29 agosto 2011

Memories

Quando ricevette quella telefonata una frazione di allucinazione scheggiò la sua mente annebbiata, riposata, in quel momento raccolta verso altre mete e orizzonti, ancorata coi piedi saldi per terra e spesso sui pedali del suo camion veicolo adibito al suo lavoro, mai stato soddisfacente e gratificante bensì solamente una scappatoia ragionevole per arrangiarsi ed arrangiare i suoi genitori. Marion Keisker gli comunicò il lieto avviso ossia quello di presentarsi il giorno seguente alla stessa ora, allo stesso luogo e magari pure con lo stesso entusiasmo con cui si propose giorni prima; una visione, dunque, nei suoi pensieri: per un attimo riuscì a prevedere con la perfezione più assoluta tutto ciò di cui sarebbe stato riempito, adorato, osannato e fu capace di predire un futuro e una vita la quale forse neanche un vecchio uomo, prossimo al decesso, sarebbe stato in grado di scorgere; quella telefonata significò per lui questi pensieri preveggenti e probabilmente in quel momento assurdi o forse presuntuosi, esagerati e già troppo tracotanti; ma lui ebbe l’allucinazione, il sogno, che lo portava ad essere ciò che poi fu, che lo indirizzò verso quella gloriosa via e che assunse le sembianze di profetica e motivante guida se non quelle di un manuale già scritto e predestinato dal principio, da Dio, e di cui lui, in quella frazione misera e piccola di miraggio, ne era pienamente a conoscenza. In quell’abbaglio conobbe il suo futuro: la telefonata sarebbe stato un primo passo verso l’immortalità tra la folla; s’interruppe il moto terrestre e senza alcun senno di logica la popolazione mondiale si paralizzò proprio mentre la visione gli decantava tutte le sue avventure e fame e lodi che saranno e della sua perpetuità che sarà, come segno divino o forse come semplicemente pura autocoscienza giunta in sopravvento su egli stesso tanto brava da essere in grado di fornirgli nozioni e informazioni giuste e azzeccate su quello che sarebbe poi stato. Seppe dei fan che a squarciagola avrebbero salmodiato il suo nome, della loro follia o forse crepacuore o forse suggestione, della svincolata devozione incondizionata irrazionale imparziale e del numero cospicuo di “adepti al suo cospetto”; scorse le pillole, gli umori grigi e radiosi, le liti e i falsi amici, la madre amata più di ogni altra cosa e morta mentre lui sarebbe risieduto lontano chilometri dalla sua patria, le donne, il successo, e anche la sua stessa morte. L’attimo d’allucinazione che lo colse alla sprovvista gli saltò addosso come un caimano e forse fu l’istante più bello della sua vita ancor più della vita stessa rivelatagli proprio da quell’attimo per questo motivo eccezionale; ebbe nozione che sarebbe stato il più grande di tutti i tempi, l’uomo ribelle eversivo sovversivo alla società del tempo ma sempre inconsciamente, perché dalla sua inconsapevolezza nacque la sua abilità e la sua verve e la sua passione estrema e la bravura e un’illimitata bellezza; seppe dei due miliardi di popolazione che un giorno di gennaio si sarebbe accinta ad osservarlo muovere gambe e grinta in ogni sillaba gorgheggiata dalla bocca spalancata sempre più, impressionante ed esosa e stratosferica proprio come la sua celebrità, il suo charme e la sua eccellenza di primo, primissimo piano nell’universo; venne a conoscenza della sua lenta ascesa e del suo sequenziale declino e proprio in quella minifrazione di attimo in ipnosi, millesimo di istante parte di un batter di ciglia intero anch’esso impercettibile, gli sfuggì meccanicamente, ancora ipnotizzato, una lacrima nella quale veniva racchiuso il suo esorbitante peso degli ultimi anni, ormai inerte dopo non esserlo stato per vent’anni di amori, gloria, dopo vent’anni sul trono del pianeta. Il baleno stava per terminare e nell’ultima minifrazione di attimo in trance ci fu posto anche per le considerazioni a freddo: la sua spropositata grandezza gli venne in sogno mentre era ad occhi aperti, questo è vero, ma la sua mente la quale momentaneamente aveva posseduto la sua anima e tutte le sue forze comandò anche di chiudere quell’allucinazione con un infausto finale: la morte, perché sarebbe stato proprio l’ultimo sonno a rompere quella grandezza e renderla degna d’immortalità, consacrarla, definirla per darle un nome e cognome ed omaggiarla del premio maggiore possibile, seppur con sacrificio appunto, ossia la riconoscenza assoluta dal genere umano. Ma in quel momento l’inconscio ormai suo padrone capii che non sarebbe stata la riconoscenza dal genere umano il premio maggiore: solo la morte e la fine di quell’illusione lunga quarantadue anni avrebbe messo fine a quello strazio di notorietà suprema, gli avrebbe regalato finalmente la prima vera beatitudine e pienezza, il primo effettivo premio. L’istante finì ed Elvis Presley ritornò cosciente come poco prima: - La ringrazio sig.ra Keisker, sarò puntualissimo e ben lieto di sfruttare quest’opportunità! Questo mio primo disco vorrei regalarlo a mia madre, mi auguro che il sig. Phillips potrà apprezzare il mio talento! –

26 agosto 2011

Se sei Gesù e tu lo sai batti le mani


Il rinomato "Cristo perculato", volgarmente "non solo ebreo, pure negro", del santuario di Vergate sul Membro.


-Gesù, andiamo a farci un giro.
-Vieni con noi?
-...
-Sei proprio un guastafeste.
-Già, non ti sganci mai, eh?
-...
-Su, non prenderlo in giro. E' orfano di padre.
-Bella forza, è lui suo padre!
-Quindi si dà la paghetta da solo?
-Certi hanno tutte le fortune!
-Comunque Gesù, noi andiamo a pescare per farci la grigliata, ci accompagni?
-Sai che una volta ho preso un pesce grande così?
-Io ne ho preso uno anche più grande. E tu, Gesù?
-...
-Che spaccone!
-Sarà per quella storia della moltiplicazione dei pesci. Siamo tutti bravi così.
-La tua ironia è desolante, fai cascare le braccia.
-Beh, lui non ha di questi problemi.
-...
-La smetti di deriderlo? Non sai che lui ti ama?
-Ah! Ebreo, negro e ora pure ricchione? Non c'è da stupirsi che si sia fatto un sacco di nemici.
-Andiamo a pescare?
-E basta, ma c'hai il chiodo fisso!
-...
-Insomma, non gli va di andare a pescare, finisce sempre col pescare uomini, deve essere piuttosto scocciante. Facciamo una partita a poker, piuttosto.
-No, io non gioco con lui a poker, sa già le mie carte.
-Gesù non bara, come puoi non fidarti?
-Non dico questo. Però non sa giocare, ha le mani bucate.
-...
-Davvero, l'ultima volta che ho puntato 30 denari ha dato di matto.
-Va bene. Allora diamoci a qualcosa di più classico. Nascondino?
-Facciamo la conta.
-Tu non tiri il tuo numero, Gesù?
-...
-Ti hanno mai detto che sei un asociale, Gesù?
-E' vero. Vai in giro a lavare i piedi e poi tante storie per giocare a nascondino.
-Comincia tu a contare, Gesù.
-Però copriti gli occhi.
-Con le mani, così non bari.
-...
-Gesù, sei proprio di scarsa compagnia.
-Già, una vera spina nel fianco.
-...
-Piuttosto, Gesù, avrei una domanda. Ma se un ricco deve spogliarsi di tutte le sue sostanze per ambire alla felicità eterna, non condanna il povero cui regala tutto alla dannazione?
-Ma no, bisogna dividere equamente con tutti i poveri.
-...
-Gesù, ebreo, negro, ricchione e si scopre che sei pure comunista?
-Dai, andiamo via. E' solo un povero cristo.

12 agosto 2011

Mi hanno detto che sono un camorrista

Mi hanno detto che sono un camorrista; e così mi chiamarono per un programma televisivo, un talk show dicono, su uno dei canali più celebri della tv. Era utopistico, ma d’altronde dovevo difendermi da quest’accusa infamante ed oltraggiosa – dovetti lasciare il mio lavoro per un paio di giorni (ed il mio lavoro non lo consente: faccio il barbiere, ho un piccolo negozietto in periferia, il guadagno è buono, buonissimo: con il negozio affollato il sabato sino alle ventuno riesco a racimolare una ventina di clienti, chi barba, chi capelli e mi parlano del più e del meno – suocere infami, mogli tradite, ragazze bramate e poi del lavoro che non decolla, i debiti, lo sport (il calcio, dai giornali al calciomercato), il tizio di fianco ossia il pizzaiolo che non vende più come una volta, senza trascurare argomenti di natura pseudo-filosofica, insomma un po’ di tutto – il mio guadagno, poi, si infittisce con i clienti del martedì, i ritardatari, quelli ancora malconci e straziati dal lavoro o dal week-end tumultuoso – e sono quindi quelli più pacati, calmi, parlano poco e solitamente sono miei amici d’infanzia o di gioventù oppure sconosciuti di cui spesso non ricordo il nome, non hanno nulla da dire riguardo il mondo (“il nostro”, si capisce) e preferiscono rilassarsi mentre le mie forbici fanno zigzag tra le loro ciocche nere e bionde e mentre la radio sentenzia news della città, della regione, dello stato, del pianeta (notizie tutte molto interessanti e coinvolgenti: l’altro giorno ascoltavo di un tizio che era riuscito a raggiungere il record per il corpo più tatuato del mondo – grandioso, oserei dire bizzarro, strambo) o mentre restano assorti nei loro infiniti pensieri, credo ugualmente interessanti; dal mercoledì al venerdì riempio la mia cassa polverosa con le altre dieci euro per il taglio normale, dodici per taglio normale + barba, e quindici per il taglio “complesso” con la barba in omaggio – se desiderata), lavoro che mi rende pienamente soddisfatto del guadagno talvolta molto prosperoso il quale mi consente di portare avanti la mia famiglia di due figli ed una moglie. Inutile dire quanto lo scandalo abbia riecheggiato nelle orecchie dei miei conoscenti: alcuni mi hanno chiesto spiegazioni, altri (evidentemente mai stati amici fidati) insinuavano che un mezzo sospetto l’avevano già, mia moglie è rimasta sconvolta e perplessa, i miei figli giocavano confusi e la mia reputazione di barbiere è calata vertiginosamente; dovevo difendermi, ristabilire l’ordine, ritornare ad essere il Principe dei Barbieri (del quartiere) – creare un solido scudo, insomma, per la mia reputazione – messa a rischio da cosa poi? Voci infami, da un’affermazione di qualcheduno che non ha potuto sopportare più determinate cose (ma quali cose, poi?) e che forse per invidia del mio guadagno (parlo di duemila euro mensili, mica spagnolette) ha osato ribellarsi a me ed alla mia superpotenza di barbiere rinsavito, giovane, birbante, talentuoso, con esperienza decennale, magistrale, da fare invidia a tutti e dunque pure al tizio che mi ha denunciato e diffamato all’intera popolazione del quartiere – che poi è credulona, ad una minima affermazione di un pivellino giovane frequentante un misero liceo del cazzo ci casca in pieno e crede, non pensa, ma crede a qualsiasi cosa possa esser detta e che possa scatenare un bellissimo polverone di litigi, pettegolezzi, dicerie insensate, davvero insensate – che vergogna, che schifo! Sarei dovuto essere io, proprio io, quello che afferma e denuncia lo schifo di chi denuncia altro schifo che però non è schifo (è schifo fare il barbiere?) ed insinuare, dunque, che io sarei un camorrista! Mi sono preparato un bel discorsetto da fare a quelli della televisione, cosicché tutti possano nuovamente rendersi conto del fatto che io, Pasquale Improta, non sono un camorrista – ma bensì un umile barbiere di periferia che di Camorra poco ne sa ma che di capelli è maestro da venticinque anni or sono. Ne ho scritte di tutti i colori, c’ho un foglio che è una perla, un canto dantesco sembra, che mi assolverà pienamente dall’infamia catapultatasi ferocemente su di me (no ma sono ancora indignato: cosa faccio io, dalla mattina alla sera, se non tagliare, rasare e perfezionare? Se venisse un cliente che sciaguratamente, malauguratamente, fa parte di un’associazione camorristica, cosa potrei farci io? Dovrei rifiutare il suo culo di merda sulla mia sedia? Non potrei, rinuncerei ad un guadagno importante senza trascurare il cliente che potrebbe ripresentarsi e raccomandarmi ad altri amici che verrebbero di buon occhio nel mio negozio e farmi intascare altri soldi, la mia famiglia ne resterebbe contenta, i miei figli potrebbero così assaggiare pasti ancor più buoni e costosi e viaggi ancor più lunghi ed affascinanti – è un reato? Forse è per questo che sono stato insultato così solennemente?) infamia che annullerò e che anzi cimenterò proprio su chi m’ha denunciato e denigrato – così impara!

“Cari amici telespettatori,

in questi giorni sono stato preso di mira da un giovane gruppo di studenti, ove a capo figura un certo C. M. di cui non conosco il nome e che per indignazione, dunque forse per aver riconosciuto il proprio peccato e la propria perfida ed ingiusta denigrazione verso il sottoscritto, non si sbilancia e non mostra il suo vero nome e cognome. Quest’ultimo, insieme appunto alla sua gang patetica e scriteriata che vuole cambiare il mondo da un giorno all’altro - come se le idee di democrazia e di lotta servissero a qualcosa – ha asserito che io sono un camorrista. La notizia ha fatto il giro del quartiere, della città e della nazione ed ora la trasmissione qui presente mi ha invitato nel proprio studio per permettermi di difendermi, e sono stato fortunato a trovare uno show così attrezzato e ben messo, così giusto e garantista, così amante della verità e della giustizia tanto da ospitare un modesto barbiere di periferia al vostro cospetto. Bene, ho deciso così di presentarmi con la seguente lettera: il mio semplice intento è quello di descrivere la mia vita, accuratamente, in ogni suo minimo particolare in modo che anche voi, perfetti oratori e giudici, possiate rendervi conto della mia innocenza e della colpevolezza di quel gruppo giovane e crudele autore dell’accusa nei miei confronti. Mi chiamo Pasquale Improta, sono nato a Napoli il 20 Dicembre 1966 e faccio il barbiere a Scampia, un celebre quartiere della periferia della città. La mia giornata è semplice, non ha troppi fronzoli, è talmente povera e discreta ma piena che talvolta non ho neanche il tempo per godere dei guadagni del mio lavoro; il mio unico premio è quello di poter effettuare una meritata e lunga (nemmeno così tanto) e risolutiva vacanza nel mese di Agosto così da poter riposare e giocare tranquillamente coi miei figli, di undici e sette anni. M’alzo presto dal letto, all’incirca verso le sette del mattino, per poter preparare la colazione a me ed i miei figli e rendere vivibile il mio negozio, con qualche pulizia di qua e di là e qualche accorgimento dovuto e necessario (la clientela è spinta a venire da me anche per l’igiene e la decorazione e la bellezza della mia bottega) – ed inoltre, prima, accompagno i bambini a scuola. Ho praticato vari mestieri prima di accorgermi della mia passione verso questo lavoro, a diciannove anni, e cimentarmi come apprendista prima e come barbiere professionista dopo in questo mondo. Il problema sta proprio nel descrivere la mia giornata – talmente pura e sobria da indurmi a chiedere ancora una volta: “perché sono stato accusato di tal infamia?”. Su di me non cala vendetta, sdegno o rabbia ma solo dubbi e la volontà di capire e fare chiarezza sul mio status. Non sono un camorrista, non lo sono mai stato e mi vergogno e rattristo talvolta nell’ascoltare in televisione o sui giornali o in radio della mia città annientata dalla Camorra – sapete, sono proprio uno di quelli che cerca di diffondere la Napoli bella, quella “dimenticata” che molti trascurano per convenienza o ignoranza o inconsapevolezza e che non mi va venga descritta sempre malignamente, spregiativamente. Nel mio quartiere di guai ne succedono non pochi, questo è vero: già, proprio vicino al mio negozio ogni mattina vedo il “chioschetto” segreto (ma non così segreto) e nascosto (ma non così nascosto) ed occulto (ma non così occulto) di spacciatori che vendono eroina e marijuana e tanti tipi di droga – davvero variegata, davvero unica – ad i tossico-dipendenti che senza pudore ma con bramosia estenuante si dirigono ogni benedetto giorno verso il “chioschetto” a spendere le ultime, povere fortune rimaste; ma beh io non dico niente, taccio, beh sì ma non posso essere biasimato! A capo di quel “chioschetto” nonc’èmicaunoqualunque! anche perché ragazzi simpatici, davvero simpatici, ogni mese vengono a chiedermi il pizzo – ma, seppur sappia che il loro sia un gesto immondo ed immorale, io lo pago volentieri, mi garantiscono sostegno, in fondo quel “chioschetto” mi da un senso di forte e serena protezione. Proprio di fronte alla mia occupazione ed al “chioschetto” magico (che vende però patatine, hot dog, pizzette, popcorn, roba genuina e varia, alla mano, una baracca attrezzata e dotata di tutti i comfort, comprese le sedie, i tavolini, mazzi di carte per trascorrere piacevolmente il tempo e pezzi di legno per accendere un fuoco nelle notti d’inverno gelide ed impetuose – coperture, insomma, per non dare troppo nell’occhio) figura una maestosa caserma di carabinieri – è simbolica, sapete, rappresenta una sicurezza nella zona, pare un fortino che dovrebbe (e da, sicuramente…) sicurezza, aiuto, apporto, insomma che da fiducia alla gente! Loro sanno tutto, beh sì certo, lo sanno che c’è il “chioschetto” che non è proprio adibito a simili corbellerie fatte di hot dog e pizzette… ma d’altronde, credo, aspettano il momento giusto per scaraventare tutto in aria e dare una bella ripulita alla zona… massima fiducia nello Stato. Nel frattempo però la Camorra, cattiva, lo ribadisco: perfida (oh sì, spesso e volentieri ho assistito ad omicidi belli e buoni nei luoghi più disparati e noti e comuni, eh! A sangue freddo, senza pietà, insomma regolamenti di conti che loro reputano indispensabili, valli a capire gli affari della Camorra! Però noi zitti, non abbiamo visto niente, ma poi perché avremmo dovuto vedere? Lavoriamo, umili e modesti e stakanovisti lavoratori, pensiamo naturalmente alla nostra famiglia, vogliamo stare quieti, in pace, e non credo possa convenire mettere voci insulse in mezzo – ho visto ammazzare, ma diciamo che ero di passaggio, mi sarò confuso!) dicevo, nel frattempo la Camorra ci protegge, ci conforta, simpatici loro! Pensate, amici telespettatori italiani, che uno dei rappresentanti di quel “chioschetto” poco fa ha già garantito un lavoro sicuro e pulito a mio figlio di undici anni! Insomma, dopo il diploma, andrà a lavorare per un’azienda… non ho capito bene di cosa si tratta, ma il tizio mi ha assicurato che col titolo di studio giusto e la pazienza ed il sangue freddo dopo i diciotto anni mio figlio avrà lavoro assicurato – sapete, lui ha molte conoscenze, conosce l’ambiente (non solo quello malavitoso, non siate pronti a giudicare male!) e di questi tempi ottenere un lavoro non è più così facile! Nel mio quartiere insomma si sta tranquilli: sono un lottatore convinto - contro la Camorra - l’ho sempre detto: se venisse promossa una rivoluzione od una battaglia od una campagna di firme che in un modo o nell’altro possa destabilizzare la Camorra, sarei il primo ad applicare il mio consenso! Ho sempre provato schifo e indignazione verso questi personaggi, non sia mai che in futuro riescano ancora a padroneggiare in questa città, in questa nazione, in questo mondo! E la vittoria contro il male di questi uomini passa anche attraverso queste mie parole e questi miei gesti. Or dunque, amici telespettatori, io credo che la mia storia vi abbia convinto del fatto che quel giovane disgraziato e la sua banda di teppisti intellettuali avessero torto – sono ora certo che anche voi siate in grado di essere d’accordo con me e di reputare quell’infamante accusa e denuncia dissennata come un atto di semplice e pura destabilizzazione contro un povero ed onesto cittadino italiano – poiché mi hanno detto che sono un camorrista, ma credo proprio mi abbiano confuso con qualcun altro!”