30 novembre 2009

Essere inetti

Ci sono persone che sono grandi sportivi. Io no. Io non brillo in nessuno sport. O almeno in nessuno sport con la palla.
Il gioco in cui sono più scarso in assoluto è il calcio. Sono così scarso che se tento di fare un dribbling la palla mi fa un tunnel. Una volta volevo fare un cross lunghissimo per far scaturire un' azione magnifica con gol. Perché io sono scarso, però l'intelligenza mi permette di pensare azioni meravigliose. Solo pensare. Era proprio bellissima l'idea e mi sentivo pronto a realizzarla. Per fare un cross lungo bisogna flettersi all'indietro e colpire la palla dal basso, io però mi flessi (o flettei, come preferite) così tanto che caddi all'indietro. Uno dei cattivi prese la palla e segnò un gol.
Dopo questa cosa decisi che dovevo cambiare ruolo e divenni un portiere. Anche a porta ero scarso. Sono così scarso a porta che se tento di prendere la palla mentre è in volo mi scivola ed entra in porta. Una volta arrivava un tiro da lontano, lo stavo parando. A dieci centimetri da me la palla gira dall'altro lato e va in rete. Così ho abbandonato il calcio.
Però non mi scoraggiai, pensai che c'erano tanti sport ancora da praticare. Passai alla pallavolo. Pure li facevo schifo. Sono così scarso a pallavolo che se faccio un bagher la palla va in alto e non scende più. Se tento di fare una battuta la palla resta ferma e ride. Una volta stava arrivando una palla ed era lentissima. Era così lenta che decisi di doverla schiacciare. La schiacciai impetuoso, andò a terra e sgretolò il campo, pensai di essere diventato finalmente fortissimo, avevo fatto un super-punto. Ma era fallo.
Un giorno un folle mi propose di fare rugby e mi insegnò il gioco. Sembrava divertente. Ammazzavo di botte gli avversari e correvo. Poi durante un partita caddi e per rialzarmi feci leva sulla palla e mi si staccò una spalla. Non erano riusciti a farmi male 15 bruti e ci riusciva una palla di pelle di pollo.
Allora capii che il problema non ero io, no io ero un campione, il problema era la palla.
La palla mi odia. Mi odia tanto. Davvero tanto. Per davvero.

27 novembre 2009

Nonno Archirio in: "Ho smesso di fumare"

Dopo una vita passata a fumare un paio di paccheti al giorno di Nazionali senza filtro a ottant'anni nonno Archirio ha cominciato ad accusare problemi di circolazione.

Archirio: Ho smesso di fumare
Bronx:
E quelle? (Indicando la stecca di sigarette nel solito angolo, sopra il camino)
Archirio:
Quelle non contano, c'hanno il filtro

26 novembre 2009

Feticismo

-Ma perché mi fai queste cose? Io non capisco, sei offeso? Eppure ogni tanto ti faccio pure i regali. Perché non riesci a fare niente? Giusto la settimana scorsa ti sei fatto l'antivirale, non dovresti avere problemi.- Osserva attonito il compagno di avventure, bloccato da qualcosa di ignoto che lo costringe a giustificarsi sempre con le stesse parole. -Non rispondermi così, mi dici sempre lo stesso da una settimana! Ti ho rimborsato tre mesi fa e ti ho restituito tutti i cd, come hai fatto a perderli? Su, ritorna in te! Ritorna in te!- Il compagno si arrabbia, compie un gesto efferato. -Non chiudermi di nuovo firefox! Sto scrivendo un racconto bellissimo, cosa faranno i lettori del blog? Senza di me non avranno che di leggere. Inizieranno a vagare di nuovo su youporn, qualcuno addirittura aprirà una fattoria su facebook! Non posso permettere che ciò accada. Cosa direbbe Gesù?- Ora il compagno si crogiola del gesto, apre una pagina web. C'è scritto: benvenuti su Facebook. Quel simpaticone di Gesù ha detto: fossi stato masochista, sul crocifisso ora avrei un'erezione enorme. -E che c'azzecca? Voglio dire, youporn pure lo ammetto, ma facebook? C'è tutta gente che condivide le stesse cose. Parla di forza, d'amore, coraggio, speranza, Berlusconi. Almeno ne parlasse bene, io non le capisco. Non è neanche vero che sia possibile carpire i segreti altrui. Solo le foto sono interessanti. Ma di questo fatto abbiamo già parlato. Su, amico mio, torna in te!- Il compagno si chiude nel silenzio, sembra non voler più continuare la conversazione. Il protagonista si lancia in una disperata predica. -Mio Dio ma non ti ricordi di noi, di come stavamo bene insieme? Come puoi dimenticarti così facilmente di questi sette anni? Di quando eri al supermercato? Eri il più bello, il più intelligente, il più ambito. E c'eravamo io e tanti altri. E ti ricordi con quanta difficoltà riuscii ad averti? Mi era bastato vederti e già ti avevo scelto. Era tutto così bello. Quante esperienze. Come fai a dimenticarti di quando insieme masterizzammo il primo CD di Tiziano Ferro? Il lettore fremeva, il mio cuore pulsava di gioia. Stavamo violando regole internazionali. E quando configurammo internet e navigammo insieme su Google alla ricerca dei siti belli con le immagini?- Il compagno resta in silenzio, fermo. Il protagonista cerca di farlo sorridere. -E poi quando spinti da un istinto animale cercavamo le immagini di donne nude, poi le donne nude in video, poi le donne nude che si masturbavano in video, poi le giovani ragazze troie lesbiche, poi le donne mature troie lesbiche, poi le donne mature troie con il compagno del figlio e una lesbica, poi le professoresse troie, poi le studentesse giapponesi con la vagina bagnata da umori vari, poi le gang bang di seducenti donne brasiliane che si prostituivano con stalloni neri dal cazzo grosso. Ti ricordi?- Non funziona, il protagonista tenta di colpire l'amico facendogli capire quanto è necessaria la sua amicizia. -E poi quando mi aiutavi nelle ricerche e correggevi tutti i miei errori? Eri un amico e una guida. Quando iniziai a pensare che le cose zozze che cercavamo su google potevo farle davvero e tu mi donasti MSN? Ero felicissimo.- Il protagonista non riesce più a sostenere il silenzio del compagno, inizia a parlare velocemente, i pensieri sono disordinati, il discorso si fa fitto e malconnesso. Sembra un matto. -Stavamo insieme fino alle 2 di notte chattando con le ochette frivole che pensavano di sapere cose false che noi invece sapevamo davvero perché usavamo Wikipedia e leggevamo il blog di Beppe Grillo. E poi quando litigammo perché le ochette erano brutte mentre nelle foto erano belle e io non chiavavo e c'era you porn e si andava a pugnette e mi incazzavo e allora scesi giù, vissi e non ti chiamai più?- Inizia a piangere, straziato dalla paura di perdere, le sue parole si fanno ancora più vacue e folli. -Ti ricordi di come facemmo pace? Di quando quella troia mi lasciò perché ero calmo e non mi arrabbiavo ed ero calmo e io poi la mandai a fare in culo e lei pianse perché ero una persona cattiva che l'aveva offesa quando poi lei mi aveva lasciato ed io non dovevo essere calmo e allora mi sentivo una merda e sparavo a vanvera cose sceme e mi confidavo con persone che ridono delle cose e sfottono mentre fingono e...- Non ha più fiato, sospira, la voce è strozzata. -tu mi facesti conoscere quel ciccio blues con la barba un po' bianca che è tipo babbo natale con la cazzimma e così capii le cose della vita e la filosofia di qualcosa o qualcuno sulle cose della vita.- Si rende conto dell'agitazione. Si ferma. Accende una sigaretta. Inizia a fumare. Il nervosismo si placa. Rivaluta razionalmente le cose, è di nuovo calmo. -Dai dimmi qualcosa, almeno muoviti!-
Nulla, il compagno resta fisso, immobile. La rabbia sale nel protagonista, la sua mente è un'altalena, dove i pensieri oscillano veloci. Una malsana tentazione si eleva più di tutte, prende corpo, diventa un calcio. Il compagno cade. Il silenzio viene per un attimo interrotto e poi si fa ancora più cupo. E' morto. Cadono le ultime lacrime, sul volto inizia a delinearsi un sadico sorriso.
-Papààà senti chiama il tuo amico che dobbiamo fare un funerale e lui può prendersi i pezzi. Poi conserva i soldini, che a Natale dobbiamo comprare un nuovo computer.-

Questo racconto non è autobiografico, io non leggo Beppe Grillo. E di Tiziano Ferro, i cd, li compro.
Falsi.

24 novembre 2009

Large Ballock Collider

Quell'affare al CERN è ripartito e non è successo un beneamato cazzo di niente. Nessuno buco nero annienta-umanità, almeno non per questa volta. Ma questo è il rischio che si corre nel profetizzare, dato che sappiamo tutti che nessuno possiede la sfera di vetro a parte Maurizio Mosca, che però sta ancora aspettando che il tecnico arrivi a casa a riparagliela e nell'attesa non ne azzecca una nemmeno per sbaglio. Rischio che diventa certezza quando a blaterare sono gli umanoidi, che non hanno la più remota nozione di quello che sarebbe accaduto nelle viscere di Ginevra (o sotto le chiappe degli orologiai, mi fa ridere di più): partiamo dal presupposto che vi sono miliardi di collisioni naturali di energia molto più potenti di quelle previste nel CERN, e che quindi ci vorrebbe oggettivamene un bel buco (è il caso di dirlo) di culo perchè sia proprio l'acceleratore a causare un buco nero inarrestabile. Tuttavia, per rassicurarci, gli scienziati hanno assicurato che i rischi di un tale evento sono "scarsi"; mi sono chiesto che probabilità rappresentasse quello "scarso". Poco meno della metà? Quasi nulle? e se si, quasi nulle quanto?! Pare che l'età media dei ricercatori coinvolti superi di gran lunga la speranza di vita di una tartaruga delle Galapagos, delle quali fra l'altro gli spettabili ricercatori possiedono le rughe e lo stomaco molliccio. Lì mi è sfuggito uno scientifico "oh, cazzaccio!". Poi ho riflettuto che al primo tentativo certamente non avrebbero osato sfruttare ogni potenzialità della macchina e sono andato a letto tranquillo.

Nottetempo ho pensato che d'altronde fra qualche mese faranno qualche esperimento serio ed il problema si riproporrà; prendendo mentalmente nota di acquistare l'indomani una grossa ancora per transatlantici, ho pensato all'eventualità che questa apocalisse da bibbiofilo potesse avere luogo. Cosa accadrebbe?

Laboratorio del CERN, fra 2 settimane:
(chino su un microscopio computerizzato) -Ha visto? l'abbiamo trovato!
(alle sue spalle) -Ma certo che lo vedo, capo! Adesso sappiamo come Dio ci ha creati. E' un risultato eccezionale!
(sempre chino) -Lo so, Pignon, ma non è necessario pulire con l'aspirapolvere adesso. Mi risucchia tutte le provette.
(con una bottiglia di spumante in mano e due bicchieri nell'altra) -Ma io sono immobile, professore!
(stizzito, si volta) -Allora che diamine... (un piccolo ano volante gli scompiglia il riporto) oh cazzaccio!

Il giorno dopo il mondo è in preda al panico, anche se molti capi di stato tenteranno di tenere segreta la notizia alle proprie popolazioni; progetto che fallirà miseramente non appena le vanghe dei contadini cinesi nelle risaie, per dirne una, cominceranno a preparare le valigie mangiando cioccolata ed intonando jodler. Gli uomini smetterebbero di dedicarsi alle proprie consuete attività, lavoro, studio, politica. (cazzo ti frega delle torsioni sulle travi a sezione circolare o dell'utilitarismo epicureo se fra 2 anni sarai nella tomba, che peraltro sarà una fossa comune nemmeno troppo spaziosa?) e si preoccuperebbero esclusivamente di vivere al meglio i mesi, o anni, che restano su questo laido pianeta e di affittare un attico in Nuova Zelanda, che pare verrà risucchiata un paio di minuti dopo, il che suppongo possa fare tutta la differenza (metti che Dio ad un certo punto si accorge del casino che abbiamo combinato e ferma tutto mentre il Madagascar ha appena intuppato il buco nero..).

In realtà è una situazione abbastanza affascinante: se in "Indipendence Day" tutti i popoli del mondo collaborarono, in un contesto del genere come minimo Putin batterebbe una mano sulla spalla alla Rice e Obama andrebbe a rimboccare le lenzuola di Fidel. Sarebbe un totale annientamento delle capacità e delle gerarchie sociali, nessuno scriverebbe, comporrebbe, giocherebbe più a calcio, perchè non avrebbe più senso farlo. Niente leggi, nè prigioni. Riscopriremmo la morale, o forse precipiteremmo nella barbarie (perlomeno non cadremmo da molto in alto ed il Papa avrebbe qualcosa da fare).

Personalmente sarebbe un grande sollievo! conoscere la data della propria morte, sapendo che essa coincide con l'apocalisse, mi solleverebbe da annosi problemi (come sostenere l'esame di Impianti industriali, ad esempio, o sforzarmi di fare qualcosa che dia un senso alla mia vita, dato che "dare un senso" significa più o meno comparire su Wikipedia). Un bacio a mia madre, sacco in spalla e via per il mondo a conoscere le reazioni della gente, vedere tutto quello che non ho mai visto e fotografare con la mente, e fare all'amore con donne che vogliono trasmetterti la loro voglia di vivere urlando contro il destino. Insomma, forse sarebbe una manna dal cielo se al CERN facessero casino, mi darebbe la scossa di vivere piuttosto che sopravvivere, e sono certo che non sarei l'unico. E' così che voglio andarmene, dopo essermi tenuto troppo occupato per preoccuparmi della fine, risucchiato mentre raggiungo l'orgasmo, esattamente come sono arrivato.

21 novembre 2009

Persia

Era piccola, esile, i capelli neri le coprivano gli occhi, corvini, malinconici, soli. Si muoveva tra quei giganti di carne e cercava di essere vista. Voleva fuggire, o morire. Gli altri erano enormi, tozzi, schivi. Il grasso deturpava le loro linee, il volto deforme ricoperto da pustole rossastre pullulanti di liquido denso e appiccicoso, privo di colore. Umori secchi infetidivano le loro membra. Parlavano per ore di come procacciarsi il cibo e sopravvivere agli apostoli.

Le tribù di neoprimitivi erano ormai diffuse in tutto il mondo. Erano figli dei vaganti, uomini poco avvezzi al pensiero che avevano abbandonato le strade delle città, lasciandosi ingannare dalla frenesia dei Satrapi in un utopia di piacere, orgasmo e quiete. Cieli di porpora su fiumi di miele e colline d'oro. Schiavi e concubine dai corpi perfetti tra i fiori di loto. Estasi dei sensi, oblio del pensiero, ebbrezza infinita, sogno.
Il giorno in cui partirono vennero portati in immense strutture. Nei loro corpi furono installati chip di controllo mascherati da comuni lasciapassare. Erano trasmettitori neuronali dell'immaginazione, nanotecnologie proibite create per la cura della schizofrenia, bandite per il loro potere. I satrapi controllavano il pensiero dei vaganti e li conducevano nel deserto del Kavir, qui morivano nel piacere. Era la soluzione definitiva alla crisi economica. Eliminare le classi disagiate e gli inetti. Divenne anche il modo più pratico per eliminare l'opposizione politica. I dissidenti venivano trasformati in marionette, seguaci fedeli dell'impero.
Finché il potere non trasformò i satrapi in viziosi peccatori. La brama di potere di uno di loro spinse il primo sacerdote, autorità suprema, a porre fine al regime. Il risveglio dei controllati portò alla rivolta. Le città bruciavano, i palazzi del potere caddero sotto il fuoco della lucidità. Il mondo acquistava di nuovo l'illusione di una totale libertà mentre si apprestava a porsi sotto la totale guida del clero. Nel deserto i vaganti riacquistarono il senno. Dimenticati dal mondo, divennero rozzi animali, neoprimitivi. Il sacerdote decise di porvi rimedio, eliminandoli.

Le incursioni degli apostoli avevano decimato la tribù.  Odiava quei suoi simili, così diversi da lei, eppure suoi fratelli. Si isolava, si esponeva ai pericoli, pur di stare lontana da loro. Il suo malessere la spingeva al desiderio della morte. Dinanzi ad essa però, non aveva mai fatto altro che fuggire.
Una notte le fiamme si alzarono sul villaggio, urla d'orrore vibravano nell'aria. Si svegliò d'improvviso e dinanzi a lei un uomo. Alto, sottile, nei suoi occhi la quiete, l'ispirazione divina. Era estasiata dalla visione di quel giovane, tanto da dimenticarsi di coprire le sue nudità. Non temeva più la morte, soccombere per mano di quell'angelo sarebbe stata la sua liberazione, la grazia celeste che da tanto attendeva.
Lui la fissò negli occhi, recitò una preghiera cercando di  distogliere il suo pensiero dall'armonia di quel fragile corpo, di non peccare nel desiderio di quel nudo. Poi le rivolse parola, la solita promessa: -Il regno dei cieli ti attende-. Lei non tremava, anzi; lo fissava con occhi che brillavano di speranza.
Estrasse la lama, per la prima volta vedeva una vittima concepire in pieno la sua missione.
Poi nella mente, come un giaguaro che corre, arrivò prepotente il dubbio.

15000 euro con Mastercard

Alessandra Mussolini: "Su eBay all'asta sangue e cervello del Duce". Molti fascistelli interessati all'acquisto per sopperire alla mancanza del proprio, di cervello.

Parla con uno stereotipo

Impazza ultimamente su Facebook la moda, consentita da un'applicazione che raccoglierei in fascine insieme a centinaia di altre, compresa quella per scorreggiare sui profili altrui e quella per fare 200 caffè al giorno (oh si, anche quella zio, dovrai trovarti un'occupazione :P), dicevo, la moda di consultare il "parla chi", che ti butta lì una frase di un personaggio a scelta.
L'idea in realtà potrebbe risultare intelligente se questi personaggi fossero circoscritti a filosofi, pensatori, autori e cose del genere, ma chiunque può creare il proprio personaggio e per renderlo operativo non bisogna caricare troppe frasi e queste non vengono vagliate in funzione del loro valore. Per cui chiunque si sbizzarrisce consultando per divertimento il proprio panettiere di fiducia, che sforna più frasi fatte che sfilatini, o bidelli, professori (cazzo, tutti hanno almeno 3 professori che dicono stronzate, pensate quante frasi inutili fanno) e financo amici, scemi del villaggio e passanti.
Ma con queste condizioni la cosa conserva aspetti vagamente interessanti, dato che chiunque può dire qualcosa di simpatico o persino di interessante. Il problema vero sono i personaggi immaginari.
Lì puoi far dire davvero quello che vuoi. E siccome tutti hanno questa mania del voler far ridere il prossimo a tutti i costi perchè non hanno altre maniere per risultare simpatici (lo faccio anche io con questi post, mi privo del sonno finchè non scrivo qualcosa che penso possa fare ridere sperando che un giorno fra i commenti di Sciuscia e di tutti voi altri cui voglio molto bene e cui sono affezionato ne spunti uno con scritto qualcosa come "mi eccita così tanto leggere i tuoi post, perchè non vieni qui a spiegarmeli di persona?" con allegata mail e foto ammiccante) bisogna caricare delle frasi che possano piacere a tutti quelli che vanno a consultare il tuo personaggio, e le frasi che hanno maggiore successo sono banalità.
Questa moda diventa lo strumento per un'interessante analisi psicologica dei desideri delle masse quando il personaggio è la donna o l'uomo ideale. Ho visto centinaia di persone perdere del tempo e intralciare la mia pagina per pubblicare le loro dotte conversazioni con il partner ideale. Ne ho tratto alcune conclusioni.
Gli uomini hanno le idee chiarissime ed uguali per tutti. La donna ideale è una strafiga, non importa fatta come di preciso, ma una strafiga la sappiamo riconoscere tutti, noi, non rompe i coglioni ponendo alcun tipo di interrogativo a parte chiedere delucidazioni sul fuorigioco (non farò battute su questo punto), adora girare per la casa in abiti succinti e sembra avere una particolare predilezione per il sesso orale. Ogni tanto cucina, possibilmente praticando una fellatio e premurandosi che le due attività stiano alla giusta distanza.
Al contrario, le mie amiche che si sono rivolte all'uomo ideale l'hanno fatto con almeno quattro modelli diversi. Questi forniscono risposte per esigenze che, nemmeno a dirlo, sono tutte profondamente differenti fra loro, a parte il possibile punto in comune che sono tutte prive di divertentissimi riferimenti al sesso orale, da cui si potrebbe dedurre che certo sollazzo non è un'esigenza per voi donne. Il che (la cosa dei diversi ideali, dico) potrebbe essere una prova della mia teoria secondo la quale voi non avete modelli universalmente condivisi nemmeno sul profilo estetico, figuriamoci poi se le frasi di un uomo possono andar bene per tutte.
Si passa dal modello vagamente intellettuale con classico maglioncino dolcevita grigio che dice frasi romantiche, mielose, melense e basta. Certo, espresse in perfetto italiano, ma non sa fare altro e non ha altri interessi a parte praticare un'adulazione sfrenata e zuccherosa.
C'è poi il modello "donna delle pulizie" che invece non fa altro che suggerire pietanze o mostrarsi desideroso di stirare pile di vestiti o lavare piatti. Al più pratica massaggi ai piedi, ma non parla mai.
Quello che mi sento di augurarvi, escluso, assodato che non lo volete, un camionista muscoloso che sappia regalarvi una notte nella quale infrangere l'ultimo record di Priapo, è il ripiego dell'"amico gay". Vi accompagna a fare shopping e discute di vestiti, vi fa qualche piccolo apprezzamento ogni volta che perdete 3 etti, discute di vestiti, adora parlare al telefono, discutere di vestiti e suggerire ricette. E poi se ne intende molto anche di vestiti.
C'è poi un ultimo modello, quello che preferisco io. L'ha creato qualcuna che senz'altro incarna tutti i luoghi comuni sulle donne. In sostanza questo tizio passa il tempo a rassicurare sul fatto che lei non ingrassa mai, è sempre bella e simpatica, sa parcheggiare e piange opportunamente per ogni film. Persino i suoi peti profumano d'incenso, assicura. E' di un'accondiscendenza tale che sfiora il ridicolo, tant'è vero che l'effetto che ne risulta è di un tizio che, armato di ironia, deride il suo stesso creatore.


Ecco, per me l'uomo ideale potrebbe essere qualcosa del genere. Ideale per me, chiaramente.

PS. so che volete scrivere un commento anonimo con quella roba del leggere il post a casa, sappiate che vi rintraccio e vi sbuco davvero a casa a leggervi qualcosa in mutande, e poi vediamo chi ride di più. Se proprio volete farlo, allegate la foto di qualche donna ideale, per favore, almeno inizio a fare come Faina e raccogliere foto di sgnacchere sul blog.

19 novembre 2009

Facciamo finta di crederci

Secondo il ministro Alfano il ddl sui processi brevi comporterà la cancellazione di solo l'1% circa dei procedimenti penali. Facciamo finta di crederci.
Una domanda sorge comunque spontanea: secondo voi quell'1% dei processi chi riguarderà?

Senza nocchiere in gran tempesta

La degenza gode per sua natura di alcune proprietà fondamentali. Prendersi qualche tipo di influenza febbrile e scontarne gli effetti a casa comporta spesso alcuni cambiamenti nei propri costumi.
La primissima cosa cui penso è il totale scombussolamento degli orari e dei ritmi sonno-veglia. Certo, detto da uno che posta la metà dei suoi interventi fra le 3 e le 5 del mattino (non che ora non siano le 4.45, badate bene) suona quantomeno insignificante, però non è che io sia insonne, almeno non completamente. In verità anche questo è un bioritmo, e vi assicuro che studiare di notte produce risultati abbastanza utili (inferiori solo allo studiare di giorno in casa disabitata senza elettricità nè libri nè cibo, concessi al più un gatto ed una gogna davanti alla scrivania, e allo studiare dovunque seriamente) ed avere dei ritmi diversi dai più non comporta necessariamente non distinguere fra luce e buio o non poter andare agli esami di mattina, per certe cose sono piuttosto eclettico.
Con l'influenza invece non ci si riesce e non diventa più importante. Gli orari esistono solo per prendere le pillole e per guardare le partite, esigenza che stavolta è venuta meno dato che si sono premurati di sopprimerle per far posto a delle partite della nazionale di cui non importa a nessuno e buone solo ad aumentare l'incazzatura per l'eliminazione di Russia e Ucraina, che sommate a quelle della Svezia rendono nettamente meno interessanti i prossimi mondiali di calcio. Certe nazioni andrebbero tutelate, dico io, che me ne faccio dell'Algeria o della Costa Rica? Non che io abbia nulla contro l'Algeria, ha anche un bel nome originale, chi ha mai pensato del resto di chiamarsi come la propria capitale?, ma non ho mai visto un'algerina interessante, anzi nessuno ha mai visto un'algerina e continueremo a non vederle almeno fin quando continueranno a dare retta a favole su veli, vergini e ruoli dei sessi nella nazione. Ma non era di questo che volevo parlare.
Non riesco a fare nulla, a parte dormire 4 ore in più per ogni grado di febbre, il che mi ha consentito, arrivato al picco massimo, di svegliarmi solo per accertarmi di essere vivo, cambiare posizione ed imprecare. Il resto risulta interamente precluso: niente leggere, perchè gli occhi sono fissi nei bulbi a meno di sforzi con dolori lancinanti, niente tv, perchè non mi va che il cervello faccia la stessa fine, niente cazzeggio online, perchè se non stai eludendo qualcosa il cazzeggio online perde di smalto, niente appetito, e cazzo a che serve mangiare se passi 22 ore a letto come una larva?
E' poi carino seguire la propria influenza come se fosse un indice borsistico. Faccio sempre così, mi piace pensare che raggiunga un massimo per poi piano piano tornare sui livelli normali, questo a prescindere dalle medicine, che fanno un pò da FED guastafeste quando le cose vanno troppo bene. Tutto funziona così, in natura.
Così, quando proprio credo di non poter fare di meglio, bene lì scatta la terapia, come a dire che se non mi avessero troncato le gambe io sarei andato volentieri oltre!

"A quanto siamo?"
"Quasi 40, capo"
"Bene, ma non è ancora abbastanza"
"Continuano ad investire, capo"
"Tirate altro mezzo grado, poi vendete tutto"
"Ma stiamo andando su così bene, non crede.."
"E fatelo prima che alzino i tassi, altrimenti userò contro di voi la busta delle aspirine come maxi supposta"

Ovviamente in fasi così concitate l'igiene non ha più alcuna importanza (tanto sono raffreddato e ho un cane che in ogni caso puzza almeno un ordine di grandezza più di me). Dopo l'influenza ci si lava per asportazione di truciolo.

Un altro radicale cambiamento è insito nei pensieri ricorrenti: un uomo svariate centinaia di volte al giorno valuta l'opportunità di utilizzare il proprio membro per incontri galanti. Beh, in questi giorni, non ti ricordi nemmeno che esiste, un membro. Sta rintanato nel suo guscio di tartaruga e non risponde a sollecitazioni nemmeno se esercitate da Heidi Klum che lo invita ad una partita a twist.

La cosa più triste però è rendersi conto di come anche il cervello funzioni effettivamente con affanno. Ad esempio di solito scrivo di getto e poi getto lo scritto, stanotte, tanto per dirne una, ho riletto tutto svariate volte per accorgermi solo al terzo tentativo che avevo scritto "degenza" con la s. Prima della n, inaspettatamente.

"Scusa, mia sinuosa socia, oseresti spiegare cosa svolgi, sempre assai tosta, non dissento, in cotesto passo? Non si pensi, bensì, ch'io ti disvoglia!"
"Mio caro, non c'è bisogno di allitterarmi per rientrar nelle mie grazie, giacchè ormai mi hai cancellata. Galeotta non fui io, ma chi lo scrisse!"
"Non ero in me, arcane forze mi governavano. Vuolsì così colà do.."
"Ascolta io c'ho sonno, non vedi che ti sei ridotto a parlare con una S perchè non sai come chiudere il post?"
"D'accordo, vado a dormire"

14 novembre 2009

Love me do

Conservo molti ricordi, alcuni parecchio confusi, del mio primo bacio. Certamente ero alla fine della quinta elementare con i miei 10 anni già in tasca e con l'aria appagata, come se raggiunta la doppia cifra il mondo avesse ancora ben poco da insegnarmi. E magari era vero, intendiamoci. Seduto su un pullman al rientro da una gita di un giorno, non ricordo da dove, ma sapere che il mio primo bacio non ha una precisa collocazione spaziale mi inorgoglisce un pò. Calda serata, in verità non ricordo il clima, tuttavia ero in maglietta e per quanto potessi essere un matto, se mia madre avesse ritenuto opportuno che io indossassi qualcos'altro, magari una tuta, che tanto ai bambini l'estetica del vestiario interessa ben poco, certamente sarei uscito imbottito come un materasso di piume.
Ovviamente mi ricordo di lei, in quei meravigliosi tempi in cui si crede nell'amore idealizzato e non solo ti piace una bambina per volta, ma ritieni impossibile che qualcun'altra ti potrà mai attirare per tutto il resto della tua vita e che tutte le altre possano avere qualcosa di anche solo vagamente interessante. Sono arrivato alle scuole medie per capire che una ragazza non è per sempre e che ce ne sono molte abbastanza carine in verità, e poi "guarda quella come mi sorride", alle superiori per rendermi conto che ci sono altre fanciulle oltre le proprie compagne di classe e all'università per preferire le sconosciute. E sono fortunato, molti miei coetanei sono fermi al primo passaggio.
Però in quinta elementare c'è una sola ragazzina, che piace a tutta la classe. Non ricordo bene perchè fossimo così interessati, dato che riguardando le foto di allora faccio fatica persino a distinguere i maschietti dalle femminucce, come si diceva: in fondo nessuno pensava che con una ragazzina si potesse scambiare qualcosa più di qualche bacio sulle labbra, a parte forse le figurine di Volpi e Poggi, ma questa è un'altra storia; non esistevano i concetti di coccole, lingua, seno (quest'ultimo a prescindere dal concetto, tutte le compagne erano ovviamente piatte come sogliole), carezze, Volpi e Poggi. A posteriori, credo fosse semplicemente una moda, e cercare di attirarsi le sue attenzioni significava far bella figura di fronte a tutti, crescere e ritenersi un gradino più in alto degli altri.
Aveva dei fantastici capelli castani, tanto lunghi che le arrivavano alla cinta, due occhi vispi ed intelligenti e tirava calci negli stinchi giocando a pallone nel cortile della scuola come nessun altro. Cosciente che serenate ne han già scritte tante, in tanti, con sentimenti e intenti differenti, ancora oggi, quando ascolto il Red Album dei Beatles, che è stato il mio unico rifugio musicale sino all'avvento dell'Adsl (se vogliamo escludere i Lunapop, ed io voglio farlo), ripenso a quei giorni, al ritorno a casa dopo la gita e alla notte successiva, piena di sogni e di confusione.
Ricordo che eravamo seduti dietro alle maestre, ma non so dire perchè scattò quella scintilla. Lei non era mai stata interessata a me, escludendo magari qualche esercizio di matematica. Forse girava LSD su quel pullman. Ma che la baciai, questo sì, lo ricordo, col cuore ormai sulle labbra, e fu un fugace momento di gioia e realizzazione, ci staccammo e ci guardammo negli occhi a lungo. Assaporai quel suo sapore deciso ed agrodolce, come se baciandola avessi morso una fragola; ricordo ancora perfettamente quel sapore e non l'ho più trovato da nessun'altra parte. Poi lei disse: "Mmh, discreto".
Il giorno dopo entrò in classe per mano con il suo primo fidanzatino. Ovviamente non ero io.


Discografia essenziale:
Love me do - The Beatles

Maria maria - Articolo31

Un malato di cuore - Fabrizio De Andrè

All my loving - The Beatles

13 novembre 2009

Autobus (Parte 2)

Trovi la prima parte di questo post cliccando QUI!

Oggi prendo sempre il bus, ma non a causa sua. L'anno scorso, mi pare fosse in inverno, a Febbraio, tornavo a casa. Ero da solo e decisi di usufruire del bus, una volta tanto. Salire sull'autobus, col sole che brillava, era per me insolito, era un tradimento. Tradivo un atteggiamento alternativo. Anche se oramai l'usare i piedi non aveva più quel suo valore differente, era comune prassi. Prendere l'autobus col sole era un taglio alla normalità. Un altro taglio fu quello di non pagare il biglietto. Non lo faccio neanche adesso. C'è un motivo a tutto questo, ma lo teorizzerò pienamente solo quando sarò costretto a farlo in tribunale. Se mai mi beccheranno. E se questo genere di infrazioni richiede anche un processo. Non sono un avvocato. Non sono niente. Non voglio teorizzare la ragione per cui non bisogna pagare un biglietto. Iniziò già a intravederla ed è enorme, implica lo stato, il comunismo, la privatizzazione, il capitalismo, Pippo Baudo. Ma non Berlusconi, almeno direttamente. Potrei farci un saggio, diventare filosofo e poltrire per il resto dei miei anni nei salotti dell'Italia che conta. La mia opera si intitolerebbe: "Sul non pagare il biglietto, analisi del servizio comune". O potrei farci un post tra qualche giorno. O niente.

Sul bus c'erano poche persone. Alcune vecchie obese gracidavano dei loro reumatismi, che non so cosa siano, ma mi ucciderò prima di diventare vecchio pur di non averli. Ragazzetti di 12 anni giocherellavano coi loro Iphone da 700 euro, mentre i loro padri marcivano in galera, o in qualche miniera di amianto pur di pagare le rate del giocattolo. E in mezzo a tutta quella schiera di inetti, di inutili rappresentanti di un popolo che soccombe sotto il grave peso della sua leggerezza, c'era lei. Aveva gli occhi azzurri. Capelli sinuosi che sfumavano come cioccolato. Pelle liscia e morbida come pesca, accarezzata da un pullover di lana blu. Leggeva un libro, si chiamava "La solitudine dei numeri primi". Un libro che avevo amato anch'io, che m'aveva introdotto a letture molto più complesse, a quel Franz Kafka, autore dei miei incubi, che oggi tanto mi inquieta. Non poteva essere vera. Era troppo diversa, superiore. Durante quei 10 minuti di tragitto avrei voluto parlarle, conoscere qualcosa di lei. E magari sorprendermi di quanto fossimo uguali. Magari dirle che l'avevo solo vista e già l'amavo. Ma non lo feci. Non feci niente. Restai lì a guardarla bloccato dalla paura. Paura della dolcezza con la quale sfogliava le pagine di quel libro. E poi paura di restarne deluso. E paura di essere felice. Scese qualche fermata prima di me.
Dentro mi cadeva il cuore.

Non l'avrei più rivista.

Oggi continuo ancora a prendere l'autobus perchè spero di rincontrarla.

12 novembre 2009

Rimedi del cazzo

"Dottore, faccio fatica a digerire"
"Non mangi"

La logica di questo governo è schiacciante: per evitare processi troppo lunghi basta estinguerli.

PS: fosse anche un assegno, un foglio di carta con la firma di Gasparri lo userei solo in bagno, quando finisce la carta igenica.

11 novembre 2009

Nonno Archirio in: "Ecco perché quell'Ape impennava..."

Madre: "Senti un po' che vuole fa' il tu' nipote"
Archirio: "Che hai combinato stavolta?"
Fratello: "Niente, pensavo di modificare il motorino"
Archirio: "E che ci vorresti mette'?"
Fratello: "Boh, pensavo il 70"
Archirio: "Sie! -(un'aria speranzosa attraversa il volto di mia madre)- Fai come me con l'Apino novo, mettici il 100! Tanto costa uguale, almeno va di più..."
Madre: "...?!"

10 novembre 2009

Autobus (Parte 1)

Una volta, credo fosse al secondo anno di liceo, stavo tornando a casa. Era primavera. Quando c'era sole si tornava sempre a piedi, perchè ad aspettare il bus non era cosa, ci voleva troppo. E allora saltavamo la fermata e tornavamo a casa passeggiando. Se poi passava il bus in orario gli dicevamo le parolacce, ma non si bestemmiava. Non lo si fa neanche adesso, si rispettano gli ideali, si rispettano le illusioni. E' la realtà che si scamazza.
Si potrebbe pensare che fossimo degli stupidi, ma seguivamo solo delle convinzioni, non prendere il bus era un modo d'essere alternativi. Oggi c'è solo noia. C'è penuria d'alternativa. Noia.
Così si andava lungo la strada, e c'era il sole. Le macchine andavano piano e riempivano l'aria col loro rumore. Mi ricordo che all'epoca ci stava solo uno che schizzava come un proiettile. Aveva una Mini Cooper (che qui si dice Cupèr) rossa e andava avanti e indietro senza un motivo mentre dallo stereo ascoltava e lasciava ascoltare le canzoni di Raffaello e Alessio. Che io ho sempre pensato due cose di quello lì: o era un imprenditore musicale, che promuoveva i suoi neomelodici, o un camorrista, che solo i camorristi hanno 'sti vizi. Il fatto che quella macchina e quel tizio siano scomparsi oggi mi fa propendere per la seconda.
E percorrevamo questo rettilineo infinito fatto di asfalto, cemento, cocaina e merda, deliziandoci del sole. Ci sono posti di questa città che per non vomitare bisogna solo guardare in alto, nel vuoto siderale. Ed era un giorno in cui parlavamo di un sacco di cose. L'anno scolastico volgeva a termine, iniziavano a delinearsi i quadri finali, si fantasticava già sull'estate. Anche se credo che la nostra discussione vertesse più su qualche altra cosa. Qualcosa di importante, ma che ora non ricordo. Forse un compito. E mentre tornavamo a casa, discutendo del compito, con la colonna sonora di Raffaello, che andava e veniva, era passato un sacco di tempo. Così si erano fatte quasi le due, e noi eravamo ancora per strada e passeggiavamo. Lungo quel rettilineo c'era anche un'altra auto che schizzava, era una Punto Sporting gialla, era la Punto della nostra professoressa di Matematica.
Ci notò. Frenò. Abbassò il finestrino. Mi aspettavo ci offrisse un passaggio, preoccupata dal ritardo dei suoi piccoli alunni. Non lo fece. Ma disse: -Voi ancora qui state?- e iniziò a ridere. Poi alzò il finestrino e schizzò via. Nell'aria Alessio sostituiva Raffaello.

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9 novembre 2009

Stupro

L'orrore opprimeva
l' esile torace
e tarantolate ombre
fluttuose si avvinghiavano
al pube.

Lacrime d'argento
lambivano il volto
brillavano di buio.

Diotisalvi..

Nessun errore di battitura, si scrive proprio tutto attaccato; non è un’esclamazione, un augurio o una preghiera: è, ironicamente, una via. Anzi, non una via, LA via, quella della sede centrale della facoltà di ingegneria dell’università di Pisa.
Ironicamente, dicevo: l’ignaro studente che si accinge a varcare per la prima volta il trionfale portone d’ingresso dell’edificio non è forse ancora del tutto conscio della scelta che ha fatto. Si appella alle statistiche di occupazione del post-laurea ben più che a quelle degli indici di dispersione degli iscritti ed entra fiducioso, talvolta spaventato o spocchioso, nel mondo ingegneristico, senza sapere che la sua esistenza verrà brutalmente e radicalmente scossa. Ecco come una facoltà agisce sull’individuo:

L’ingegnere e l’università
Per prima cosa va detto che ingegneri non si nasce, ma si diventa: gran parte degli iscritti adora o preferisce altre materie ma non le ha scelte perchè non adatte a trovare rapidamente lavoro oppure perchè ritenute eccessivamente difficili; e solitamente questi campi di studio sono la matematica e la fisica. Di conseguenza sorge nei loro confronti un sentimento di vergogna ed una sensazione di inferiorità, sopportabile soltanto di fronte alla consapevolezza delle loro future traversie per entrare nel mondo del lavoro; l’ingegnere è infatti più pratico e vicino alle esigenze reali, quindi ricercato, il matematico ed il fisico spaziano nell’aleatoria filosofia dei numeri e delle formule. Coloro che avrebbero preferito avvicinarsi a queste materie trovano difficilmente sopportabili concetti come “arrotondamento” oppure “approssimazione”, ed impazziscono in breve tempo, oppure sono costretti ad adeguarsi.
Nei confronti del resto del mondo universitario non scientifico sussiste invece un sentimento di disprezzo verso percorsi considerati inferiori o facili: un aspirante ingegnere non sarà mai disposto ad accettare la possibilità che lettere, ad esempio, possa essere impegnativo. Gli ingegneri guardano inoltre con sospetto i corsi con nomi lunghi e laboriosi perché tale caratteristica li rende difficilmente catalogabili.

L’ingegnere ed il suo mondo
Statistiche alla mano, oltre il 90% degli iscritti totali in facoltà ingegneristiche sono uomini: ciò comporta inevitabilmente l’abitudine a considerare una massiccia presenza femminile (oltre la metà, diciamo) come un’esperienza onirica o un sintomo di stanchezza. Va inoltre considerato che quelle 7-8 ragazze su 100 si dividono solitamente in due categorie: racchie fino al midollo osseo o fidanzate con un tuo amico. Poi ce ne dovrebbe essere 1 molto carina e misteriosamente libera, ma si trasferisce a Sociologia entro un anno.

L’ingegnere e la conversazione
Qualsiasi argomento di discussione deve riguardare argomenti di studio contingente oppure, per non sembrare sempre attaccati ai libri, oggetti che possono vantare almeno un processore; altrimenti, va scartato. Dunque molto in voga sono i computer, i lettori mp3 ed, ovviamente, le calcolatrici, che devono essere descritte sin nei minimi dettagli. Fra gli sport, al massimo la Formula 1, molto in voga fra gli aerospaziali. Caso a sé stante è l’ironia: l’ingegnere impara presto a formulare barzellette utilizzando formule complicate o concetti lontani dal comune senso del divertimento; ride inoltre con gusto dei matematici, dei fisici e dei filosofi, bersagli fissi di sordide storielle.

L’ingegnere e la politica
La maggioranza degli ingegneri è, o dice di essere, di sinistra, ma non so dare delle motivazioni precise legate alla facoltà: probabilmente si tratta del fatto che votano a sinistra più uomini che donne, più giovani che vecchi e più acculturati che non, il che è valido a prescindere dal tipo di formazione. In generale si può dire che agli ingegneri piace il senso di comunismo del sapere, dato che su quello si fonda la scienza. E poi siamo in Toscana.

L’ingegnere e la religione
Come nel caso precedente, è difficile fare una stima troppo precisa (ricordiamo che Dio non è un processore): tuttavia, molti ingegneri sono atei o agnostici, dato che le prove dell’esistenza di un essere superiore non sono passate al vaglio della scienza. Alcuni, molti dei quali sono matematici e fisici rinnegati, si lanciano nella filosofia della religione, scorgendo entità superiori dietro numeri come π o formule particolarmente goduriose. Possiamo dire che per gli ingegneri Dio non esiste, e se esiste è un ingegnere.

L’ingegnere e l’estetica
Il processo di formazione dell’individuo ingegnere porta anche a delle mutazioni fisiche e dell’abbigliamento. Fra i principali riscontri pratici, ricordiamo la caduta esponenziale dei capelli: al quarto anno, la quasi totalità degli specializzandi può vantare una tigna che rapidamente farà concorrenza a quella di Zidane; inoltre, gli eventuali capelli saranno sempre tenuti corti, privi di acconciature stravaganti o fuori dall’ordinario. Uno stile omogeneo si riscontra anche nel look: vietatissimi i colori sgargianti, gli occhiali da sole e le scarpe da ginnastica, approvati invece maglioni scuri tinta unita, perlopiù grigio-rotolo-della-carta-igienica, e nelle stagioni calde la camicia rigorosamente dentro i pantaloni. Importante: nonostante tali apparenze un vero ingegnere è una persona trasandata che si lava e cambia unicamente per non scendere al di sotto dei limiti della comune decenza.

L’ingegnere e la sessualità
Come detto in precedenza, la femmina è di per sé un’entità sconosciuta: essa va studiata per approfondire la dinamica dei solidi oscillanti e la derivata dei raggi di curvatura. Ogni altro impiego è considerato futile, se non devastante, perché contribuisce ad un aumento di entropia e dunque concorre alla distruzione dell’universo. In generale, l’ingegnere non ha tempo per intrattenere relazioni stabili con il sesso opposto.

L’ingegnere e la vita sociale

...


...

Va bene, ci scrivo qualcosa.
Il vero ingegnere studia indistintamente durante la settimana, ed anzi prima degli esami intensifica i propri ritmi specialmente il sabato; ha quindi paura della vita sociale per due motivi: impiegare del tempo nel divertimento e nelle pubbliche relazioni significa sottrarlo allo studio o al sonno, oppure, molto peggio, si rischia di incorrere in un esemplare del sesso opposto che a sua volta rischia di diventare una fonte di distrazione, introducendo nuovi input. Queste motivazioni sono entrambe riconducibili all’unico timore di sfalsare il proprio ritmo di vita e lavoro.

Segni di distinzione
Oltre al fattore esteriore su cui si è sopra argomentato, un ingegnere è facilmente riconoscibile per molte altre peculiarità: conosce innumerevoli biografie di uomini di scienza, specialmente dei più riprovevoli o folli, farcite di aneddoti sempre diversi e possiede talora un gatto con il nome di uno scienziato (questa non è mia, ma è talmente vera che non può non essere citata). Può non dormire per risolvere un problema, più per dimostrare le proprie capacità che per il risultato in sé (in questo caso si tratta di un matematico). Appare spesso come uno psicopatico, dato che qualunque cosa osservi viene esaminata numericamente, indipendentemente dalle sue implicazioni sulla realtà (“hai sentito di quella ragazza violentata? Assurdo” “Infatti, la dissipazione di energia deve essere stata elevata e non circoscritta all’atto in sè”). Cerca di prendere appunti per quanto più possibile precisi, per ottimizzare il lavoro: questi sono solitamente a matita, dato che la gomma impedisce che le tracce di eventuali errori possano essere visibili. Gira sempre con una calcolatrice a portata di mano, come i preti con la bibbia.

PS: questo intervento è stato scritto per puro fine umoristico ed autoironico, e non ha la pretesa di rappresentare la realtà (perlomeno non in modo tanto romanzato, ma ci siamo vicini). Chiunque dovesse sentirsi offeso da parti di questo testo è probabilmente un aspirante ingegnere non ancora conscio del pozzo in cui è precipitato. Buona fortuna, collega.

[scritto nel Febbraio 2007]

8 novembre 2009

Nonno Archirio ce n'è uno, tutti gli altri..

Hugo88: Nonna, stasera esco.
Nonna Flora (classe 1921) : Ti ritiri tardi?
Hugo88: Ti ritiri tiri tu?
Nonna Flora: Sei un elemento destabilizzante.

5 novembre 2009

Arrivederci!

Complimenti per il tuo post, Marco. L'attacco all'istituzione chiesa è ampiamente condivisibile, e te ne ho dato atto tante volte.

Ti dico subito che io non so se sia opportuno o meno che il crocifisso sia esposto negli edifici pubblici, anzi, probabilmente sono più per il toglierlo che per il lasciarlo. Il perché è lungo da spiegare, e se questa incazzatura mi passerà, forse te ne parlerò.

Ma veniamo al punto esseziale, che per me è un altro. Io non sono disposto a rimanere oltre in un blog nel quale si scrive: "Ma d'altronde, quando partendo dalla tesi "ci sono un profeta barbuto ed un mondo imperfetto" si arriva all'assunto "il tizio con la barba è nato da una donna vergine e suo padre ha creato ogni cosa ed è infinitamente potente e buono, ed il tizio barbuto e suo padre sono la stessa persona" mi rendo conto che si possa sostenere più o meno qualunque cosa."
Questa frase è un calcio in faccia ai cristiani. Tu in questo modo non esprimi il tuo essere ateo, tu così offendi, dando loro degli idioti, quelle centinaia di milioni di persone nel mondo che credono in un solo Dio, Padre Onniponte, in un solo Signore Gesù Cristo, nello Spirito Santo, che li rende Uno solo, e nell'immacolata concezione della Vergine Maria (il che non vuol dire farsi domande sull'integrità dell'imene della Madonna, ma questa è un'altra storia, che presumo a te non interessi, se vuoi poi te la spiego). Se non sai cos'è la Fede, non ne parlare. Il salto che fa il credente di fronte a una verità di fede non si risolve nell'incapacità di valutare se un ragionamento è valido o no. Non siamo tutti minchioni, cazzo! Per quello che tu liquidi come un sillogismo stonato Massimiliano Kolbe ha offerto la sua vita, e Madre Teresa lo stesso, e San Giovanni Bosco e migliaia di altre persone, spesso ignote, pure! La fede ha dato molto frutto, non ha solo prodotto la detestabile istituzione vaticana. Ma questo a voi non piace riconoscerlo. Di fatto, non lo fate mai.
Se uno la fede non ce l'ha, non sa cos'è! E se non sa cos'è, farebbe meglio a non parlarne. Io non parlo di rock o di economia, perché non ne so niente. E semmai un giorno mi sognassi di farlo, starei bene attento a non scrivere cose che possano offendere la sensibilità di chi mi legge. Ho mai scritto o detto niente che offende la tua venerazione per Jim Morrison o per qualsivoglia gruppo rock a te caro? Ti ho mai detto che ascoltare tutta quella musica rumorosa quando siamo in macchina a me dà più fastidio che altro? No, e non lo farò mai, perché ho rispetto per te e per i tuoi gusti, e perché in macchina tua io sono ospite. E' proprio così difficile rispettare i cristiani? E' proprio così difficile scindere l'aspetto fideistico da quello secolare? State attenti perché del vostro ateismo state facendo una moda. Offendere la chiesa non autorizza a offendere i credenti. Quando si tratta di combattere i mostruosi interessi temporali della chiesa, il suo accaparrarsi denaro e potere, la sua politica reazionaria, io sono sempre stato con voi, e non per simpatia, ma perché ci credo intimamente. Ma se devo sentirmi dire che sono un idiota perché credo che un profeta barbuto era veramente il Figlio di Dio no, non ci sto più. Ognuno per la sua strada.

Quattro parole in croce

Personalmente mi infastidisco ogni volta che guardo un crocifisso. Innanzitutto per la banalizzazione cui è troppo spesso sottoposto, ostentato fra camice sbottonate, gesti apotropaici e pareti che nulla hanno a che vedere con la religione. Trovo volgare l'esposizione in edifici pubblici di un simbolo religioso, a prescindere dalla sua opportunità, e sono francamente sospreso che nessuno trovi inadatta la presenza gratuita di un simbolo in ambienti non di sua competenza o influenza. Qual è il suo ruolo, insomma? Magari un crocifisso a scuola ascolta il dilagare dell'ignoranza, in un tribunale constata l'agonìa della giustizia, alla fermata dell'autobus intercede, mosso a compassione dalla spasmodica attesa degli astanti, in uno stadio si ingrazia le zolle sperando che la sua squadra (che secondo me è nerazzurra, sempre in tema di crocifissioni, ma questa è un'altra storia) possa trarne vantaggio.
Certo, la presenza di un crocifisso in classe non ha mai fatto male a nessuno che non ci abbia tirato una testata contro, anche perchè per tradizione è piuttosto omertoso e non tradisce gli alunni che copiano. Magari mi sbaglio, però anche se non ci fosse nessun crocifisso credo che pochi ne resterebbero mortalmente traumatizzati. Oppure, meglio ancora, proviamo a disegnare delle svastiche sulle pareti di tutte le aule e alla fine dell'anno scolastico vediamo se hanno morso qualcuno o se sono ancora solo otto sbarrette nere disegnate su un muro, al più lievemente sbiadite.
Quello che voglio dire è che un simbolo non è una tradizione, ma un elemento della comunicazione, un'evocazione ed un monito. Sostenere che il crocifisso debba alloggiare sulle nostre pareti pubbliche perchè in Italia ci sono tanti cristiani o perchè la nostra storia è stata fortemente influenzata dal cristianesimo mi sembra un'argomentazione tanto labile quanto opinabile quanto, al contempo, completamente inutile. Ma d'altronde, quando partendo dalla tesi "ci sono un profeta barbuto ed un mondo imperfetto" si arriva all'assunto "il tizio con la barba è nato da una donna vergine e suo padre ha creato ogni cosa ed è infinitamente potente e buono, ed il tizio barbuto e suo padre sono la stessa persona" mi rendo conto che si possa sostenere più o meno qualunque cosa.
Ma la credibilità del pensiero cristiano non c'entra e oltretutto lo ritengo un argomento che ha ben poco motivo di essere discusso. E nemmeno l'apporto del cristianesimo alla nostra nazione dovrebbe avere a che fare con questa questione (e qui invece potrei sostenere senza troppo sforzo la tesi che in qualsiasi momento storico quel simbolo abbia avuto potere sono caduti tutti i concetti di diritto, libertà e sviluppo sociale, ma anche questa, ripeto, è un'altra storia). Mi preme porre l'accento sul valore di quel simbolo; il crocifisso esposto nelle aule non è solo un pezzo di legno intagliato, anche perchè se così fosse non sarebbe di alcun interesse esporlo. Significa che quell'ambiente è cristiano e significa che il cristianesimo è la religione ufficialmente riconosciuta. A me pare talmente evidente che esporre un simbolo sia un modo per esprimere la propria devozione o fede o ammirazione verso quello che il simbolo rappresenta da non aver nemmeno motivo di soffermarmi oltre. Bisogna chiedersi allora perchè lo Stato italiano a differenza di molte altre nazioni europee, le cui radici mi azzarderei a definire cristiane quanto le nostre, sente la necessità di mostrare la propria devozione ad una religione che non è di alcuna rilevanza per l'insegnamento delle scienze e della morale, obiettivo delle scuole.
Tutto questo, soltanto sul piano teorico. In pratica, purtroppo, e questa strumentalizzazione è l'altra causa del mio fastidio per il crocifisso, siamo tutti perfettamente consci che non si tratta soltanto di un simbolo di fede, ma anche della presenza di un'istituzione, di un altro stato la cui storia è intrecciata anche in anni recenti con quella del nostro paese, e che vive delle italiche mucche che riesce a mungere. E marchiare a fuoco con una croce sin dalla tenera età di 6 anni milioni di capi, perfettamente consci che in questo modo il messaggio penetra con molta più semplicità, mi sembra una tradizione ben poco sana da voler conservare.