31 ottobre 2011

Metodi alternativi di rivoluzione

Il giorno successivo alla manifestazione di Roma spopolava in rete questa significativa vignetta di Marilungo:


L'avevo personalmente interpretata come una frecciata al giornalismo, o piuttosto all'assenza di esso, ma moltissimi l'hanno condivisa ponendo l'accento sulla rilevanza mediatica degli scontri piuttosto che degli argomenti del corteo e di come la violenza, termine che non metto fra virgolette solo perchè le considero un'aberrazione lessicale, abbia spostato i termini del confronto, qui ancora le virgolette non sarebbero parse poi fuori luogo, e soffocato la voce ai tanti pacifici passeggiatori.
Allora mi sono chiesto come sarebbe stata la vignetta sulla manifestazione degli indignati se non fosse degenerata ed il risultato è questo:














Insomma, la mia opinione è che, semplicemente, non se ne sarebbe parlato. Del resto qualcuno di voi ha forse sentito del corteo di ieri, sempre a Roma, con la stessa affluenza di quello del 15 ottobre? Sapete cosa reclamava quella gente? Qualcuno si è invece accorto che ho iniziato questo post parlando di una generica manifestazione e tutti avete capito a quale ci si stava riferendo? Così mi sono permesso di adattare la vignetta:



Non discuterò oltre delle violenze, del loro fine (perché, ebbene, temo che vada riconsiderata l'ipotesi che la guerriglia sia solo un mezzo). Mi permetto di suggerire alcune opzioni per cambiare il futuro di questa nazione così allo sbaraglio; tutti insieme, incuranti dei 15 milioni che da vent'anni votano ininterrottamente Berlusconi, ce la faremo:

i) la prima via è puramente democratica. Possiamo scegliere di votare il più grosso partito di opposizione dopo esser stati informati dai principali canali televisivi di quale esso sia. E' importante concentrarsi su quello, per estromettere tutti gli altri partiti più piccoli dal parlamento anche se ci rappresentano meglio, senza farsi demotivare dalle statistiche, secondo cui una larga fetta degli onorevoli cambia partito durante la legislatura.

ii) la seconda strada ricalca l'ostruzionismo economico. Basta reti Mediaset, possiamo guardare quelle RAI, capitanate da uomini asserviti ai partiti di governo o altre reti di imprenditori noti o emergenti. Basta spesa al supermarket, acquisti in libreria. Da adesso vivremo di sola aria, che è gratis!

iii) questa terza opzione spazia nell'innovativa opposizione psicologica. Gufiamo tutti intensamente il Milan, confidando che qualche sconfitta improvvisa dei rossoneri causi un colpo al re Silvio, risolvendo così d'un colpo gli annosi problemi della seconda repubblica.

iv) l'ultima proposta sembrerà la più semplice. Scendiamo in piazza, sfiliamo allegri, colorati, compagnoni. Beviamoci sopra, viviamo la giornata come una gita, passeggiamo per il centro di Roma bussando porta a porta per illustrare le nostre ragioni. Sull'esempio della Libia, dove la deposizione del tiranno è avvenuta al fatale grido di "chi non salta Gheddafi è".



ps: non c'è stata nessuna manifestazione ieri, è stata 3 giorni fa, ma avrei potuto dire qualsiasi cosa. Inoltre uno striscione della seconda vignetta inneggia alla figa, ma eravate troppo occupati a guardare Avetrana per accorgervene.

29 ottobre 2011

Come sbarazzarsi di un peso in due semplici mosse

Sono sufficientemente ubriaco, e la mia mente è aperta, perfetto.
Chiedo anzitempo scusa a Claudio Delicato per molte affinità tra il presente intervento e uno dei suoi ultimi su Ciclofrenia: ogni parallelo è del tutto accidentale. Sorprendente da scoprire, durante la stesura della bozza. Ma veniamo all'intento.

Volevo divulgare ulteriori dettagli, nuovi brandelli. La proficua collaborazione con Radiocicletta (approfitto dell'occasione per augurare un felice battesimo di fuoco a Dario e Gennaro) ha portato un taglio di luce sbilenco, inquietante, lynchano, sull'evoluzione dei miei gusti musicali. Dieci anni fa non mi sarei mai sbilanciato in favore del blues, dell'indie-rock o dello slow-core. Certo, gli unici a possedere convinzioni incrollabili sono gli imbecilli, ma mi preme sottolineare il marchio di fabbrica, piuttosto che le velleità etiche.
Lo stampo è femminile ("Tanto per cambiare!", direte) e il ferro battuto delinea una A, che pur non designa un'adultera: nell'ormai sepolta vicenda, il maggior carico di macchie e colpevoli omissioni grava sul sottoscritto. Era A perché mi surclassava, mi insegnava a star tra la gente (seppur si trattasse di mostri di una élite dalla erre moscia, privi di qualsivoglia aderenza al mondo dove la gente si dissangua e si lapida) e dimostrava una dose non trascurabile d'affetto e premura. Ma non ero un compagno, ero al più un satellite. Sul suo podio giaceva lei sola coi suoi viaggi. Così tutto Bob Dylan, la musica folk, Les Anarchistes e perfino i White Stripes un giorno mi vennero a noia. Lei volò in Germania per dare nuova linfa alla semantica delle altrui fave da un punto di vista statistico molto confuso ed arrabattato, finendo per reperire un carnoso esemplare di salsiccia americana.
Mi chiedo se il suo recente matrimonio abbia assistito alla fioritura di un certo senso di sacrificio, io credo (anzi temo) imprescindibile in un legame vitalizio, o se si tratti di un'arzigogolata sperimentazione legal-emotivo-burocratica. Già detto. Ormai, sono faccende che non mi riguardano. Not my business. I nostri sentieri si sono divisi. Per colpa di un Jack conteso da infatuazioni complementari. Dietro l'angolo, e tuttora lì, la pericolosa, travolgente, inopportuna, amorale ed incredibilmente arrapante K.
Non c'è un gran novero dei suoi lasciti musicali, ma quando attingo ad uno specifico album dei Radiohead mi delizia immaginare che lei faccia lo stesso. Ogni tanto me lo scrive, un "ti penso" o un "mi manchi": tuttavia, dai barbuti numi del dolore ho appreso la sovraumana diffidenza, assieme all'inutilità dei consigli. Così, non mi stupisce neppure la frase:
"Non compio questo gesto, perché so che sarebbe importante."
È una contraddizione in termini, o una velata ammissione di un basso profilo morale, statisticamente molto diffuso nell'universo femminile - anticipo il femminismo oltranzista chiarendo che non si tratta di un pregiudizio, ma di un giudizio a posteriori, per il quale solo una lentissima maturazione ha condotto ad una piena consapevolezza.

Ci sarebbe la bionda, certo. Ma che si accontenti di questa sterile menzione, la cretina. K la sovrasta di spanne nell'oculata tecnica di raggiro. K non è stupida, né maldestra, né prevedibile. Che cosa abbiano da spartire, codeste femmine, con le rispettive facce-di-scimmia, è un interrogativo aperto tanto quanto l'ottimalità del metodo di amplificazione di Vinogradov.
Solo il tempo può testimoniare quanto radicato, e radicale, è un amore, sotto l'ovvia ipotesi che queste cinque lettere possano essere effettivamente caricate di un senso compiuto.
Fatto sta che nel caso di K il desiderio di farmi a pezzi, o tagliuzzarmi con delle forbici affilate, non si è mai spento, mentre per la bionda D è stata sufficiente quella mezz'ora di totale deturpazione di una stanzetta nei pressi del lungarno pisano.

Ci sono poi le persone dissolte, come E. Era molto religiosa, pesantemente malcondizionata. In lei viveva una dolcezza grandiosa, che non ho più ritrovato in alcun essere senziente.
Si è trasferita a Roma e si è laureata. Qualcun altro si è divertito a immergerla nelle tentazioni; indiscrezioni affermano ne sia uscita malconcia. Mi dispiace per davvero, vorrei riabbracciarla. G mi ha imposto di non impicciarmi, ma dato che la disubbidienza è la vita, insisto con la prima persona singolare, e continuo a produrre vani appelli. Potremmo persino arrivare a scindere dottrina e fede, etica e dictat.

Ci sono le persone di cui non parlo per vergogna, come M.
Prendete qualcosa di potenzialmente duraturo, passatelo al tritacarne, quindi al tritacarte. Continuate a catalogare errori, da bravi.

Ci sono le persone con cui ho più-o-meno-accidentalmente copulato, come F ed F. Cui proporrei di replicare l'esperimento, per mere finalità scientifiche.

Ed arriva quel sogno ferocemente osceno. Non si tratta del sogno del maglione e delle VHS, è ben più recente. Sono in macchina con M, c'è anche la sorella, P, stiamo andando a Perugia ad assistere ad una mostra. La giornata procede placidamente; alla sera siamo tutti un po' stanchi e ci fermiamo in un locale a rifocillarci e sbevazzare. C'è un gruppo che suona dal vivo, un pezzo che ricorda "Sun is on my side" dei Gogol Bordello. Mi prodigo in inquietanti rivelazioni (un grande classico, proprio d'una ubriachezza aristocraticamente molesta); il buio cala presto sulla terra e sui nostri sorrisi. Dio, questa è dura da scrivere.
Torniamo in macchina, ma l'autista M è troppo sbronzo per guidare, e si appisola quasi immediatamente. P è su di giri, esuberante come non mai. Mi fa: "Guarda adesso!"
Afferra un braccio di M e lo allontana dal torso, lasciandolo ricadere a piombo. Sì, dorme profondamente. P sbottona la patta dei calzoni del fratello, tira fuori il cazzo.
Insiste: "Guarda!" - e prende a leccare con voluttà e gran tecnica.
M ha dei sussulti, ma non si desta completamente finché il suo membro non affonda ripetutamente nella gola di P. Un attimo, ed M è scosso da un orgasmo quasi esplosivo, che insozza il cruscotto e il viso della sorella, divertita, raggiante.

C'è un cambiamento di abitudini, notificatomi per la prima volta da K,
che evidenzia simultaneamente una maggiore insicurezza ed una acuita necessità di ispezione (più volte M mi ha dato dello sbirro): una forma di feticismo che si concretizza nel fissare insistentemente la bocca dell'interlocutore, piuttosto che gli occhi.

C'è quel che faccio quasi ogni sera: vagabondare, in rete, elemosinando informazioni su ognuna di queste maledette femmine. Mi avranno forse ostracizzato arrivando a comprendere, in un qualche momento d'alta ispirazione, che ero sincero, nella volontà di non arrendermi, lungo il breve corso della mia vita?

Chissà.

Penso alle parole di mia zia che convintamente asserisce:
"Prima o poi il sistema avrà la meglio anche su di te, povero pazzo!"
ma mia zia è femmina, ed ha torto marcio.

24 ottobre 2011

San Francisco, Scott McKenzie

Scritto di getto, come insegna Kerouac...

Mentre la stavo ascoltando, sì: ascoltavo la sconfinata beatitudine della sinfonia, dell’aria, di effluvi, d’olezzi provenienti dalle praterie a me adiacenti: oh sì, proprio così, adiacenti a me che navigavo in quel momento nella più arcaica Cadillac, chissà a quanti chilometri di velocità, chissà da quante pianure oltrepassate, soppiantate e declassate ormai dietro di me, come segni del passato, un passato ugualmente sublime perché di tutto un quadro di luci, barlumi, soli rossastri e praterie irruvidite dal grano secco, che comprendeva quello stesso passato d’asfalto grigio, quello stesso presente d’aria infocata sul mio viso, quello stesso futuro che, chissà, sarebbe stato ancora meglio: anzi, lo era, perché poi diveniva presente, ed il presente, come detto, non poteva che essere Eterno. Scott allungò la vocale “a” di San Francisco, nel ritornello, ed io correvo sempre di più, non v’era sosta, né ostacoli, solo strada, liscia, pura, elementare, enorme, luccicante strada. Ed eccolo, al secondo minuto, che strepitava, sì che strepitava: “be sure to were”, ma solo se “vado a San Francisco” incitava, dopo che avevo attraversato orizzonti sbiaditi dal calore… e continuava, continuava a cantare, ed io ero sempre lì come perpetuamente immobile ma in costante movimento verso altri orizzonti, sempre più vividi, sempre più vicini, sempre più miei, sempre più Vita.

Finalmente mi sentivo vivo. Non ero strafatto e neanche ubriaco: ero semplicemente da solo, mentre ascoltavo quella canzone, che al quarantacinquesimo secondo sembrava raggiungere le vette dell’Himalaya e portarmi insieme ad essa, naturalmente: ma successivamente non terminava, perché riascoltandola poi si evinceva la chitarra psichedelica che istigava, anzi invogliava a Stare, ad emigrare dalla vita per rientrare in un’altra cosa che andava, sì, aldilà della vita stessa: era sulla strada, sulla strada c’era la pozione che più di ogni altra cosa svelava l’Essenza per regalartela, per sempre, nella mente e nel cuore, nelle vene dove quindi sgorgava impavida fino a Renderti.

22 ottobre 2011

Trasloco

Tra le cose notevoli da fare nella vita, quali andare sul go-kart, fare sesso orale, dormire e lavare il cane, ecco che ne ho trovata una nuova: traslocare. È senza dubbio quella con più prerequisiti, essendo necessarie due case, una in partenza e una in arrivo, escludendo il caso banale che uno voglia traslocare da una casa nella stessa. Ma non finisce qui. Etimologicamente, per traslocare servono degli oggetti da locare. Ovviamente uno di questi oggetti è se stessi, ma considerando trasloco una semplice passeggiata dalla vecchia casa alla nuova casa l'attività perderebbe di interesse, l'accezione diverebbe troppo ampia e ci troveremmo a traslocare sempre, di modo che ognuno di noi potrebbe ragionevolmente dirsi capo di una ditta traslochi di successo. Invece no, il trasloco presuppone una fatica sisifea, sudore e problemi muscolari, stress, bestemmie. Tutto questo, a meno che non abbiate già gravi problemi motori (nel qual caso potete a buon diritto dire che ogni vostro spostamento è un trasloco), vi può essere facilmente procurato da qualche scatola ben piazzata.

Ma mentre l'osservatore superficiale potrebbe credere che la fatica maggiore di un trasloco sia quella muscolare, il veterano sa che il vero scoglio è concettuale. Per prima cosa, se non viviamo a Legolandia ci accorgeremo presto che pochi degli oggetti che possediamo hanno una forma parallelepipedica. Avete presente la spiacevole sensazione di una partita a tetris mal giocata? Ecco, aggiungete la terza dimensione e aumentate la gamma di forme possibili per i pezzi: otterrete una prima approssimazione di quell'inferno geometrico-combinatorio che è un trasloco. È a questo punto che scopriamo una delle grandi verità della vita, cioè che le scatole non servono per proteggere oggetti delicati, menzogna! La scatola serve esattamente a quello che fa, cioè racchiudere oggetti multiformi in un oggetto di una forma più rassicurante e controllabile. Perché non una sfera o una piramide direte? La ragione è che costruire una scatola sferica è molto più difficile, e le piramidi hanno almeno un angolo al vertice troppo acuminato per ispirare fiducia a qualsiasi persona sana di mente. E poi vi sfido a stimare il volume totale occupato dalle vostre fottute scatole non parallelepipede.

Ora che vi siete contesi coi clochard le scatole in avanzo della Coop, o peggio vi siete litigati l'ultima scatola gialla (gialla?) delle Poste Italiane (perché giallo poi?) prima di scoprire (non c'erano altri colori cazzo?) che la frequenza di quel colore (fa davvero schifo) è esattamente nel range giusto (cazzo) per procurarvi un attacco epilettico (imbavagliare l'impiegata delle poste con l'adesivo blu (blu?) antieffrazione) riportandovi così ai bei vecchi tempi in cui solo Super Mario (e chiederle divertito se pratica retrogaming) sapeva procurarvi certe emozioni. Ora che avete le scatole inizia la guerra.

Galvanizzati dall'efficienza concettuale delle vostre scatole, entrate in casa con aria beffarda ostentando una sicurezza ontologica delirante. In poco tempo nel vostro cervello si crea una gerarchia deterministica di categorie e frecce che assegna ad ogni cosa tangibile della vostra dimora un'unica, indiscutibile, classificazione universale ed eterna e la conseguente collocazione nella giusta scatola. A tenervi coi piedi per terra è il campo gravitazionale, che vi ricorda come ogni oggetto che decidete di trasportare ha un costo proporzionale alla sua massa. A questo punto iniziate a interrogarvi sul valore degli oggetti che possedete.

Il concetto stesso di valore è ampiamente mal definito. O meglio, non vi siete mai preoccupati di definirlo esplicitamente. Vi accorgete che ogni cosa che occupa la vostra futura-ex-casa ha guadagnato spazio nella vostra esistenza per cause contingenti in un momento che improvvisamente ricordate e ora, alla luce della vostra vita presente, dovete riesaminare la sentenza di primo grado e decidere se in effetti quel calzino a righe merita, se quel fornello antizanzare vale la pena, se quella tazza con le arance potrebbe anche, se quel koala imbalsamato sarebbe il caso di, se la collezione completa di soldatini in miniatura della seconda guerra mondiale servirebbe a. Oppure se quel cesto di vimini proprio non, se quella foto di lei è meglio che non, se questo foglio che state leggendo... che diavolo è questa roba?

Cestinato.

21 ottobre 2011

In Ricordo

D'un tratto la guerra ci rivela che procediamo ancora a quattro zampe e che non siamo ancora usciti dal grembo dell'era barbarica della nostra storia. - Lev Trockij, Le Guerre Balcaniche 1912-1913

Ricordami
quando la mia lingua
pronuncerà sangue;

quando ucciderò tuo fratello
per vedere i nostri figli
mano nella mano
senza paura alcuna;

quando il mio cranio
sarà matrice per manganelli
e il mio corpo
darà colore alle sbarre;

quando sulla mia bara
poseranno la bandiera
del mio assassino;

quando il mio nome
comparirà su muri
di vecchie strade
tra piscio e cemento;

quando il mio volto
conosciuto da tutti
verrà pensato da pochi.

Ricordami...

cresciuto tra i sogni
di chi mi ha ammazzato.

Non ho altro da chiedere.

17 ottobre 2011

Considerazioni sconnesse

Sono stato in Calabria, a tenere una sorta di corso di aggiornamento per insegnanti. Sono stato tremendo, ho riversato sugli astanti tonnellate di informazioni. Ma sono stato anche onesto: i miei toni aspri servivano a disseppellire un preciso dovere morale. La tradizione non è solo conservazione delle superstizioni più imbecilli e contraddittorie. Il lavoro dei giganti che ci hanno preceduto va preservato, diffuso ed ampliato. Questo grazie alla collaborazione. Lo stilema del "lavoro fra pari", tanto diffuso nei testi di pedagogia alla moda, è una designazione vuota, tanto quanto "black bloc", per intenderci. Siamo tutti pari, è ovvio, anche se l'ovvio è soggettivo.

Durante il viaggio, alcune epifanie hanno riportato alla luce reperti mnemonici di un tempo che reputavo ormai alieno, defunto, decomposto. Una ragazza si abbandona ad una risata sguaiata, piegando la gamba destra e restando per un attimo in equilibrio sulla sinistra. Era un tratto distintivo di mia madre. Una responsabile provinciale ha il suo nome, un'altra il suo cognome.

In treno siedo accanto ad un donna attempata, ma molto ben curata. Al mio solito, taccio e dormicchio. Ciò, tuttavia, non mi impedisce di cogliere che si tratta di un'importante magistrato. Per tutta la tratta, discute animatamente con i suoi collaboratori, che le siedono di fronte. Uno è un azzimato ragazzotto romano, l'altra è una pressapoco-quarantenne di Lodi, il cui accento, di tanto in tanto, tradisce pesanti ascendenze calabresi. Sulle prime, è l'inestricabile caso giudiziario che fa da padrone. Facile cogliere abbondante riverenza nei confronti del magistrato, che dovrà presiedere una nutrita commissione. Poco dopo il tedio tecnico, è il gossip che fa da padrone alla scena. Pare che il futuro Presidente del *** sia un bell'uomo, sposato, non troppo anziano. E che quattro o cinque funzionarie o stagiste lo importunino di già con ripetuti inviti a cena e provocazioni soft-porno. Vengono apostrofate come "sgallettate". I collaboratori parafrasano a più riprese le considerazioni del magistrato. Immagino che tale prassi pappagallesca sia un consumato artificio retorico recante prostrazione e riverenza. Avverto un modico rigetto e un modico disgusto.

Poi arriva l'infinita tristezza del sud. Tale morsa è fatta di deserto, di scarse opportunità, di sporcizia, di gratuita ospitalità, di abissali dislivelli socio-culturali e di bellezze femminili che fanno quasi male agli occhi. La mia camera d'albergo è al piano più alto. Dalla terrazza antistante è quasi possibile toccare la sommità di un pino maestoso, sullo sfondo c'è un mare ritorto, inquieto ed enorme, pericoloso. Tra coppi e tegole, piccole piante grasse. Sembrano delle agavi in miniatura. Anche loro, piante con un destino infausto.

Al termine del mio primo intervento mi intrattengo a discutere con un professore, mio corregionale. È sorpreso del fatto che io non voglia intraprendere carriera accademica. Difendo la mia posizione, sottolineo che eviterò ad ogni costo di arrugginire. "Ma tra dieci anni potresti pentirti dell'opportunità mancata!" - "Tra dieci anni il mio potenziale d'innovatore sarà comunque esaurito. Per questo mi adopero a vivere, e consumarmi, più in fretta che posso."
Fumo, bevo, denigro la morale cattolica. Ritrovo la responsabile di Campobasso, che si ricorda di me per via di K. Travolto da un'indicibile nostalgia, metto al corrente K. d'ogni faccenda e pensiero.

6 ottobre 2011

Morto Steve Jobs, Si Fa Un Altro Fiasco (Rossi)

Questo post è ispirato principalmente ad altri due post del blog di Wu Ming, per la precisione: questo e questo. Si consiglia di leggerli onde evitare vagonate di insulti da parte dell'autore.

Avevo intenzione di introdurre questo post con una frase zeppa di retorica che più retorica non si può, ovvero: Avevo intenzione di introdurre la mia carriera di blogger de "Le Saghe di Onan" partendo da qualche stupidata, tipo una serie di racconti brevi. Poi, dato gli ultimi avvenimenti di questi giorni, come la sospensione di Nonciclopedia prima, e Wikipedia poi, decorata con il trapasso di Steve Jobs, mi hanno fatto cambiare idea.

Ecco. Volevo iniziare così. Però, sapete, queste riflessioni da ciabattaro nerd che sente l'onnipotenza tastando come una scimmia i caratteri di una tastiera del computer sperando che ne esca un discorso serio e logico(cit.) mi stanno leggermente stufando. I tempi stanno cambiando e le modalità di scontro in una discussione sono rimasti sempre gli stessi: le strategie di combattimento sono immutate da secoli, cambiano solo i mezzi. Così ti capita, in un giorno di fine scuola media, sentirti dire da una professoressa di italiano "Le guerre oramai non sono più scontro corpo a corpo, che magari prima erano più meritevoli: ora basta premere un bottone per fare una quantità di danni che nel Medioevo impiegavano forse decenni". La questione non è questa, benché io preferisca il napalm all'ascia vichinga, basta saper usare entrambi con intelligenza; il problema fondamentale è la totale mancanza di voglia nel mettere in discussione le proprie opinioni e avvalorarle con idee di fondo e riferimenti al mondo esterno: aria fritta, insomma.

Ti ritrovi così a dover leggere vagonate di insulti sulla bacheca della pagina di Vasco Rossi privi di senso (sia chiaro, ho scritto anche io sulla bacheca di Vasco Rossi tre giorni fa, ma il mio commento era più un resoconto nostalgico e rassegnato per un artista che poteva dare tanto è ha preferito tornare in auge con minchiatine come bloccare Nonciclopedia o tirare fuori neologismi a caso presi in prestito da un inglese fatto di tre parole di quattro caratteri ciascuna come web-rocker) e constatare che la pagina Salviamo Nonciclopedia è stata aperta da un'agenzia di studio sulle nuove forme di comunicazione: in pratica ci studiano come fossimo macachi in cerca di un culo da pulire. La cosa inizia a puzzare subito dopo aver preso considerazione che il blocco non era proprio un blocco, ma una sospensione per protesta in risposta a una querela partita già un anno prima; inizia a puzzare quando la querela viene ritirata dopo due giorni di tafferugli su Internet che nemmeno le manifestazioni di destra a Reggio Calabria han saputo fare di meglio; inizia a puzzare talmente tanto da sentire il cadavere nascosto sotto il parquet quando, alla riapertura di Nonciclopedia, sussegue la sospensione a tempo indeterminato di Wikipedia per protesta sulla legge bavaglio che si, fa schifo al cazzo, ma il senso di questi eventi mi riporta al punto precedente: ci studiano come fossimo scimmie in cerca di un culo da pulire.

E in effetti un po' scimmie lo siamo. La comunità di Internet, che vorrebbero premiare col Nobel per la Pace, quella comunità multietnica e tollerante altro non è che la solita accozzaglia di bombardamenti informativi casuali e ingestibili, che spesso sfociano nella locura e nel turpiloquio. In Italia siamo zeppi di questi esempi, basti ricordare il video dove venivano raccolti i commenti presenti nella bacheca del gruppo "Lasciate lo zio di Sarah alla folla", una delle cose più atroci che ho visto negli ultimi anni. Non solo per la qualità dei commenti, ma anche per il geniale accostamento delle facce sorridenti degli autori di commenti come "Fiaccole e forconi. AL ROGOOO!"" oppure "Torturato ma sempre tenuto in vita, altrimenti gli farebbero solo un favore!".

Decantiamo tanto la nostra capacità di distinguerci dagli animali che saremmo capaci di scannare chiunque dica il contrario. Da questo punto di vista, anche Internet ha fallito: lo strumento che azzera le distanze e permette un bombardamento di informazione mai visto in precedenza nella storia dell'umanità, è ora ridotto a semplice bagarre e accozzaglia di inutili commenti dove gli autori non fanno altro che rimarcare le proprie opinioni senza nessuna voglia di sostenerle con basi accettabili e, magari, convincenti.

Ora sono veramente stufo di battere a caso, il mio discorso logico, da brava scimmia quale sono, l'ho fatto. Ora è tempo di tornare sull'albero a mangiare qualche pidocchio.

Perché una parola d'ordine così "innocua" e "naturale" come quella della "libertà di critica" è per noi un vero grido di guerra? - Vladimir Il'ič Lenin - Che Fare?

Mai frase, e titolo di un'opera, furono più azzeccati.

P.S.: E' morto Steve Jobs, evidentemente le reti anti-suicidio con lui non hanno funzionato alla grande.