25 settembre 2010

Mors Tua

Quello che mi dà veramente fastidio della morte è constatare quanto l'uomo sia poco avvezzo a considerarla come parte integrante della propria natura. Non so se sia per paura, ignoranza, tradizione religiosa (questo supposto che le tre non coincidano), ma credo che ci si soffermi sempre troppo poco a pensare alla fine nella sua essenza, e non come avvenimento parte di un disegno più grande, sia esso divino o meramente umano. Credo che se avessimo un rapporto più naturale con la morte, tenendo sempre presente che si tratta dell'unica certezza della vita, forse non correremmo il rischio di incappare in evidenti distorsioni.
Per esempio, cosa davvero ha creato tanto scalpore in merito alla condanna di Sakineh? Probabilmente il fatto che una nazione si arroghi il diritto di sottrarre la vita, che in definitiva è l'unica cosa che abbiamo, in funzione di leggi più o meno eque. Forse anche, all'occidente non piace pensare che possa essere uccisa una donna a pietrate, ma io non credo che il metodo faccia molta differenza: sarebbe assurdo protestare per modificare la proceduta dell'esecuzione. Certamente, la necessità di pulirci le coscienze immaginando che basti dichiararsi contrari ad un atto barbaro ogni due o tre mesi per considerarci a ragion veduta candidi di spirito.
Il problema è che la morte, appunto, assurge al ruolo di massima carnefice, interpreta il ruolo della cattiva per eccellenza. Forse per questo, nel momento in cui sopraggiunge, siamo pronti a schierarci dalla parte di chi viene da essa abbattuto, compatendolo e lavandone i torti e dimenticando gli atti compiuti in vita, che dovrebbero essere gli unici rilevanti nel giudizio dell'individuo.
Eppure, quando non sono ormai più in vita, fioriscono statisti, eroi, simboli. Qualche tempo fa avevo scritto, mi cito testualmente, che "la morte raccontata non ha una causa, ma soltanto un fine, sia esso mostrare la generosa solidarietà di un governo verso i suoi figli o piuttosto vituperare popoli, razze, etnie nel nome di esigenze politiche".
In sostanza, che Sakineh sia una barbara omicida piuttosto che una povera donna incastrata dal maschilismo dei fanatici iraniani, diventa del tutto irrilevante. Ed intendiamoci, non sarò certo io a sostenere che se fosse appurata la sua natura di omicida allora meriterebbe la condanna. Al contrario, mi rendo conto che non è questo il motivo di tanta risonanza, non può esserlo, non si può essere contrari alla pena di morte solo per i presunti innocenti, o per le donne.
Già, ma allora, se non si tratta delle modalità ed il punto non è la revisione del processo, allora perchè soffermarsi sul caso di Sakineh in maniera così reiterata e non, per esempio, sulla donna uccisa oggi negli Stati Uniti, peraltro dotata di un QI di 70 (cioè più basso di quello di Forrest Gump e di Gasparri. No, forse di Gasparri no)? O sulle altre 52 donne americane che attendono l'esecuzione?
Perchè stavolta il ruolo della signora con la falce lo vogliamo attribuire ad una nazione in particolare, trasferendo quindi la frustrazione verso questa morte così invalicabile su qualcosa di tangibile: uno stato, una cultura, un popolo. Credo che sia tanto odioso dover compatire un omicida quanto ammettere che il capo di uno degli stati più barbari del mondo, l'Iran, ha ragione nell'affermare che tutta questa mobilitazione non è nulla più che un complotto inscenato dall'occidente, USA in testa. E stiamo attenti, perchè il nostro cieco buonismo, anche se impiegato per una causa nobile, diventa semplicemente uno strumento per amplificare le differenze fra popoli. Perchè quello che emerge dalla storia di Sakineh non è l'assurdità della pena di morte, ma che questi arabi del cazzo conservano delle usanze da cultura inferiore. Raccontate la storia a 60 milioni di italiani e provate a immaginare quanto l'impressione di voler fare a meno degli immigrati, questa gente così rozza, si sedimenterà ulteriormente nelle menti di questo popolo. Rendendo di fatto legittimato un governo che agli immigrati va incontro sparando loro prima che possano mettere piede nel nostro paese.
Con tanti saluti alla pena di morte, maledetti negri.

17 settembre 2010

Diventare l'Inter

Se dopo un pareggio in casa con tre gol subiti da una squadra polacca l'allenatore della Juventus non trova di meglio da dire che "abbiamo fatto il massimo" bisogna ammettere che la trasformazione ormai è completa. Siamo diventati l'Inter.

Il mercato e la competenza

Il primo punto di convergenza non può che essere questo: le astuzie estive dell'Inter anni '90 hanno fatto la storia del calcio. Una squadra rinnovata ogni 2 anni con brocchi selezionati accuratamente dai peggiori campionati del globo, allenatori improvvisati degni dei migliori circhi ed una dirigenza che conferma tutti i peggiori sospetti della fisiognomica.



(l'espressione compiaciuta di Massimo Moratti alla notizia dell'acquisto di Vampeta)

L'Inter è la squadra che ha ceduto Pirlo, Seedorf e Cannavaro per Domoraud, un buon muratore, Helveg, un ottimo barzellettiere nello spogliatoio, e Carini, modello di Dolce&Gabbana, la stessa squadra che ha puntato per dieci anni su Recoba per vederne in tutto 3 o 4 partite giocate decentemente (nelle altre indossava il pigiama).

Adesso tocca a noi. Immagino già le discussioni in sede per la campagna acquisti:
-Hai visto quel giovane? Mi sembra promettente..
-Rinaudo? Non so, io preferirei Pepe, si vede che è un giovane di talento.
-Purtroppo entrambi sono troppo costosi.
-Vendiamo Diego allora, mi da fastidio questa sua fissazione di voler fare passaggi precisi.
-Davvero! Ma chi si crede di essere? Nemmeno avessimo bisogno di una soubrette.

Così siamo riusciti ad indebolirci risultando contemporaneamente la squadra che ha speso di più sul mercato. Questo mentre al Milan si facevano regalare Ibrahimovic, però di questo non parlo, ho deciso che lascio perdere la politica.

Le ambizioni

Prima dell'inizio del campionato la squadra può vincere tutto, non ci sono limiti, puntiamo allo scudetto, alla Champions, ah, non giochiamo la Champions? Vogliamo vincerla ugualmente, i nuovi sono bravi, i nuovi si sono già integrati, la squadra gira, vedrete, torneremo al successo.
Abbandonate le amichevoli estive contro il Mezzocorona, inizia il campionato e già alla prima giornata veniamo legnati senza discussione. La squadra è giovane, dateci tempo per amalgamarci, uno stop può capitare a tutti, i muscoli sono freddi, era venerdì 17.
Alla seconda giornata si perde ancora e ad Agosto ti trovi già a -5 dal Chievo. Non puntiamo allo scudetto, ci sono squadre più forti, siamo un buon gruppo, dobbiamo lavorare, è un brutto periodo e ci gira tutto male, Del Piero ha il ciclo.
Arriveremo a metà campionato che l'obiettivo, accolto con gioia, sarà non retrocedere. E quando il prossimo anno affronteremo il Pizzighettone ed il Grosseto saremo ancora felici ed ottimisti. Ci divertiamo a giocare, siamo simpatici, Lanzafame prepara degli ottimi panini con la porchetta e Del Neri è il migliore imitatore di Hitler che imita Charlot. Sarà un grande anno, daremo spettacolo ovunque.

Lo zimbello

Esatto daremo spettacolo ovunque. Una sorte di tournée di cabarettisti, per la precisione. Tutte le squadre adesso sanno che possono esaltarsi contro di noi, e ci segnano davvero tutti: attaccanti rinati, difensori occasionali, guardalinee intraprendenti. La difesa è un colabrodo e giocare contro la Juve è diventato ormai sinonimo di divertimento garantito.
Persino fra tifosi gli sfottò del lunedì vanno scemando, perchè è stancante prendere in giro sempre gli stessi, che già ci pensano da soli a farsi ridere dietro da tutta Italia, con quelle loro magliette nerazzur.. ops, bianconere!

13 settembre 2010

Cinquant'anni

Columbia (SC), 07/01/1999


Mi chiamo Robert Life, nato nei pressi di Fulton St., Columbia nel South Carolina, l’8 Gennaio 1949. Mio padre morì quando avevo sei anni, fu colpito involontariamente da un proiettile vagante durante una sparatoria. Faceva il macellaio. Mia madre non faceva un cazzo oltre a ciò che fanno tutte le madri. Da bambino mi piaceva…

Oh, al diavolo. Sono Robert Life e scrivo questa lettera come ultimo atto di un qualche cosa di meraviglioso. A dir poco. Sono passati cinquant’anni e guardandomi alle spalle, oggi, noto qualcosa che è sempre sfuggito alla mia mente, al mio cuore. Qualcosa che solo gli uomini i quali si trovano attualmente nella mia stessa situazione, possono notare. Proprio ora che dinanzi a me scorgo il buio, la luce entra di prepotenza nella mia testa. E ricordo tutto. Ricordo il mio primo regalo di Natale, uno dei primi, una chitarra. Non potrò mai dimenticare la mia felicità e le mie lacrime ed il sorriso di mio padre. Ricordo il primo giorno di scuola, tra pianti e urla, mi mancava il mio papà, quasi come se già sapessi che dopo quel giorno non l’avrei più rivisto. Ho vissuto nella merda e con astuzia sono sopravvissuto fino ad oggi. Ho sempre guardato le mie tasche, ragguagliato mia madre, difeso il mio fratellino e mangiato quello che c’era. E ricordo quando attraversavo quei bui e stretti vicoli, osservato anche dal cane randagio. E piansi, piansi per la scomparsa di colui che per sei anni mi ha amato, difeso, addestrato. Ma nel South Carolina non c’è tempo per piangere. Nella mia vita non c’era tempo per piangere.

Non scordo il mio primo lavoro. Ero un fottuto lustrascarpe come quei negri figli di puttana. Ero il miglior lustrascarpe del Sud. Lustravo signori, ricchi, mafiosi. Era un lavoro di merda, ma mia madre era lì, povera ed indifesa, con due figli da sfamare anche con un dollaro a settimana. Li ricordo tutti quegli stronzi: Vincent Langella, Sonny Cady, Johnny “la roccia” Corrado, Michael Winnfield. E qualcuno si scopava pure mia madre. Ma io non ho mai aperto bocca. Non era mio compito farlo. E ricordo Kathleen, la mia prima ragazza. I miei primi baci, le mie prime scopate, le gelosie, le liti, l’amore. A vent’anni era già passata un’eternità. Ma avevo già fatto tutto, tutto per la prima volta. Ricordo tutto lo sporco ed il sudore per vivere, vivere bene. Gelataio, assistente barbiere, scaricatore di merci al porto, cameriere, commesso, salumiere, macellaio, prestigiatore, falegname, operaio, meccanico, cuoco. In tasca mi restava quel tanto che bastava per le sigarette. Ricordo tutte le birre scolate con Joe, Martin, Red, Jerry, il football, il basket, Jim Rice, Elvis, gli anni ’70. Ricordo tutte le mie donne, e mia moglie, Rita, ed i miei figli, Tom e Lisa, ed i viaggi a Los Angeles, Chicago, Dallas, Rio, Roma, Berlino, Londra.

Si riaccendono i fari su di me e sento urla provenire da fuori. Gridano anche il mio nome. Ma intanto non posso fare a meno di pensare. Tutta la mia vita, adesso, sembra scorrermi nelle vene, accecandomi gli occhi. È strano il modo in cui un uomo come me si ritrovi così, ora, tra inferno e paradiso senza via di scampo, con un passato tanto vicino quanto la puzza del proprio sedere. Io non ho rimpianti, non ne ho mai avuti. E neanche rimorsi, mi sento di aver fatto tutto ciò che potevo fare, senza esagerare, senza rinunciare a quello che volevo. Ho giocato, ho vinto e perso; ho rischiato, ho inghiottito e vomitato. Ho riso, ho pianto, diavolo quanto ho pianto.

Ricordo quando fui ferito: 19 Agosto 1991, non lo dimenticherò mai. Le circostanze furono simili a quelle tragiche di mio padre. Sparatoria, S. Gregg Street, come si suol dire in questi casi mi trovavo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sembrava una maledizione. Rita era al corrente di ciò che successe a papà, i miei figli sapevano qualcosa, io vedevo la morte cogliermi impreparato. Il proiettile sfiorò il cuore, mio padre fu colpito alla testa. Le conseguenze di questa stronzata furono solo un po’ di compassione da parte di chi, sembrava, non mi conoscesse più ed un’eterna cicatrice. In questi lunghi e sporchi anni sono riuscito a farmi conoscere, a dettar legge – quando potevo – a divertirmi, soprattutto. La vita non è una gara e non può essere interpretata con una filosofia. Necessita solo di essere vissuta. Amare ogni singola cosa che ci è accanto e scoprire che ci si può sempre sorprendere. Anche a cinquant’anni.

Ricordo dieci minuti fa, quando né io né voi sapevamo di questa lettera. Per voi adesso, beh, sembra non essere cambiato nulla. Sentivo di scrivere queste parole, cercando di ricordare e capire se la mia vita ha avuto un senso. Ma credo che ogni piccola vita di ogni fottuto essere umano, abbia un senso. Qualsiasi cosa potessimo fare, qualsiasi sbaglio potessimo commettere sarà nostro, ci entrerà anche nel nostro più misero capillare e ci renderà quello che siamo, ad un secondo dalla morte. Non preoccupatevi, amici miei, di me. E neanche dell’invidia, della gelosia o della cattiveria! Consumereste vita come un vecchio incallito fumatore, per poi morire bruciacchiati e senza respiro.

Tra cinque minuti verrò attraversato da duemila volt. Lì fuori è tutto pronto. Il pubblico attende, la sedia aspetta solo di sfogarsi contro di me. Sono pronte le catene, e la spugna. I secondini raccolgono cella per cella ogni animale, volgarmente, sputati e sbeffeggiati, perché forse per loro “animali” non è il termine giusto. Dopo Jack Weinstein, sarà il turno di Robert Life. Sento le urla. Sento l’approssimarsi progressivo di una morte troppo veloce e sofferente. Respiro con affanno, voglio una sigaretta. Le preoccupazioni, adesso, mi attanagliano. Ho paura. Quella notte mi trovai di fronte ad una carneficina. Non avevo mai visto così tante sagome immobili, con gli occhi trafitti dall’orrore, ancora impressionati da quell’immensa malvagità nei loro confronti. Il sangue sembrava non finire più, chiazze rossastre ovunque. Ed io ero lì, da solo, con una pistola a terra senza impronte. Potevano essere cinque, dieci, venti morti. Non ricordo. Mi voltai e vidi ambulanze, FBI, forse l’esercito. Capii che per la seconda volta nella mia vita mi trovavo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Voci di strada mi hanno sempre insegnato che la fortuna non bussa mai due volte. Ebbi la conferma della mia fine quando un sopravvissuto senza braccia, magro, quarant’enne scapolo e medico, John O’Brian, un irlandese del cazzo, scorta la mia faccia mi accusò. Non ho mai capito perché l’abbia fatto. Forse neanche lui. O forse era convinto di aver pescato la persona giusta. Ogni uomo ad un certo punto del suo cammino si rende conto di quando sia veramente finita. Chi prima, chi dopo. Il mio percorso è stato talmente pieno che sento ancora parecchio vuoto da colmare. Non sono ancora pronto a morire. Ma il mio momento è arrivato. Weinstein ha tirato le cuoia. Ascolterò in prima persona la sadica sinfonia dell’uomo morto che cammina. Mi mancava quest’esperienza. Dicono che sulla sedia inizialmente si provi piacere. Un piacere irresistibile, prima del tramonto. Senza rendermene conto diverrò un pezzo di carne bruciato lungo un metro e ottanta, lontano da una moglie e due figli e dal mondo, dopo cinquant’anni. Soltanto cinquant’anni.


Sento i passi del secondino avvicinarsi meticolosamente. Ancora dieci secondi per ricordare tutto. Ancora dieci secondi per un’ultima lacrima.


Claudio Morgese

10 settembre 2010

Il treno ha fischiato




Era trascorso solo un quarto d'ora da quando il treno aveva lasciato l'enorme stazione di Milano, immersa nel grigio del cemento e del cielo, praticamente dello stesso colore. Eppure già filava per campi sterminati, distese variopinte di fiori, prati immensi di erba verdissima interrotti soltanto da qualche albero che bucava la luce del sole nella speranza di offrire un ombroso luogo di ristoro ai passanti.

Ma non c'era nessuno ad osservare tutto questo a parte noi. Soprattutto te, così splendida in quel vestito di seta che lasciava intravedere le tue forme sublimi. E ad un tratto non c'era più il vagone, non c'era più neppure il treno, c'eravamo solo noi due a rincorrerci in silenzio, ma stranamente immobili, e ricordo ancora la tua risata che suonava come un tintinnio, in quel vorticare di emozioni, di luci, di battiti.

Fu allora che, tenendoti per mano, chiusi gli occhi cercando di stampare nella mia memoria ogni profumo, ogni vibrazione di quel momento, immaginando me e te visti dall'esterno, come del resto avevo sempre fatto. Mi sembra ancora di sentire quell'esplosione di emozioni, vampate di caldo, folate di aria fresca che ti scompigliavano i capelli, la sensazione che da un attimo all'altro le nostre labbra si sarebbero toccate.

Mi sfiorasti delicatamente la spalla, ancora non aprii gli occhi nell'attesa di quel magico contatto.
Mi carezzasti il viso con infinita dolcezza ed io strinsi il collo alla ricerca di quell'inebriante mano aggraziata come cristallo trasparente.
Mi sussurrasti all'orecchio parole che non compresi, ma tutto questo non aveva più senso. Non sapevo cosa fare.
Mi chiamasti allora con voce gentile e ferma.

"Scusa..?"

Aprii gli occhi e vidi una splendida ragazza con lunghi e liscissimi capelli biondi che le ricadevano sulle spalle ed occhi luminosi e sorridenti vestita di un'elegante giacca verde vicinissima a me, che mi fissava in un misto di curiosità e malcelata ilarità. Eri splendida, ma non eri tu.

"Io.. cosa..?"
"Va tutto bene?"

Accanto a me correvano i profili di palazzi tutti uguali, dominati da un cielo con lo stesso animo plumbeo delle strade e delle macchine e delle persone che camminavano a testa bassa. Del prato e del sole non c'era traccia, eppure erano stati così vicini..

"Sì, certo, grazie.. credo, solo.. credo di essermi addormentato"
"Non per colpa di quello, l'ho letto anche io e non sei affatto giustificato"

La ragazza indicava la copia de "L'ombra del vento" che mi aveva accompagnato nel viaggio docilmente appoggiato sul sedile accanto al mio. Mi sentivo quasi in colpa per averlo abbandonato dopo che lui aveva riversato in me la sua anima.

"No, infatti. Stanotte non ho dormito per finirlo ed ecco il risultato"
"Non mi stupisce allora aver impiegato 5 minuti buoni a svegliarti"
"Davvero? Mi spiace, stavo sognando, non mi sono reso conto di niente, sai.."

La ragazza mi fissava sempre più divertita, come se aspettasse un mio passo. Era slanciata, determinata, ironica e bellissima. Fu lei a rompere il silenzio per prima:

"Beh.."
"Sì?"
"Ora che ne pensi di farmi vedere il biglietto?"
"Il biglietto?"
"Sai, quel foglio di carta che ti dà il diritto di dormire su quel sedile. Al giorno d'oggi tutto ha un prezzo"

Solo allora vidi a lato della sua giacchetta verde il tesserino di riconoscimento, con un tipico cognome in -òn che giustificava il suo chiarissimo accento veneto.

"Oh, già, certo.. credevo.. no, ecco, tieni"
"Grazie, tesoro, alla prossima"

Sorridendo si allontanò con un occhiolino furbetto e canticchiando un motivo che non riconobbi. E mi sentii anche io, come il mio libro, vagamente abbandonato, perchè aveva rotto un incantesimo e sembrava che dovesse espiare la sua colpa conducendomi per mano verso un mondo ancora più incantato. Ma non stavo più sognando.

E, mentre mi sembrava di avere ancora addosso il tuo odore e di poter chiudere gli occhi e ritrovarti abbracciata a me su un prato assolato, mi resi conto con violenza che non c'eri, e non eri mai stata. E probabilmente non saresti stata mai.

7 settembre 2010

Il cielo non esiste

Tramonti rossi colorivano file infinite di palazzi tutti uguali. Un quartiere popolare come tanti altri, di quelli dove il cielo può essere osservato in tutte le sue sfumature, ma privato della forza di un sole che nasce, della consolazione del sole che muore. I raggi rossi del tramonto colorivano mura vuote, dietro il quale esistevano persone. Dell’universo si intravedeva solo l’esistenza, il tutto pareva seppellito dall’insanabile pazzia di un malato. Non c’era spazio alla bellezza in quel luogo, tutto sorgeva per interesse, e tutto l’interesse che gravava sul cemento e dilagava nel nero del catrame ingoiava la bellezza che, forse, un tempo, aveva in qualche modo abitato quel luogo. Di certo, ora, l’unica cosa che avrebbe voluto vedere era il rosso del sole, e ingorde strutture coprivano la stella.

Il sole che tramonta, ricordava, doveva essere la cosa più bella che si potesse vedere, come un bambino idealizzava ciò a cui non poteva assistere e dimenticava l’essenza reale di quella visione a cui tanto ambiva. Dimenticava che il tramonto è solo la fine di una percezione, l’inizio di una nuova più chiara visione.
Ma neanche di quella lucida visione dell’universo che è la notte egli poteva prender coscienza, tanto le luci elettriche che intermittenti iniziavano ad accendersi ravvivavano i colori sulla sua testa, lontani dal nero del vuoto cosmico, dall’azzurro degli astri lontani.

Gli uomini stentano a comprendere cosa sia davvero importante perché hanno smesso di guardare il cielo. Un ammasso informe di luce grava sulla loro testa, senza che esso abbia altro valore, oltre che regolare il ciclo delle attività di cui riempiono le vite. Si dedicano ai propri interessi come fosse in loro il senso di tutto ciò che esiste, senza rendersi conto della ridicola dimensione, e del ridicolo tempo, che occupano in tutta la realtà che s’estende oltre il tetto che inconsapevolmente hanno fatto del cielo. E nella stupidità di credersi re della piccola zolla di terra che calpestano tentano invano di aumentare ancora di più la loro ricchezza per soddisfare bisogni assurdi che non hanno, di masticare e sputare ogni pecora innocente posta sulla loro stessa via, di consumare ogni singolo dono che il caso gli porga, di surclassare gli altri stupidi maiali che frequentano, cercando di vivere in eterno nel ricordo, pensando che possa sopperire alla loro cronica insoddisfazione, senza rendersi conto del fatto che il cielo che hanno in testa neanche esiste, che la loro fama è vana quanto il soffio di un matto sul granaio in fiamme, breve quanto il tempo che impiegano a chiedersi se sono felici.

Non sapeva ancora cosa fosse, o non fosse, il cielo, ma in quel momento amava il tramonto. Lo amava perché gli ricordava lei, quando gli chiese di non pensare tanto a cosa sarebbe accaduto, di cosa avrebbe fatto, quanto di quello che avrebbe desiderato, di quello che c’era di bello da vivere ora, come il sole che cade, per non finire come il sole che cade anzitempo. Amava il tramonto perché in esso vedeva lei, le sue parole, e sentiva nel cuore il desiderio di vederla, anche solo per parlarle ancora, anche solo per vederla sorridere. Capiva che l’unica cosa per cui valeva fermarsi fosse ciò che è bello, ciò che si ama, che si è troppo piccoli nell’infinito che ci circonda per poter solo immaginare di dover dimostrare qualcosa ai cani di questa fattoria.

Discografia essenziale.


4 settembre 2010

Il senso della sensitività

"Ho scoperto di essere sensitivo".

Quando ho detto questa cosa i miei amici hanno iniziato a guardarmi con aria sospetta, come se avessi confessato di essere omosessuale o, peggio, di essere interista. D'altronde anche io resterei scioccato da una tale notizia se non poi opportunamente spiegata.
Io non intendo sensitivo alla Vanna Marchi, che magari finge di prevedere i numeri del lotto, vi legge le carte, vi dice se il vostro partner vi tradisce o vi ama alla follia.
Ed allora cosa diavolo faccio? Buona domanda.
Io "sento" quando sta per succedere qualcosa di particolare nella mia vita. Quando arriva, lo so già. Non sempre so dire se sarà qualcosa di buono o meno, anche se spesso lo intuisco, ma sento quando l'avvenimento è imminente, come una sorta di presagio.
Ad esempio so con buone 12 ore di anticipo quando vedrò o sentirò la mia ex. Se la sogno, il giorno successivo avrò un contatto perlomeno visivo con lei, se invece mi fa male lo stomaco come se avessi una ventosa all'interno, vuol dire che avrò un contatto telefonico con la sopracitata, o semplicemente che ho mangiato troppo pesante. Ormai è assodato, ed il margine di errore è pressocchè nullo (n.d.r. ultima conferma ieri). Poi l'incontro sarà ovviamente ultra-scenico, con diluvio continuo interrotto solo quando la si incontra per poi riprendere piu forte di prima una volta che ci siamo salutati. Come se anche le goccioline d'acqua non volessero perdersi lo spettacolo. Sì, ne vale la pena. Perchè io smetto di essere un essere pensante, mi stampo in viso una maschera fissa degna del miglior carnevale veneziano, e poi passo i 30 min successivi a darmi del coglione. Una volta mi ha addirittura avvicinato un ragazzo e ho rischiato la rissa, visto che credeva l'appellativo fosse per lui. Un'altra volta invece ad avvicinarsi è stata una vecchina che mi chiese: "caro, hai bisogno di qualcosa?" "no, ho bisogno di qualcuno".

Credo inoltre che a volte davanti ad un bicchierino di whiskey con tra le mani un buon sigaro si possano scoprire le piu grandi verità. Già, perchè se a me dovessero chiedere quale sia la condizione migliore per capire il senso della vita, forse consiglierei proprio una bella bevuta tra amici, o meglio da soli, più deprimente ma più introspettivo. Tutti i grandi passi si fanno da soli, senza compagni o intermediari. E ad ogni passo in avanti, si perde per qualche istante l'equilibrio.

ore 21:00 di qualche mese fa..

CM: "Ho capito di essere diventato adulto proprio stasera, quando ho dovuto condirmi l'insalata da solo in una casa vuota":
Hugo: "E' una frase di una tristezza infinita".


Oppure un viaggio a Malta. Il delirio.
Già, altro che sedute psicanalitiche, un viaggio a Malta ti apre nuovi mondi e prospettive. Dalai Lama? no grazie, Havana e Coyote (due discoteche maltesi). Ma è proprio in quei momenti che si capisce dove si è nella propria vita e dove si va, o perlomeno ci si prova. Sta qua la differenza.
Perchè a me non verrebbe in mente di pensare all'oceano, alla barriera corallina, ai pesci che ti nuotano intorno facendo ghirigori con le loro scie, ai cavallucci marini che ballano il waka waka. Io quando mi rilasso vedo cieli cupi e montagne da scalare, la cui unica flora è una stella alpina solitaria e a cui onestamente sono ghiacciati i coglioni a stare ferma a prendere tutto quel freddo. Forse perchè per me ogni traguardo è solo un intertempo di una corsa piu grande, o forse perchè non sono mai giunto a nessun traguardo.
Provateci su, mettetevi su una bella poltrona. Terzo o quarto superalcolico della serata in mano, una bella cannetta vecchio stampo e riflettete. Siete tipi che sognano delfini felici che mangiano caramelle gommose tra un salto e l'altro, o tigri della Malesya pronte a far saggiare i propri artigli aguzzi?

Credo che ho un buco grosso dentro, ma anche che il rock n' roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco me lo riempiono.