29 agosto 2010

Malebolge, here I come

Se vi è capitato nell'arco della vostra vita di prendere un treno a lunga percorrenza per la Sicilia, sapete bene che clima si respira nelle carrozze. Si tratta di una sorta di viaggio della speranza, che attraversa fusi orari, nazioni e lingue, cambi di data, cambio di stagione; per fortuna, tradizionalmente, le provviste di cibo non mancano, anche se constano quasi esclusivamente di dolci e alimenti piccanti, ma così piccanti, che si comprende benissimo come in certi posti l'acqua scarseggi. I tuoi compagni di viaggio, in parte per la nota tendenza alla conversazione dei meridionali, in parte per la durata dello spostamento, all'arrivo sono ormai diventati più cari degli amici d'infanzia.

Ma non starò qui a narrarvi di questo genere di impresa, perché un libro di Tolstoj non sarebbe sufficiente per scrivere tutto. E non ho intenzione nemmeno di raggranellare luoghi comuni sui treni, che sono di per sè un'accozzaglia di luoghi comuni e pure ben si presterebbero a questo ruolo. Tuttavia a me è capitato di fare quel viaggio e mi sono ripromesso che, per la mia natura schiva e riservata (leggi: in treno io voglio dormire, cazzo, dormire, non ascoltare i racconti delle vite di 15 emigrati e delle loro numerosissime famiglie in lingue assai dissimili dall'italiano), non l'avrei più fatto. A questo sommiamo la mia naturale predisposizione a beccare compagni di viaggio che definire insostenibili è una gentilezza che non voglio concedere.

Decido così di spezzare il viaggio: nella prima tratta, puntualmente, mi trovo in scompartimento con 5 membri di un'allegra famigliola calabrese appassionata di cibo all'aglio. O almeno questa è una mia personale interpretazione, sia dell'accento che dell'odore. Non so se nel piccolo borgo catanzarese nel quale mi piace immaginarli si pratichi la caccia alle streghe, o se fossero vittima di qualche scherzosa congiura, ma vi assicuro che lì dentro l'aria era pesante come se su di me si fosse seduto Giuliano Ferrara.
Mai come allora ho apprezzato la limpida e fresca aria di Roma, anche se c'erano 40°; avrebbe potuto essere anche quella di Milano, ma avrei ugualmente inspirato le polveri sottili con grande soddisfazione.

Fiducioso, che tanto peggio di così non poteva andare, cambio treno. La compagnia stavolta si preannuncia persino tollerabile: una ragazza carina e silenziosa ed una coppia piuttosto improbabile. Lui belloccio, con occhiali e barbetta da intellettuale e sguardo sveglio, lei un cesso di bibliche proporzioni con tanto di pulsante per lo scarico. Un condensato di malignità, ben visibile dietro i suoi piccoli occhi porcini, in un corpo basso, tozzo e peloso che serrava la mano al malcapitato in una morsa invincibile e lo puniva con schiaffi o pizzicotti qualora lui avesse osato rivolgere lo sguardo a qualsiasi entità diversa da lei. Forse non era poi così sveglio, ma non sono problemi miei. Pregustando qualche ora di sonno, nonostante il caldo mostruoso che però non induceva certo alla conversazione, inizio ad assopirmi quando la peggiore disgrazia che possa presentarsi su un treno prende forma sulla porta del nostro scompartimento: il compagno di viaggio peggiore che si possa immaginare, peggio di un leghista chiaccherone o di un evaso armato e maniaco.

Il DJ napoletano verifica il numero sulla porta, prepara un sorriso a 32 denti ed esclama con voce stentorea:
"Salve!"

Io e la ragazza, vagamente infastiditi e grondanti sudore, rispondiamo con un grugnito strascicato. Il ragazzo azzarda un "Ciao" a mezza voce, ma viene immediatamente castigato dalla fidanzata. Il DJ, per nulla turbato dall'accoglienza men che poco calorosa, continua imperterrito:
"Visto che bella giornata, ragazzi? Allegri, stiamo viaggiando. Vi voglio bene. Alzate le mani forza, su su su, ritmo"

Io e la ragazza ci scambiamo uno sguardo di puro terrore.

Non posso dirvi quale sorte è toccata al simpatico cacofonifero, ma dato che quello scompartimento era troppo piccolo per tutti e due ed io sono qui a scrivere, potete intuire come sia andata a finire senza farmi incorrere in denunce.

Finalmente arriviamo in Calabria, il treno inizia a svuotarsi e la temperatura diventa quasi civile. La speranza che il viaggio volga al termine aleggia nello scompartimento. Errore gravissimo.
E' infatti scientificamente dimostrato, che si provenga da Roma, da Milano o da Vladjvostok dopo 6 giorni di transiberiana, che attraversare la Calabria rappresenta il 90% del viaggio. Il treno comincia a fermarsi in tutte le più piccole e sperdute stazioni dell'entroterra, mostrando chiaramente che la Calabria è un po' come l'inferno dantesco, più ti addentri, più le creature che lo popolano sono bestiali.

Quando ormai si è del tutto rassegnati ad un'esistenza di privazioni da spendere su quel treno sudato e stanco (il treno, sì), nel buio della notte, proprio allora compare la Sicilia come un miraggio con tutte le luci di Messina che si sdraia sullo stretto.

Ed alfine uscii a riveder le stelle.

12 agosto 2010

Il paradosso della sicura

Nel paradosso del gatto di Schrodinger si cerca di illustrare con un semplice esempio come sia impossibile determinare la condizione di un certo sistema senza osservarlo. In sostanza, nulla conosciamo dello stato delle cose sino al momento in cui non ci sbattiamo le corna per sapere come sono fatte. Questo semplice paradosso (e qualcos'altro, ok) procurò a Schrodinger il nobel per la fisica, grazie al cui premio in denaro riuscì a fronteggiare le spese processuali per le querele delle associazioni animaliste.

C'è però uno stadio successivo a questo esperimento che non solo ci mostra come sia impossibile conoscere la condizione di un sistema, ma persino che siamo noi stessi, con la nostra osservazione e solo con essa, a determinarla.

Il paradosso che sto per esporvi non si limita a spostare verso l'alto la frontiera delle conoscenze scientifiche, ma tenta persino di dare risposta all'ultima fra le domande fondamentali dell'essere umano:

-Chi siamo?
-Dove andiamo?
-Ho chiuso la macchina?

Come tutti voi certamente saprete, non appena la porta dell'ascensore si chiude alle vostre spalle, verrà in mente l'atavica questione. Ora, vi sono due strade percorribili: ignorare la domanda, aprirsi una birra e sedersi sul divano a guardare la televisione, oppure, ancora armati di pacchi e con quel fastidioso bisogno di urinare trascinatosi ormai da un'ora, tornare indietro a controllare la macchina.

Nel primo caso, è scientificamente dimostrato che la macchina era aperta. Il caso vuole che a questa combinazione faccia seguito la presenza del frontalino della radio in bella vista e del cellulare dimenticato sul sedile. Altrimenti, tornando indietro a controllare, si noterà la sicura ben abbassata e le portiere ben sigillate.

Il paradosso della sicura non è banale: la posizione della sicura risulta effettivamente determinata dal nostro agire e come corollario possiamo affermare che tornando alla macchina in un tempo breve avremo la certezza che questa era chiusa.

Altrimenti, la realtà si prefigura simile a quella del paradosso del gatto: esso è contemporaneamente vivo o morto e così la sicura sarà sospesa in un limbo fra un parcheggio tranquillo ed un'ecatombe di bestemmie.

Notiamo anche come nel caso in cui la domanda non venga in mente la macchina risulterà regolarmente chiusa. Ricordate tuttavia che non è possibile ingannare la scienza fingendo di non averci pensato o abbozzando un dietrofront solo per qualche istante: nell'esatto istante in cui ci si pensa la sicura scatta verso l'alto per poi abbassarsi docilmente al nostro arrivo.

Adesso beh, per vincere un nobel dovrei capire a cosa serve questo paradosso.