28 giugno 2011

Spellare

Alla fine ho spellato.
Nonostante la mia terronaggine manifesta, la mia sottesa resistenza al sole, la mia ostentata sbruffonaggine nel deridere coloro che sono rimasti scottati per un unico pomeriggio di mare, nonostante tutto questo, anche io sto perdendo la pelle come un serpente che fa la muta.
Pensiamo a Pannella, che rinuncia ai suoi tradizionali scioperi della fame adducendo l'evidente motivazione di non riuscire più fisicamente a sopportarli; anche Vasco Rossi ha compreso, sebbene con un ritardo di qualche lustro, che non è in grado di fare rock e di regalare emozioni con l'antica naturalezza. Si fanno da parte, perchè sono due ruderi, perchè si sono accorti di essere meno che morti, ma solo dei fantocci impregnati di patetismo.
Così anche la mia pelle, secca e morta, ma incollata saldamente sulle spalle, s'è lentamente arresa ed inevitabilmente sgretolata per lasciar posto alla pelle nuova già pronta a sostituirla con prepotenza, con freschezza e naturalezza, esattamente così come deve essere.

19 giugno 2011

Beati gli ignoranti, poiché essi vivono felici

Sul muro della mia classe campeggiavano tantissime scritte, colorate, sconce, banali. Le classiche scritte con insulti, dichiarazioni d'amore, giochi ed aulico nonsense. E poi ce n'era una vagamente isolata che recitava, senza orpelli nè ghirigori, semplicemente "beati gli ignoranti poichè essi vivono felici".

Questo è ciò che mi passa per la testa a sprazzi e che, nel successivo istante di lucidità, respingo fermamente. Io dico che, se consideriamo la felicità come sommo appagamento della nostra ambizione, allora quella frase è valida solo se l'ambizione più alta è sopravvivere e basta. Considerare lo star bene come una mutua esclusione non tanto della sofferenza, quanto della stessa capacità di provarla.

Beh, continuo a credere che possedere la sensibilità per soffrire, o anche solo per provare disagio o porsi degli interrogativi, sia forse la migliore strada per vivere lontani dalla felicità, ma al contempo l'unica strada per riconoscerla ed avvicinarvisi, per vivere in generale con una brama, un fuoco, una passione ad alimentare il senso dell'esistenza.

Goditi i tuoi doni. Goditi te stessa.

11 giugno 2011

Fifteen Cent

Lattina di birra da 15 centesimi, non fa nemmeno così schifo. Poi ti ci abitui, al piscio frizzante, cominci a sorprenderti quando senti il sapore del malto, del nettare che scende come miele giù per la gola. Fin quando ritieni uno sforzo eccessivo spendere quei pochi pesantissimi euro per regalarti l'attimo di godimento, il bere puramente edonista, l'antitesi della bottiglia in mano per mera abitudine. A questo stadio non si distinguono neppure i sapori, non ci sono birre che non si è disposti a bere, e poi ci sono quelle genericamente buone.

Sperare che la gente vada a votare perchè tutto resti esattamente com'è, mentre a Palermo la gestione del servizio idrico è in mano ad un'azienda privata con contratto trentennale dopo una gara d'appalto con la partecipazione della sola ditta vincitrice. Gioire per il meno peggio mentre dentro qualcosa muore.

Pensare che vorrei sul serio le centrali nucleari, poi che mi farebbero una paura fottuta perchè tanto lo sappiamo tutti come funziona qui e poi che è proprio per questo che le vorrei davvero, e che esplodano mentre qualche città abusiva del cazzo viene rasata al suolo da un terremoto, per far vedere alla gente quale scempio provoca l'indifferenza, la supinità, l'ostentato disinteresse. Pensare ad uno storpio sardo che diceva esattamente queste cose mentre moriva, ma non dentro, perchè un cervello può non smettere di funzionare.

Pulsare attraverso le frequenze di una piazza che festeggia per il rinnovamento sotto la madonnina di Milano e dover riporre la speranza nel nuovo nell'assessorato di un vecchio democristiano filoberlusconiano. Concludere che in fondo non me ne frega un beneamato.

Sentirsi a disagio nel camminare sulla pubblica piazza, senza nessun altro motivo, perchè gli unici reati che ho eventualmente commesso li ho divisi dietro gli striscioni con migliaia di persone e non avevo il volto nascosto. Perchè ci sono sbirri, ma non solo quelli col cazzo apparentemente duro, quelli sfigati della municipale, che ora si chiama polizia, ma i collaboratori scolastici a casa mia si chiamano ancora bidelli, i minus habens menomati e loro sono sempre i vigili. Riflettere che bere birra da 15 centesimi seduto sulle scale, eventualmente intonando qualche canzone al ritmo di un mi minore, deve essere ritenuto turpe dalla comunità.

Spiegare le vele al vento, ma vedere che il vento non capisce un cazzo.

Inseguire l'iperuranio con la speranza che le idee non divengano ombre proiettate, ma si mantengano vive, pure, splendenti e luminose. Il prezzo è la solitudine totale in quella quintessenza del vuoto e del pensiero puro; ma è lo stesso isolamento di passiva emarginazione del barbone che si abbandona fra i cunicoli delle metropolitane, pur in mezzo alla gente, pur sferzato dalle correnti d'aria, ma del tutto inerte e solitario. Ma possibilmente con in mano una lattina di birra da 15 centesimi.

3 giugno 2011

it's never enough

Trovo che il razionalismo sia un mio limite. La voglia di comprendere le cose, senza mai abbandonarsi ad un“è così” certe volte si risolve in inutili e disperate ricerche, che, per evidente mancanza di mezzi e di genio, non portano ad altro che alla frustrazione.

Di fronte a chi decide di annullarsi mi risulta difficile piangere come fanno i più, per poi dimenticarmene il giorno dopo in uno stupido pettegolezzo. La gente piange semplicemente per adattarsi, per non apparire fuori luogo. Io, per non apparire fuori luogo, uso farmi da parte.

Sono profondamente attaccato alla vita. La morte mi provoca terrore, la possibilità di non esserci annulla in me qualsiasi forma di slancio. Tra i motivi per cui non credo in un dio c’è anche la casualità del momento della fine. E’ peggio dell’eventualità che uno, in preda alla disperazione d’esser rimandato, ti rubi il compito,  ancor prima che tu avessi risolto il problema su cui giocavi. Sarà che sono un incoerente, o forse troppo giovane, ma morire ora renderebbe ancora più inconsistente quello che sono stato. Mi solleva sapere che non potrei più rendermene conto, in effetti.

Tuttavia non riesco a comprendere neanche il suicidio. Togliersi la vita, piuttosto che lasciarsela sottrarre dal caso, in linea di massima un senso ce l’ha. Il problema è che la vita non si esaurisce mai in una sola proposizione formalmente accettabile. Questa accezione, ad esempio, tralascia totalmente il fatto che il timore della morte non sia che una possibilità tra tante. E poi, in concreto, quante volte s’è sentito dire che uno si è ucciso per sfuggire ad una fine comune? E’ persino stupido, in fin dei conti. Ci si uccide, nella realtà, perché è fallito quello che si credeva essere il fine della vita che fin lì si era condotta. Spesso si muore per amore. Più raramente per un’ideale. Sempre, ci si uccide, quando di fronte non si ha più alcuna prospettiva, sia essa positiva o negativa. Credo che i sorrisi, le lacrime, l’amore, e pure tutta l’affezione e l’odio che nutriamo per la vita si possano ridurre e spiegare. Tuttavia, per quanto sia approfondita l’analisi che conduciamo, per quanto precise le cause che ritroviamo, non potremo mai esimerci dal pensare che non valgano abbastanza.

1 giugno 2011

Relazione Binaria

Mi piace immaginare le persone come parole. O come lettere, o anche linee che si dipanano in un grafico ad n-dimensioni, che si incrociano, si inseguono fino a convergere o divergere, appiattirsi o innalzarsi verso l'infinito.

Variabili in grado di comporre arte e finezze su piano cartesiano come un pittore su una tela ancora intonsa. Penso agli estremi del campo di esistenza di queste variabili come nascita e morte, come limiti fisiologici: nonostante questo, mi esalta parlare di dominio, trovo sia un termine potente ed affascinante. Il tempo è nostro, lo spazio è nostro. Questo è il nostro dominio. Penso all'indipendenza, all'assenza di vincoli.

E poi penso alla Y. Per convenzione la Y dipende, se ne deve verificare l'esistenza solo in funzione di un'altra variabile, una libera, appunto, indipendente. I suoi limiti sono molto meno interessanti: non si parla di dominio, che mi evoca l'immagine di un conquistatore di terre sterminate. E' un misero codominio, termine che ricorda piuttosto un umiliante confinamento fra quattro mura domestiche in un quartiere privo di attrattive.

Guardo il mondo e penso a quante variabili nascono e muoiono dipendenti, senza uno slancio, con ogni spostamento frutto dei capricci di un'altra variabile spensierata. Un'esistenza stretta, senza neppure la dignità di un'identificazione che faccia trasparire libertà: funzione di x, f(x), come uno schiavo nato già in catene.

Piango l'irrinunciabile sofferenza delle X in un mondo di miserabili e collose Y.