un richiamo alla soggettività e all'individualismo artistico, che non è disgiunto, anzi viaggia a braccetto, con l'etica.

Stelo che evita di soffrire per inseguire se stesso, solcare l'universo, invisibile. Eppure certe rinunce fanno ancora male, le hai connaturate dentro, nella linfa marcia, tagliano lo stomaco quando non si mangia. Te le iniettano dentro. Un farmaco quotidiano, prima e dopo i pasti, per non flettersi. La spiga non è esattamente piegata, non ci sono curve solo un netto angolo a qualche millimetro dal suolo. Te ne accorgi solo ora?

Arriva qui una riflessione sulla capacità di interpretazione delle guide, dei maestri.

Ricordo bene come la mia professoressa d'arte esclamò “Ah, allora mi ascoltavi!” durante il mio esame di stato. Quello di diverse dottrine è uno stratagemma astuto: sottolineare la centralità di alcuni valori, senza specificarne la prassi di attuazione. In tal modo, una volta dietro una cattedra si viene automaticamente rivestiti da un'aura di rispetto, che a priori non certifica alcuno sforzo, alcun sacrificio. Diviene possibile vendere una boccata di fumo per dogma, senza dover violare la cortina di incomprensione che ci separa da colleghi, amici o sottoposti.

E' tardi amico mio, le campane stanno per crollare. Quali saranno gli eredi di questi panorami alla Van Gogh, Arles-En-Provence, i portavoce di questa arte con la "a" minuscola URLATA a spatolate? Spiga vuole solo le tue mani e le ombre di Mondrian con tutti gli scorci con le porte socchiuse, il futuro annegato nella linfa. Ma si può drenare. Spiga sogna senza schiuma verdastra. Spiga spuntano le ali dopo la scarnificazione. Body Art tatuaggio sulla spalla profondo, sangue rosso, fulmini dalle scapole DIVING FLY dalle infiorescenze ai tunnel che sorreggono il brulicare delle anime. Come i vermi sorreggono la piramide alimentare. Spiga segue i contorni delle scatole cinesi, paese casa stanza finestra balcone giù dal balcone.

Il dono della lucidità è una spada a doppio taglio. Si apprende più rapidamente, ma ciò conduce prematuramente alla scoperta di molte, troppe incongruenze nel sistema. Non è detto che una volta scovato Golia, il giovane Davide avverta il desiderio, ed abbia le forze, di affrontarlo. Mi sembra anzi più naturale che si senta sopraffatto dalla stanchezza e dalla voglia di togliersi la vita.

Piazza poi gente, "g" minuscola. Spirale sulle onde che graffiano il cartone, pack in cellulosa grezza. Le onde ricordano coperture in amianto, ma di una ruvidezza più curata, carezzevole. Spiga non si aggrappa a nulla e non è sospesa sulle vostre geometrie. Indeformabile autosostentamento. Meraviglia quando da piccoli piegando una carta, jack di cuori, questa tollera il peso di libri e castelli. What Have I Seen? È una questione importante, tenersi pronti. Ma Spiga aveva già deciso. Sicura prima degli acquazzoni estivi. Mèssi, méssi, che importanza vuoi che abbia. Spiga drena il tempo PERSO ed è ancora sicura. Non è servito, we're sorry. Spiga vuole una corteccia.

Più che una composizione scorrevole munita di trama ed intreccio, è una sfida enigmistica. È come interrogare incessantemente il lettore – prova a capire perché mi esprimo così. Una richiesta d'attenzione disperata. Borbottare a mezza bocca “qui suona strano per effetto della disseminazione di una sola consonante, qui sto parafrasando un noto passo di un romanzo, qui una nota canzone, questa è una metafora, quest'altra una transizione semantica, poi un frase nominale, quindi un periodo retto da un infinito, per generare sospensione...” Venirne a capo è inumano, è cosa che appartiene al fumoso regno di ciò-che-può-essere-solo-sognato. È l'inquietante consustanziazione della speranza d'essere completamente compresi, a partire da un'imperfetta sintesi di un dolore. Non succede, mai. Perché non può succedere. A meno di non nascere in un corpo trasparente come quello di certi cavallucci marini. In generale, è pretendere troppo.

Si insinua qui il perverso, marcio desiderio d'essere contraddetto.

Si dipana così: “se non posso vincere, che possa almeno morire romanticamente in duello”.


20 novembre 2011

Zen

C: Word è doppiogiochista,
io ho un bel taccuino:
export,
che m ispira e mi fa scrivere queste stronzataggini
che comunque servono solo a farmi mangiare il cazzo.

G: Hahaha.
E perché?

C: perché non mi pare servano ad altro,
non credi?
Quindi mi mangio il cazzo.

G: mmm, certe volte la roba vecchia può tornare utile!
Metti che tieni una tra le mani e le dici:
io sono scrittore!
Beh, vuoi dimostrarglielo?

C: Sì, le mostro come uno scrittore sappia mangiarsi bene il cazzo.
hai ragione.

G: Esatto... e poi le dici: visto? Adesso prova tu!


.

17 novembre 2011

Desiderio - Un Ideofono Per Due Righe Di Sfogo Finale


A volte scrivere è veramente una rottura di coglioni. Per quanto lo stream of consciousness sia stato per i miei ultimi due anni di liceo (quando iniziai a leggere Browning e Joyce, giusto per mettere due nomi altisonanti per fare i fighi) una figata paurosa, è tutto ancora troppo levigato, falso, opaco. Mi piacerebbe avere, installato sotto qualche forma di software o creato da un'industria di prodotti tecnologici che non sia Apple che, ahimé!, penso lo faranno prima di tutti gli altri, chiedendoci l'anima, il polmone sinistro e tre quarti di fegato come prezzo di lancio, un attrezzo che doveva risultare molto comodo ai protagonisti del libro che per tre anni(!!!, si: era abbastanza lungo) ha tenuto occupata la mia voglia di dormire: ne I Sovrani Dello Spazio c'erano questi enormi aggeggi chiamati ideofoni usati per registare e codificare ogni onda cerebrale e pensiero, per poi memorizzarli dentro bobine che potevano essere riutilizzate per memorizzare dati e/o risultati ottenuti tramite “pippa mentale”. Una roba simile penso possa essere paragonata al lavoro di hacking che si faceva nel film Matrix, ma la mia idea di questi attrezzi è sempre stata un'altra. Immaginate di riuscire a memorizzare ogni singola cazzata che vi passa per la testa, ogni commento alla troia che vi taglia la strada o al vecchio che vi blocca tre ore alle poste....

Lascio a voi tante altre possibili opzioni. Tanto lo so che vi limitereste a ricordare scopate epiche per segoni ultragalattici del sabato sera.

Il problema principale è che a scrivere, di solito, ci si rompe il cazzo. Spesso, l'errore che fanno i lettori è non immedesimarsi nello scrittore: provate a immaginare Tolstoj mentre getta le basi di Anna Karenina o Guerra e Pace. Spesso, il lettore medio che si limita a farsi quattro risate sui blog del cazzo che i loro amici fanno su Windows Live Spaces solo per pubblicare foto del cazzo scattate su una spiaggia della zona tirrenica della Calabria; oppure a continuare a farsi i segoni ultragalattici del sabato sera sulle foto delle loro amiche troie le cui considerazioni a proposito sono “La da a mezzo mondo, e io sto nell'altra metà” dice: “Ma a Tolstoj chi cazzo gliel'ha fatto fare? Ma non poteva farsi semplicemente una vita sto disagiato di merda?”

Spesso, il lettore medio che preferisce farsi le seghe (e nemmeno ultragalattiche, perché non ne vale la pena: provato personalmente) sulle scopate da ciclo carolingio di Melissa P. non sa nemmeno che vita abbia vissuto, il povero Lev. Capirebbe che la scrittura è un po' come quegli aggeggi infernali che c'erano in quel mattone gigantesco de I Sovrani Delle Stelle, solo materia più grezza. Una vita fatta di parole sudate, sofferte e ricercate, per dare anche un senso, un suono, una immagine anche al più banale dei ricordi che han dato all'autore un qualcosa; un'emozione. Egli cerca in tutti i modi di essere più cristallino possibile nei suoi viaggi attraverso le sue malate onde cerebrali, ma deve sempre scontrarsi con delle turbolenze che capitano una volta su una, ovvero la probabilità che Marsellus Wallace, ogni volta che vedrete Pulp Fiction, venga inculato a sangue [SPOILERONE!!!] da Zed. L'incomprensione altrui.

Qualcun'altro ha scritto “lo scrittore, che categoria insulsa”. Io rilancio con “lo scrittore, povero coglione”.

Qualche volta capita che a qualcuno venga la brillante idea di sbattersene il cazzo, e il risultato è sempre lo stesso: vengono considerati geni assoluti del loro tempo, dopo non esser stati cagati di striscio fino a quando il lettore medio che ora sta amorevolmente massaggiando il pene del trans Desiderio sulla strada che porta alle poste vecchie di Cosenza avrà un figlio che gli chiederà: “Scusa babbo, a scuola abbiamo studiato Petronio, posso vedere il Satyricon di Polidoro?”. Il lettore medio allora dirà al povero ragazzo: “Ora taci e và a massaggiare il pene a Desiderio: oggi mi ha fatto sudare sette camice e ancora non è stanco”.

Penso che così nascano la maggior parte dei serial killer e radical-chic in Italia.

Il succo della questione è semplice: Tolstoj aveva le palle per scrivere Anna Karenina e Guerra e Pace, voi avete solo il culo per Desiderio.

14 novembre 2011

Il teorema della scatola cinese

La tierra giró para acercarnos,
giró sobre sí misma y en nosotros,

hasta juntarnos por fin en este sueño,
como fue escrito en el Simposio.
Pasaron noches, nieves y solsticios;
pasó el tiempo en minutos y milenios.
Una carreta que iba para Nínive
llegó a Nebraska.
Un gallo cantó lejos del mundo,

en la previda a menos mil de nuestros padres.

La tierra giró musicalmente
llevándonos a bordo;
no cesó de girar un solo instante,
como si tanto amor, tanto milagro
sólo fuera un adagio hace mucho ya escrito
entre las partituras del Simposio.
(E. Montejo)

- Ricordati di scrivere del tempo che si ripiega.
Nel sogno del ragazzino imberbe, questi si desta di soprassalto, preso da un gran prurito in volto. Sgattaiola nel gelido algido bagno del secondo piano, fa scattare l'interruttore con la nocca del dito medio. Nello specchio, due piccoli e sgraziati occhi rossi. Sulle gote, sul mento e sul collo chiazze irregolari di barba ispida, fulva, orribile, spaventosa. Un chiaro monito: un tempo deve compiersi.
Tra poche ore bisognerà tornare tra i banchi del liceo. Non fosse per le dottrine blaterate, sarebbe una quotidianità piacevole. Volta ad abbracciare G, K oppure E.
Ho bisogno di un rasoio. Non perché mi curi spasmodicamente del mio aspetto. Tutt'altro. Appaio genericamente trasandato, allo scopo di lasciar filtrare il solito messaggio: non è questo, il punto. Ho scarso successo.
- D'Aurizio, tu sei l'emblema del completo fallimento del nostro sistema educativo. Un elemento di grandi capacità ed ampli orizzonti, ma che nessuno si sognerebbe mai di definire "scolare" o "scolarizzato". Radicale (per non dire "criminale"), pazzo e violento, questo sei.
Trovo un rasoio, lo utilizzo con perizia ed elimino lo scempio facciale. Tornato giovane, ecco che angoscia si sovrappone ad angoscia. L'indomani dovrò prendere un treno all'alba, raggiungere Pisa e sostenere un esame, ossia compensare un'abissale ignoranza con una dose equivalente di faccia tosta ed abilità nell'improvvisazione. Questo so fare: spacciare metadone, glorificare surrogati.
Così quest'oggi non è un giorno qualunque, da contemplarsi con lentezza.
Dopo quest'oggi potrei non avere più alcun contatto con G, K o E.
Ogni melensa prospettiva futura è recisa da una ghigliottina.
Devo lasciare un segno eclatante. Che siano loro, ad avvertire il bisogno, se non di preservare intatte le potenzialità, quantomeno la memoria. Essere trovato, disseppellito, come un reperto del precambriano o un'ascia di guerra, è una delle migliori approssimazioni di felicità che io conosca. Venite a prendermi!
Come quello volta che la Prof e il suo cane mi scovarono a leggere e fumare nel parchetto cittadino.
Triste, scompagnato e nient'altro.

- E il grande progetto delle scelte sovrapposte?
I soggetti meno dotati non si interrogano in merito al tempo. Quelli più dotati arrivano a percepire la continuità. Ma sono le condizioni marginali le più interessanti. Nel caso del giovane, questi sembra avvertire la rottura e la ripresa di tre o quattro differenti linee temporali, concomitanti. Sembrerebbe, inoltre, che questi spezzoni posseggano un'origine comune, da individuarsi nella presa di coscienza della, senza inutili reticenze, grande tragedia personale: la malattia della madre. Mi sento perciò di datare al 1994 questa inconsueta "ramificazione": all'epoca, il soggetto aveva appena dieci anni.

I genitori si seccarono presto dell'eccessiva loquacità e della totale assenza di pudore del figlioletto. Fu così che le ultime bravate, un furto in un negozio di dischi e una truffa telematica ben più ingente, gli fruttarono il riformatorio attraverso un iter giudiziario quasi lapidario.
Il riformatorio era una struttura dalla facciata d'asilo, o di colonia estiva, e dai ritmi del carcere. Il processo di rieducazione era incentrato sull'etica del lavoro. E sulle botte, mai lesinate. D'altro canto, gli educatori erano ripescati, su base biennale, dall'ampio bacino di disoccupati che il recente fallimento di un colosso metalmeccanico aveva provveduto a rinverdire. Non era richiesta alcuna esperienza, non c'erano test di sbarramento. I muscoli andavano più che bene.

All'interno del riformatorio conobbi Z. Aveva la mia età, un fisico esile e degli occhi verde brillante, incessantemente guizzanti. Quando lo sguardo di Z si posava su qualcuno, questi ne risultava trapassato, quasi per effetto di una spada o di una impalpabile, inappellabile condanna.
Inutile dire che tutti mantenevano debite distanze. Pareva si trovasse lì per aver partecipato ad un assassinio politico; alcuni vociferavano fosse proprio lui l'esecutore materiale. Fatto sta che era esentato dalle ore di falegnameria. E trascorreva quasi tutto il suo tempo leggendo. Io, da parte mia, ero esentato dalle ore di informatica: temevano mi ficcassi in qualche altro pasticcio. E così, fu Z a prendermi in simpatia, percependo forse un'informe inquietudine, simile alla sua, il cui sintomo primo consisteva nel non dormire mai più di tre o quattro ore a notte. Mi illuminò sulle barriere tra percezione e realtà, individuo e sistema.
Ad un certo punto, nonostante fosse per me impossibile negare la sua grandezza e influenza spirituale, io me ne stancai. Avvertii rigetto. E compresi. Non l'attuabilità di un omicidio in conformità all'etica, ma qualcosa di basso e animalesco: che magari lo stesso era capitato a chi aveva conosciuto me. Z non meritava il mio tradimento, così come io non meritavo d'esser tradito. Ma non c'erano autentiche opzioni. Non c'era alcunché da ponderare o scegliere.
In simili occasioni, tutta la scienza della biblioteca d'Alessandria non eguaglia l'intuito di un singolo uomo. Optai per la fuga. Non era la prima volta, e non sarebbe stata l'ultima. Un fuga precipitosa e non pianificata: anche per questo, completamente imprevedibile, sottile come uno stiletto.
Abbandonare il riformatorio, per rifugiarmi proprio in casa mia, mi fu facile. Ero pur sempre un ladro. Mi premeva tuttavia non allarmare i miei genitori con la mia prematura dipartita. Trascorsi così un paio di giorni segregato in camera mia. Chiusi la porta dall'interno e cercai di non produrre alcun rumore.
Utilizzavo il bagno solo nelle ore durante le quali la casa era vuota, e approfittavo di queste occasioni anche per depredare la dispensa di poche cose da sgranocchiare. Trascorse quasi una settimana prima che mia madre mi scovasse.
Non parve minimamente sorpresa
.
Eppure avevo vissuto da parassita nella mia stessa vita, nella mia stessa casa.

Dalla raccolta del materiale onirico del soggetto emergono diversi elementi di rilievo. Copresenza latente di senso di colpa e tendenze autolesionistiche, emotività schizo-paranoide, sindrome da abbandono. Il soggetto, tuttavia, esibisce una inusuale cosciente consapevolezza delle proprie aberrazioni. Risponde spesso a domande con domande, non esita nell'esposizione. Nell'ultima seduta, è riuscito ad inquietarmi più del solito.

- Dottore, ha mai pensato a cosa potrebbe essere la sua vita, la mia vita, la vita di chiunque, se posti dinanzi ad un bivio potessimo imboccarne simultaneamente ogni biforcazione?
Il tempo è un vincolo rettilineo, unidirezionale, intollerabile.
Accetto l'esistenza della morte. L'ho pure tenuta in braccio.
Ma non poter tornare ad agire sulle cause, è questo che mi manda in bestia. E' come doversi accontentare di lenire i sintomi, piuttosto che curare, una malattia.

Quando mi crebbero i primi capelli bianchi, Z mi chiese: "E tutto il resto?"
Ma non esiste tutto il resto, non esiste più. Inaccessibile.
Leggo ridotto over 60 e mi chiedo
se riuscirò ancora ad essere qui,
custode di futili colonne d'Ercole, con la stessa compostezza
e la medesima rigidità negli addominali,
frutto di una disciplina marziale ormai interiorizzata.
Per sognare un mondo che muova i suoi passi all'unisono coi miei.
Trovo ci sia qualcosa di sacrilego nell'asciugarsi le scarpe sul simbolo della supremae dignitatis. E qualcosa di grandioso negli sterminati spazi che si aprono dal basso di una piazza, dal risvolto del cielo il cui peso grava sui tuoi denti e li spezza, giorno dopo giorno. Puoi avvertirne la ruvidezza mentre ingoi. E quel sapore metallico, è solo sangue.

Titolo: C'era una volta in piazza. Sottotitolo: il sangue freddo non ha portato fortuna.

Nonostante la bellezza della gran figa francese, la romantica risolutezza del killer sentimentale di Sépulveda, gli artisti poliedrici come Angela Baraldi.

Quo Vadis, Baby?


13 novembre 2011

1989

Diceva qualcuno, su un sito in cui passavo letteralmente le giornate, piuttosto che leggere testi del cazzo che mi portassero al 100 per gli esami di Stato: “Noi dell’89 siamo stati il limbo di una generazione: a metà fra il muro di Berlino e MySpace”.

Ne avremo di cose da raccontare, noi dell’89: cose come il Ciao e Piccoli Brividi, ma anche l’Euro e Facebook. Non per togliere nulla a chi venne prima (e, in misura minore, dopo) di noi. Abbiamo avuto una consapevolezza particolare già dopo aver varcato le soglie del nostro primo giorno di scuola, alle elementari, dal VII governo Andreotti a Tangentopoli. Abbiamo visto Hammamet varcata da ladri che non ridaranno i soldi ai nostri genitori per i prossimi cento anni; vaghi ricordi di due torri che tagliavano il cielo di una splendida, malinconica New York; l’incisione sempiterna di un Tardelli che urlava al mondo e di un Grosso in lacrime dopo un gol. Come Woody Allen. Abbiamo visto nani salire al potere e ricadere per delle zoccolette minorenni (le stesse che ci faremmo durante quelle notti da sbronzi); il lento declino della RAI, che da Pirandello e l’Almanacco passava a tette e culi dati aggratisse come neanche i trans dietro le nuove poste di Cosenza sanno fare.

Non è un post malinconico. Statene certi. Ho cambiato radicalmente la mia visione del mondo, in questi anni, per constatare che nulla cambia in brevi intervalli di tempo (sentite qua, “intervalli di tempo”: come se si parlasse di un esercizio del cazzo dato dal vostro docente di Fisica 1 per lo scritto di febbraio). Mi son reso conto che l’unico punto focalizzante sugli eventi che ci sovrastano è il tempo. Quello che sconquassa la memoria, che divora tutto; come un Crono che per paura di perdere il potere divora i figli. Quello che costruisce statue di bronzo che dureranno in secola seculorum, quelle che tutt’ora nutrono le nostre menti di fervidi viaggiatori nella cronologia altrui. Tanto da farci dire, magari scherzando, ma anche con una certa nota di tristezza: “Eh, se fossi nato prima…”

Noi dell’89 siamo nati quando Mario e Zelda erano già superstar, mentre alle porte del futuro nascevano Battlefield e Fallout. Abbiamo goduto delle opere di Pinter e Osborne, quando già questi erano Nobel o morti da chissà quanto tempo. Prima o poi qualcuno di noi avrà detto “Il Nobel della Letteratura non ha senso da quando Borges è morto”, senza renderci conto che in realtà Borges era già al di là dell’Aleph. Abbiamo criticato Mussolini, Cossiga, Andreotti e Berlusconi sempre dopo le loro disfatte ai danni dei nostri genitori, nonni e bisnonni. Abbiamo visto le impronte sulla Luna a 300.000 chilometri di distanza, e vent’anni luce dopo. Abbiamo anche avuto il coraggio di dire che “I Pink Floyd sono una cazzo di band brit-pop di merda”, quando i Radiohead pubblicavano Kid A e Amnesiac.

Eravamo già vecchi, quando la DDR contava ancora un agente dei Servizi Segreti per abitante; quando l’Islam era una delle tre religioni rivelate e non il nemico con gli ordigni nucleari, tanto cattivo da poterlo utilizzare sugli eroici, protestanti, americani. Eravamo già vecchi quando Gorbachov diede il via al lento progredire del sogno americano; quando Giovanni Paolo II fu graziato dalla Madonna di Lourdes per poter continuare il suo silenzio nei confronti di preti pedofili e campi di concentramento croati. Eravamo vecchi, quando la polvere di due torri e di un edificio pentagonale entrarono nei nostri polmoni, giusto il tempo di farci urlare “Ma che cazzo…?”, per poi ricordarci che la storia non era ancora finita. Siamo già vecchi, ora che il mondo sembra andare a rotoli, aspettando un 21 dicembre che, come i tanti monimenti di Geova ci hanno abituato nel corso degli anni, continua a turbare la nostra tranquillità.

Tra il muro di Berlino e MySpace. Abbiamo vissuto ogni singolo attimo presente e assorbito ogni evento passato come se ci fossimo figurati di essere popolo di un tempo che non aveva mai fine. Non avendone uno nostro. Chi è il vecchio ora?

11 novembre 2011

Dharma annebbiante

Tolti gli occhiali vedevo la verità e almeno non ingenuamente scorgevo ciò che di illusorio si riversava verso i miei occhi in quel momento languidi ma puri e anche con visuale pura del mondo, del cielo stellato e della pallida e fervida Luna e non una visuale ingannevole, non un’essenza ipocrita della natura, perché almeno osservavo le cose come realmente stavano ossia: poco nitide, sbiadite, senza congiunzioni e un filo conduttore e una verità e l’essenza reale ma soprattutto ingannevoli, camaleontiche: apparivano in modi e sembianze diverse e strane e continuamente mutevoli. Gli occhiali invece mi davano l’aria dell’intellettuale borghese savio borioso capace di conoscere l’inesplicabile e di individuarne i concetti più oscuri e misteriosi; ma i concetti oscuri e misteriosi cosa sono? È tutto nella mente, mi ripetevo. Non esiste nulla. Nemmeno l’essenza, forse, e nemmeno la X ignota kantiana e forse nemmeno Kant ed il suo pensiero trascendentale. Con gli occhiali con questi stupidi occhiali m’illudevo di scorgere tutto e m’illudevo di poter andare sempre oltre ciò che ho conosciuto, ho travisato, ho svelato, m’illudevo di esser capace come uomo e come materia di raggiungere non l’infinito di per sé eterno, irraggiungibile, essente o appunto forse inesistente bensì tante cose che propinavano un avvicinamento all’infinito stesso e divenivano in un modo o nell’altro ugualmente soddisfacenti. Senza le lenti era tutta una sfumatura di cose irreali o parzialmente reali quindi verosimili come tutto questo pazzo mondo invisibile ma che noi ci sforziamo a rendere visibile, giustificandone le sembianze, e cadevo dalla mia boria o presunta tale per ritornare coi piedi per terra ed accorgermi di tutta questa inverosimiglianza e parvenza e forse mi sentivo anche inadeguato, debole, indifeso ed incapace di reagire ed escluso in un certo senso dal circostante, e senza lenti, insomma, pareva tutta una storia fiabesca e contorta e insensata ma sicuramente e finalmente realistica senza l’illusione di poter scorgere qualcosa che avrei potuto e voluto approfondire all’infinito. Senza occhiali tornavo al primo passo della conoscenza: ignaro di tutto e voglioso solo di scoprire le apparenze e le materie utili per vivere bene; quindi bramoso di arrancare con le più basse conoscenze, che non avrei di certo reputato tali, accontentandomi di esse, senza sapere di essermi semplicemente accontentato, e vivere solo in funzione di esse incurante di possibili quintessenze celate dietro l’angolo che magari con gli occhiali avrei cercato altresì di scovare (e poi lì sarei diventato pazzo, come in effetti diventai poiché vivevo con gli occhiali e non senza, e dunque la visione delle cose non mi appariva approssimativa ma chiara e tonda e dunque da approfondire, da allargare, da discutere, controbattere e ritornare daccapo con l’approfondimento etc.).

Dio, la morte. La morte e la non-nascita sono le salvezze a cui può (avrebbe potuto, ma non ha potere, eccetto per la morte) aggrapparsi uno come me perché di quelli come me ce ne sono a bizzeffe su questo sporco mondo del cavolo assai diverso dall’Iperuranio platonico (o forse, invece, uguale? Pieno di idee, noi tutti, sembriamo proprio noi idee perfette che cercano di trovarne altre e relazionare con esse, è mai possibile?, no che non è possibile, non siamo perfetti, ma cos’è la perfezione e l’imperfezione? È tutto nella mente, siamo Idee e non lo siamo, l’Iperuranio non esiste oppure lo stiamo vivendo giorno dopo giorno e in realtà non esiste neppure il pensiero d’Iperuranio e non esiste nemmeno Platone); e poi c’è sempre quella storia della fuga la quale presenta sempre peculiarità interessanti e chissà se forse è quella la soluzione per non pensare e quindi non porsi un’idea su tutta questa faccenda aggrovigliata in un guazzabuglio di incertezze e dubbi e irrealtà e pseudo-significati. Insomma, mi giravano i coglioni e soprattutto questi pensieri assurdi per la testa. E tutto questo solo perché per un attimo tolsi gli occhiali e m’accorsi così che la miopia era più seria di quanto pensassi.