19 luglio 2011

Feliciotteri

Prima di andare a fare da sostegno ad un sacco di bizzarri animali, le zampe restano tutte insieme, ma non semplicemente accatastate come oggetti d'arredamento: interagiscono fra loro, perchè, qualunque cosa si possa pensare, è nelle zampe che ha sede l'intelligenza animale (da cui l'espressione arcinota "ragionare con i piedi"). E del resto non è che le bestie siano poi così dotate nelle attività d'intelletto: il mio cane, per esempio, studia ingegneria aerospaziale, ma è fuoricorso.

Insomma, ci sono queste zampe che parlano fra loro: immaginate una minuscola zampa di rana, pronta alla frittura, che chiacchera con delle pantagrueliche zampe d'elefante, ormai decimate dalla moda dell'avorio e da quella degli anni '80. Oppure un silenzioso arto felino che si intrattiene con una zampa di gallina, prima che questa vada ad abbellire il faccino di qualche deflorata donzella.
Parlano fra loro e stringono amicizia, talora sino a decidere di voler restare insieme anche nel mondo animale, incuranti delle esigenze delle povere bestie; pensate all'ontologica inattitudine masturbatoria del tirannosauro o anche a palesi scherzi della natura come l'ornitorinco, vittima di zampe molto poco serie.

Un giorno due di queste zampe, di dimensioni e forme molto diverse fra loro, diciamo una grossa, bassa e tozza e l'altra snella, lunga e affusolata, divenute ormai grandi amiche, decidono di andare in coppia a svolgere il proprio compito. Il risultato fu che si attaccarono al corpo di un uccello, rendendolo una creatura sgraziata, inabile al volo, al decollo e persino alla riproduzione (perchè vorrei vedere voi, accettare di accoppiarvi con un uccello zoppo e patetico). Non starò qui a tediarvi con insulse faccende legate alla selezione naturale: sappiate solo che l'uccello in questione tentò il suicidio dapprima tagliandosi le vene e poi, non riuscendo a trovarle, ingerendo grosse quantità di benzodiazepine.

Così, in punto di morte, vide un vaporoso uccello rosa che gli si avvicinava, ma lo ignorò, credendo che fosse un'allucinazione dovuta al suo abuso di stupefacenti, fin quando l'uccello gli si posò proprio vicino e notò che affondava nel terreno una sola zampa. Allora lo interrogò:

-Come riesci a sopravvivere con una sola zampa? Come riesci a trovare l'equilibrio? Perchè non poni fine alle tue sofferenze anche tu, che sei uno sgorbio tanto quanto lo sono io?

Allora l'altro uccello, che del resto non aveva capito nulla di quell'insieme stridente di versi strascicati di una creatura morente, poso l'altra identica zampa per terra e volò via.

Morale #1: per quanto ci si possa stiracchiare e deformare le proprie caratteristiche si arriva ad un limite. Questo, in meccanica, possiamo nomarlo "punto di rottura".

Morale #2: la cosa figa dei fenicotteri è che sembra abbiano una zampa, invece ne hanno due identiche, che lavorano in simbiosi e separatamente. E trovano l'equilibrio anche su una sola, ed anzi, proprio in quei momenti l'altra, apparentemente indipendente, sta lavorando per il buon funzionamento di tutto l'organismo.

Morale #3: i fenicotteri sono molto kitsch, ma quel colore gli dona.

15 luglio 2011

Sui binari

Mi trovavo con Lei, l’uno di fronte all’altro, nel treno metafora della vita. Correva veloce, quasi come se maree e maree di gente muscolosa e forzuta lo spingessero all’infinito, senza sosta, senza meta, senza sapere, forse, neanche perché andasse in quella direzione, in quel verso e con quale criterio accompagnasse e trasportasse tutti quei personaggi che lo riempivano e che riempivano e che riempiono e che riempiranno la vita, le vite. Correva veloce, di fianco a paesaggi di ogni genere, marittimi, montuosi, collinari, pianeggianti, con alberi, frutti, animali, forse esseri umani. Correva veloce, lasciando poche tracce di sé, probabilmente alcuna, e forse una scia luminosa che biancheggiava l’eterno passato appena serpeggiato e vissuto. Correva veloce perché aveva fretta di arrivare a destinazione, semmai ci fosse, poiché la sua anima intrinseca riteneva necessario terminare tutto e subito, cancellando definitivamente l’inizio e il durante. Correva, ed io osservavo Lei e non il paesaggio, non le montagne ed il verde: era Lei la mia ragione di vita, i suoi occhi ingenui, di fronte a me, lucidi, piccoli come una noce – e teneri, languidi, che osservavano quel giallo e quel rosso e quella moltitudine infinita di colori sulla sua destra che cambiava continuamente aspetto senza alcuna ragione – e poi riscopriva la sua bocca, la colmava di saliva, si toccava il naso, si guardava attorno, dava un’occhiata ai miei occhi spenti ma ancora in grado di scrutare, esaminare ed immaginare e ritornava ad osservare il mondo pieno, limpido ma infinitamente finito di fianco a Lei. La sognavo nuda, proprio in quel preciso istante, nuda e vogliosa di buttarsi sul mio membro e farne ciò che voleva; la immaginavo proprio così, coi capelli scuri come le sue sopracciglia ed i suoi occhi, con le labbra sempre più sottili e sempre più incantevoli, sopra al collo e le scapole odorose e sottili, davanti alla schiena ossuta, piena di pelle rosa e morbida e pronta a subire eterni baci assassini. La immaginavo così com’era, col seno piccolo e ricco di bellezza, col pancino sempre più bianco come la neve e come la pace e come il paradiso. Pensavo che il sesso in quel treno metafora della vita sarebbe potuto essere migliore di qualunque altra cosa; ed al mio fianco un posto vacante, forse perché al mio fianco il posto vacante è presente dalla nascita. Poi di fianco a Lei c’era l’uomo dell’Est, ma italiano, col labbro gonfio, una maglietta rossa che incuteva terrore, jeans, birra, pochi capelli sopra una fronte spaziosa per occhi assonnati ma sensuali. Anche lui aveva fantasie erotiche, forse sulla moglie, sulla madre, sulla sorella, sulla ragazza, o su di Lei – perché la osservava, di tanto in tanto, osservava quella schiena e quelle ossa sporgenti della mia Lei. Chissà a cosa pensava mentre sulla destra mia c’era il tipico uomo ignoto, di cui non saprei descrivere nulla se non il suo aspetto fisico, con barba precisa, alla moda, ed occhi fissi nel nulla per ben due ore. Proprio perché di fronte a lui c’era l’esperta signora che tutti vorrebbero scopare, a telefono con il figlio, forse, o con il parente che avrebbe dovuto prendersi cura del figlio durante la sua assenza; e dopo la telefonata lei che s’insospettiva, ansiosa, forse dopo aver ricevuto notizie sconfortanti, tanto sconfortarti da perturbare la sua psiche colta ed intelligente ma non abbastanza da scacciare ogni male da ogni pensiero. Ma lei manteneva il suo entusiasmo ed il suo essere sensuale, con le spalle di fuori e le ossa ad accompagnare collo e braccia, tanto erotiche e passionali quanto la voglia di scoparla all’infinito. Una donna anziana, non così tanto, le faceva compagnia senza conoscerla, senza sapere neanche il suo nome: era la donna che non guarderesti mai e poi mai, perché tanto inutile quanto grande era la sua bruttezza ed il suo squallore di vita borghese e precisa. Forse anche lei viveva quel treno metafora della vita senza alcun motivo concreto, forse pure lei aveva sassi da togliere dalle scarpe per vivere nuove esperienze in grado di farle dimenticare la miseria e la povertà di trasgressione e di vita e di amore della sua esistenza. Due donne, poi, proprio di fronte a me, dietro la donna matura e ferocemente attraente sulla mia destra: era una bionda, con un seno enorme, ed un neo abbastanza grande accanto ad un altro neo abbastanza piccolo: erano i nei dell’erotismo, quelli che leccheresti mentre distruggi il suo organo primario e mentre palpi le sue mammelle grandi quanto la tua brama di saziare le tue passioni; di fianco, un'altra lei, la sua compagna, amica, ignota, senza se e senza ma, con occhiali scuri che francamente avrei tolto per vedere il viso forse splendido forse inquietante. Passano persone che non hanno significato, s’incamminano lungo i vagoni del treno metafora della vita, passando evanescenti tra le mie brame, le mie considerazioni ed il mio riposo e le mie riflessioni impure e pure. Correva veloce, lungo i binari trucidi e marroni, consumati dalle sue continue corse veloci e lente, ma pur sempre corse. Correva senza pietà, non lasciava scampo per chi volesse scendere perché anche costoro avevano di fronte a sé la fine di quel tragitto lungo e breve, proprio come una vita. Correva mentre qualcuno leggeva, ascoltava musica o sentiva un amico col cellulare, per ingannare il tempo in mille modi diversi e dimenticare il continuo scorrere del treno metafora della vita e del suo eterno correre verso l’oscuro e verso la fine di tutto. Null’altro poteva dare significato a quella corsa scatenata e folle, null’altro, nemmeno le sognate scopate con la donna matura o quella prosperosa, nemmeno le caduche esperienze mondane che si sarebbero potute vivere con esse, nemmeno la ricerca degli sguardi degli altri, dell’uomo dell’Est, dell’uomo ignoto, della donna anziana ed insensata, nemmeno lo scorgere dei loro occhi e scovare le loro profonde anime per poi scoprire di trovare uomini e donne estremamente interessanti, estremamente grandi e più grandi di me. Provvisorie gioie, precari appagamenti sessuali o di altro genere, temporanei ed instabili attimi di felicità nei loro occhi o nel loro sesso. Provvisorie, precarie, temporanee azioni, basse e di poco conto che distraggono me e gli altri dalla corsa pazza e sempre più veloce del treno metafora della vita, fatto di passeggeri colti, disinvolti, ignoranti, belli, brutti, assassini, ladri, mentecatti, bugiardi, ipocriti, entusiasti, bambini, voluttuosi, piccoli perché piccoli davanti a qualcosa che da solo può essere eterno, ben più grande e ben più infinito di loro, piccoli uomini e piccole donne, piccoli davanti a qualcosa che da solo può essere eterno perché corrispondente a Lei, sempre di fronte a me, mentre riflettevo su tutti questi argomenti, mentre mi lasciavo catapultare in tante fantasie, mentre mi lasciavo incantare da simili corbellerie, mentre proprio Lei osservava sempre il paesaggio, i fiumi e i laghi, proprio mentre i suoi occhi in sintonia con la sua mente pensavano che io fossi il suo unico uomo, l’unico ad amarla ora e per sempre, l’unico essere vivente pronto a finire quel percorso nel treno metafora della vita insieme a Lei. Perché scesi da lì, ci tenevamo per mano, come se non fosse successo niente, come se il treno, seppur arrivato e finito e trascorso, avesse concluso tutte le esistenze di quei personaggi fittizi e reali, senza concludere però la nostra storia, la nostra vita, la nostra amalgamazione tra noi stessi e con l’eterna realtà a cui saremo ancorati per sempre. Io e Lei.

9 luglio 2011

Rape Me

Vorrei esternare sul foglio bianco invece di urlare di rabbia, di gioia, di libertà al vento, vorrei comporre parole sull'amore, sulla vita, sulla felicità, disegnare la cosa più bella mai intarsiata con l'alfabeto e scagliare frasi che restino sullo stomaco, pesanti come sassi, nette come il sibilo di una freccia scoccata che si conficca dritta nell'anima per condividere tutto il malessere e l'incredibile bellezza della mia vita.

Vorrei, ma non ne sono capace. Le intenzioni si scontrano con i miei limiti, sbattono contro la realtà, cercano di aggirarla appigliandosi alla volontà di essere qualcosa di diverso, a quella di soddisfare delle convenzioni sociali e delle convinzioni diffuse. La verità è che nessun proponimento e nessuna risolutezza possono consentire di superare un limite fisico, perchè in definitiva quello che resta, nei fatti, è la fisica che li sostiene e li rende possibili e non l'anima, che nessun esame anatomopatologico ha del resto mai rivelato.

Non ne sono capace perchè non so scrivere, sono al più un goffo compositore di ciarpame; ma se anche le mie velleità fossero supportate da uno stile perfetto ed una fantasia irrefrenabile, dovrei misurarmi con l'altra atavica incapacità, quella di amare: non posso parlare dell'amore, perchè le mie sono solo sbiadite imitazioni del sentimento principe. C'è un'ontologica mancanza di coraggio che mi impedisce di far splendere la mia stella semplicemente pulsando con naturalezza, nei tempi e nei modi che io sento, e non in quelli in cui ci si incanala naturalmente, quelli che servono a giustificare in pubblico la propria essenza; ma a questo in fondo si può porre rimedio, il coraggio si impara, apprendendolo con gratitudine da coloro che ce lo insegnano, ed a me non mancano certo mentori e precettori.

Ciò che invece appare ineluttabilmente immutabile è proprio la naturalezza; per me, l'amore puro e spontaneo è quello che non si palesa, che non esiste, che non si vede: credo di non aver voglia di dire più un solo "ti amo" in tutta la mia vita. Del resto, serve forse a qualcosa usare un termine astratto per esprimere un'astrazione? c'è molta più empatia in uno sguardo, più partecipazione nello scambiarsi un chewin-gum, più trasporto persino in un calcio o un morso.
Per me l'amore è non fare promesse, che tanto le parole son buone al vento, anche se tutte quelle che ho pronunciato sono sempre state vere, nel momento in cui vivevano l'acme del loro significato terreno, sparendo nel nulla dopo la dispersione delle onde sonore.

Per me l'amore è non fare assolutamente nulla di diverso da quanto non farei normalmente, non offrire nulla di più di quanto non farei se non amassi, non rappresentare una compagnia migliore di quanto non sarei in una sera qualsiasi con persone qualsiasi. E' non fare un solo gesto irrazionale, perchè nell'amore, nel mio amore, anche i gesti più istintivi non riescono ad essere immotivabili.

Per me l'amore più puro è semplicemente non amare.

3 luglio 2011

Sweet Home, Disagio.


Rubare nei supermercati, trafugare negli asili, non darsi per vinti, farsi per venti, venti ore, ventuno e busso, porte che si serrano, porte della percezione, porte che si schiudono e porte che non si riaprono, siete riusciti a entrare? porte che ti tagliano fuori, travolti dalla spontaneità, soffocati dai rumori della notte, visti, non visti, imprevisti, venere in pelliccia, venere in costume, eroina in circolo, anfetamine non assunte, anfetamine percepite, arroccarsi, turlupinare con comode litoti, la maggioranza non l'ha capito, la maggioranza ha sempre torto, se ha ragione ce l'ha per caso, la maggioranza nel dubbio se ne fotte. Guidare come un pazzo, ma a fari accesi anche di giorno, perchè voglio vedere dove vado, perchè in fondo anche vivere non è poi così difficile. Siete riusciti a entrare? Siete riusciti a uscire? It's my life, it's my wife, bisogno di sonno, metodi di privazione del senno, senno di poi, poi, una notte di luglio, ma non è buio, tanto tardi da non sembrare neppure presto, rimbalzi fraudolenti, nuvole e lenzuola. Rien de rien, mine de rien, come se nient anfuss, wagliù.

1 luglio 2011

Lo sa, ma non vuole dirmelo

Gli appuntamenti erano fitti, tra la giornata di lunedì e quella di venerdì mi restava giusto il tempo per guardarmi allo specchio e giocare con l'orecchino regalatomi da zio Tom. Passato il primo giorno della settimana, capii che la situazione stava cimentandosi sull'inverosimile, nel senso che se realmente mi ritrovavo nella realtà ero uno stramaledettissimo uomo fortunato: chi l'avrebbe mai detto che al primo colloquio di lavoro mi avessero preso? Eppure ero giovane, diciottenne, la mia vita la passavo tra il pub di Mostro Joe e le sbronze nella West Side. Non potevo rendermi conto della mia bravura, se non nel momento in cui le ragazze mi si avvicinavano senza alcun ritegno e, molto probabilmente, senza nessun preconcetto tradizionalista del cazzo il quale prevede che il sesso fa male "all'integrità della bontà d'animo". Come potevo rendermi conto della mia bravura attraverso questa idiozia? Semplice, ero bello. Ma certo: il colloquio era ricco di donne ma pure ricco di uomini, esperti, geni senz'altro, anche molto scrupolosi e pignoli direi. Però ero bello, ed ogni mia singola sfumatura errata ed ogni pezzo sbagliato della mia personalità, del mio carattere e della mia professionalità - se non della mia esperienza - passavano in secondo piano - perché appunto ero bello. Attenzione: non ero bella, ma bello. Sono un uomo. Può risultare strano agli occhi e alle orecchie di qualcuno che legge una cosa del genere: "un uomo sfonda nel campo del lavoro (qualsiasi lavoro) per la sua bellezza!" È un'oscenità? Non direi! Le donne sono belle e da un momento all'altro si ritrovano a ballare presso un programma televisivo che due giorni prima l'aveva ben inquadrata a fare la lap dance in un locale stracolmo di rozzi cittadini della contea, sbavosi, con birra e cannocchiale indirizzato verso le parti medio-alte e medio-basse del favoloso corpicino femminile. E perché mai non può essere bello un uomo? No, mi chiedo: una donna realizza i suoi sogni (?) grazie alla sua immensa bellezza; ed il fatto che un uomo il quale realizza il suo sogno (?) mostrando la sua bellezza è così grave? Anche perché un uomo bello viene addirittura ben visto non solo dalle donne presenti per selezionare il personale ma pure dagli uomini che oltre a saper distinguere le donne brutte dalle donne belle sanno distinguere anche gli uomini brutti dagli uomini belli (e subiscono un attrazione spaventosa nei loro confronti). Quindi mi assumono. Ero bello, potenzialmente ricco, pieno di amici, di donne, di fortuna, di Dio e così mi feci una canna, una birra, chiamai un paio di compagni e passai la serata. Tra il martedì ed il venerdì ero pieno di impegni, come ho già scritto. Così lavorai come un paziente scoiattolo con la sua noce, e loro che si congratulavano: "complimenti!", "ma che acquisto che abbiamo fatto!", "ma lei è proprio un prodigio!", "ma come fa ad essere così svelto?!?", "beh lei è senz'altro l'uomo più in gamba che la nostra società abbia mai avuto!", e così via. Non facevo niente, a lavoro ero più pigro di quando passavo il resto dei miei giorni a sbronzarmi. Ero terribilmente fortunato, la settimana da Dio: no, era la mia vita che era da Dio. Sempre andato tutto dritto, gli ostacoli superati in un boccone, famiglia stupenda e non come quei neri con le famiglie tutte unite e spaccare il muso ai propri figli, e poi avevo questo bel viso che mi consentiva l'accesso verso le porte del Paradiso. Potevo chiedere di più?


Voi adesso vi starete chiedendo: qual è la fregatura? Non può esserci il lieto fine in una storia che di lieto ha proprio tutto! E quindi dovrebbe esserci un brutto finale, quel finale che ti lascia ad occhi aperti, anzi chiusi per la paura e la tristezza e le lacrime. È proprio l'uomo stesso a darsi un lieto fine nella propria vita: quando si è operato bene o male, alla fine dei giochi sorge la solita domanda: dove ho sbagliato? Ho vissuto una vita piena e soddisfacente? Mi sento felice? Posso morire in pace? E ci si da il lieto fine oppure no, in base alla risposta di questa serie di domande. Viviamo in un mondo che s'è evoluto, e dunque questa serie di domande non presenta più la stessa priorità di allora: non è necessaria. Sono gli altri, adesso, a porsi le domande su di noi: dove ha sbagliato? Ha vissuto una vita piena e soddisfacente? Si sente felice? Può morire in pace? E si decide se quell'uomo può avere il lieto fine oppure no. È tutta una questione di punti di vista. Potrei dire di aver avuto un lieto fine, un secondo prima di essere morto, se non avessi ricordato che gli altri hanno deciso che non sarei dovuto morire con un lieto fine. Il lieto fine è indispensabile: i posteri potranno ricordarti in base al tuo lieto fine e non alla tua vita, piena o vuota; se dunque morirai con un lieto fine sarai ricordato bene, portato sull'Olimpo e magari adornato di mazzi di fiori ogni mese, settimana o addirittura giorno; se morirai senza lieto fine sarai costretto ad osservare come la civiltà si dimentichi di te oppure si ricordi di te come una cattiva persona che non merita fiori né ogni mese, né ogni settimana, né ogni giorno. È la legge che l'uomo ha creato: si vive per il lieto fine, altrimenti non si può, non vale la pena esistere. Ed il lieto fine viene stabilito dagli altri, non hai il potere di stabilire il tuo lieto fine per la tua vita ormai conclusasi - nel peggiore o nel migliore dei modi resta da stabilirlo, sempre in base al giudizio degli altri, naturalmente. Personalmente, credo di aver avuto un lieto fine. Prima di morire ricordo che feci un breve riassunto di tutta la mia vita, soprattutto ricordando quella settimana decisiva (poi capirete il perché), e mi resi conto che in fin dei conti la mia vita è stata tanto soddisfacente quanto piena in ogni suo angolo. Il problema è che gli altri non erano d'accordo con me, il lieto fine proprio non hanno voluto accordarmelo: ero bello, parevo molto meglio di Humphrey Bogart e, insomma, non mi mancava nulla. Però, dopo quella settimana cruda ma felice, dove ottenni il mio primo lavoro e dove, da diciottenne, mi resi conto di essere il re del mondo, scoprii di essere omosessuale. Sì proprio così: omosessuale, gay, frocio, ricchione, come dir si voglia! A tutti i costi volevo capire perché mi sentivo estremamente felice ma incompleto, così concepii che al mio fianco mi ci voleva un maschio e non una femmina. Perciò, d'un tratto, i diciotto anni trascorsi in ogni tipo di paradiso religioso si trasformarono in qualcosa di opposto: non ero più bello, non avevo più il lavoro, non avevo neanche più amici, non ero accettato da mio padre, da mia madre, da mio zio, da mio fratello, dai miei parenti e neppure dagli altri omosessuali. Ero un reietto. L'unica cosa in grado di risollevarmi era la scrittura, così scrissi una marea di racconti che ho tenuto stipati fino alla mia morte in uno scaffale della mia lurida camera d'albergo. Non sarei dovuto diventare omosessuale. Sarebbe stato meglio, forse mi sarei potuto permettere di vivere una vita affascinante e lussuosa ancora tra le sbronze, le donne e la felicità; la mia curiosità e la mia verve mi ha spinto a cercare sempre più in là, ossia dentro di me, identificandomi come un omosessuale, un gay. Il lieto fine non me lo merito, è proprio vero. Eppure io sapevo di meritarmelo, fino a quando non notai che tutto il mondo era contro di me, anche sul letto d'ospedale in fin di vita; così non morii proprio contento, ma bensì insoddisfatto. Infelice. Peccato.

Ora che sono quassù a riflettere e ragionare, chiedo al buon Dio: "com'è stato possibile?" ma lui non mi risponde, stenta a credere a quanto successo. Lo vedo ogni giorno infuriato, pazzo, con le mani tra i capelli, gli ricordo che è lui il capo e che può cambiare tutto da un momento all'altro; lui è tentato a farlo, è sempre lì per lì per mettere la mano in ogni testa umana, ma poi si rende conto dell'errore che sta per commettere e si ferma perentoriamente. Non mi spiega il motivo, Dio è criptico, nelle conversazioni sono sempre io quello che padroneggia. Non vuole parlare, si chiude in sé stesso, sembra depresso. Un uomo così potente può mai essere depresso? Ebbene sì. Io non lo sono: eppure è strano, sono omosessuale, mi ritrovo in mezzo a tanti omosessuali come me che mi trattano bene, però ho rimorsi e rimpianti, ho nostalgia della Terra: è vero, mi trattarono male, ma la colpa, ripeto, fu proprio mia che divenni omosessuale. La Chiesa punisce gli omosessuali, per fortuna Dio, però, punisce la Chiesa. Una volta stavo chiamando un mio amico, proprio dal paradiso, per avvertirlo che le leggi impostate dall'uomo sulla Terra sono fasulle, fittizie, sono menzogne create per creare una religione fantoccio e che le vere leggi sono ben altre. Gliele volevo elencare, ma Dio non mi diede neanche il tempo di prendere il cellulare che mi fermò dicendo: "non puoi". Due parole che mi immobilizzarono, d'altronde due parole criptiche di Dio equivalgono a centomila frasi sensate di un uomo vivo. E così rimasi sospeso nel nulla, tra l'indecisione, il dubbio e la volontà di mostrare la verità e dare una sveglia all'umanità. Però Dio non vuole. Non vuole che sia così. Gli chiedo, spesso, dove ho peccato e perché sono omosessuale, perché ho fatto una tal mossa in modo da rendermi un emarginato lontano da tutti e perché mi sento in colpa per essere diventato ciò che sono in realtà sempre stato, ma inconsciamente. Ma lui è sempre muto, lo sa, ma non vuole dirmelo.