31 luglio 2010

Storie di ordinaria follia

L'aspetto più bello dell'andare in spiaggia è osservarne la fauna. E non parlo di quella subacquea, limitata a qualche alga o medusa, mi riferisco ai lumaconi che si arenano invece fuori dall'acqua.

Al mare c'è un micromondo che rappresenta una campionatura del genere umano. Solo, senza vestiti, quindi priva delle impressioni di primo acchito. In sostanza, siamo tutti in mutande, nudi e scoperti in un ambiente pubblico.

Mi piace osservare la gente quando sono in spiaggia, nascosto dietro i miei occhiali da sole. Talora mi sembra anche di poterne indovinare le storie senza conoscere nulla delle persone se non il loro grado di abbronzatura, qualche dettaglio fisiognomico ed il modo di muoversi. Con presunzione, forse ci azzecco anche piuttosto spesso.

C'è chi si guarda intorno, come alla perenne ricerca di qualcosa, o nella speranza di individuare un bel paio di natiche per ravvivare la propria giornata, e chi invece resta chino sulle parole crociate o le riviste scandalistiche per ore. Chi invece dà il meglio di sè, ovvero scopre le proprie, di natiche, non avendo altro da offrire.

Una folla infinita di gente che sembra preoccuparsi soltanto di migliorare la propria abbronzatura, ostentando un amor proprio ed una sensibilità verso il bello insospettati alla vista di tutti questi corpi flaccidi, grassi o, talora, improbabilmente gonfiati da mesi di sudore in palestra.

C'è uno spaccato di mondo, si diceva: branchi di ragazzi fastidiosi che scagliano palloni ovunque, gridolini di ragazzette inabili a qualsiasi attività a parte slegarsi il costume per uniformare l'abbronzatura, isterismi intolleranti di donne di mezz'età verso ambulanti, ragazzi, sole, vento, nuvole, figli e mariti, bambini incapaci di camminare senza sollevare dune di sabbia. Eppure le giovani donne verso di loro sono sempre molto più tolleranti: il loro malcelato fastidio, talora del tutto palese, verso qualche schizzo portato da un pallone calciato da chiassosi adolescenti scompare se un pargolo calpesta le loro stuoie, calcia le loro borse o le colpisce con svariati giocattoli. Viene, anzi, accolto da sorrisi benevoli e materni.

Mi piace osservare la gente, ma per al più un paio di giorni. Poi, non potendo tornare bambino, mi rifugio soltanto in spiagge deserte, declinando l'offerta gratuita di uno spettacolo troppo farsesco.

La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto. (Charles Bukowski)

25 luglio 2010

Pet Society

Qualche tempo fa avevo un pesce rosso. Era rosso, ma così rosso, che al confronto Berlinguer sembrava bianco. Così, lo chiamammo Mayakovsky, tanto un pesce non lo chiama mai nessuno, però almeno aveva un nome figo.

Questo pesce rosso conduceva una normale esistenza da pesce rosso. Dove la conducesse mi è ignoto, dato che ha passato la sua esistenza in una boccia di vetro tonda e senza spigoli. Penso che dopo un po' ti annoi anche di migliorare l'intertempo, se non altro per il mal di testa.

L'unica attività concessa a Mayakovsky era di guardare da un angolo assai defilato la piccola televisione della cucina. Non sopportava però le scene di sangue, probabilmente perchè riteneva che quel liquido fosse spremuta di pesci rossi. Non so dargli torto. Così, per evitargli quelle immagini cruente, ruotavamo la boccia di 180° in modo che vedesse solo la parete.

Sì, lo so, non era sveglissimo, Mayakosvky.

Non è fantastica l'esistenza del pesce rosso. In parte per la noia, ma suppongo che rispetto alla padella questo diventi un problema superabile. Il vero fastidio è l'igiene: non credo sia invidiabile quando per tutta la vita la tua casa coincide con la tua lettiera.
E poi, pensateci: voi di notte da soli, vi rigirate, mollate un peto in dormiveglia, che sono i migliori, e continuate a dormire beatamente alleggeriti. Un pesce rosso si ritrova brutalmente spiaccicato contro la parete. Per non parlare di quando prese il raffreddore. Anche questi son problemi.

Col tempo Mayakosvky è invecchiato e ha perso gran parte del suo caratteristico colorito, diventando praticamente trasparente. Così lo abbiamo ribattezzato Walter e gli abbiamo regalato una cravatta rossa, l'unica traccia dell'antico splendore.

Alla fin fine è morto. Ce ne siamo accorti dopo una settimana perchè la cucina puzzava di pesce indipendentemente dal menù di mia madre. L'abbiamo trovato strangolato con la sua cravatta, ma l'autopsia successiva rivelò che era morto annegato.

Per Walter è stata predisposta la cerimonia funebre ufficiale riservata ai pesci rossi: è stato scaraventato nel cesso ed ha aspettato il primo sciacquone, che riservargliene uno solo per lui a quei tempi era un lusso che non ci si poteva concedere.

Se n'è dunque andato così come ha vissuto, fedele alla sua anima.

21 luglio 2010

Cronaca di uno schianto annunciato


Quando vedi il prof. uscire dall'ascensore con il piglio di chi vorrebbe trovarsi in qualsiasi altro posto nel mondo piuttosto che quello pensi che dovresti fuggire senza dare troppo nell'occhio ed andare ad iscriverti alla sessione successiva. Questo, se non fosse il 20 luglio. Una soluzione più radicalmente efficace potrebbe essere lasciare lì lo zaino e fuggire nel Metaponto a dedicarsi alla coltivazione delle fragole, come suggerito a più riprese dalla mia vecchia professoressa di greco, il cui divertimento era immaginarci chini per ore a spalare il letame su terreni notoriamente impervi ed infruttuosi.

Il prof. entra nella piccola aula destinata alla sevizia spalmata su due giorni altrimenti definita esame. Nella stanza ci sono almeno 45° ed un'umidità tale che sulle pareti stanno crescendo svariate specie di piante tropicali e sono solo le 9 del mattino. Il prof. comincia a sudare come un facocero, pezzando la sua camicia rigidamente stirata dentro i pantaloni. Ci guarda uno per uno come se fosse colpa nostra o, piuttosto, come se gli avessimo scopato la figlia a più riprese. E soprattutto, sia noi che lui sappiamo che sarà del tutto impossibile resistere anche solo un'ora lì dentro, il che ci mette dinnanzi a tre sole possibilità: cercare un'altra aula, farci bocciare tutti nel giro di un'ora (impresa tutt'altro che proibitiva, con la collaborazione del prof.), morire di sfinimento.

Nonostante queste premesse, il prof. conserva sprazzi di umanità e grazie ai suoi potenti agganci riesce ad ottenere un'aula che consenta la respirazione. A questo punto, evidentemente rilassato, fa l'elenco degli esaminandi ed io, componendo mentalmente una rima graziosa con tanto di epiteto indirizzata alla madre di nostro signore, scopro di essere immediatamente di seguito ad un noto provocatore.

Un provocatore è uno studente indisponente negli atteggiamenti e persino nell'abbigliamento (sandali, pantaloncini, maglietta sgargiante e barba mal fatta) che si presenta a tutte le sessioni d'esame con conoscenze inspiegabilmente sempre assai labili sino ad ottenere, spesso per sfinimento, un voto mai superiore a 20. E' tuttavia la causa principale di buona parte delle incazzature dei prof. e delle conseguenti bocciature successive. Tutto questo mediamente per 16 appelli a materia. E dire che in un esame con coefficiente di rimbalzo > 0.8 (ovvero, per ogni candidato ne vengono rimandati 0.8; cioè il candidato privato di un arto, scelto secondo l'umore del prof.) farei volentieri a meno del suo contributo è l'eufemismo di un eufemismo.

Il buon umore del prof. viene intaccato dal primo esaminando, che si prende la fantastica: "Lei è incredibile. Il suo rendimento di errore si avvicina considerevolmente ad 1. Non credo di aver mai visto una tale densità di stronzate in nessuno studente, ed io di esami ne ho fatti tanti". Difficile non credergli, visto che il prof. somiglia ad uno di quegli alberi secolari, anche come mobilità, intendo. Probabilmente anche Galileo ha dato il suo esame, ai tempi.

Si giunge al fatidico provocatore, liquidato con un: "Io esigo bignè alla crema, lei è un tozzo di pane e questa non è una sua colpa, ma è duro ed ammuffito e non ci posso ricavare nulla. Se ne vada, buone vacanze".

Tocca a me, mio malgrado sorrido per la storia del bignè. Il prof. mi guarda con una faccia complice, come se mi avesse trovato nel suo letto a scoparmi contemporaneamente sua moglie e sua figlia:
-E lei come mai sogghigna?
-Sono di buon umore perchè ho ancora tre vite prima dell'esecuzione.
-Spero vivamente che ne sappia più di me. Per lei.

19 luglio 2010

Devo davvero dare un titolo?


Sì, fa caldo, le temperature sono alte e l'umidità è insopportabile. E non so dove andremo a finire perchè non ci sono più le mezze stagioni. Noi giovani d'oggi probabilmente ce le siamo fatte fuori per drogarci.

Vi do una notizia: siamo a metà luglio. E' piuttosto probabile che si sudi come maiali in orgasmo, e sappiate che l'orgasmo del maiale dura 28 minuti.

Porca di quella troia, spero che li aboliscano i TG, ma anche i quotidiani ed i giornali online. Odio questa fottuta mania di riempire le persone di notizie inutili solo per abbassarsi al loro livello; sembra che senza parlare del tempo non si sia in grado di imbastire nessuna discussione. Sull'autobus, fra amici, ora anche nel proprio salotto.
Sempre le stesse notizie, le medesime fotografie a correlare gli articoli, persino i termini usati identicamente nelle solite melmose espressioni abusate di "dialoghi auspicati" ed "impegni profusi".

Tutta questa fastidiosissima plebe che usa espressioni comuni per lamentarsi del caldo estivo e che invoca il rigore invernale. La stessa gente che ha passato gli ultimi 6 mesi a scartavetrare la minchia perchè non smetteva mai di piovere ed in gennaio ha osato nevicare, poffare!

Odio l'abitudine di definire statisti quei porci che sono morti da abbastanza tempo. Mussolini resta un fascista, Andreotti un mafioso, Craxi un ladro, Berlusconi la combinazione delle tre.

Vaffanculo! E scusate lo sfogo, sarà il caldo. Non so se lo sapevate, ma è estate.

16 luglio 2010

Je n'ai pas le temps

Sembra che la maggior parte della gente in grado di combinare qualcosa nella propria esistenza, intendo qualcosa di diverso dal sopravvivere conducendo una vita del tutto ordinaria, sia riuscita a trovare la giusta dimensione e mettere a frutto il talento prima dei trent'anni.
Molto spesso ha addirittura raggiunto l'acme della propria inventiva e talora ci ha lasciato le penne ben prima di quell'età. Voglio dire, metà della musica che ascolto è stata composta da gente che non si è neppure sognata gli "anta".

Con questo, intendo mettermi fretta. Passati i 22 anni potrebbe essere giunto il momento di preoccuparsi di occupare le giornate in qualcosa di utile (più utile che vincere il pallone d'oro nella modalità mito alla play station, almeno).
Probabilmente coltivare la speranza di possedere qualche dote nascosta così bene da non essere mai emersa di prepotenza in tutti questi anni rasenta la presunzione più alta. Perfetto, avete colto il punto. Come l'ho colto io, ignorandolo con cognizione di causa. Mal che vada sprecherò del tempo in attività non utili se non alla personale gratificazione, obiettivo di per sè sufficiente, e, come mi dicono, finirò in mezzo alla strada. Cioè il luogo migliore per mettere a frutto ulteriori arti tirando su qualche palanca, mi rassicuro io.

Ma non crediate che solo il sottoscritto sia affetto da questa esaltazione d'intenti. L'umanità stessa è per sua natura propensa ad allontanare la morte, che di per sè potrebbe essere un problema solo se si ha qualcosa da fare prima di decomporsi. Che è esattamente la questione.

Pensate alla grazia dei bambini, che puntualizzano la loro età aggiungendo delle tenere frazioni. Secondo ratione, non fa una piega: eppure un fanciullo che dichiara 4 anni e tre quarti fa ridere quanto una vetusta signora che ne rivela 40 in vece dei suoi 48. Proporzionalmente, è la stessa strategia che maschera intenti opposti.

Eppure non mi viene in mente di rispondere che ho 22 anni e mezzo a chi chiede la mia età. La gente ha paura del proprio incedere ed allontana idealmente il paletto del traguardo ogni volta che vi si avvicina troppo. I 20 si conquistano, ma i 30 si passano. Ecco perchè ho fretta.


12 luglio 2010

Ma lo zingaro è un trucco

Qualcuno ha detto che il cinema imita la vita reale. Eppure i film, anche quelli più riusciti e geniali e con i risvolti e le battute più imprevedibili hanno una caratteristica che, per fortuna, li colloca in un contesto ben diverso da quello delle esistenze di noi mortali.

I film hanno, sempre ed invariabilmente, una trama. Magari sciatta e prevedibile, ma c'è. In un paio d'ore si condensano ragioni sociali, lezioni di vita, espedienti d'amore, esaltazione del coraggio o quant'altro il regista voglia, ma non esiste un film che non abbia niente da dire. Forse la società moderna non è pronta a pagare svariati euro per entrare al cinema e guardare le riprese di una telecamera da città, che osserva il passeggio delle formiche ed il traffico delle auto e immortala incessantemente il nulla, a meno di improbabili eccezioni.

Nei film romantici c'è sempre qualche grande storia, un insieme di battute indimenticabili, emozioni trasmesse, coincidenze svelate e l'esaltazione dell'amore. Sembra che i personaggi abbiano in mano il loro destino e lo stiano tracciando, accelerato, sotto gli occhi di noi spettatori, che ridiamo o sogniamo alle loro spalle.

Il problema è che nella realtà non capita mai nulla del genere. Dunque accade che la vita vera crede davvero che il cinema, popolato da attori fantastici che recitano storie perfette, sia una proiezione in qualche modo veritiera. E così il cinema imita la vita reale che imita il cinema. O, possibilmente, imita la tv che a sua volta imita il cinema che imita la vita reale. In sostanza, la vita reale si imita, passando per vari livelli di squallore.

Ho visto tanti film con partite di poker, ad esempio. Ineluttabilmente, il nostro (perchè in ogni film c'è un nostro) ha in tutte le mani decisive di tutti i film con una partita a poker delle carte che io, in una vita spesa dietro i vecchi dei circoli di mezza Italia, non mi sono mai neppure vagamente sognato.
Scale reali servite, poker che entrano con facilità inverosimile, full, assi e cuori ovunque.

Nella mia vita, ma mi azzarderei a supporre anche in quella di troppi altri, non ci sono scale reali servite. Ci sono due carte in mano, magari un bellissimo A di cuori, che spunta come prima carta, per invogliarti a metterti in gioco, e poi un lurido 2 di fiori che ti guarda con sdegno. Quel due di fiori è la vita vera, e nella vita vera ci sono solo 4 assi in un mazzo di 52 carte. E si gioca in 5, magari, e devi avere la meglio sugli altri, su tutti loro.
Poi per terra ci sono altre 5 carte coperte, che si scoprono lentamente e che hanno già scritto il tuo destino. Magari ci sono gli altri 3 assi, ma non funziona mai così. Bisogna lottare, intuire, capire quando ritirarsi e quando invece affondare il colpo. Bisogna forzare il destino altrui per rendere migliore il proprio. E per vincere bisogna giocare, anche se sono notoriamente un pokerista prudente.

Adesso in mano ho una insolita coppia. Questo fantastico asso di cuori che mi spinge a continuare a vedere, scoprire una, poi due carte. Poi tre, quattro. Andare sino alla fine e puntare un sacco di soldi per cercare qualche altro asso, una corrispondenza meravigliosa ed invincibile.
E quell'insignificante due di fiori che mi farà compagnia sino alla fine, inutile. Anche se uscisse un altro 2, non sarebbe una coppia buona nemmeno con la polenta. E sono sicuro che vedremo qualche bel 2, magari di picche, come sommo sfregio.

Oppure potrei ritirarmi, invece di continuare a spendere tutte le mie fishes in questo gioco al massacro, nella speranza di trovare degli assi che non escono e di vincere una mano impossibile. Una mano talmente impossibile che mi sistemerebbe per tutta la vita. Una mano, purtroppo, solo da film.

Discografia essenziale:
Rimmel - Francesco De Gregori
Hey, that's no way to say goodbye - Leonard Cohen
You can't always get what you want - The Rolling Stones
Get Lucky - Mark Knopfler

7 luglio 2010

Campagna di sostegno delle Saghe di Onan a favore di Don Aniello Manganiello

Hugo non ha tutti i torti, continuare a parlare dei vizi privati dei politici non ha molto senso, soprattutto se non vi è la possibilità di cambiare le cose. Una volta, un magistrato dell’anti-mafia, Raffaele Cantone, mi disse che per uscire dallo stato d’indecenza in cui versa il paese fosse necessario partire dalle piccole cose, dal proprio centro sociale, perché ogni fenomeno nasce dalla società e va’ dunque estirpato prima che si integri in essa. Stare qui su internet a scrivere e lamentarsi, fidatevi, non serve a un cazzo.

Non ho alcuna intenzione di discutere su cosa sia giusto o sbagliato, su quale sia l’ideale da perseguire. Ho visto nazioni come la Gran Bretagna, fondate sull’incularsi, prosperare, e tizi che gridavano “libertà” in Francia uccidere i propri oppositori.

Non mi interessa minimamente l’ideale socialista di una società equa, la mano invisibile portatrice di progresso predicata dai liberali, né m’importa delle politiche medievali della chiesa o dell’imperialismo statunitense. Tutto ciò che mi interessa è ciò che faccio io per il mondo, e dovrebbe interessare anche voi, visto che amate così tanto leggere lo schifo altrui e sentirvi migliori. In realtà, l’unico modo per essere giusti è avere se stessi come metro di paragone, e migliorarsi.

Di solito, se partecipo a discussioni politiche, amo demolire le convinzioni degli altri partecipanti, sia che siano elettori di sinistra, sia che siano di destra, solo per diletto personale. Ma posso dirvi comunque, che, per la maggior parte, le vere chiaviche siano gli elettori di destra. A sinistra son quasi tutti sognatori, troppo inclini a riporre fiducia in esseri inesistenti.

Non domandate quale sia il mio ideale politico, in realtà non ammiro neanche la democrazia, se mi viene da pensare a chi è concesso il diritto di voto. Io sono per un tipo di società meritocratica, e non citatemi quella cazzata di Young, che vuole prendere per il culo Platone, io parlo di una meritocrazia fondata sui risultati, non sul potenziale intrinseco negli uomini.

Insomma, se volete leggere qualcosa che stimoli le vostre menti a seguire il bene, e a rifuggire il male, non credo sussistano problemi, ma sappiate che io non ho alcuna intenzione di commentare le nuove peripezie dei vostri nemici carissimi, preferisco esporvi idee nuove, cose concrete da poter fare, e storie da imitare o sostenere col denaro, altrimenti col sudore, che un commento o un mi piace su Facebook, il semplice dissociarsi da un comportamento immorale, non servono.

Tutto questo preambolo serviva a introdurvi la storia che sto per raccontare. Dovete sapere che io vivo a Napoli, in periferia, nel quartiere di Miano. E’ un quartiere povero, e il fatto che confini con Secondigliano e Scampia di certo non aiuta. Nel mio quartiere, che è dilaniato da tutti i problemi sociali esistenti da quando ho memoria, e che non ha mai vissuto un periodo florido, per cui si può dire che non abbia conosciuto neanche la crisi (in quanto stato perenne del luogo), anni fa giunse un giovane prete, guardato da molti con sospetto, visto che l’attività preferita del suo predecessore era mangiare prosciutti, e la madre chiesa non è mai piaciuta alle menti dei luminari. Ma della condotta e degli atti compiuti da Don Aniello non si può che parlar bene. Non frequento né l’oratorio né la chiesa, in quanto ateo, ma posso dire di conoscerlo davvero, visto che le 4 mura della cappella non costituiscono affatto un limite per lui, e di poterne tessere soltanto lodi, sotto un profilo squisitamente laico.

E’ un oratore eccelso, una mente lungimirante, un metodico utopista, ma soprattutto ha il coraggio di trasformare in fatti le idee. Molti preti reputano sufficiente, per guadagnarsi il paradiso, predicare il vangelo e dare ossequio ai sacramenti. Aniello ha sempre messo in secondo piano le litanie e le formalità, e si è dedicato, in tutti questi anni, anima e corpo, a cercare riscatto per una terra malata e inguaribile.

Nonostante la sua sia una lotta contro i mulini a vento, nel corso degli anni ha ottenuto risultati concreti, e seppure questo posto non cambierà mai, perché non cambierà, molte persone, molti giovani, saranno in grado di costruirsi un futuro diverso, lontano da logiche irresponsabili e dalla morsa della criminalità, che qui stringe in molti, e non li lascia più.

Raccontarvi di come abbia sputtanato usurai, spacciatori e di tutte le volte che l’hanno massacrato di botte, credo sia inutile. Raccontarvi del concreto aiuto fornito a famiglie dilaniate dalla povertà, del sostegno ai senzatetto, pure. Mi sento invece in dovere di riportare quanto ha fatto per i giovani. Quando ero un ragazzino, i miei, per farmi stare lontano da certe verità, il pomeriggio mi mandavano a fare sport o altre cose in posti lontani. Oggi credo d'essere una brava persona, ma i miei avevano possibilità economiche sconosciute a tanti. Molti miei amici dell'epoca, che al tempo giocavano a calcio tra i vicoli, attualmente spacciano, uno s'è fatto qualche mese per aggressione a pubblico ufficiale. Oggi i ragazzini hanno un campo sportivo vero, un servizio di studio assistito post-scolastico serio, e possono accedere a tutte queste opportunità gratuitamente, sognare un destino diverso e imparare davvero cosa sia giusto, e cosa sia sbagliato, tenendosi lontani da una strada fatta di ignoranza e illegalità, dove v’assicuro non si cresce bene, in nessuna circostanza. Immaginate una pubblicità dell’8‰, ecco, Aniello è tipo quello, anzi, meglio.

Ora, gli alti ranghi ecclesiastici intendono trasferirlo. E’ un personaggio scomodo, che non ha mai avuto peli sulla lingua, in barba alla politica, alla camorra e al Vaticano stesso, per cui conta più il potere che la carità. I camorristi devono tornare a prendere la comunione, in fondo, sono o no molto credenti, e ricchi?

Dunque, se volete davvero sentirvi migliori, sostenete anche voi questo prete, che fare del bene è più nobile che deprecare il male. Non è tollerabile che gli indagati facciano i vescovi e i santi vengano trasferiti.

Se volete sostenere la battaglia di quest’uomo, firmate la petizione:


Se avete intenzione di sostenere attivamente con noi di Onan questa petizione parlatene nei vostri blog, diffondete questa vergogna:

Il link al gruppo di facebook


Il bannerone da mostrare nel proprio sito, blog, firma sui forum.




Aiutatelo, e aiutate gli abitanti di Miano!

6 luglio 2010

La fattoria degli italioti

Negli ultimi tempi in molti, fra il serio ed il faceto, mi hanno fatto notare che scrivo sempre più raramente di politica e questo non va bene per un blog che chiama il suo indirizzo "la fattoria degli italiani", che in effetti suona di per sè come una dichiarazione di intenti.

La verità è che sono per mia natura (cioè la condizione di chi scrive perchè ne ha voglia e non perchè deve essere retribuito e puntare ad un target di lettori possibilmente da ampliare) restio ad usare il blog come un giornalaccio di quart'ordine in cui raccogliere gli scempi che fa il governo e riassumere in poche righe i disordini morali che con tanta semplicità si trovano in giro. Non mi interessa riportare una notizia che tutti quelli che leggono blog già conoscono correlandola magari con un paio di insulti più o meno ben articolati ai nostri rappresentanti.

In parte perchè trovo che le cause siano essenzialmente sociali e che tutto il disgusto che si legge sulle prime pagine dei giornali o dei siti di informazione non sia che un riassunto di quello che si vede in giro, che ne è conseguenza ma soprattutto causa. E poi perchè se non ho approfondimenti da fare o commenti che possano risultare vagamente innovativi e non ho nulla da dire sulle leggi vergogna o sui politici corrotti, semplicemente non la dico.

Non mi interessa parlare della legge bavaglio raccontandovi che ci stanno tappando la bocca e raccogliere qualche non-commento di "che schifo" o "vergogna" o "dove andremo a finire?" o "non ci sono più le mezze stagioni". Sapete, non me ne frega nulla di questa legge, perchè mettere il bavaglio ad un muto non è cosa poi così dannosa, ma piuttosto inutile. D'accordo, non leggerò nel dettaglio come Berlusconi penetra analmente le sue concubine, ma credo che potrò ancora resistere alla fortissima tentazione di votarlo.

E non mi importa che la Cassazione abbia sancito che Dell'Utri è un mafioso, lo sappiamo tutti da 20 anni e non c'è nulla di cui meravigliarsi. Andate a leggerlo su Repubblica, che si è venduta alla mediocrità riportando quel gorilla di Taricone come prima notizia e andate a chiedere a quei 300mila che sono diventati da un giorno all'altro suoi fan su facebook. Per inciso, non m'importa nemmeno di Taricone, nè di sua moglie o sua figlia, nè dei bambini che muoiono in Africa e di cui non parla nessuno per dare spazio ad un gorilla (perchè vivo o morto, resta sempre un fastidioso gorilla) e non mi dispiace che sia morto. E, tranquilli, non perdo il mio tempo a mandare macumbe per fare sfracellare degli inutili ammassi di muscoli, state pur certi che con le mie maledizioni se cadi col paracadute diventi un fenomeno di orogenesi; fai una buca così profonda che Satana non deve nemmeno mandare qualcuno a prendere la tua anima, arrivi direttamente a casa sua. Semplicemente, non me ne frega nulla.

Quindi, grazie, ma scrivo del cazzo che mi pare. Vogliatemi bene così.